Nuove dal Fronte della sclerosi Multipla

Di Alberto Pestelli

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Mentre ero a “zonzo” per il web alla ricerca di novità in campo medico-scientifico, mi sono imbattuto in una notizia riportata sul sito dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Si tratta di uno studio molto interessante condotto dalla dottoressa Franca Tecchio (che lavora presso l’Unità Sclerosi Multipla dell’Ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina) che è stato finanziato dall’AISM stessa in collaborazione con la FISM (Fondazione Italiana Sclerosi Multipla). I risultati della ricerca sono stati pubblicati qualche tempo fa sulla famosa rivista medico-scientifica Journal of Neurology.

Di che cosa si tratta? Ebbene… sappiamo che la sclerosi multipla causa una grave stanchezza cronica. Come tutti sappiamo essa è considerata dai medici “una percezione personale di insufficiente energia fisica e mentale” che provoca uno scarso rendimento sulle attività quotidiane della persona come il lavoro che racchiude anche fattori fisici, cognitivi e il relazionarsi con gli altri. Per questo effetto non ci sono al momento delle terapie dotate di una certa efficacia. I ricercatori hanno sviluppato, quindi, un nuovo trattamento che non prevede l’utilizzo di farmaci che, attualmente, non sono in grado di contrastare la fatica. Per questo scopo, fino ad oggi, viene fatto seguire al/alla paziente un protocollo comprendente una dieta sana, l’esercizio fisico e, come li definisce il documento presentato dall’AISM, “strategie chiamate di efficienza energetica.”

Con l’aumentare della sensazione di fatica le alterazioni a danno della funzionalità di alcuni “distretti” cerebrali s’intensificano. Di conseguenza assistiamo al peggioramento dei movimenti.

La squadra della dottoressa Tecchia ha quindi sviluppato un “intervento” per compensare queste alterazioni.

Esistono già delle procedure di neuro-modulazione con lo scopo di bilanciare selettivamente le aree del cervello. Quando si prova molta fatica, le zone che controllano i movimenti subiscono una massiccia eccitazione mentre le aree “somatosensoriali” si assopiscono. Quest’ultime aree sono, tanto per essere chiari, le zone dove giungono le informazioni tatto-percettive del nostro corpo. Quindi le comunicazioni tra i due distretti cerebrali risultano alterate.

Vediamo su cosa si basa questo studio. Gli studiosi hanno applicato un elettrodo su ciascun soggetto in esame – lo studio è stato condotto in doppio cieco su dieci persone con sclerosi multipla – che ha stimolato transcranicamente con corrente continua le aree somatosensoriali dell’intero corpo senza aumentare l’eccitabilità delle zone preposte al controllo del movimento.

[Un esperimento in cieco o in doppio cieco è in termini figurativi un modo per definire un esperimento scientifico dove viene impedito ad alcune delle persone coinvolte di conoscere informazioni che potrebbero portare a pregiudizi consci o inconsci, così da invalidarne i risultati. Il doppio cieco (triplo, eccetera) si può prospettare quando vi siano coinvolti, oltre agli sperimentatori, altri soggetti coscienti, tipicamente esseri umani. Nota da Wikipedia]

I risultati ottenuti sono stati molto incoraggianti. Il trattamento ha ridotto la fatica di almeno il 25-26% rispetto alle persone con sclerosi multipla di lieve entità che sono state sottoposte al trattamento placebo.

La ricerca scientifica, anche se lentamente, sta ottenendo delle piccole ma importanti soddisfazioni. Essere riusciti ad alleviare i dolori della fatica di una percentuale a due numeri è un ulteriore passo per garantire ai pazienti affetti da sclerosi multipla uno stile di vita migliore rispetto al passato. Vorremmo vedere, anche se piccoli, ulteriori passi per sconfiggere in modo definitivo questa lenta e inesorabile malattia.

Alberto Pestelli 2014

Fonte della notizia: www.aism.it

Fonte della foto: www.albanesi.it

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Carpe diem…

di Alberto Pestelli

art_1549_1_macchinariodialisicarpediemRecentemente, la nota rivista medica “The Lancet” e un articolo di Chiara Palmerini nel periodico “Focus”, hanno dato notizia di un gruppo di medici dell’Ospedale vicentino San Bortolo capitanato dal dottor Claudio Ronco che hanno inventato e sperimentato un piccolo macchinario in grado di effettuare la dialisi per la depurazione del sangue nei bambini compresi i neonati. La macchina è stata battezzata Cardio-Renal Pediatric Dialysis Emergency Machine meglio nota come Carpediem… cogli l’attimo; cogliere l’attimo per salvare la vita ad un bambino. E questo nuovo sistema è stato creato proprio con questo intento nobile. Carpediem è stata sperimentata su di una neonata nata dopo un parto molto difficile. Aveva avuto un’emorragia e un blocco renale. È stata “collegata” al macchinario per una ventina di giorni fino a quando i reni hanno ricominciato a funzionare. Adesso i suoi organi funzionano bene. Il lavoro di questa equipe è durato ben cinque anni ed è stato portato avanti grazie al finanziamento dell’Associazione Amici del Rene della città di Vicenza. Questo è un trampolino di lancio per sviluppare tecnologie sempre più all’avanguardia per la pediatria. Sicuramente senza questa macchina per “la dialisi miniaturizzata”, la neonata non sarebbe sopravvissuta. Carpe Diem!

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La Fantascienza è già Scienza

Di Luisa Puttini Hall

 star trek

Recentemente notizie sorprendenti mi hanno turbata in modo tanto più profondo in quanto vicine, se non addirittura sovrapponibili, al mondo di fantasia costruito nel mio romanzo “Allergia”, uscito per Mobydick Editore lo scorso ottobre.

La storia ipotizza che l’umanità sia vittima di allergie letali sempre più frequenti e che i superstiti debbano vivere in città supertecnologiche, protette da cupole titaniche di vetro e metallo, senza più avere contatti con la natura di nuovo padrona di se stessa. Si tratta di una vita asettica e virtuale frutto della leggerezza con cui l’uomo ha violato in modo sconsiderato o criminale l’ambiente. Solo alcuni sparuti gruppi di “refrattari” riescono a vivere ancora “fuori” in un rapporto simbiotico e rispettoso con ciò che li circonda, ma non senza il rischio di soccombere per un improvviso choc anafilattico. A loro e ai giovani più consapevoli della città protetta è lasciato il compito della riconciliazione, perché come già diceva alla fine del 1500 il filosofo Francis Bacon “la natura ci ubbidisce nella stessa misura in cui noi le ubbidiamo”

“Finzione? Realtà, Signori, realtà”

cupole

Il 17 marzo scorso leggo su “La Stampa” di un progetto di bioserra che nasce dallo studio Orproject di Londra. Faccio una rapida ricerca in rete e trovo che nell’equipe di ricercatori c’è un Italiano: Francesco Brenta. Lo contatto, ci parliamo in Skype e mi confermo nello stupore per i punti di contatto tra il loro progetto e il mio volo di fantasia o di fantascienza. Francesco mi dice che il co-progettista Rajat Sodhi si trova a Pechino, che, essendo una città fortemente inquinata, ha mostrato grande interesse per la loro proposta. Anche Mosca ha già preso contatti con Orproject. Si tratta di racchiudere una parte della città all’interno di una cupola leggera e flessibile (a differenza della mia) dentro la quale sviluppare un mini ecosistema. É un tipo di architettura estrema per creare un ambiente di aria filtrata e priva di sostanze nocive dove troveranno posto parchi, giardini botanici, spazi gioco, edifici per uffici, servizi sanitari, scuole e impianti sportivi. L’energia è fornita da impianti fotovoltaici.

Nel mio romanzo esprimo la nostalgia degli abitanti della cupola anche attraverso i loro nomi che s’ispirano a fiori, farfalle, stagioni e alberi o nella creazione di giardini artificiali, fatti di materiali sintetici. La struttura delle Bubbles di Orproject si rifà alle venature delle foglie e alle ali delle farfalle. Nell’attesa che l’umanità rinsavisca e le politiche internazionali mirino non solo al profitto, ma a salvaguardare il nostro pianeta, che è quanto di più prezioso abbiamo e del quale siamo parte integrante non certo oppositori o concorrenti.

Altra scossa mi viene dall’articolo “Going to Mars” che leggo sulla rivista “The Week” in Inghilterra: è del 24 agosto 2013.

Lo scienziato, cosmologo Stephen Hawking caldeggia il progetto di colonizzazione di Marte e di altri eventuali corpi del sistema solare come essenziale per la sopravvivenza dell’umanità. Le ragioni addotte sono la proliferazione nucleare, il cambiamento climatico, l’impoverimento delle risorse, l’aumento della popolazione, un eventuale cataclisma o invasione aliena. Una colonia extraterrestre auto sostenibile potrebbe diventare la scialuppa di salvataggio degli esseri umani.

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I problemi da risolvere saranno tanti: dall’atterraggio di almeno tre navicelle da 40 tonnellate (a cui la pressione atmosferica di Marte, pari all’1% di quello della terra, imprimerà una velocità spaventosa), alle alterazioni di densità ossea, all’atrofia muscolare fino alla depressione, insonnia e disturbi respiratori.

I coloni avranno bisogno di una base grande abbastanza da consentire una vita comoda in alloggi dotati di tutti i servizi e una vasta gamma di sistemi di sostentamento. Anche se sarà trovata acqua, un punto cruciale sarà la disponibilità di cibo a lungo termine. Si sta già lavorando per creare cibo di sintesi che riproduca la consistenza, i sapori e gli odori del cibo naturale. E i coloni potranno anche coltivare qualche prodotto in serre pressurizzate, puntando su alimenti geneticamente modificati per compensare le radiazioni e la scarsità di luce del nebbioso cielo rosa di Marte.

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Rabbrividisco pensando ai miei personaggi che si nutrono di cibo prodotto dalle loro stesse cellule e dei pochi vegetali che non provocano allergia; penso al cielo schermato dalle cupole, all’assenza del vento, della pioggia e compiango questi pionieri pronti a partire. C’è chi non vede l’ora di lanciarsi in questa avventura senza ritorno e non capisco perché. Anche se la Nasa è scettica sulla fattibilità del progetto prima di un quarto di secolo, il gruppo privato olandese “Mars One” ha ricevuto 100.000 richieste di partecipazione all’impresa. Si pensa che i prescelti saranno pronti dopo sette anni di preparativi e di simulazioni che verranno riprese secondo il modello del Grande Fratello.

Per trovare sollievo penso ai miei “refrattari” alle loro mani sporche di terra, all’orlo dei pantaloni bagnati dal torrente e soprattutto alla loro semplice e meravigliosa riflessione: “come rinunciare a vedere il mare?”

 © copyright Luisa Puttini Hall

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La vita artificiale è più vicina?

Di Alberto Pestelli

DNA_chemical_structure_it.svgRiprendo una notizia riportata su il quotidiano di Firenze uscito stamattina, La Nazione. Nature, la famosa e prestigiosa rivista scientifica, ha pubblicato recentemente una ricerca condotta negli Stati Uniti alquanto interessante. È stato creato da un gruppo di ricerca dell’Istituto Scripps, un codice genetico con due nuove lettere X e Y. Il primo organismo vivente con questo DNA potenziato è il comunissimo batterio Escherichia Coli. All’interno del suo genoma gli scienziati hanno inserito queste due nuove basi (lettere) accanto a quelle quattro che ben conosciamo: l’adenina (A), la citosina (C), la guanina (G) e la timina (T). Fin qui tutto bene. Ma quali sono i vantaggi e le future applicazioni? Secondo Edoardo Boncinelli dell’Università Vita e Salute di Milano la risposta è semplice… si tratta di un nuovo tipo di vita che in realtà non si sa che cosa ce ne faremo. Anche se si tratta di una scoperta considerevole, è interessante e solo a livello concettuale. Chissà se nel prossimo futuro sarà applicabile e chissà a che cosa!

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Ofelia incontra un beagle

di Massimilla Manetti Ricci

foto 1Quegli occhi dolcissimi, scuri, chiari, azzurri, o addirittura bicolori, ti guardano dal basso verso l’alto molto spesso curiosi, spesso spaventati per un retaggio di maltrattamenti, altre volte sono punti interrogativi che accompagnano le orecchie ritte quando sono in attesa di un gesto e attratti da un rumore. E se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quell’anima chiede rispetto, tenerezza , carezze e un po’ di cibo. Mentre scrivo, Ofelia, il mio labrador, è qui accucciata ai miei piedi, alla ricerca di quel contatto fisico che la tiene incollata alle mie gambe. Mi segue ovunque, quasi temesse di perdersi e perdermi ed ha imparato un linguaggio inequivocabile ed empatico per farsi capire: se vuole uscire mi tira verso la porta, se vuole giocare mi porta la pallina, se vuole mangiare, mi porge delicatamente la zampa e batte il cinque quando desidera quel premio, la nocciola, nella zuppiera sul mobile della sala. Si adagia vicino a me, quando non sto bene, come se il suo calore corporeo fosse una cura, l’unica terapia che in quel momento è in grado di darmi e resta lì immobile ad aspettare il miglioramento. Qualche giorno fa ero a passeggio con lei per la quotidiana uscita di metà giornata, quando abbiamo incontrato un amico, un beagle, dai meravigliosi occhi tristi e con una cicatrice sul fianco, subito annusata e perlustrata da Ofelia. Che cosa era quella orribile carta geografica in rilievo sul suo manto a macchie? Brutta vero? Eh sì, l’abbiamo presa da un laboratorio… mi confida la padrona e si zittisce perché anche io sono senza parole. La sua pelle, come quella di altri animali è stata usata in vivo per test su prodotti cosmetici e farmaci ad uso cutaneo. Belletti, creme, polveri colorate, fard , rossetti, tutto quell’armamentario che amiamo noi donne è talvolta, per fortuna non sempre, testato sulla cute e sugli occhi di tanti animali.

Perché racconto questo episodio di vita vera canina?

Per comunicare un’ottima ricerca e cioè che è stata creata una pelle artificiale con l’intento nobile di essere utilizzata negli esperimenti. È il King’s College di Londra in collaborazione con il San Francisco Veteran Affairs Medical Center (SFVAMC), che ha riprodotto lo strato più esterno della pelle a partire dalle cellule staminali pluripotenti umane e caratterizzato da una permeabilità selettiva molto simile a quella della pelle vera. La dott. Teodora Mauro, a capo del team di SFVAM così spiega la nuova sintesi:

‘’La possibilità di ottenere un numero illimitato di unità geneticamente identiche può essere usata per studiare una serie di condizioni in cui la pelle è difettosa a causa di mutazioni di geni coinvolti nella formazione della barriera cutanea, come ittiosi o dermatite atopica. Possiamo usare questo modello per studiare come la barriera cutanea si sviluppa normalmente, come viene compromessa da diverse malattie e come stimolarne la riparazione”.

foto 2Ofelia e il beagle abbaiano ed è l’abbaio festoso di approvazione per salvaguardare tutti quegli animali meno fortunati di loro. La cicatrice resta a testimonianza del sacrificio a cui sono sottoposti tanti esseri viventi ed anche come monito per trovare presto soluzioni alternative alle altre sperimentazioni in vivo.

© copyright Massimilla Manetti Ricci 2014

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