Una piccola grande donna

un racconto di Anna Conte

latronicoQuesto racconto è ambientato in un paesino dell’entroterra della Basilicata di poco più di 3000 anime. E’ uno di quei posti che non lo vedi se non lo vai a cercare, infatti il suo nome significa, appunto, luogo nascosto. Parlo di Latronico, un paesino situato ai piedi del monte Alpe. E’ un paese dove ancora sono vivono antiche tradizioni e i valori di un tempo (la famiglia, l’amore per gli altri, la condivisione delle altrui gioie e sofferenze ecc.) dove i cittadini possono, tranquillamente, lasciare la chiave fuori dalla porta senza alcun pericolo che qualcuno possa intrufolarvisi. E’ un posto dove, per alcuni versi, sembra che il tempo si sia fermato: le donne si ritrovano sull’uscio delle case a trascorrere allegramente alcune ore, imbastendo invettive e ricamando o sferruzzando lavori a maglia. Quando percorri le stradine del centro storico, senti il profumo della buona cucina e le grida gioiose dei bimbi che giocano per la strada. Nonostante questo legame con il passato, la popolazione ha una mentalità molto aperta e proiettata verso il futuro. Ci sono molti artisti: attori, pittori, cantanti, conosciuti anche in campo internazionale.

In questo allegro paesino del sud viveva suor Virginia.

Per gli abitanti del paese era un’istituzione poiché aveva cresciuto, nell’asilo in cui era superiora, almeno due generazioni di persone. Le volevamo tutti bene per il modo educato e raffinato che mostrava. Ancora oggi me la ricordo nel suo vestito nero, il tradizionale soggolo bianco e cuffia: imponente e carismatica (per la ricchezza di valori e vitalità che emanava).

La sua esile figura e la sua vita mi riporta a S. Francesco di Assisi.

Entrambi appartenenti a famiglie agiate, donano la loro vita a Dio e votati alla povertà vivono all’insegna dell’umiltà e dello sconfinato amore verso il prossimo.

suor virginia

Il mio primo ricordo di lei risale ai primi anni dell’asilo quando gli impegni legati alla gestione, socializzazione e pubbliche relazioni con l’esterno, le sottraevano il tempo necessario per poter svolgere le attività didattiche, mansione svolta, egregiamente, anche dalle altre suore.

Appartenendo ad una famiglia agiata, aveva una formazione ed un bagaglio culturale che ne facevano una persona colta e raffinata.

Si è sempre interessata delle nostre vite, anche quando, lasciato l’asilo, ci siamo incamminati verso il lungo e tortuoso cammino delle nostre esistenze. Mi chiedeva spesso delle mie condizioni di salute, della famiglia e del lavoro, dandomi all’occorrenza dei saggi consigli.

La vedevo sempre, avendo lo studio di fronte alla Basilica, percorrere il tratto di strada che dall’asilo conduce in chiesa, perché come una formichina laboriosa, aveva sempre da fare.

Mi ricordo, un giorno d’inverno di qualche anno fa, quando la sua salute cominciava a crearle problemi, che all’insaputa delle altre suore, era uscita dall’asilo e cercava di raggiungere la chiesa.

Pioveva a dirotto e senza ombrello, bagnata come un pulcino, venne da me e mi chiese di dire una bugia alle altre suore, che, preoccupate per le sue condizioni di salute, non volevano che si recasse in chiesa a svolgere quelle mansioni che rappresentavano il motivo della sua esistenza.

E si, perché la sua ragione di vita era Dio e non avrebbe sopportato che niente e nessuno potesse tenerla lontana da Lui. Questa sua profonda dedizione mi commosse e non potei fare altro che aiutarla nel suo intento.

La sua mente negli ultimi anni cominciava a vacillare e questo la spaventava.

Latronico5Un giorno d’estate, mentre lavoravo, tenendo la porta aperta in modo da lasciare entrare il tepore del sole e le assordanti ma confortanti e gioiose grida dei bimbi che giocavano davanti alla chiesa, la vidi arrivare con in viso un’espressione smarrita ed impaurita.

Le domandai cosa la preoccupava e timidamente mi chiese se poteva disturbarmi perché aveva un grosso problema da risolvere.

La feci sedere e le diedi tutta la mia disponibilità.

Non riusciva a collocare, in quale periodo storico erano vissuti i guelfi ed i ghibellini; le dissi che si trattava di due fazioni vissute nel XII secolo e le parlai un po’ del Medioevo.

Quando ebbi finito mi chiese se successivamente poteva venire da me per parlare un po’ di queste cose perché, le altre suore, impegnate con i bambini, avevano poco tempo da dedicarle.

            Si sentiva tanto sola e poco degna dell’attenzione degli altri, soprattutto delle persone più giovani di lei.

            Mi sembrava una bimba impaurita, e intenerita da tanta purezza, l’abbracciai forte cercando di rassicurarla.

            Da lì a poco le sue condizioni di salute peggiorarono e non potemmo avere altri scambi così intensi.

            Qualche giorno prima della sua partenza in ospedale, da cui non fece più ritorno, la vidi sul balcone: con la sua fragile mano ed il suo sconfinato sorriso mi salutava.

Questa è l’ultima immagine che ho di lei e che rimarrà sempre impressa nella mia mente.

            Questa piccola ma grande donna mi ha insegnato che quando intraprendi una strada giusta, in cui credi fermamente, anche se ripida e tortuosa, devi percorrerla interamente, perché in fondo d essa troverai, sicuramente, l’arcobaleno e l’immenso sorriso di Dio.

            © copyright Anna Conte 2014

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Diario di un giovane alluvionato (II parte)

di Gianni Marucelli

4 Novembre, ore 7

 1280px-Via_della_colonna

Nell’appartamento al pian terreno di Via della Colonna regna il silenzio dei giorni di festa. Dalla stanza accanto il russare intermittente di mio padre; guardo la sveglia e mi riaddormento, beato, ma il suono del telefono mi fa sobbalzare. L’unico apparecchio, una nera scatola a muro, è in corridoio. Mi ci precipito, subodorando qualche disgrazia familiare. Anche i miei si alzano, in vestaglia. Riconosco subito la voce: è quella, alterata, di mia zia Vanda, che abita a Bellariva, a cento metri dalle rive del fiume. Mi chiede di chiamare i pompieri: da loro c’è acqua dappertutto. Riferisco a mio img_64919810_1padre (suo fratello), che borbotta “La solita esagerata!”, poi afferra il microfono ed urla (chissà perché): “Stai tranquilla! Arriviamo più tardi!”. Mia madre, pratica, consulta l’elenco, poi forma il numero dei Vigili del Fuoco. La linea è costantemente occupata. “E’ piovuto tanto, saranno le fognature che non reggono”, sentenzia. Il babbo approva: “Torniamo a letto. Non è niente di grave. Verso le nove prendiamo la macchina e andiamo a vedere”. Nessuno contesta le conclusioni del capofamiglia.

© copyright Gianni Marucelli 2014

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Tacco 12, In bilico sulla vita

La Redazione di “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”  dà il benvenuto alla nuova Collaboratrice, Anna Conte, architetto e scrittrice, presentando la quarta di copertina del suo Romanzo, Tacco 12, In bilico sulla vita. Benvenuta tra noi, Anna.

La Redazione

10270298_1437340379850051_3886851655673835039_sAnna racconta alla figlia gli avvenimenti che hanno caratterizzato la propria vita. In un percorso che è allo stesso tempo introspezione e lettura lucida degli accadimenti, balzano in primo piano una personalità forte ma comunque segnata profondamente. Si innesca così un meccanismo autolesionista che, pur controllato, sfocia, dapprima, in anoressia e bulimia e, poi, nella sclerodermia. Oggi è in ossigeno-terapia e in lista di attesa per il trapianto di entrambi i polmoni. Malgrado tutto, non si arrende e si aggrappa con determinazione alla vita. Lo scopo del romanzo è puramente terapeutico. Frutto di emozioni immediate e della loro rimeditazione, è scritto in maniera semplice, condito da un po’ di ironia. Quel tanto che serve a capire ma anche ad affrontare la vita armati di un sorriso sulle labbra.

Editore e Collana: Progedit, Collana Iris

Edizione: 2014, pp. 104

ISBN/ISSN: 978-88-6194-211-0 – Prezzo: € 16,00

Share Button

Diario di un giovane alluvionato (I parte)

di Gianni Marucelli

3 Novembre 1966, ore 15

 

674457_nuvoloni grigi pioggiaIo e Paolo scherziamo sotto l’ombrello, che ci ripara dalla pioggia che insiste ormai da giorni.

Attendiamo il tram che ci porterà alla festa in casa di un’amica. Non è un periodo facile: piccoli flirt andati a monte, duro impegno scolastico (frequento il Liceo classico “Dante”) , qualche problema economico in famiglia. Ma domani, anniversario della Vittoria nel primo conflitto mondiale, le scuole resteranno chiuse e stasera potremo divertirci fino a tardi. Non fosse per questo tempaccio…

Arriva il diciassette, alzando schizzi d’acqua che ci colpiscono in pieno. “E ora – ride Paolo mentre ci affrettiamo nella calca – non ci manca che un’alluvione!” La sua battuta passerà alla storia.

© copyright Gianni Marucelli 2014

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Inoltriamo un evento proposto dall’amico Lorenzo Sandiford…

Firenze, venerdì 23 maggio alle 17,30 al Teatro L’Affratellamento (Via G. Orsini, 73) presentazione del libro di poesie

DISEGNI INDOCILI di Francesco Gurrieri.

10254016_10152343313557626_3472121070062207345_n


Introducono Luigi Mannelli (Presidente Società Ricreativa L’Affratellamento di Ricorboli) e Silvia Tozzi (Direttore editoriale di Florence Art Edizioni). Intervento critico di Silvia Cardini (Univ. di Firenze). Letture a cura di Angela Giuntini e Andrea Giuntini. Coordinamento di Maria Giuseppina Caramella (Presidente Fondazione Il Fiore). L’incontro sarà accompagnato dalla Proiezione di “Letteratura di pietra”, una suggestiva e asciutta carrellata di immagini-testimonianza del lavoro di architetto e artista svolto in anni più o meno recenti da Francesco Gurrieri.

Promosso dalla Fondazione Il Fiore, dal Teatro l’Affratellamento e da Florence Art Edizioni si terrà il prossimo venerdì 23 maggio alle ore 17,30 nell’accogliente salone del Teatro l’Affratellamento di Firenze un incontro dedicato alla poesia di Francesco Gurrieri con la presentazione del suo ultimo libro Disegni indocili.
La raccolta di poesie, edita dalla casa editrice fiorentina, riunisce testi afferenti ad un arco di tempo non breve e a circostanze diverse. Suddivise in sezioni, le poesie affrontano in gran parte temi di stringente attualità e, come in altri scritti precedenti, riflettono l’amore e l’attenzione mai scontata e critica per la sua città, Firenze.
“La vocazione dell’uomo e poeta, – scrive Simone Rebora – procede di pari passo con il suo impegno di architetto e restauratore, come dimostra l’immediata suggestività di quei versi che si aprono a descrivere il paesaggio urbano, colto dall’alto dei ponteggi o dal giardino di casa, nella personale nostalgia di momenti ormai perduti, o nella memoria storica e collettiva depositata in quelle vedute, in quegli edifici. Gurrieri descrive, spesso si limita ad elencare nomi disponendoli all’orizzonte, quasi cercando d’individuare con essi le coordinate del proprio essere-nel-mondo, esercizio di orientamento che è anche metafisica lotta contro il frantumarsi degli eventi.
E per l’appunto “indocili” sono i suoi disegni, su cui spesso torna il tormento – e l’orgoglio – di una sfida già persa, ma comunque irrinunciabile. Contare l’infinito, spiegare l’indimostrabile, contenere l’inevitabile: esigenze che si traducono nella presa di coscienza di una condizione difficile da accettare, eppure necessaria nello «stage della vita». Un trovarsi sempre “al di qua” della soluzione, prima di quella rivelazione in cui sarà anche il nostro dissolvimento. E chi non lo comprende, chi pretende di non percepirlo, è anche colui che condanna la civiltà alla sempre più irrimediabile brutalizzazione, colui che nell’affermare i disvalori dell’oggi, recide radici di profondità millenaria.”

Francesco Gurrieri architetto italiano e docente universitario, restaura monumenti e cura città storiche. Ha scritto libri d’arte antica e moderna. La narrativa e la poesia sono sue fedeli compagne di viaggio. Dirige con Maria Fancelli ed Ernestina Pellegrini il periodico di letteratura Il Portolano.
Maggiori approfondimenti sulla sua biografia alla pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Gurrieri

I SS.Giornalisti che desiderino ricevere copia del volume sono invitati a contattare i telefoni in calce o scrivere a: press@florenceartedizioni.com

Share Button

Le Masche

Un racconto di Maria Ivana Trevisani Bach

Cairo Montenotte 1630-31

La bufera di neve m’investe. Violenta, freddissima. Mulinelli taglienti di spine di ghiaccio. Il vento non mi fa camminare. Ma io devo scappare! Scappare! Mi hanno inseguito gridando:

– U diavu! U diavu!!

L’uomo mi bastonava. La donna tremava di paura.

Son riuscito a scappare. Sono ferito. Un grumo di sangue rappreso mi pende dal naso. Un dolore violento mi strazia la gamba sinistra; là dove ho preso l’ultimo colpo. Ma, qui, nascosto nella foresta, non mi cercheranno. Rimango, al riparo di quest’albero cavo. Qui c’è pace. Mi rannicchio e chiudo gli occhi. Forse morirò questa notte. Non sento e non vedo più niente.

—————————————————————————————————-

Mi sveglio. E’ mattino. E son vivo! Non nevica più, anzi, c’è un poco di sole.

La foresta è imbiancata e brillante. La gamba ferita è intirizzita dal freddo. Ma si muove!

Odore di latte. Odore di legna bruciata. Ho fame… Se seguo gli odori, finirò di nuovo vicino alle case. No, non posso… Ho paura! Resto nascosto e ruberò qualcosa di notte. Senza essere visto.

———

streghe_10E’ quasi sera… Ecco, una casa isolata nel bosco. Mi avvicino da dietro. Non mi vedranno.

Non sento rumori. Mi avvicino ancora. Provo a guardare all’interno, sporgendomi appena. C’è fumo. Il vetro è appannato. Non vedo nessuno. Aspetto ancora … Nessuno. Mi sporgo a guardare: un grande camino, una pentola al fuoco che bolle. Ho fame! Mi faccio coraggio. La porta è socchiusa, m’affaccio.

– Vieni, vieni pure…- E’ una voce di donna. Diffido. Scappo, ho paura. La paura dei vagabondi.

– Lascio aperta la porta, entra… se vuoi…

E’ ancora lei. Sta sulla porta. La posso vedere. E’ alta, un po’ curva. Né vecchia, né giovane. Ha strani vestiti, uno sull’altro, forse, per coprirsi dal freddo. Ha una piccola cuffia sui rossi capelli.

Puoi venire, se vuoi…- ripete più forte scrutando i cespugli vicini dove sono nascosto.

Una trappola? Se un uomo ci fosse, l’avrei già sentito… Risento l’odore del cibo. La fame mi lacera, mi morde. Coraggio! Devo avere coraggio! Avanzo esitando. Dentro c’è fumo. C’è una tazza di latte…

Vuoi bere del latte?- Non vedo la donna, forse sta dietro alla catasta di legna, di là, in fondo alla stanza. Non resisto. Bevo di corsa, guardandomi intorno.

…Così è andata. Ormai son passati tre mesi. E, da allora, io vivo con lei. La neve si è sciolta. Lei è dolce, tranquilla e mi parla… Parla, parla, parla tanto. Io ascolto. Forse è sola da tempo. Abbiamo una pecora, una capra e qualche gallina. Abbiamo del latte. Uova e formaggio non mancano mai. Le porto ciò che caccio nel bosco. Piccole cose che lei cuoce nel pentolone appeso nel grande camino.

Ho passato l’inverno con lei. Una notte più fredda mi ha accolto sotto la coperta di velli di lana. Da allora, io dormo con lei sul materasso di foglie di meliga. E sono felice. Un giorno mi ha detto:

Grazie, non sono più sola. Non andartene via quando arriva la bella stagione.

Così son rimasto. Qui, mi sento sicuro. La casa è ben nascosta nel bosco. Il mattino, andiamo a cercare le erbe. Lei le conosce; mi parla e mi spiega ogni cosa. Mi spiega; ma non sempre capisco!

streghe_01

Questa è la belladonna che toglie li spasmi malefici – mi dice – Questa, la digitale contro li mali cardiaci. Questa la serpentaria: posta la polvere sul capo prima di coricarsi si può veder, nel sonno, il futuro… Questo è il rosmarino che dispone li animi alla giocondità, questa è la betonica che custodisce le anime e i corpi dai malefici; difende i cimiteri dalle visioni che inducono timori e cardo-santo_O2protegge i viaggi notturni dai pericoli. Questo è l’elleboro; muore chi lo coglie se è visto dall’aquila! Questo è l’aspleno; che legato con milza di mulo alla cinta delle donne, le fa diventar sterili. Questa è la malva che giova ai rodimenti delle budella e del sedere; chi beve il suo succo starà senza mali per tutto il giorno. Questo è il Cardo Santo: è santo perché ha molte virtù: libera dal dolore degli occhi, recupera la perduta memoria, ridona l’udito, purga il sangue, rompe la pietra, provoca i mestrui. Bevuta col vino, vale contro i veleni e il mal franzese. Si dice che un putto, dormendo alla campagna con la bocca aperta, gli entrò un serpe nel corpo e bevuto ch’ebbe la pozione di Cardo santo, subito il serpe se ne uscì per le parti da basso.

Da quando si è sciolta la neve, vengono a trovarla delle persone per curarsi con le erbe. Son donne con i loro bambini. Io resto nascosto dietro alla legna. Nessuno mi deve vedere. Lei fa decotti, impiastri, pomate, fumenti e dice oscure parole. Chi viene a trovarla le porta un po’ d’olio, della farina, del sale. Son doloranti all’arrivo, se ne vanno guariti e contenti. Insomma, tutto va bene e siam quasi felici.

L’altra notte siamo andati nella radura, dove c’è l’albero di noce, a cercare la pianta mandragola. Va raccolta quando c’è luna piena, facendo tre giri intorno alla pianta, se no, non fa effetto. C’erano già tre amiche e la sorella Lucia a coglier radici. Era una bella serata, han cantato e ballato al chiaro di luna. Io, son rimasto nascosto perché ho ancora paura. Mi son divertito a guardarle. Erano allegre e festose. Solo all’alba siam tornati alla casa nel bosco. Credo che proprio che resterò tutta l’estate con lei. E sì, forse, anche il prossimo inverno.

——

Sono arrivati tre uomini, all’improvviso. Uno era vestito di nero.

– Nasconditi! – lei mi ha gridato.

Ora sto qua dietro alla legna ammucchiata con il cuore che mi pulsa alla gola.

Strega! Che ti accompagni col diavolo ormai lo sappiamo! Ti han visto con lui di primo mattino! Strega ! Con tutte le masche hai ballato ‘sta notte! Avete preparato la polvere per far venire la peste!

Li sento gridare. Mi sporgo pochissimo per non essere visto. Lei si dibatte. Non vuole lasciare la casa. Ma la picchiano e le strappano le povere vesti. La trascinano fuori e la portano via. Li seguo a distanza per non essere visto. Solo ‘sta notte potrò fare qualcosa. Quando dormono tutti.

La portano giù nella valle. Molta gente arriva a vederla. Tutti gridano:

A morte la stria! Bruciatela! Bruciatela! Con la sorella ha portato la peste!

Le sputano addosso. La spingono a terra. La prendono a calci. La portano in piazza.

Fatele bere l’elleboro nero, se è strega, non sente il veleno! Fatele bere l’elleboro nero!

Io resto lontano. L’han chiusa da basso in una camera buia. Questa notte farò qualche cosa. Poi torneremo nei boschi. Andremo in un’altra foresta. Noi vagabondi, le conosciamo tutte, anche quelle lontane. Attendo la notte. La finestra è socchiusa. Riesco a spingermi dentro. Lei è lì, rannicchiata in un angolo buio. E’ tutta ferita, è quasi senza vestiti. Gli occhi son gonfi, il sangue rappreso. Ha spasmi violenti; forse ha bevuto l’elleboro nero. E’ legata, non posso farla scappare. Mi avvicino e lei allunga una mano. E’ una carezza tremante. Mi corico accanto. Lei sente il mio respiro e si calma.

—————————————————————————————

Un grido ci sveglia alle prime luci dell’alba.

Il diavolo! Il diavolo! Ha dormito con lei ! Satana nero è venuto a dormire con lei!

Arrivano in tanti gridando. Ecco i bastoni! Ecco le forche e le pale! Come l’altra volta. Iniziano i colpi.

Lei allora si alza, si butta per terra e mi copre col corpo.

Uccidetela! Uccidetela! –urla una donna. – No! Non ammazzatela adesso! Deve bruciare! Solo col fuoco Satana muore! Deve bruciare anche Satana insieme alla strega!-grida un uomo elegante.

Lei allora si alza. Come se fosse guarita. E’ bella, ritta e superba.

Sì, bruciateci insieme! Bruciateci insieme!- ripete sicura- Usciamo all’aperto. Tutti si allontanano un poco. Si direbbe che faccio paura. Lei cammina diritta, solenne. Io la seguo altrettanto sicuro.

A testa alta e a coda diritta.

C’è una catasta di legna in mezzo alla piazza.

Il diavolo! Satana! Ecco il diavolo nero! Il fuoco! Il fuoco!

Ma chi è questo diavolo? Ma chi è mai questo Satana nero? Forse son io perché son gatto e son nero?

————–

La fanno salire sulla catasta e la legano in cima. Io la seguo. Non l’abbandono. Voglion legare anche me. Ma non serve, io non me ne vado! Non la lascio! Fra le sue gambe, io resto, deciso, ostinato, strofinandomi a lei, ancora una volta. Adesso sento l’odore del fumo. Qualche fiamma la vedo salire.

Ci guardiamo ancora una volta. Siamo insieme. Siamo vicini. Sarà caldo come il nostro camino.

Nota:

Le sorelle Lucia e Maria Larghero furono torturate e poi bruciate nel 1631 nella piazza di Cairo Montenotte perché streghe e perché accusate di aver portato la polvere della peste nella valle Val Bormida. Nel dialetto locale le streghe vengono chiamate “Masche”. La Storia delle due sventurate sorelle, in parte documentata, è divenuta oggetto di leggende orali ancor oggi raccontate nella valle. Un tragico episodio da tramandare per riflettere sul pericolo che ignoranza e superstizione possono arrecare a una comunità.

                             Maria Ivana Trevisani Bach

© copyright Maria Ivana Trevisani Back 2014

ivana3@fastwebnet.it

www.ivanatrevisani.altervista.org

www.ecopoems.altervista.org

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

La felina commedia

La Redazione di “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” saluta la nuova collaboratrice e amica Maria Ivana Trevisani Bach con la recensione del suo romanzo “La Felina commedia”. Benvenuta tra di noi, Ivana.

La Felina Commedia (per le scuole)

La Felina Commedia Edutainment

La Felina Commedia di Mozòt

di Maria Ivana Trevisani Bach

 

Il romanzo racconta di un fantastico viaggio che due adolescenti fanno in un mondo “fuori dal mondo” accompagnati da un gatto magico, Mozòt, che, novello Virgilio, farà loro da guida. Mozòt si trova, senza volerlo, a fare della “Pet therapy” a due adolescenti un po’ trascurati da genitori troppo presi dalle loro carriere per occuparsi dei figli.

Mozòt aiuterà i due protagonisti a essere consapevoli dei sentimenti che provano -anche quando si tratta di sofferenza- proponendo loro, come un moderno coach, nuovi e originali strumenti per riconoscerla ed affrontarla.

copertinaNov 2013 colori per le ScuoleIl viaggio, che si svolge negli immaginari ambienti del mito, ripercorre la storia dell’uomo associandola a quella del gatto. E’ anche un viaggio nella mente e nell’anima dei due giovani protagonisti che impareranno a comprendere la supremazia della ragione e della tolleranza sulla superstizione e sul pregiudizio.

Un percorso formativo ed evolutivo in ascesa di tipo vichiano che ripercorre metaforicamente le tappe dello sviluppo della psiche: partendo dal mondo delle emozioni e degli istinti, passando a quello della fantasia e del mito e giungendo fino a quello della ragione e dell’etica.

Nell’ultima tappa, la guida di questa Felina Commedia sarà il gatto del filosofo Giordano Bruno che insegnerà loro, in modo divertente e surreale, a “spacciare la Bestia Trionfante“, ovvero a vincere la pigrizia all’azione, per far loro comprendere che, per vincere sul male, non è sufficiente l’indignazione ma che, è sempre necessario combattere l’ignavia, cioè, appunto, quella terribile Bestia che riesce sempre a trionfare.

Infine, in un ipotetico Paradiso felino, alcuni gatti magici suggeriscono ai due ragazzi una “mission“: diventare “Voce” della Natura per testimoniare i diritti dei viventi che non hanno voce.

In conclusione, il romanzo è un piacevole mix di etica ambientale, di storia, filosofia, psicologia e di Pet Therapy perché presenta, insieme ad un’accurata documentazione, alcuni momenti di poesia e di avventura, in una lettura sempre emozionante, divertente e coinvolgente dall’inizio alla fine.

Un romanzo adatto anche a un pubblico adulto che può coglierne spunti di riflessione ed occasione di avvicinamento a figli e nipoti nell’ottica di un progetto educativo per futuri cittadini sostenitori di una nuova etica che trae spunto dal pensiero di antichi filosofi. Filosofi apparentemente lontani dal mondo di oggi, ma che, sorprendentemente, sanno ancora suggerire idee feconde e valide.

Punti di forza del romanzo:

  • In questo romanzo fantasy non ci sono episodi di violenza, battaglie, mostri, armi, ecc.
  • Il romanzo si presta a una moderna versione cinematografica in animazione, infatti: i gatti protagonisti parlano come le persone, sono bipedi e alti come i ragazzi, hanno espressioni e sentimenti umani, proprio come le moderne tecniche di animazione sanno creare.
  • I possessori di gatti nel mondo sono qualche centinaio di milioni (solo in Italia circa 15 milioni)
  • I ragazzi che si sono legati affettivamente a un “pet ” sono più o meno altrettanti
  • I vari maghi e maghetti hanno abbastanza “stufato”, anche se permane l’interesse verso libri fantasy.
  • Occorre passare a nuovi personaggi fantastici che abbiano un maggior appeal affettivo-emotivo e formativo sui ragazzi.
  • E’ giunta l’ora di suggerire percorsi di speranza e di ottimismo ai giovani in crisi adolescenziale.
  • Diventare “Voce della Natura” per testimoniare i diritti di tutti gli esseri viventi che non hanno voce è senz’altro una “mission” importante per giovani privi di ideali
  • C’è bisogno di fornire spunti culturali di buon livello a ragazzi sempre più omologati in una cultura omologata, modesta e superficiale Nel romanzo sono infatti presenti molti riferimenti alla cultura europea e a quella mondiale, camuffati come simboli o metafore, sempre alleggeriti nel racconto da avventurosi o divertenti episodi.
  • Conosco il mondo dei gatti e tutte le sfumature del loro carattere (ho scritto un libro di etologia felina con l’editore Mursia)
  • Esiste un’ottima traduzione in inglese del romanzo. Esistono edizioni in eBook e in brossura, edizioni con immagini a colori (più care) o in bianco e nero, ecc.

http://www.amazon.it/La-Felina-Commedia-Scuole-Mozot-ebook/dp/B00GU14S4M

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1039809

http://www.lafeltrinelli.it/libri/trevisani-m-ivana/felina-commedia-edutainment/9788891062994

https://www.createspace.com/4313258

http://www.amazon.it/Feline-Comedy-Educational-Edition-Mozot-ebook/dp/B00GUPFTYQ

Share Button

Giubbe Rosse

In collaborazione con il gestore delle pagine Facebook LIBRI LIBRETTI e LIBRI RARI e ricercati

 “Giubbe Rosse è quella cosa/ che ci vanno i futuristi/ se discutono non c’è cristi/ non si può più giocare a dam ….”

10311180_646582292089435_4803447886560116448_nQuante volte sono passato davanti alle Giubbe Rosse e quante altre mi sono fermato per un caffè e altre ancora ad ascoltare presentazioni ed interventi letterari. Sì, il luogo mi è familiare, ma non credete sia lo stesso di un tempo, il fasti letterari sono ormai passati e ai tavolini non si vedono più seduti personaggi del calibro di Papini, Prezzolini, Soffici, Palazzeschi, Marinetti, Viviani, Däubler e nemmeno di quel “matto” di Dino Campana, poeta geniale, che ai tavolini non si sedeva ma vi girava intorno con in mano copie dei Canti Orfici. Uno sconosciuto, coi vestiti stracciati, tarchiato e paffuto, rosso in viso, lo sguardo stralunato, era venuto a piedi dal suo paese Marradi, in cima agli Appennini, sulla strada per Faenza, passando per i campi e camminando notte e giorno. Osservava i famosi personaggi che discutevano, li fermava, regalava copie del suo scritto, ma a uno levava una pagina, a un altro strappava interi capitoli, a qualcuno dava solo l’indice, a seconda che gli sembrassero capire i suoi versi oppure no, a Marinetti in persona disse che dalla sua copia aveva strappato delle pagine perché sentiva che non ci avrebbe capito nulla … Tempi in cui passare dalle Giubbe Rosse non significava solo prendere un caffè, ma assistere ad una lezione di letteratura spiegata ai tavolini di un bar. Dicevo, appunto, tempi passati ma fortunatamente pervenuti a noi, non solo, ma soprattutto, per un libro scritto da Alberto Viviani, “Giubbe Rosse” e pubblicato da Barbera in Firenze nel 1933. L’importanza del libro di Viviani, nonostante siano passati più di ottanta anni, non viene del tutto capita, invece è un documento storico unico e di primario interesse; un volume di storia dell’arte e di letteratura e nel contempo un affresco di vita vissuta con preziosi aneddoti e documenti di peso culturale enorme. Anche se parte come uno spaccato della vita culturale fiorentina ci si accorge ben presto che riesce a ricostruire con precisione e rigore un clima storico ed una generazione. Il libro mi è particolarmente caro perché al suo interno conserva ricordi di impareggiabile valore affettivo come cartoline, una foto, alcun ritagli di giornale ed un biglietto del vecchio autobus verde a due piani. Ricordo come fosse adesso il momento, ero andato a trovare il mio professore di disegno del liceo, certo Tonino Potzulu (per scegliere alcune foto per un giornalino scolastico), quando al ritorno, in Via delle Ruote al 48 trovai una porta aperta con un cartello, “all’interno mostra di documentaria”, non me lo feci ripetere due volte: è lì che feci il primo incontro con il libro “Giubbe Rosse”. Libro che conservo tutt’oggi con la dedica “A …….. con ogni buon augurio, Paolo Perrone Burali, Firenze , 3 maggio 1984”, successivamente acquistai l’edizione Barbera. Viviani conoscerà giovanissimo Marinetti, lo andrà a trovare, previa autorizzazione dei genitori, dopo un viaggio di otto ore in treno, nella sede del movimento futurista di Via Senato 2 a Milano. Inizia così la lunga amicizia tra Marinetti e Viviani che lo stesso Viviani segnalerà con un bellissimo intervento nel settimanale “L’Ora” con un saggio dal titolo “Trentasei anni d’amicizia con Marinetti”. Amicizia che sarà segnata da frequenti incontri e dai quali Viviani viene impressionato dalla generosità del “maestro” che considererà sinonimo di civiltà e altezza spirituale. Un libro da leggere per entrare in contatto con un determinato periodo storico e viverlo insieme ai protagonisti come se essi fossero amici di lunga data. Interessante la lettura delle tre edizioni, la quarta non ho avuto il piacere di leggerla, perché ognuna ci mostra aspetti diversi e parla di personaggi differenti: il capitolo dedicato a Campana si trova nella seconda e terza edizione ma non nella prima, quello dedicato al pittore fiorentino Primo Conti, nella prima e nella seconda ma non nella terza, quelli dedicati a Miguel De Unamuno e Paul Valery solo nella seconda edizione. Un’opera quindi, al di là dei pensieri personali e della partigianeria locale, che varca il confini di una saletta di un bar-caffè, ma si fa portavoce di un’epoca dove si poteva parlare liberamente di cultura, dove si costruivano forti e solide amicizie e dove gli slanci letterari portarono alla nascita delle più interessanti riviste italiane.

La copertina è di Dino Tofani e raffigura Marinetti e Papini seduti al tavolino.

© copyright Fabrizio 2014

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Cara mamma (ricordo di Capalbio)

Un eco racconto di Iole Troccoli

capalbio2

Cara mamma,

ti ricordi l’estate a Capalbio di tanti anni fa? Voi eravate partiti da un pezzo, mentre io ero rimasta a Firenze per preparare la tesi. Come al solito faceva molto caldo e, a un certo punto, non ce l’ho fatta più e vi ho raggiunti. Era la prima volta che passavamo un’estate a Capalbio, ricordo il paese delizioso e l’appartamento che avevate trovato, molto accogliente e caratteristico. Più che un appartamento era una vera e propria casa, con il portoncino di legno verde e le scale a chiocciola all’interno.

Capalbio4

C’era anche il camino, se ricordo bene, e una bella stanza grande nel seminterrato, una sorta di caverna. Così la chiamavamo: la caverna della mamma-geco. Infatti, attaccato alla parete con le sue grasse ventose, avevamo trovato un geco di dimensioni spropositate, rosa trasparente, con i suoi organi interni in mostra. Quando la sera accendevamo le luci si vedeva tutto, sembrava una radiografia di geco, ti ricordi?

Capalbio6

La caverna era sempre fresca, anche a mezzogiorno, e io ci avevo rovesciato i miei appunti, fogli, libri, tutto quello che avevo portato da casa. Si studiava bene là dentro, e poi c’era una porticina laterale che dava sulla strada esterna, un bel viottolo ombroso dentro le mura del paese. La lasciavo sempre aperta per guardare fuori quando mi prendevo una pausa dai libri.

Anche Elisa era contenta, aveva portato il materiale per dipingere e si dava da fare quasi ogni giorno, cercando scorci e panorami inusuali.

Capalbio5

La camera tua e di papà era al piano di sopra e mi ricordo di averti vista quasi ogni mattina affacciarti alla finestra immersa tra alberi e fiori, con la tua camicia verde menta. Eri proprio radiosa, e sorridevi sempre. Assomigliavi a un fiore tra i fiori. Te lo dico adesso perché all’epoca non te lo avrei detto mai. Come si cambia, vero?

La spiaggia era piuttosto grande e il mare spesso agitato, così aperto. A me non piaceva un granché, quel mare, era difficile nuotare, però aveva un bellissimo colore blu, con poche sfumature. Anche i tuoi occhi, mamma, erano blu, uguali al colore dell’acqua.

capalbio3

Il paese ci piaceva e, non appena avevo finito di studiare, con Elisa andavamo a spasso. Ci piaceva osservare i fiori, il cielo, le nuvole. Ci piaceva rientrare, la sera, correre dal geco per vedere se per caso fosse scappato e invece ritrovarlo lì, immobile sul muro. Ci piaceva mangiare e dopo uscire a goderci il fresco parlando di cose futili ma divertenti. Ci faceva bene la serenità antica che emanava dalle strade strette, dagli alberi, dal mare lontano.

capalbio1

Tu eri contenta, mamma, me lo ricordo bene. E anche papà. Credo che quella estate sia uno di quei rari ricordi totalmente belli, senza sbavature, da poter portare dentro tutti interi nella loro naturale perfezione. Non lo pensi anche tu?

Ti abbraccio,

Iole

capalbio

racconto e fotografie di Iole Troccoli © copyright Iole Troccoli 2014

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Come se…

Una poesia di Iole Troccoli

 

Come se

Come se, ogni giorno
ci fosse da aggiustare
una bambola rotta
o un pupazzo di stoffa.

Ricucire, riassemblare
occhi strappati
attaccare bottoni
al suo bel panciotto vecchio.

Come se l’oggi
fosse scollato da tutti gli ieri
come se si dovesse ricominciare
per forza
non si sentisse il sole
sui capelli di cencio
appiccicati senza stupore.

Come se, allo specchio
il naso, la bocca
somigliassero a fioriere vuote
senza la pazienza
del giardiniere anziano
quello più esperto.

Come se l’amore
fosse la medicina verde
che galleggia nel cucchiaio
d’argento del servizio bello
che non metti più in tavola
sepolto nel ripiano alto
di un ripostiglio qualunque.

Poi, per sortilegio
le nuvole si spostano
e sei di nuovo in piazza.

Di fronte, un vortice di carosello
che brilla.

1017035_10202196206812293_2763123174238237398_n

 

 

 

 

 

 

 

© copyright Iole Troccoli, 7 maggio 2014

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

 

Share Button