UN FEROCE ATTACCO ALLA BIODIVERSITÀ

Di Gianni Marucelli

Un feroce attacco alla biodiversità…

Così la LIPU e l’ENPA definiscono l’attuale tentativo, in atto nella Commissione parlamentare ambiente, di “assassinare” quel miracoloso complesso di Parchi e Aree naturali che, con fatica, il nostro Paese ha messo in piedi negli ultimi quarant’anni. Il “vulnus” è ancora rappresentato dalla questione “caccia”, che si vuole introdurre ovunque (è di oggi la notizia che in Trentino Alto Adige

si starebbe per liberalizzare del tutto l’attività venatoria). Lo apprendiamo dalla rivista on line “Italiambiente”, quasi identica nel nome alla nostra, e comunque vicina nell’approccio alle problematiche ambientali. Riportiamo perciò un ampio stralcio dell’intervento della collega Elena Livia Pennacchioni, complimentandoci con lei per la puntuale informazione: (da www.italiambiente.it).

«Mentre l’attenzione del Paese è rivolta all’aula del Senato, al tema delle Unioni Civili, in Commissione Ambiente del Senato si consuma un gravissimo atto di guerra contro il sistema dei Parchi e delle Aree Protette, attraverso l’introduzione di un vero e proprio regime di caccia contro tutte le specie e per tutto l’anno”. Lo dichiarano l’Ente Nazionale Protezione Animali e la Lipu-BirdLife Italia in merito alle votazioni al Senato del testo unico di riforma della legge 394/91 sulle aree protette.

Smeriglio

In quella che può diventare una giornata nera per la protezione della natura in Italia, sono stati respinti in Commissione Ambiente quegli emendamenti all’articolo 10 della legge di riforma delle aree protette, che stravolge la legge sui Parchi, nata con una vera conquista di civiltà per il nostro Paese. Il testo scritto dalla 13esima Commissione Ambiente e Territorio, e in particolare dal relatore, Massimo Caleo, apre i parchi alla mercé della caccia, travestita da “controllo faunistico”. Si potrà abbattere o catturare fauna selvatica tutto l’anno, in ogni periodo e di ogni specie, con danni gravissimi alla biodiversità, all’ambiente e alla sicurezza dei cittadini che frequentano i parchi per goderne le bellezze.
“Un attacco feroce alla biodiversità, che mai in tanti anni avevamo visto, neppure nei peggiori momenti di caccia selvaggia – proseguono Enpa e Lipu – Il Governo intervenga e fermi questo potenziale disastro, che azzera la sostanza della protezione ambientale d’Italia e consegna le migliori aree naturali italiane alle doppiette. E non è l’unica cosa pessima di questa riforma e tuttavia è un fatto gravissimo e di estrema emergenza, per il quale chiameremo a raccolta e alla massima mobilitazione i nostri associati, tutte le associazioni, tutti i cittadini italiani che plebiscitariamente si sono pronunciati in difesa dei Parchi, contro un vero atto di guerra alla natura, su cui il Governo non può tacere».

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LEGGE REMASCHI IN TOSCANA, UNA INUTILE STRAGE: ECCO IL LINK PER OPPORSI

Di Gianni Marucelli

Nei giorni scorsi, vi abbiamo informato sulla Legge Remaschi, in discussione al Consiglio regionale toscano, che prevederebbe, sulla base di dati non certi e non riflettendo sulle conseguenze, di aprire per tutto l’anno – e per tre anni – la caccia agli ungulati (caprioli, cinghiali, daini, cervi ecc.) anche nei Parchi naturali. Obiettivo: massacrare centinaia di migliaia di animali, far felici i cacciatori, guadagnare soldi con l’aperura di macelli appositi (il primo è già stato inaugurato a San Miniato – Pisa) in cui preparare per la vendita la carne degli animali uccisi.

Vi sono mille e uno motivi per dire no: vi esponiamo solo quest’ultimo (per gli altri vi rimandiamo all’articolo già pubblicato e all’editoriale del numero dell’1 Febbraio di questa rivista): calcolando che una cartuccia – o un proiettile – per la caccia al cinghiale pesa circa 30 grammi, e che per abbattere uno di questi selvatici di grossa taglia se ne utilizzeranno in media 8 – 10, quanto piombo andrà a inquinare boschi e campagne? Per 300.000 capi abbattuti ogni anno (che è l’obiettivo prefissato), è facile fare il conto: 90.000 kg., ossia 90 tonnellate…

Se vi sembran poche…

Ecco il link per firmare l’Appello lanciato da Change.org:

https://www.change.org/p/urgente-diciamo-no-alla-strage-di-cinghiali-e-caprioli-in-toscana?recruiter=45233883&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink

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La carica degli orsetti 2

Di Gianni Marucelli

img-parcoabruzzo-2Qualche mese fa, titolammo così un articolo che si riferiva alle buone notizie provenienti dal Trentino, dove erano stati osservati diversi cuccioli d’orso bruno alpino. Ora, notizie simili provengono dal Parco Nazionale d’Abruzzo (comprendente anche zone del Lazio e del Molise), in cui nel 2015 è stata segnalata la presenza di almeno 6 orsetti, di cui uno nato in cattività.

Si tratta, naturalmente, di orsi marsicani, sottospecie di Orso bruno storicamente insediata nell’Italia peninsulare, dove è sopravvissuta grazie alla protezione garantita dall’istituzione, nel 1921, di questa grande zona di rispetto.

Ora, il numero di 6 nuovi cuccioli può apparire basso, ma bisogna considerare che gli orsi marsicani sono pochi, non più di un centinaio, e che le femmine partoriscono uno, a volte due, piccoli ogni due anni. Il periodo di gestazione è di molti mesi e si prolunga nel tempo del letargo, che finisce quando comincia la primavera. Al parto, gli orsetti sono davvero minuscoli: pesano meno di quattro etti e non misurano più di una ventina di centimetri. La loro sopravvivenza è legata a diversi e mutevoli fattori, anche se essi rimangono al sicuro nella tana durante il periodo dell’allattamento, che si protrae per un paio di mesi. Poi, comincia il lungo periodo (un anno e mezzo) dell’apprendistato alla vita: i piccoli non si discostano mai molto dalla madre, da cui imparano la ricerca del cibo e a difendersi dalle insidie dell’ambiente, in primis dall’incontro con un temibile bipede chiamato Uomo.

03parco_nazionale_abruzzoPurtroppo, non è del tutto finita la persecuzione degli orsi da parte dei bracconieri, cui si affianca il rischio delle collisioni con veicoli a motore. Viceversa, l’uomo non ha nulla da temere dall’orso, che reagirebbe soltanto se gli doveste capitare addosso, oppure per proteggere la propria prole.

Questo plantigrado è onnivoro, ma si nutre in prevalenza di vegetali e d’insetti, talvolta di anfibi, roditori o anche di carogne. I nostri orsi, in genere, non hanno la fortuna di quelli dell’Alaska o del Canada, che dispongono anche di grandi fiumi e quindi di abbondanti risorse ittiche: le immagini di orsi “pescatori”, che arpionano con grande abilità trote e salmoni, non appartengono alla nostra realtà.

Ma torniamo alla notizia d’apertura: il censimento delle nuove cucciolate è stato possibile grazie all’impegno dell’Unione Zoologica italiana, che ha stipulato una convenzione con il Parco, e alla metodologia messa a punto dall’Università “La Sapienza” di Roma. Sono stati impiegati, via via, più di 150 operatori, che hanno utilizzato, oltre all’osservazione diretta, le videotrappole.

E’ stato possibile, in conclusione, determinare il numero di nuovi orsetti nell’arco di otto anni (2006/2014): circa una settantina, un numero che fa ben sperare per il futuro della specie.

 

 

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Emergenza cinghiali: servono gli abbattimenti?

Di Piero Belletti

(Articolo apparso su Natura & Società, n° 4, dicembre 2015, per gentile concessione della Federazione Nazionale Pro Natura)

Mentre il tribunale Permanente dei Popoli condannava a Torino gli Stati e le Regioni per le procedure adottate nella realizzazione delle grandi opere, ad Asti si è tenuto un altro “processo”, che ha visto sul banco degli imputati (ovviamente solo in senso metaforico) il cinghiale.

Nella città del Palio, infatti, si è tenuto il convegno “Emergenza cinghiali: modalità di intervento – Il fallimento degli abbattimenti e le strategie alternative”, organizzato dalla LAC Piemonte con il supporto di Pro Natura e della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI.
Il Convegno ha visto la partecipazione di un folto pubblico ed ha consentito di fare un po’ di chiarezza su un problema che è senza alcun dubbio reale, ma spesso ingigantito e distorto in molti dei suoi aspetti più critici.
Il cinghiale è una specie molto adattabile, che è riuscita a trarre vantaggio dalle modificazioni che l’uomo ha arrecato all’ambiente. Il loro numero è andato progressivamente aumentando, così come la superficie di territorio da essi occupato. A titolo di esempio, ricordiamo come a metà del secolo scorso il cinghiale era assente in Piemonte, dove ha fatto le sue prime timide comparse meno di cinquant’anni orsono.

Cinghiale in una pozza fangosa - Richard Bartz, Munich Makro Freak Opera propria Wikipedia CC BY 2,5

Cinghiale in una pozza fangosa – Richard Bartz, Munich Makro Freak Opera propria Wikipedia CC BY 2,5

Il ritorno del cinghiale non è tuttavia stato solo un evento naturale: al contrario, le introduzioni a fini venatori, legali o meno, hanno ingigantito il problema.
 Oggi la presenza del cinghiale crea indubbi problemi: soprattutto al settore agricolo, ma non solo. A volte anche la stessa integrità ambientale viene messa a rischio, a seguito della alterazione degli equilibri faunistici. Infine, non è nemmeno da trascurare l’incidenza degli incidenti stradali che spesso sono causati proprio da questi ungulati. Tuttavia, come ha sottolineato Roberto Piana della LAC nel suo intervento introduttivo, la maggior parte degli incidenti si verifica nella stagione autunnale, in concomitanza con l’apertura della stagione venatoria, la quale disgrega i branchi e aumenta in modo sostanziale lo spostamento degli animali. La stessa pericolosità del cinghiale è spesso sopravvalutata: è vero che si registrano alcuni casi di aggressione ad esseri umani (anche se sempre indotti da comportamenti umani incauti e motivati dalla necessità di difendere sé stessi o i piccoli), tuttavia è altrettanto vero che gli incidenti causati da bovini sono molto più numerosi. Eppure nessuno si sogna di colpevolizzare le mucche… Piana ha concluso ricordando come la vera causa scatenante l’esplosione del cinghiale sia stata la volontà dei cacciatori di introdurre qualche preda in grado di rimpolpare i loro carnieri. Appare pertanto del tutto illogico affidare proprio a loro il compito di risolvere un problema dal quale sono gli unici a trarre cospicui vantaggi. Che gli abbattimenti non siano in grado di risolvere il problema del sovrappopolamento di cinghiali lo conferma anche il fatto che, nonostante essi aumentino in misura esponenziale anno dopo anno, i danni alle attività agricole non accennano a diminuire, anzi… Le risposte degli Enti Pubblici preposte alla gestione del territorio e delle sue risorse sono state limitate e spesso dettate più dalla necessità di “dare un segnale” che non dall’effettiva volontà di risolvere il problema, o quanto meno riportarlo entro limiti accettabili. Denominatore comune di tali interventi è stata la scelta di ricorrere quasi solo ad abbattimenti. Tuttavia, come detto, l’esperienza ci insegna che tali interventi sono risultati quasi sempre inutili, se non addirittura controproducenti. I danni arrecati dai cinghiali non sono diminuiti, ma anzi spesso tendono a crescere proprio laddove si fa maggiore ricorso agli abbattimenti.

Cinghiali nei pressi di una zona urbana - Filip Dabrowski CC BY-SA 3.0

Cinghiali nei pressi di una zona urbana – Filip Dabrowski CC BY-SA 3.0

Chiamato indirettamente in causa, l’Assessore Regionale alla Caccia Giorgio Ferrero ha cercato di giustificare l’operato dell’Ente Pubblico, che si dibatte tra enormi difficoltà economiche e non dispone delle risorse necessarie per rendere più incisiva la propria azione. La priorità della Regione, tuttavia, rimane la tutela delle produzioni agricole.

Carlo Consiglio (già docente di Zoologia all’Università di Roma) ha ricordato come i cinghiali che hanno colonizzato il nord Italia non appartengano alla sottospecie maremmana (autoctona del nostro Paese), ma derivino da incroci con la sottospecie centro- europea, più grossa e prolifica; molto probabili anche i casi di incroci con il maiale domestico, che accrescono ulteriormente la fertilità degli animali. L’attività venatoria, inoltre, disgregando i gruppi, annullando la sincronizzazione dell’estro delle femmine e anticipando la maturità sessuale di queste ultime, altro non fa che favorire ulteriormente la riproduzione degli animali.

L’aspetto economico della caccia al cinghiale è stato affrontato da Piero Belletti (Pro Natura), che ha presentato i risultati di uno studio sui costi e i ricavi della caccia in Provincia di Alessandria (per ulteriori dettagli si veda il numero di giugno 2015 di “Natura e Società”). Le conclusioni dell’analisi sono che i cacciatori pagano, per poter esercitare la pratica venatoria, meno del valore della carne che si portano a casa: di conseguenza, tutti i costi relativi alla caccia, tra cui in particolare gli indennizzi per i danni all’agricoltura e quelli per incidenti stradali, risultano a carico della collettività.

David Bianco, responsabile dell’Area Biodiversità dell’Ente di Gestione per i Parchi e la Biodiversità dell’Emilia Orientale, ha presentato una concreta esperienza di controllo del numero dei cinghiali, che prevede il ricorso ai cacciatori solo come ultima possibilità. Nel Parco dei Gessi Bolognesi è infatti prevista una massiccia attività di prevenzione dei danni, ad esempio mediante la posa di recinzioni metalliche ed elettrificate, e l’impiego di altri metodi ecologici (quali l’allontanamento incruento). Solo in caso di comprovata inefficacia di tali tecniche
l’Ente procede all’abbattimento degli animali, cercando di sostituirsi alla selezione naturale. Gli interventi si rivolgono quindi soprattutto agli animali entro l’anno di età, allo scopo di ottenere popolazioni più stabili e mature, ed utilizzano principalmente gabbie di cattura. Le catture e gli abbattimenti avvengono presso le aziende agricole o nelle loro immediate vicinanze, privilegiando le aree fortemente danneggiate. Una parte degli esemplari abbattuti resta nella disponibilità dell’Ente, che li cede a ditte specializzate ricavandone risorse economiche vincolate all’attuazione del Piano stesso, in particolare all’acquisto dei materiali di prevenzione. Sull’efficacia delle reti, elettrificate o meno, per ridurre i danni dei cinghiali sulle colture agricole si è soffermato Andrea Marsan, del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova. Lo studioso ha presentato numerosi casi risolti positivamente ed ha concluso sottolineando l’efficacia della misura di prevenzione e osservando come, nei casi di insuccesso, la responsabilità sia quasi sempre dovuta ad errori di installazione.

Scrofa con cuccioli - Dave Pape Opera propria Wikipedia Pubblico dominio

Scrofa con cuccioli – Dave Pape Opera propria Wikipedia Pubblico dominio

Giovanni Scaglione, imprenditore agricolo, ha ricordato che i cacciatori causano molti più danni della fauna selvatica, anche grazie alla possibilità loro concessa dalla legge di entrare nei fondi altrui senza il consenso del proprietario. Non solo, la caccia scoraggia il turismo, che invece dovrebbe rappresentare una risorsa di grande importanza per garantire la sopravvivenza delle aziende agricole.

Le conclusioni del convegno, quindi, si possono riassumere nella complessità della situazione, cui probabilmente non è possibile fornire un’unica risposta. Certamente, appare quanto meno illusorio sperare che chi ha creato il problema, e ne trae tuttora consistenti vantaggi, operi seriamente per la sua soluzione.

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Trentino – La carica degli orsetti

Di Gianni Marucelli

Tra tante notizie preoccupanti che provengono dal fronte ambientale, una buona, anzi ottima, fa bene al cuore. E’ stato comunicato dalle autorità competenti che non solo i due cuccioli dell’orsa Daniza (ricorderete certo la sua cattura e conseguente decesso) sono sopravvissuti all’inverno, nonostante la mancanza della madre, ma che i cuccioli nati durante i mesi più freddi, e che quindi ora hanno circa quattro mesi, sono in numero di 13-14. Un successone, probabilmente propiziato dalle temperature che non sono state mai troppo rigide. Concentrati quasi tutti nel Parco Adamello-Brenta, in Trentino, adesso i piccoli stanno cominciando, guidati dalle loro mamme, la fase di apprendistato alla vita libera. Hanno a disposizione almeno cinque mesi, prima di tornare in letargo,

per imparare a discernere le bacche e le piante commestibili (gli orsi sono prevalentemente vegetariani) e a evitare i rischi che l’esistenza in natura comporta, il primo dei quali si chiama “uomo”.

Se è estremamente difficile osservare un orso, è proprio perché l’stinto e l’addestramento avuto dai genitori lo portano a frequentare il meno possibile le zone battute dai turisti (escursionisti, cercatori di funghi ecc.). Gli orsetti rimangono con la madre per due-tre anni, fino a quando, se la fortuna lo consente, divengono adulti e se ne allontanano. In questo lungo periodo, trascorso in parte “in sonno” nelle tane, le mamme sono estremamente protettive nei loro confronti. Il consiglio è quindi il seguente: se vi capita l’insperato caso di avvistare un’orsa coi suoi cuccioli, non cercate di dar loro cibo e tenetevene ben distanti… se fosse a meno di cinquanta metri, un limite di sicurezza che è bene non superare, arretrate lentamente, senza dar sfogo a una eccessiva curiosità o, al contrario, senza cedere alla paura. È certo che un orso non attacca mai l’uomo, ma comunque una madre in apprensione potrebbe mostrare comportamenti aggressivi. È quello che è accaduto alla povera Daniza, che poi ha pagato con la vita il fatto di aver messo in fuga un cercatore di funghi, tanto curioso quanto stupido, per proteggere i propri piccoli.

Benvenuti, quindi, ai nuovi orsetti, che li attenda una lunga vita felice nei boschi e nei prati del Trentino!

 

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Passeri addio?

Di Gianni Marucelli

Come riportava martedì scorso “La Repubblica”, in un ampio servizio, preoccupa, e molto, gli ambientalisti e gli ornitologi, il rarefarsi di molte specie di passeriformi italiani, constatato in questi ultimi anni. In prima linea, il comune passero (Passer Italiae), che, come facile del resto osservare, non forma più stormi di numerosi individui. Anche altri uccelletti simili sono in via di rapida diminuzione: fringuelli, luì, verdoni, cince allietano sempre meno, coi loro cinguettii, campagne e periferie cittadine. Se a ciò si aggiunge, come abbiamo detto su queste pagine alcuni mesi fa, che il numero delle rondini (e affini: balestrucci, topini, rondini alpine ecc.) è in costante diminuzione da alcuni decenni, è evidente che il fenomeno costituisce un pessimo segnale relativo alla salubrità dell’ambiente.

In realtà, le cause certe di questo declino di parte dell’avifauna nostrale non sono state ancora acclarate; per gli uccelli insettivori, è probabile che essi stiano letteralmente morendo di fame, dato che anche gli insetti sono in rapida diminuzione; come anche, per la loro riproduzione, sembrerebbe essere influente il fatto che molti pesticidi nicotinoidi (derivati cioè dalla nicotina) sono tuttora in uso, in grandi quantità, in agricoltura. Alcuni esperti evidenziano inoltre il fatto che alcune specie predatrici delle uova e dei piccoli, sia delle rondini che dei passeracei, sono in costante aumento, basti pensare alle gazze, ma soprattutto alle cornacchie grigie, le quali, un tempo confinate molto a nord, hanno iniziato a colonizzare le altre zone italiane fin dagli anni ’70 del secolo scorso, occupando le nicchie ecologiche di altri uccelli meno adattabili.

Che cosa possiamo fare? Ben poco, purtroppo, se non fornire durante il periodo freddo calorie aggiuntive a questi piccoli volatili, lasciando briciole e altro cibo in abbondanza sui balconi e nei giardini, o ponendo in opera nidi artificiale, facilmente reperibili, che però sono utilizzati soprattutto da alcune specie di uccelli, come le cince.

La scomparsa di questi piccoli amici è, in fondo, un altro grido della Terra ferita… un grido che solo da poco abbiamo imparato ad ascoltare.

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I pesci siluro sono un pericolo?

Di Alberto Pestelli

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Durante la mia recente vacanza a Torri del Benaco sul lago di Garda, mi è capitato di ascoltare una conversazione in un ristorante di Bardolino tra il gestore del locale e un cliente. Costui chiedeva se era permesso dar da mangiare all’abbondante popolazione di volatili del lago: germani reali, cigni, folaghe, svassi e gabbiani e tanti altri.

Il gestore del ristorante ha consigliato di evitare di gettare pezzetti di pane, grissini o altri alimenti appetibili per questi volatili. Ci sono multe abbastanza pesanti per chi viene sorpreso. Tuttavia ho notato personalmente che, nonostante ci siano divieti, nessuno li fa rispettare. Più volte ho visto gettare molliche e pezzettini di pane ai volatili del porticciolo di Torri del Benaco, di Malcesine, di Lazise e Bardolino proprio davanti agli agenti della Polizia Municipale…

Ma andiamo diritti verso il vero problema, come riportato nel titolo dell’articolo.

Il simpatico ristoratore ha aggiunto che tutti questi volatili sono potenziali prede di un pesce voracissimo che è stato importato dai paesi dell’est europeo e dall’Asia: il famigerato pesce siluro (Silurus glanis). A questo punto sono intervenuto nella discussione ed ho chiesto spiegazioni. Mi ha raccontato che nel settembre del 2007 è stato avvistato nella zona di Gargnano – costa bresciana del Garda – un esemplare a 25 metri di profondità lungo poco più di cinque metri (la notizia è stata riportata dal giornale Brescia Oggi).

Come potete vedere dalle fotografie, questo “mostro” ha un corpo allungato, è privo di squame e del muco (abbondante) ricopre la sua pelle. La testa è enorme e appiattita, due paia di barbigli, bocca grande e mascella tremenda.

Il Silurus glanis non è una specie nostrana. I luoghi di origine sono l’Europa dell’est e l’Asia. Sicuramente è stato portato nei fiumi e laghi occidentali da qualche gruppo di pescatori sportivi (nostra ipotesi non avallata da dati certi) inconsapevoli dei danni ambientali che è capace di scatenare questo pesce. Già dal 1952 (e forse anche prima) fu avvistato e pescato nel lago di Morat in Svizzera (l’esemplare è esposto a Locarno nel locale museo di zoologia).

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È un pesce di fondo dove rimane immobile nel fango per lungo tempo. Quando sente i morsi della fame, diventa un terribile predatore: divora tutto quello che trova. Oltre agli invertebrati, pesci, anguille, i siluro più grossi arrivano a cibarsi addirittura di piccoli mammiferi e uccelli selvatici.

Naturalmente non potevano mancare leggende su questo mostro, tutte centrate sulla pericolosità per l’uomo. Ebbene, sono solo favole. I siluro non hanno mai aggredito l’uomo.

Diverse iniziative sono nate per cercare di fermare la diffusione della “piaga dei fiumi e laghi nostrani”. Lungo il Po (in provincia di Rovigo) è stata istituita una taglia: 25 centesimi per chilo di pesce siluro. Vengono catturati con reti o elettrostorditori anche nei canali di bonifica quando il livello dell’acqua è basso. Nel ferrarese c’è una collaborazione tra la facoltà di Biologia dell’Ateneo di Ferrara e gruppi di pesca sportiva: i siluro sono gli unici pesci che non vengono ributtati in acqua!

La presenza pesce siluro si è sparsa un po’ ovunque nel territorio italiano. Non solo lago di Garda, Po, Ticino e fiumi del nord, ma sono stati catturati esemplari anche in Arno, nel Tevere e pare anche nel fiume Pescara in Abruzzo.

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Personalmente non ho niente contro la pesca sportiva, dato che i praticanti ributtano in acqua il pescato. Tuttavia, con tutta certezza, è responsabilità loro se negli anni ’70 (e forse anche prima), questo pesce è stato introdotto prima nei laghetti di pesca sportiva e poi liberato nei nostri fiumi e laghi. Due volte colpevoli perché, sicuramente, i gestori dei laghi di pesca sportiva si sono subito resi conto dei grandi danni che i siluro portavano alle altre specie ittiche.

Adesso non ci resta che sperare di limitare l’aumento della loro popolazione perché sarà molto difficile liberarci completamente di loro.

 

© copyright Alberto Pestelli 2014

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Fonti fotografica:

http://www.latelanera.com/misteriefolclore/misteriefolclore.asp?id=76

 

Silurus glanis 02” di Dieter Florian (To contact the author, ask the uploader or take a look at tauchshop-florian.de.) – Bildspende von Dieter Florian. Con licenza CC-BY-SA-3.0-de tramite Wikimedia Commons.

 

Silure dans un filet” di EpopOpera propria. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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LA VICENDA DELL’ORSA DANIZA: FEDERAZIONE NAZIONALE PRO NATURA CONTRO LA CATTURA

Di Gianni Marucelli

Sulla vicenda dell’orsa Daniza, “condannata” alla cattura e alla detenzione da parte delle autorità trentine, perché rea di aver reagito alla curiosità di un cercatore di funghi che, incautamente, si era troppo avvicinato ai suoi cuccioli, pubblichiamo una lettera della Federazione Nazionale Pro Natura, che interviene come di consueto con razionalità e precisione sull’argomento.

La Direzione di questa rivista esprime la propria adesione alla posizione espressa in questo documento.

Scaricate gratuitamente il documento riportato sotto il presente articolo.

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Incontri, terza puntata – La danza nuziale delle albanelle

Di Gianni Marucelli

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Era una limpida giornata di Giugno, tanti anni fa. La strada che, dalle pendici occidentali del Monte Amiata, si snoda tortuosa verso le basse colline della Maremma toscana, era in quel tratto fiancheggiata da alberi di ciliegio, i cui frutti già maturi invitavano chi la percorreva a sostare ogni tanto per un assaggio completamente gratuito. Fu così che mi fermai anch’io e, come il Caso volle, dopo due manciate di ciliege alzai il capo a contemplare la gariga e i campi di grano quasi maturo.

Nel mio campo visivo, contro il cielo azzurro, vidi sfrecciare due, poi tre, presenze alate, di un candore poco consueto. Oggi avrei pensato a dei gabbiani reali, ma allora, così lontano dal mare, erano assai poco diffusi. Per fortuna, il mio nascente interesse per l’ornitologia m’induceva a tenere sempre, nel cruscotto, un binocolo, piccolo ma potente. Ebbi così modo di esaminare con agio quegli strani volatili, che ora volteggiavano in aria quasi fossero i piloti di una pattuglia acrobatica.

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Notai subito che il corpo era affusolato, la coda lunga e stretta, le ali chiare terminavano in un piumaggio molto più scuro, quasi nero. Era la prima volta che le vedevo “dal vero”, ma non potevano esserci dubbi: erano Albanelle!

L’Albanella minore (Circus pygargus) è un rapace diurno che fa parte della stessa famiglia del falco di palude; abbastanza comune nell’Europa orientale e centrale, oltre che sulla penisola iberica, non è molto presente in Italia se non nelle zone che offrono il suo habitat preferito: praterie, brughiere, ampi campi coltivati. Si ciba in prevalenza d’insetti, piccoli roditori, rettili, uccelli di modeste dimensioni che preda quando sono posati al suolo. Ha le zampe più lunghe degli altri rapaci, il che le consente, volando molto bassa, di ghermire a terra le sue prede senza atterrare. Come si è visto, ha un piumaggio chiaro, ed anche questo facilita la sua tecnica di caccia: infatti, dal basso non è molto distinguibile sullo sfondo del cielo. Non è molto grande, comunque la sua apertura alare supera il metro.

Detto questo, però, non si spiegava lo strano comportamento che stavo vedendo: sembrava di assistere a un vero e proprio combattimento aereo, dove due dei protagonisti s’inseguivano, entravano a contatto con gli artigli, riprendevano la picchiata, mentre il terzo se ne stava a qualche distanza, come un arbitro dell’incontro. Che non durò poco: in effetti, ebbi il tempo di osservare con tutto comodo e di riprendere il viaggio, lasciando le albanelle alle loro evoluzioni. La spiegazione la trovai poi nei miei libri: avevo assistito a una vera e propria “danza nuziale” in cui il maschio e la femmina (di solito un po’ più scura) compiono questo rituale sorvolando il territorio dove hanno deciso di costruire il nido. E la terza albanella? Nessuno ha saputo spiegarmene l’atteggiamento. Penso si trattasse di un altro pretendente rimasto, purtroppo per lui, “a becco asciutto”.

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In quanto al nido, che accoglierà in media quattro o cinque uova, è situato al suolo ed è costituito da una semplice piattaforma di erba e stecchi secchi, circondata da una sorta di piccola “area di atterraggio” accuratamente calpestata. Dato che le zone di nidificazione tradizionali sono ormai da tempo divenute coltivazioni, le albanelle si trovano a dover metter su “casa” nei campi di cereali, proprio nel periodo dell’anno in cui questi stanno per venire falciati: nei paesi di progredita sensibilità ecologica, quando si individuano i nidi, i coltivatori lasciano intatta un’area di rispetto tutto intorno, in modo che i pulcini possano crescere e imparare a volare senza correre rischi. Purtroppo questo non sempre accade, con le conseguenze che tutti possono immaginare.

 

© copyright Gianni Marucelli 2014

 

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Fonti fotografiche:

Flickr – don macauley – Bird 015” di Donald MacauleyFlickr: IMG_9250. Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.

Male monty01” di Paul Adlam – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

FemaleMonty01” di Raoulduke47Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

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Foto dal Garda

Di Alberto Pestelli

Un’immagine di un germano in fase di “ammaraggio” catturata con la mia vecchia Nikon D3000 – Teleob. 70-300 Sigma.

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