Incontri, terza puntata – La danza nuziale delle albanelle

Di Gianni Marucelli

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Era una limpida giornata di Giugno, tanti anni fa. La strada che, dalle pendici occidentali del Monte Amiata, si snoda tortuosa verso le basse colline della Maremma toscana, era in quel tratto fiancheggiata da alberi di ciliegio, i cui frutti già maturi invitavano chi la percorreva a sostare ogni tanto per un assaggio completamente gratuito. Fu così che mi fermai anch’io e, come il Caso volle, dopo due manciate di ciliege alzai il capo a contemplare la gariga e i campi di grano quasi maturo.

Nel mio campo visivo, contro il cielo azzurro, vidi sfrecciare due, poi tre, presenze alate, di un candore poco consueto. Oggi avrei pensato a dei gabbiani reali, ma allora, così lontano dal mare, erano assai poco diffusi. Per fortuna, il mio nascente interesse per l’ornitologia m’induceva a tenere sempre, nel cruscotto, un binocolo, piccolo ma potente. Ebbi così modo di esaminare con agio quegli strani volatili, che ora volteggiavano in aria quasi fossero i piloti di una pattuglia acrobatica.

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Notai subito che il corpo era affusolato, la coda lunga e stretta, le ali chiare terminavano in un piumaggio molto più scuro, quasi nero. Era la prima volta che le vedevo “dal vero”, ma non potevano esserci dubbi: erano Albanelle!

L’Albanella minore (Circus pygargus) è un rapace diurno che fa parte della stessa famiglia del falco di palude; abbastanza comune nell’Europa orientale e centrale, oltre che sulla penisola iberica, non è molto presente in Italia se non nelle zone che offrono il suo habitat preferito: praterie, brughiere, ampi campi coltivati. Si ciba in prevalenza d’insetti, piccoli roditori, rettili, uccelli di modeste dimensioni che preda quando sono posati al suolo. Ha le zampe più lunghe degli altri rapaci, il che le consente, volando molto bassa, di ghermire a terra le sue prede senza atterrare. Come si è visto, ha un piumaggio chiaro, ed anche questo facilita la sua tecnica di caccia: infatti, dal basso non è molto distinguibile sullo sfondo del cielo. Non è molto grande, comunque la sua apertura alare supera il metro.

Detto questo, però, non si spiegava lo strano comportamento che stavo vedendo: sembrava di assistere a un vero e proprio combattimento aereo, dove due dei protagonisti s’inseguivano, entravano a contatto con gli artigli, riprendevano la picchiata, mentre il terzo se ne stava a qualche distanza, come un arbitro dell’incontro. Che non durò poco: in effetti, ebbi il tempo di osservare con tutto comodo e di riprendere il viaggio, lasciando le albanelle alle loro evoluzioni. La spiegazione la trovai poi nei miei libri: avevo assistito a una vera e propria “danza nuziale” in cui il maschio e la femmina (di solito un po’ più scura) compiono questo rituale sorvolando il territorio dove hanno deciso di costruire il nido. E la terza albanella? Nessuno ha saputo spiegarmene l’atteggiamento. Penso si trattasse di un altro pretendente rimasto, purtroppo per lui, “a becco asciutto”.

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In quanto al nido, che accoglierà in media quattro o cinque uova, è situato al suolo ed è costituito da una semplice piattaforma di erba e stecchi secchi, circondata da una sorta di piccola “area di atterraggio” accuratamente calpestata. Dato che le zone di nidificazione tradizionali sono ormai da tempo divenute coltivazioni, le albanelle si trovano a dover metter su “casa” nei campi di cereali, proprio nel periodo dell’anno in cui questi stanno per venire falciati: nei paesi di progredita sensibilità ecologica, quando si individuano i nidi, i coltivatori lasciano intatta un’area di rispetto tutto intorno, in modo che i pulcini possano crescere e imparare a volare senza correre rischi. Purtroppo questo non sempre accade, con le conseguenze che tutti possono immaginare.

 

© copyright Gianni Marucelli 2014

 

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Fonti fotografiche:

Flickr – don macauley – Bird 015” di Donald MacauleyFlickr: IMG_9250. Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.

Male monty01” di Paul Adlam – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

FemaleMonty01” di Raoulduke47Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

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Incontri – Seconda puntata: Il Giorno dell’Ermellino

Di Gianni Marucelli

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Ai più, la parola “ermellino” evoca manti regali o arcivescovili, dove il bianco contrasta con la porpora del sommo potere…o, al massimo, il celebre dipinto di Leonardo da Vinci, “la Dama con l’ermellino”, in cui Cecilia Gallerani, giovane amante di Ludovico il Moro è raffigurata con, in braccio, un bellissimo e domestico esemplare di questo piccolo predatore. Il quale, come tutti i cacciatori della sua famiglia (i Mustelidi: faina, donnola, martora ecc.) ha sensi acutissimi, una mandibola molto sviluppata e dotata di denti forti e acuminati, un corpo sottile che gli consente di introdursi nelle tane delle sue prede, un’ottima visione notturna e… una ferocia che contrasta sol suo aspetto gentile. Chissà poi quanti sanno che la pelliccia dell’Ermellino è bianca, con la punta della coda nera, solo in inverno, per mimetizzarsi con l’ambiente innevato, mentre negli altri periodi dell’anno si converte gradualmente in un marrone piuttosto chiaro, pur mantenendo candidi la pettorina e il sottopancia. Va da sé che, per le dimensioni simili e il colore quasi identico, nelle stagioni calde la donnola e l’ermellino sono praticamente indistinguibili all’occhio del profano, non fosse per un piccolo particolare cui già abbiamo accennato: il ciuffo nero della punta della coda, che è presente solo nel secondo.

I due, poi, frequentano ambienti che coincidono solo parzialmente, perché l’Ermellino si trova a suo agio solo in montagna, mentre la Donnola è molto più adattabile, e spesso la si può incontrare nelle campagne e nei boschi “caldi”. Concludo questa premessa con una deduzione che ognuno può fare: se è già abbastanza difficile individuare una donnola, per le ridotte dimensioni e per le abitudini prevalentemente notturne, figuratevi quanto più raro sarà imbattersi in un ermellino!

Eppure, il Caso ha voluto che a me capitasse, in una lontana estate anni ’80, durante un’escursione nel Parco Nazionale dello Stelvio.

Eravamo sul versante trentino del Parco, ed esattamente nella bellissima Val di Pejo, dominata dalle vette perennemente innevate del Monte Vioz e del Cevedale. La Val di Pejo si suddivide in due valli più anguste, la Val del Monte, verso Ovest, e la Val de La Mare verso nord-est. Una strada carrozzabile percorre quest’ultima, salendo fino ai 2000 metri di Malga Mare dove, allora come adesso, si lascia la macchina e si inizia la salita verso il Rifugio Larcher e , quindi, verso i laghetti alpini d’origine glaciale, dai quali la vista spazia sullo stupendo panorama dei ghiacciai del gruppo Ortles-Cevedale. Fu presso uno di questi, credo il Lago delle Marmotte, che sostammo per un breve ristoro. Non so chi di noi fu ad intravedere una piccola sagoma scura fare capolino dalle rocce dell’altra sponda, non più di 30-40 metri in linea d’aria. Comunque, gli altri, me compreso, furono avvertiti con un cenno perentorio di far silenzio e misero mano ai propri binocoli, inquadrando una sottile figura dal manto marrone scuro, che ci osservava attentamente. “È una donnola!”, sussurrò qualcuno, ma il nostro capo comitiva, che di mestiere faceva il Guardiaparco, lo contraddisse: “Non credo. Guardate, si muove!”. L’animaletto uscì allo scoperto, muovendosi parallelamente a noi, e allontanandosi rapido tra i massi. “Avete notato la punta della coda? È nera. Quello è un ermellino, non una donnola!” Stupore. “Ma non è bianco?”

Veasel“Solo in inverno. Una forma di mimetismo… ora se l’è squagliata…” Ma no! Vedete sulla nostra sinistra? Sta tornando!” Effettivamente, la creatura si era di nuovo avvicinata… e più di prima! Ebbi la prontezza (ero giovane, allora) di afferrare il teleobiettivo e di inserirlo nel corpo macchina della mia Canon, scattando due o tre foto prima che l’ermellino, forse sospettando qualche scherzo di cattivo gusto, si ponesse al riparo. Ma, nonostante tutto, e con sorpresa anche dell’amico Guardia, di tanto in tanto il suo musetto faceva capolino. “Ma come, non scappa’?” . “Bah, togliamo noi il disturbo, abbiamo ancora da salire parecchio!” Quando ci fummo allontanati di una ventina di metri, mi voltai. Il lago rispecchiava perfettamente le cime innevate del Cevedale, creando una immagine doppia di rara suggestione.

Mustela.ermineaE l’ermellino era ancora là, accucciato su un masso, a sorvegliarci. D’improvviso si fece luce nella mia mente. “Il suo nido! Fa la guardia ai suoi cuccioli!” Il Guardiaparco mi guardò, annuendo. “Bravo! Hai ragione. Non ci può essere un altro motivo. A questa altitudine devono essere nati da poco. Fino a quattro settimane prendono il latte dalla madre. In genere non sono più di cinque, se la stagione è favorevole, però, la cucciolata può arrivare anche a una decina… Ma non tutti, in quel caso, sopravvivono. Tenete conto che, quando nascono, sono privo di pelliccia. Volete saperne una carina? Nell’ermellino, come negli altri animali simili, come appunto le donnole, si ha la gestazione differita… vuol dire che si accoppiano anche molto prima della primavera, quando sono maturi sessualmente, e gli ovuli si impiantano sulle pareti dell’utero, ma l’embrione comincia a svilupparsi anche parecchio tempo dopo, quando le condizioni sono più favorevoli per i piccoli. Furba la natura, vero?”

Eh, sì, vorrei rispondergli ora. Siamo noi umani a non essere affatto furbi. E non abbiamo certo il gran cuore di una mamma ermellino…

© copyright Gianni Marucelli 2014

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Fotografie

  1. Dama con l’ermellino – Leonardo da Vinci – Pubblico dominio.
  2. Ermellino con il mantello invernale bianco – Pubblico dominio.
  3. Ermellino con il mantello estivo – “Mustela.erminea” di James Lindsey – http://popgen.unimaas.nl/~jlindsey/commanster.html. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mustela.erminea.jpg#mediaviewer/File:Mustela.erminea.jpg
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Incontri, prima puntata – Il Lupo

di Gianni Marucelli

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La vita di coloro che amano la natura e la guardano con occhio attento è forse più varia e soddisfacente di quella dei comuni mortali, purché gli occhi non si soffermino soltanto a soppesare i disastri, piccoli e grandi, che l’uomo provoca nell’ambiente.

Chi scrive è sempre stato fortemente attratto, più che dai bei paesaggi marini o montani, o dal fascino cromatico dei fiori, o dalla vetustà di certi alberi patriarcali, dagli animali piccoli e grandi e dal loro comportamento.

Certo, è esperienza sempre divertente e appagante osservare un cucciolo di cane o di gatto intento al gioco, o l’imbarazzo di una gallina che, uscita dal pollaio, cerca invano di rientrarvi dopo la chiusura, o i segnali che la mucca anziana lancia alle sue compagne quando è ora di tornare alla stalla, al termine di una lunga e serena giornata estiva nei pascoli di una malga.

Però, la mia vera passione sono gli incontri con gli animali selvatici, specie con i più rari, non tanto perché essi siano veramente poco presenti, quanto perché, in genere, evitano accuratamente, e a ragione, di incrociare i loro passi (o i loro voli) con gli itinerari percorsi dagli umani.

Più che la conoscenza dei luoghi e dei comportamenti, è il Caso che, in questo campo, comanda.

Il Lupo

 

Ad esempio, io sono stato sempre sensibile al fascino del Lupo ma, pur frequentando esimi esperti in materia e battendo sentieri in zone dove questo predatore è presente, non ne avevo mai intravisto nemmeno la punta della coda, né sentito il caratteristico ululato; solo incontrato qualche “fatta” e qualche orma impressa nel fango o nella prima neve.

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Una notte d’inverno, pochi anni or sono, tornando a casa a tarda ora da un impegno in città, a tutto pensavo meno che ai lupi. Seguivo la strada provinciale che costeggia, a qualche decina di metri, il Lago di Castelnuovo, in realtà un enorme imbuto scavato dall’uomo per sottrarre la lignite, poi divenuto, con la chiusura delle miniere, un invaso artificiale. Nella gariga e nel bosco di roverelle che sale verso la collina trovano un loro habitat quasi ideale, vista la presenza dell’acqua, cinghiali e caprioli. In realtà, quella sera, nemmeno a queste specie andava il mio pensiero, ma al letto caldo che mi attendeva. I fari inquadravano l’erba brinata ai lati della carreggiata e qualche chiazza di neve non più immacolata, residuo di una recente precipitazione. Quand’ecco, una sagoma sbuca dai cespugli, trotterellando verso il centro della strada. Stupido cane – penso effettuando una rapida frenata – è questa l’ora di andarsene in giro al fr….- In quel momento lo “stupido cane” si immobilizza e rivolge lo sguardo verso di me, tenendo la lingua penzoloni. Il muso è quasi triangolare, la fronte più ampia di quella di un pastore tedesco, gli occhi, stretti e obliqui, mi guardano con una consapevolezza e una profondità che mai quelli di un cane hanno posseduto.

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Ci fissiamo. Io di là dal parabrezza, incredulo, a bocca semiaperta, lui a una decina di metri, per niente allarmato, quasi divertito. Ciao lupo! Gli dico col pensiero. Ciao stupido umano! suppongo mi abbia risposto prima di attraversare l’altra corsia e penetrare nell’oscurità della gariga, dove forse lo aspetta la cena.

© copyright Gianni Marucelli 2014

 

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Fonte delle fotografie

 

Lupo appenninico 3“. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

 

Canis lupus Parc des Loups 003” di Jairo S. Feris Delgado (ia:User:Jasef) – Interlingua wikipedia. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

 

Howlsnow” di Retron – self-made now. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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