È ripreso il ciclo delle conferenze di Pro Natura Firenze

Di Alberto Pestelli

Il 10 febbraio 2016 ha ripreso con grande successo di pubblico il ciclo Febbraio/Marzo delle Conferenze organizzate da Pro Natura Firenze. Il primo appuntamento si è svolto presso la Sala Conferenze di Allianz Bank in piazza Savonarola a Firenze ed ha visto, come protagonista, il dottor Pier Luigi Nicoletti, microbiologo fiorentino. La serata è stata dedicata al “Microbioma: tutto un mondo dentro di noi”.

Il dottor Pier Luigi Nicoletti

Il dottor Pier Luigi Nicoletti

Ma che cos’è il microbioma. È niente meno che “l’insieme del patrimonio genetico e delle interazioni di tutti i microrganismi di un determinato ambiente definito” (fonte Wikipedia). L’organismo umano o parti di esso, come lo sono l’intestino, l’apparato respiratorio e la cute stessa, rappresentano perfettamente questo ambiente definito.

Il dottor Nicoletti ha spiegato, con parole semplici e dirette, l’importanza dello studio dei microrganismi che la nostra specie ospita al suo interno e all’esterno del corpo, paragonando questo insieme come un vero e proprio organo supplementare per il metabolismo e per il sistema immunitario. Ha sottolineato, secondo l’ipotesi dell’igiene, che l’aumentata diffusione di molte malattie può essere attribuita ad uno scarso se non assente contatto con i microrganismi.

Parte del pubblico presente

Il dottor Nicoletti ha presentato dei recenti studi sul microbioma ed eventuali trial di ricerca attualmente in corso per la cura di alcuni tipi di malattie con la speranza di “chiuderle nel classico cassetto delle cose da dimenticare”.

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Incontri – La fedeltà della martora

Di Gianni Marucelli

Accade spesso, forse troppo spesso, che animali selvatici siano vittime di incidenti stradali, oltre a quelli domestici, cani e gatti in testa. La sopravvivenza, almeno a livello locale, di alcune specie è stata addirittura messa in pericolo dalle vere e proprie morìe dovute a questo fattore, come è accaduto, ad esempio, ai porcospini, notoriamente lenti nell’attraversare la viabilità.
Siamo, quindi, abituati a incontrare i corpicini straziati di questi animali; alcuni di noi non ci fanno più nemmeno caso; altri, come il sottoscritto, forse dotati di un eccesso di sensibilità, non riescono proprio a farsi una ragione di questa ecatombe e a distogliere gli occhi e la mente.
Tuttavia, a pochi, forse a nessuno, è capitato di osservare un caso come quello che sto per narrare.
E’ accaduto pochi anni fa, quasi all’ingresso del paese in cui vivo, dove un lungo ponte immette nel centro abitato. Intorno, bisogna sottolinearlo, ci sono molti boschi, anche se, vi direbbe un forestale, di scarso pregio: in prevalenza, querceti piuttosto giovani, misti a un fitto sottobosco e a varie altre piante. Una mattina, passando sul ponte in auto, notai uno strano animale a terra, senza dubbio finito sotto le ruote di qualche auto. Le dimensioni erano quelle di un gatto, nemmeno grosso, ma il resto assolutamente no. La bestiola era morta, ma era ancora possibile vedere che era dotata di una folta pelliccia marrone scuro; il muso, piuttosto appuntito, denotava un piccolo predatore. Una donnola, una faina? O che altro? Un particolare atttasse la mia attenzione, e mi balenarono in mente
i versi di un grande, e quasi dimenticato, poeta italiano del secolo scorso, Giorgio Orelli:

A quest’ora la martora chi sa
dove fugge con la sua gola d’arancia.
Tra i lampi forse s’arrampica, sta
col muso aguzzoin giù sul pino e spia
mentre riscoppia la fucileria.

La breve composizione s’intitola “Frammento della martora”, e proprio in essa identificai la vittima.
Il particolare che mi aveva chiarito le idee è proprio quello messo in luce da Orelli: il colore giallo-aranciato del petto.
La martora appartiene alla famiglia dei Mustelidi, come la puzzola, l’ermellino e gli altri due animaletti sopra citati. Vive soprattutto nei boschi, dove caccia in prevalenza roditori e uccelli (è un temibile predatore di nidi, data la sua capacità di arrampicarsi sugli alberi). Non si avvicina perciò molto spesso alle dimore dell’uomo, e nemmeno ai pollai, per cui è sconosciuta ai più, mentre volpe, faina e donnola hanno una fama, anche troppo sinistra, di rubagalline matricolate.
Una piccola caratteristica la differenzia dai “cugini”: ha il pollice opponibile alle altre dita, proprio come noi, e ciò le permette di afferrarsi ai rami e di salire con agilità.
Credo che l’unica cosa notissima della Martora sia la sua pelliccia, un tempo, nemmeno troppo lontano, molto apprezzata dalle signore eleganti…
E qui finisce la lezioncina di zoologia e comincia il mistero.
Sì, perchè il corpo della bestiola fu rimosso, di lì a qualche ora, dagli stradini (come ebbi occasione di notare), ma, due giorni appresso, in quel preciso punto, trovai un’altra martora, uccisa con le stesse modalità. Ora, esclusa a priori la resurrezione e una nuova morte, cosa pensare? O che sto diventando vecchio e, presumibilmente, rimbecillito, oppure che un secondo individuo, della stessa specie, sia andato a cercare il “parente” e, trattenutosi troppo sul luogo, abbia trovato una fine identica. La spiegazione può risultare etologicamente corretta, se si pensa che le martore hanno un olfatto assai sviluppato e lanciano, agli amici e ai nemici, “messaggi” odorosi, secernendo un liquido da apposite ghiandole, un po’ come fanno anche i gatti quando vi “marcano” con quelle che, apparentemente, sono “testatine” affettuose. Ma quale grado di parentela vi era tra i due defunti? Le martore non sono certo note per vivere in coppia (dopo la copula, ognuno per la sua strada..) ed è sicuramente più probabile che fossero due giovani fratelli (restano a vivere con la madre per parecchi mesi, fino a completa maturazione e…istruzione per cavarsela da soli) oppure una madre e il figlio troppo imprudente.. Non avremo mai una risposta.

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Incontri – L’Averla del passo del Giogo

Di Gianni Marucelli

Averla minore - Pubblico dominio

Averla minore – Pubblico dominio

In un tempo lontano, quasi all’inizio della mia carriera di insegnante, fui destinato a una cattedra in una cittadina tra Toscana e Romagna, in mezzo agli Appennini. Per raggiungerla (in auto o in autobus – i treni qui proprio non li hanno mai visti) era – ed è – necessario svalicare i gioghi appenninici ben due volte, con partenza da Firenze, raggiungendo prima la valle del Mugello, e quindi quella del Santerno, fiume che corre verso l’Adriatico. Una bella passeggiata, se fatta in primavera o in estate; una vera avventura, quotidiana, quando l’inverno punge e l’alba ti trova impegnato al volante, in una sorta di rally in cui tutto è possibile, anche rimanere bloccati perché una tempesta di vento ti scardina il cofano e te lo proietta d’improvviso sul parabrezza…

Se si prescinde da queste considerazioni, l’itinerario offriva di tanto in tanto immagini indimenticabili: il daino dalle lunghe corna che ti attraversa la strada, maestoso sulla neve già alta, precedendo le femmine del suo harem, mentre il primo sole proietta lame di luce tra le sagome degli abeti; la poiana che, quasi ogni mattina, ti aspetta appollaiata su un albero spoglio lungo la carrozzabile; le macchie chiare del biancospino che costellano la vallata al rifiorire della primavera..

Questo, e molto altro, rimane vivido nella memoria, a distanza di decenni.

Ciò sui cui, qui, voglio richiamare l’attenzione del lettore non è però così spettacolare. Si tratta di un uccello non più grande di un merlo, con la livrea rossastra, il petto e il capo grigio ardesia e la coda bicolore; una caratteristica striscia nera, simile a una mascherina, va dal becco, leggermente ricurvo, all’occhio e alla parte laterale del capo. Il suo nome è Àverla minore (Lanius collurio): un passeriforme che si nutre d’insetti, piccoli e grossi, i quali però, almeno nella buona stagione, quando c’è abbondanza, non vengono consumati tutti e subito, bensì “conservati” in una dispensa particolare. Ecco di cosa si tratta, nella mia esperienza.

Il secondo passo che dovevo valicare, ogni mattina, si chiama Passo del Giogo, quasi una tautologia, ma tant’è. Si sale con parecchi tornanti, dal Mugello, fino a più di 800 metri, tra boschi

di querce e di castagno misti a conifere, per poi scollinare in una vallata verde di prati e arbusti, che costituiscono un buon pascolo e sono quindi delimitati, di tratto in tratto, da filo spinato. Era primavera e da più giorni, nello stesso punto, vedevo svolazzare e posarsi, sui pali della recinzione, un uccello grigio-rossastro. Un mattino, in cui ero in anticipo sui normali orari, accostai la macchina per osservare meglio. Il volatile, come di consueto, era nei paraggi, e non si allontanò di molto neppure quando, aperta la portiera, uscii a controllare. Il sospetto che mi era venuto fu confermato: sulla recinzione di filo spinato, erano stati letteralmente “impalati” vari insetti di grosse dimensioni, tra cui spiccavano una locusta e un cervo volante. Dunque, l’alato ed elegante individuo era un feroce predatore, appunto un’Àverla, che spesso non limita la sua caccia ai soli coleotteri e affini, ma attacca anche piccoli rettili (lucertole, rane) e talora uccelletti di modeste dimensioni. In genere, l’attività predatoria si svolge nei pressi del nido, nascosto in un arbusto preferibilmente spinoso (il biancospino è una scelta eccellente) sugli aculei del quale vengono infilzate le vittime. Si vede che la mia Àverla si era evoluta, tanto da utilizzare un manufatto come il filo spinato…

Ho letto poi da qualche parte che, in alcune zone, l’Àverla è chiamata anche “falconetto”, ed in effetti, pur essendo un cugino dei Passeri, assomiglia per alcune attitudini ai grandi rapaci diurni.

È ancora abbastanza diffusa nel nostro paese, tuttavia la graduale scomparsa di prativi coperti di cespugli e di macchie di rovo ne limita sempre più l’habitat.

L’aspetto dell’Àverla è veramente gradevole, tanto che, talvolta, è stata resa domestica. Umberto Saba, grande ornitofilo, giocando sull’ambiguità del termine “avèrla”, compose una bella poesia:

Il fanciullo e l’Àverla

S’innamorò un fanciullo d’un averla.

Vago del nuovo – interessate udiva

di lei, del cacciatore, meraviglie:

quante promesse fece per averla!

L’ebbe; e all’istante l’obliò. La trista,


nella sua gabbia alla finestra appesa,

piangeva sola e in silenzio, del cielo

lontano irraggiugibile alla vista.

Si ricordò di lei solo quel giorno


che, per noia o malvagio animo, volle

stringerla in pugno. La quasi rapace

gli fece male e s’involò. Quel giorno,

 

per quel male l’amò senza ritorno.

 

“Lanius collurio vogelartinfo chris romeiks R7F6269” di Vogelartinfo – Opera propria. Con licenza GFDL 1.2 tramite Wikimedia Commons.

 

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Programma conferenze di Pro Natura Firenze “Autunno 2015, Itinerari tra Storia, Natura e Culture”

logo1Cari amici lettori,

inoltriamo in allegato il programma delle conferenze “Autunno 2015, Itinerari tra Storia, Natura e Culture” della storica associazione ambientalista Pro Natura Firenze. Gli eventi, in collaborazione con la nostra rivista, si terranno presso la Sala Conferenze di Allianz Bank, piazza Savonarola 6. L’ingresso è gratuito. Tutti i cittadini sono invitati a partecipare. Essendo però i posti limitati, per ragioni logistiche l’accesso sarà consentito dalle ore 17,45 alle 18,00.

La Redazione

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Rispetto… alla base della libertà

Di Paola Capitani

Il rispetto per la Natura. Cascatelle sul fiume Treja, Viterbo - Foto di Alberto Pestelli © 2005

   Parlando con Giorgio Burdese dell’AICS su vari temi: dal teatro alla formazione, dall’ambiente alla cultura, ci siamo incontrati su vari temi e in particolare quello che ci ha attratto è stato la libertà, che va intesa soprattutto come rispetto, interazione, partecipazione, cultura a tutto tondo.

Rispetto per se, per gli altri, per il lavoro, l’ambiente, i diversi, soprattutto oggi che assistiamo ad un terrificante sfacelo dei comportamenti, delle convivenze, della vita umana. Da qualche parte occorre ripartire, prendere le redini e ricominciare da capo, prima che sia troppo tardi e gli scenari sono sempre gli stessi: la famiglia, la scuola, il lavoro.

Ci occupiamo in queste poche frasi proprio di questo aspetto, ben sapendo che sono tre aree strettamente correlate, con ricadute ed interazioni le une sulle altre. Non sempre è facile distinguerle e il confine è estremamente labile. Il lavoro è forse l’ultimo tassello su cui si inseriscono gli altri due ed è anche l’ultimo stadio dove si vedono realizzati (oppure no) i precedenti. Una piramide che necessita di una solida base per poter esprimere al meglio le sue caratteristiche.

   Rispetto: ovvero rigore, norma, metodo, adattamento, elasticità, crescita introspezione, tutti utili strumenti per orientarsi nel mondo circostante, a qualsiasi ambito appartenga. Il rispetto è fondamentale nella rappresentazione teatrale e nel coro dove occorre attendere il proprio turno, senza prevaricare, senza invadere, attenti ai ritmi e ai tempi.

Rispetto lo si trova nello sport, nelle gare, negli incontri che tengono conto delle specifiche competenze e professionalità. Rispetto lo si vede nel team di formula1 dove la squadra dei tecnici è altrettanto importante come la bravura del pilota o il sofisticato insieme di tecnologie dell’auto, In poche frazioni di secondi ciascuno svolge il proprio compito, senza intralciare l’altro, senza prevaricare, avendo in mente l’obiettivo condiviso: la gara, nella quale ciascuno mette il proprio impegno e il proprio ruolo.

Il responsabile è proprio la regina del palcoscenico: la Comunicazione, come l’araba Fenice che ci sia ognun lo sa… e, insieme a questa, è arrivata anche la “conoscenza” che poi tanto nuova non è, se si leggono testi greci e latini – e non solo. “Comunicare” è difficile, anche perché prevede un emittente e un ricevente, e, soprattutto, un ritorno dal ricevente all’emittente, pena la non comunicazione del messaggio, un clima gradevole e un obiettivo comune, un rispetto dell’altro e del diverso, altrimenti “verba volant”. Che bello scrivere una mail o un messaggio sul telefono e vedere che il ricevente risponde.. sembra scontato ma non lo è almeno entro i confini nazionali. All’estero il protocollo è diverso: chiunque risponde in tempo reale e con cortesia e disponibilità, anche senza conoscere il mittente.

Rispetto è una dote da acquisire lentamente, per non veder fallire tentativi, o provare delusioni e rammarichi, ma occorre una buona dose di maturità e di consapevole collaborazione. Va alimentato con attenzione e cura per non vedere sciupare un lavoro consolidato nel tempo.

Il tempo trascorso sul lavoro è spesso una parte consistente della nostra giornata per cui sarebbe buona norma dedicare ai colleghi il meglio del nostro impegno. Come Pupi Avati ha detto in una intervista fatta per il libro Scuola Domani (Milano, Franco Angeli, 2006), “… chi lavora senza interesse o partecipazione è come se fosse condannato ai lavori forzati”.

Libertà e rispetto vanno di pari passo e hanno bisogno di metodo, rete, cultura, per interagire e raggiungere gli obiettivi, ma purtroppo trovare i giusti compagni di viaggio è sempre uno dei problemi fondamentali di qualsiasi rete si parli, perché presuppongono impegno e costanza, e soprattutto sinergie condivise.

 

“quando l’ultimo corso d’acqua sarà prosciugato, quando l’ultimo albero sarà abbattuto, ci renderemo conto che il denaro non si mangia” (detto indiano).

 

Paola Capitani – paola.capitani@gmail.com

 

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Incontri, ottava puntata – Quel Cavalier bianco a “dorso” d’un mulo…

Di Gianni Marucelli

"Flickr - Dario Sanches - GARÇA-VAQUEIRA ( Bubulcus ibis )" di Dario Sanches from São Paulo, Brasil - GARÇA-VAQUEIRA ( Bubulcus ibis ). Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.Airone guardabuoi

Questo articolo prende spunto, a differenza di quelli che lo hanno preceduto, da un avvenimento capitatomi di recente, per di più a una manciata di chilometri da casa mia, in Toscana, nel Valdarno aretino.

È una zona, questa, dove vi sono diversi laghetti, creati utilizzando le voragini di antiche escavazioni minerarie a cielo aperto, oppure con dighe di sbarramento. Insomma, le acque sono abbastanza pulite e richiamano diversi uccelli acquatici, come i maestosi aironi cinerini. Però non avevo mai visto animali ritenuti rari per il nostro ambiente: mi sono dovuto ricredere quando, in un terreno a pascolo frequentato da pecore, ho avvistato un’intera colonia di aironi guardabuoi.

Chi sono costoro?

Sono piccoli Ardeidi, della stessa famiglia delle cicogne, ma di dimensioni notevolmente ridotte (altezza compresa tra i trenta e i cinquanta centimetri, apertura alare di circa un metro), zampe lunghe, corpo un po’ tozzo, colore prevalentemente bianco, come potete vedere dalle foto in questa pagina. Amano fare il nido a terra, meglio se fra i canneti e l’altra vegetazione riparia di laghi e fiumi, cibarsi di qualche pesciolino ma, soprattutto, d’insetti, che trovano in abbondanza su terreni arati o nei prati dove pascola il bestiame.

Non importa se siano pecore, mucche o altri erbivori: è sufficiente che, brucando, dissodino un po’ la terra mettendo “in vetrina” lombrichi, formiche e altre leccornie. Naturalmente, un servizio del genere va contraccambiato: perciò i piccoli aironi “spulciano” letteralmente i loro amici, togliendo col becco i parassiti che li infastidiscono e guadagnandosi al contempo un pasto suppletivo. Per procedere a questa operazione di pulizia, spesso salgono sul dorso dell’erbivoro “ospite”, e ci stanno anche a lungo, facendosi trasportare per campi e prati.

Purtroppo, talora capita che, dopo aver ben pranzato, scappi qualche “bisognino”, ma i trampolieri non si scomodano a scendere dalla loro cavalcatura, e lo fanno direttamente sul dorso della povera bestia.

Com’è successo alla mula Melissa, che vedete in una delle foto e che si è trovata ad avere una nuova macchia bianca sul mantello, senz’altro non richiesta. Le istantanee che proponiamo sono state scattate nel pascolo del Ranch Margherita, un luogo che abbiamo già avuto modo di illustrare ai nostri lettori. Qui vivono in operosa libertà asini, muli, cavalli, capre, pecore e un alpaca, tutti erbivori che ricevono, di tanto in tanto, le cure non disinteressate di un folto gruppo di aironi guardabuoi (in una delle foto qui proposte se ne contano una ventina).

Un’ultima notazione riguarda la diffusione di questi trampolieri. Un tempo erano limitati all’Europa (dove comunque la loro presenza è piuttosto rara e localizzata), all’Africa e all’Asia, ma la loro capacità di adattamento deve essere notevole se, di recente, hanno addirittura “conquistato” l’America e l’Oceania. Tutti territori dove gli “amici” a quattro zampe, ovviamente, abbondano…

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Incontri, ottava puntata – Quel Cavalier bianco a dorso d’un mulo di Gianni Marucelli © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Tutte le fotografie tranne una sono di Gianni Marucelli
Flickr – Dario Sanches – GARÇA-VAQUEIRA ( Bubulcus ibis )” di Dario Sanches from São Paulo, Brasil – GARÇA-VAQUEIRA ( Bubulcus ibis ). Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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Incontri, settima puntata – Martino va in città

Di Gianni Marucelli

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Ho abitato a lungo a Firenze, non lontano dalle rive dell’Arno, che non è certo il meno inquinato e il più attraente dei fiumi, nonostante le belle parole di una vecchia canzone cantata da Odoardo Spadaro: “Sull’Arno d’argento /si specchia il firmamento…”.

Però, è giusto riconoscere che, anche in un ambiente non ideale come questo, molte specie animali sopravvivono e, anzi, non essendo più da molto tempo preda dei cacciatori, prosperano: aironi cinerini, garzette, cormorani, oltre agli ormai onnipresenti gabbiani, costituiscono una presenza comune anche lungo le sponde urbane del maggiore fiume della Toscana. Numerosi anche gli anatidi, in prevalenza germani ma anche marzaiole e morette, oltre a gallinelle d’acqua e folaghe, dove i canneti sono più folti.

Tra i mammiferi, addirittura infestanti sono divenute le nutrie, qui come in tanti altri fiumi. La nutria è un immigrato, involontario certo, essendo stato importato molto tempo fa dall’America per andare incontro a un triste destino: quello dell’animale da pelliccia, allevato per essere ucciso e scuoiato, sostituendo animali più pregiati nella confezione dei soprabiti delle signore: una pelliccia di “castorino” (questo era l’appellativo che le davano gli allevatori) non si negava a nessuna!

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Un giorno non bello, quello delle grandi alluvioni del Novembre 1966, essendo buone nuotatrici, molte nutrie fuggirono dai loro lager e acquistarono la libertà, trovando poi un habitat ideale lungo i corsi d’acqua italiani. E in qualche decennio si sono abbondantemente riprodotte, scavando le loro tane negli argini e rendendoli, in molti punti, simili a un gruviera, e quindi instabili.

Ma non di questo volevo raccontarvi.

Era un pomeriggio di inizio autunno; una tempesta di vento s’era abbattuta su Firenze, con qualche piovasco. Niente di simile alle vere e proprie “bombe d’acqua” e alle trombe d’aria cui abbiamo dovuto purtroppo abituarci: allora, di cambiamenti climatici, neppure si parlava. Pur tuttavia, qualche ramoscello caduto, molte foglie d’albero non ancora ingiallite per terra e un paio di tegole cadute da un edificio stavano a testimoniare che la bufera era stata abbastanza violenta..

Uscii di casa con un caro amico, che si accingeva a partire in treno per Lecce. Lo accompagnai alla sua auto, lì vicino, girai l’angolo per tornare e m’accorsi che, sul sellino di una Vespa parcheggiata contro un muro, c’era un fagottello multicolore, tra il verde smeraldo e l’azzurro intenso. Quel fagottello si muoveva. Per quanto piccolo fosse, mi bastarono pochi sguardi per capire di che si trattava. Rifeci di corsa il cammino percorso e arrivai in tempo per chiamare l’amico che stava aprendo la portiera della macchina.. Sapevo che quello che avevo appena visto lo avrebbe interessato parecchio, perché, come me, era un appassionato di ornitologia.

“Fermati!” – gli dico a voce un po’ troppo alta, facendolo sobbalzare – “Ho trovato un Martin pescatore in difficoltà, qui vicino. Forse è meglio che anche tu gli dia un’occhiata.”

Martin pescatore, nome scientifico Atthis Alcedo, era l’identità di quel “fagottello multicolore” che avevo avvistato. Un uccello comune anche in Italia, ma che in pochi possono dire di aver visto in natura, sia perché è molto piccolo, sia perché il suo volo è veloce, sia perché in genere se ne sta ben nascosto tra canneti e vegetazione riparia. Il suo habitat è situato sulle sponde di fiumi, torrenti e laghi, perché si ciba prevalentemente di avannotti e di pesciolini (da qui il suo nome) anche se, all’occorrenza, si accontenta di insetti, quali le libellule. Come il Gruccione, che abbiamo presentato qualche tempo fa sulle pagine di questa rivista, è multicolore, e costruisce il suo nido in tunnel scavati nella terra delle rive e degli argini. A differenza del Gruccione, però, che è gregario e vive in comunità, il Martin pescatore ama la solitudine, tranne che nel periodo degli accoppiamenti. La femmina depone, due volte l’anno, in media cinque uova, che però non riesce sempre, per le sue piccole dimensioni, a portare tutte alla schiusa. Difficile la vita per i piccoli Martini, anche se entrambi i genitori si occupano di loro: quando è il momento di cavarsela da soli, cioè di cacciare rasentando il pelo dell’acqua, molti muoiono per imperizia; si calcola che solo un terzo di essi raggiunga l’età adulta.

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Ovviamente, questi uccelli pescatori amano le acque pulite, dove possono individuare le prede sotto la superficie. Per questo, i loro occhi sono dotati di meccanismi contro i fenomeni ottici di riflessione e rifrazione dei raggi solari. Inoltre, le palpebre nittitanti si chiudono quando vanno in immersione, così da proteggere i delicati organi visivi dall’impatto con l’acqua.

Detto questo, si spiega la mia sorpresa di allora per aver trovato un Martino così relativamente lontano dal fiume, un fiume per di più molto inquinato… La bufera di vento evidentemente aveva trascinato il poveretto molto al di fuori della sua area abituale: restava da capire se fosse o no ferito, e in grado di volare. Il mio amico, pur borbottando che il treno non lo avrebbe certo atteso, mi seguì di buon grado. Ero certo che, se avessimo dovuto catturare il piccolo pennuto per portarlo a un Centro di recupero faunistico, mi avrebbe dato una mano. L’uccello era ancora lì: i colori verde e azzurro del dorso e il rosso delle parti inferiori spiccavano sulla pelle nera del sedile dello scooter. Visto un po’ più da vicino, rannicchiato e con le penne arruffate, sembrava molto disorientato. Cercammo di avvicinarci lentamente, da due parti opposte, ma il Martino ci prevenne e, percorrendo in volo una ventina di metri, si posò sul muro di cinta di un giardino folto di piante.

Ancora, cautamente, tentammo di accostarci, e di nuovo il piccolo profugo dispiegò le ali, andandosi a rifugiare nel folto della vegetazione. Eravamo abbastanza giovani, a quel tempo, per tentare di arrampicarci sulla recinzione e sbirciare dentro la proprietà; ma non riuscimmo ad avvistarlo.

Il mio amico partì per Lecce con il treno successivo. Io rimasi a chiedermi se il volatile si fosse salvato, se fosse riuscito a tornare sano e salvo a casa, sulle rive del fiume. È un dubbio che ancor oggi, quando il vento si alza forte a strapazzare gli alberi, mi torna nel cuore.

 

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Fonte delle fotografie

Florence bridges” di User:Rnt20 – Photo by Bob Tubbs. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

Alcedo atthis 3 (Lukasz Lukasik)“. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Martin Pescatore” di Mirko Rubaltelli – Martin Pescatore,oasi naturalistica di Torrile [PR] italy. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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Incontri, sesta puntata – S.V.M. Servizio Vigilanza Marmotte

Di Gianni Marucelli

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Per chi frequenta le nostre Alpi, soprattutto nella stagione estiva, le marmotte costituiscono, lungo gli itinerari escursionistici, una presenza piuttosto comune e assai simpatica. Se non si vedono, si sentono comunque i loro fischi acuti, che segnalano la presenza di “estranei” che potrebbero costituire un potenziale pericolo. Questi roditori vivono in colonie, costituite in genere da qualche decina di individui, e hanno la loro “casa” in un intrico di cunicoli scavato nel sottosuolo, dove esistono spazi appositi per la dispensa e per la nursery. Durante l’inverno, la “città sotterranea” ospita la colonia al completo, nel periodo del letargo.

I pericoli, per le marmotte, derivano ovviamente dall’uomo, che le ha cacciate nei secoli soprattutto per le pellicce; tuttavia, da quando sono una specie protetta, devono guardarsi soprattutto dal “nemico che viene dal cielo” (aquile e altri rapaci) e da altri predatori, terrestri, quali gli ermellini, le donnole e altri piccoli carnivori che possono introdursi agevolmente nelle tane.

Le marmotte sono prudenti per loro natura e, mentre pascolano tranquillamente durante le lunghe giornate estive, organizzano nel contempo un efficiente servizio di vigilanza, sempre all’erta.

marmotta

Può trattarsi di qualche singolo membro del gruppo, dislocato su una roccia in modo da avere una buona visuale del terreno circostante, oppure di una coppia di sentinelle che, al minimo segnale di pericolo, si alzano sulle zampe posteriori e, stando schiena contro schiena, ruotano con perfetta sincronia, in modo da avere un controllo a 360° sul territorio. Un vero e proprio radar, insomma, al quale non sfugge niente, pronto ad azionare il segnale di “Pericolo! Tutti al coperto!”, ovvero la “sirena” costituita dai fischi immediati e ripetuti.

Ho avuto modo di assistere, anni fa, ad una scena eccezionale di “caccia alla marmotta”. Eccezionale e unica, perché mi trovavo al di sopra dei contendenti e potevo osservare i protagonisti da una posizione veramente privilegiata.

Mi trovavo in una valletta pochissimo frequentata (vi era solo una traccia di sentiero) del Parco Nazionale dello Stelvio, in provincia di Trento: ero ormai a oltre 2500 metri di altezza, su un terreno piuttosto aspro, dove brevi prativi si alternavano ai massi e alle rocce. Le marmotte avevano accompagnato la mia ascesa sorvegliandomi attentamente, ma adesso avevo raggiunto una posizione così elevata e lontana che il S.V.M. (vedi titolo) non mi giudicava più una minaccia.

Marmotta

Anche perché doveva occuparsi d’altro… Proprio sotto di me si infatti era materializzato dal nulla un grande rapace chiaro (forse un Astore) che ora roteava a cerchi sempre più stretti sopra la colonia.

Era chiaro che, essendo la sua vista telescopica enormemente più efficiente dei miei poveri occhi umani, là dove io vedevo poco più che puntini sul verde dei prati, l’Astore poteva quasi contare la quantità dei baffi sul muso di ciascun roditore, e scegliere la propria preda tra quelle più giovani e inesperte. Si preparava con tutta evidenza a iniziare la picchiata, velocissima e letale, ma non aveva fatto bene i conti con il super addestramento dei membri del S.V.M. Quando il rapace raccolse le ali per tuffarsi verso il basso, l’allarme era già partito: in un baleno, le marmotte, grandi e piccole, si erano rintanate nei rifugi antiaerei, e gli artigli dell’Astore rimasero vuoti. L’aggressore si allontanò, un po’ deluso e un po’ sdegnato, verso altri territori di caccia meno difficili e, dopo qualche minuto, le marmotte tornarono alle loro occupazioni interrotte. Le sentinelle ripresero il loro posto, io il mio zaino che avevo poggiato sul sentiero. Prima di volgermi verso la vetta, mi venne istintivo di fare il saluto militare al S.V.M.: ben fatto, soldato!

© copyright Gianni Marucelli 2014

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S.V.M. Servizio Vigilanza Marmotte di Gianni Marucelli © 16 settembre 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Fonte delle Fotografie:

Marmota marmota Alpes2” di François Trazzi. – François Trazzi.. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Marmotta alpina” di MicmolOpera propria. Con licenza CC BY 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Marmotta” di Kaptain – foto personale. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

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Incontri, quinta puntata – Lotta mortale sul lago dell’Accesa

Di Gianni Marucelli

c030Lago dell’Accesa

Quel che racconto è accaduto molti anni fa, presso le rive del piccolo Lago dell’Accesa, presso Gavorrano, in quella zona che segna il confine tra le Colline Metallifere e la Maremma Toscana.

Questo laghetto, oggi sito archeologico e area naturalistica, ha una storia geologica particolare. La sua formazione deriva probabilmente da uno sprofondamento del terreno (origine tettonica). Sul fondo, è situata una sorgente che provvede ad alimentarlo di nuove acque. Vi è anche un emissario, che forma il fiume Bruna. Circondato da canneti e arbusti, il Lago dell’Accesa è molto profondo, dai 40 ai 70 metri. I suoi dintorni furono frequentati già dagli Etruschi, che vi costruirono un vero e proprio villaggio metallurgico, per la lavorazione del ferro, ma anche dell’oro e dell’argento. Si sono ritrovate non solo alcune tombe, ma anche le fondamenta delle case degli operai e molti manufatti.

Proprio in uno degli spiazzi liberati dalla vegetazione grazie al lavoro degli archeologi, si svolse la scena che vi voglio narrare.

Stavo appunto visitando quanto del villaggio minerario era stato fino ad allora portato alla luce. Era una giornata assolata e tranquilla, probabilmente di Settembre; non vi erano altri turisti e l’unico suono era costituito dal canto degli uccelli tra i canneti. A un tratto, con la coda dell’occhio percepii un guizzare verde smeraldo tra i cespugli, seguito da un lampo marrone: due corpi di piccole dimensioni andarono a fermarsi proprio nel centro di un quadrato di terreno sgombro di piante e di resti archeologici. Una specie di ring, perché i due animaletti si ersero ciascuno sulle rispettive zampe posteriori, tentando di azzannarsi. Dopo un attimo di sbalordimento, capii chi fossero i contendenti: da una parte un rettile, un enorme ramarro, quale non ne avevo mai visti, dall’altra un mammifero, di poco più grande, nel quale riconobbi una donnola. Mi sembrò di entrare nel Libro della Jungla di Kipling, in quelle pagine dove viene raccontato lo scontro terribile tra Rikki-tikki-tavi, la Mangusta, e il Cobra.

Alaska_WeaselDonnola

I due che mi erano di fronte non erano certo da meno dei personaggi dell’opera letteraria: se le davano di santa ragione, la donnola attaccando, il ramarro difendendosi disperatamente non solo con i morsi, ma anche frustando l’aria con la lunga coda. Era evidente che il secondo era il predato, il primo il predatore… ma stavolta il piccolo mustelide aveva trovato pane per i suoi denti. Non credo che il confronto sia durato più di una ventina di secondi, ma il senso del tempo mi aveva letteralmente abbandonato: ero completamente ipnotizzato dallo svolgersi del duello mortale. Infine, sembrò che il ramarro dovesse cedere al maggior peso e ai denti aguzzi della donnola: cadde con la schiena a terra, l’avversario in un attimo gli fu addosso, ma con uno scatto disperato il rettile volò letteralmente di fianco, atterrando sulle quattro zampette e precipitandosi in un cespuglio vicino.

Lacerta_viridisRamarro – Lacerta viridis

La donnola rimase per un millesimo di secondo paralizzata, poi si gettò all’inseguimento. I due scomparvero dalla mia vista. Tutto tornò tranquillo. Non seppi mai quale fosse l’esito della lotta, ma ero, e sono ancor certo, di aver assistito a qualcosa a cui gli esseri umani del nostro civilizzatissimo paese raramente assistono: uno scontro per la vita e per la morte tra due creature appartenenti a famiglie animali totalmente diverse, due esseri che si affrontano per due soli motivi: il cibo e il territorio. Feroci sì, ma senza ideologie filosofiche o religiose dietro cui nascondere il proprio, genuino, istinto di sopravvivenza.

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Incontri, quinta puntata – Lotta mortale sul lago dell’Accesa diGianni Marucelli è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Incontri, quarta puntata – Il bosco degli urogalli, ovvero Madre Coraggio.

Di Gianni Marucelli

800px-ValPejo_MonteViozMonte Vioz, Val di Pejo

Sì, lo so, sono i titoli di due opere di grandi scrittori, la prima di Rigoni Stern, la seconda, famosissima, di Brecht. Eppure servono a descrivere sinteticamente quel che vi racconterò in questo articolo, e quindi me ne avvalgo impunemente, sicuro che gli Autori, nel luogo dove si trovano, mi perdoneranno.

In Val di Pejo (Parco Nazionale dello Stelvio) vi ho già guidato nella seconda puntata; risaliamo ancora questa meravigliosa vallata alpina, dominata dalle vette del Monte Vioz e del Cevedale, fino a circa 1.800 metri di quota, dove le praterie d’altura prendono il posto, gradualmente, dei boschi di larici e di abeti rossi. L’ultimo albero a cedere alle esigenze dell’altitudine è, insieme al pino mugo, il pino cembro, che in genere si rinviene isolato, o a piccoli gruppi. Ma qui, in Val di Pejo, sopravvive (almeno spero, sono passati molti anni) uno splendido, intero bosco di queste conifere.

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Un evento raro, perché la riproduzione di questi alberi avviene non tramite l’azione del vento o degli insetti, ma grazie a un uccello, la Nocciolaia (molto simile alla più nota Ghiandaia) , che ne estrae e raccoglie i gustosissimi pinoli e li seppellisce nel terreno, quali dispense per i tempi duri, che arriveranno con l’inverno. Molti di questi depositi, però, vengono ignorati o dimenticati dalle loro proprietarie, così che i semi nascosti danno origine a nuove pianticelle.

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Insomma, il bosco dove vi sto conducendo è veramente particolare, ricchissimo di suggestione e di animali. I pini cembri sono alberi longevi, ed è probabile che molti di quelli sotto le cui chiome ci addentriamo, percorrendo uno stretto sentiero, siano secolari. Camminiamo in silenzio, ascoltando le voci dei piccoli volatili che qui trovano rifugio e ristoro, e cercando magari di individuarne qualcuno tra i rami. Immaginatevi però di sostare, con la strana sensazione di essere osservati da occhi attenti: li alzate e, proprio sopra di voi, posati sui rami più bassi di un cembro, scoprite tre pulcinotti con le pupille spalancate, che cercano disperatamente di non attirare l’attenzione. Sono ricoperti di piumaggio già formato, e fin qui devono essere svolazzati, perché non vi è traccia di nido: quindi, proprio neonati non sono. Siccome non siete predatori, li osservate con curiosità, stando ben fermi per non allarmarli ulteriormente: sono veramente teneri, così spaventati. Di dimensioni, sono un po’ più grandi dei pulcini di gallina… Cosa possono essere? E dove è la loro madre? Le domande ottengono subito una risposta: un frusciar di frasche, uno starnazzare sulla sinistra del sentiero, qualcosa di simile a una fagiana, ma un po’ più grande, che trascina penosamente un’ala semidistesa. “Oh, ma è ferita!” .

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Per fortuna, all’esclamazione soffocata risponde prontamente l’amico Guardiaparco, che anche stavolta è con noi. “No! Sta benissimo!”, sussurra, “Fa solo finta di esserlo, per attirarci e distogliere la nostra attenzione dai piccoli! E’ la tecnica dell’ ala spezzata, come la chiamano gli etologi… Se non avete ancora riconosciuto l’animale, si tratta di una femmina di Gallo cedrone, o Urogallo. E lo spettacolo al quale stiamo assistendo è abbastanza raro…”. In silenzio, fingendo indifferenza, ci allontaniamo da questa Madre Coraggio, che non può sapere che noi non costituiamo una minaccia, e mette a repentaglio la sua vita per salvare i suoi pulcini. “E il maschio?”, chiediamo poco dopo. “Ma, il maschio di Gallo cedrone è imponente e bellissimo, però non s’interessa della famiglia. I suoi doveri domestici si limitano alla riproduzione…”. “Come per molti maschietti della nostra specie…”, concludo. Il vento freddo che soffia dai ghiacciai ci ricorda che tra non molto verrà l’autunno. Spero che i piccoli riescano a sopravvivere e a divenire grandi e forti. La loro mamma se lo merita, davvero.

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© copyright Gianni Marucelli 2014

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Tetrao urogallus Richard Bartz” di Richard Bartz, Munich aka Makro FreakOpera propria. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

Cock of the Wood“. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons. “Auerhahn mg-k“. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Capercaillie Lomvi 2004“. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons. “ValPejo MonteVioz” di Original uploader was Giuliano Bernardi at it.wikipedia – Transferred from it.wikipedia; Transfer was stated to be made by User:Herzi Pinki.. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons –

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