Rievocazioni bucoliche

Di Anna Conte

 le terme di Latronico

Quando ero bambina a Latronico, paesino situato ai piedi del monte Alpe, in Basilicata, come in tutte le località del circondario, la cui economia, in parte, si basava sulla piccola produzione agricola necessaria a soddisfare il bisogno familiare, l’alternarsi delle stagioni era scandito dai lavori nei campi e dal raccolto dei frutti che la terra donava.

Andando indietro negli anni, ricordo che tale attività durante il periodo scolastico era svolta dai miei genitori, però durante l’estate era richiesta anche la collaborazione di noi figlie.

A onor del vero devo dire che non vivevamo molto bene questa situazione, perché, durante le vacanze estive mentre i nostri amici si divertivano, a giorni alterni, ci dovevamo alzare alle cinque per accompagnare mia madre in campagna, a innaffiare l’orto, prima che spuntasse il sole, ed evitare che le piante seccassero.

Il problema non era tanto aiutarla a innaffiarle ma arrivarci, perché il posto in questione distava 6 km da casa nostra.

Soltanto adesso riesco a comprendere tutta la bellezza racchiusa in quella vita semplice, priva di stress, senza il ritmo frenetico dell’odierna quotidianità che ci travolge. Era una vita fatta di umiltà, serenità, senza grosse pretese. Ci accontentavamo di quello che Dio e la terra ci donavano e non avevamo bisogno di altro.

Scorgere i bellissimi e cangianti colori dell’alba andando incontro al mattino, respirando l’aria fresca e pulita, rinfrancavano il corpo e lo spirito.

In primavera bisognava preparare la terra per seminare gli ortaggi, i tuberi e tutto ciò che si desiderava per adornare il proprio giardino.

L’orto che coltivavano i miei genitori era uno spettacolo, perché riuscivano ad alternare le piantine in base alle variazioni cromatiche dei frutti che poi sarebbero nati: il giallo dei peperoni e delle zucche con il rosso dei pomodori e il verde delle zucchine, dei fagiolini, e i colori pastello del pesco e del ciliegio che li sovrastavano; tutti magistralmente mescolati. Era bello prendersene cura, vederli crescere dava una soddisfazione incredibile e mi ripagava di quelle mattine in cui mia madre si avvicinava ai piedi del letto per svegliarmi.

Il fiume sinni

Quello era veramente un momento drammatico!

Io e le mie due sorelle dormivamo insieme in una stanza, quando sapevamo che una di noi il mattino presto avrebbe dovuto tirarsi giù dal letto, all’alba, passavamo la notte quasi insonne, e quando mia madre saliva le scale, eravamo tutte e tre sveglie ma facevamo finta di dormire. Sentivamo i suoi passi e cominciavamo a pregare e a sperare che la vittima designata a tale patimento fosse l’altra. Dato che eravamo in tre e Luisa era la più piccola, il conto era presto fatto, la mano di mia madre si sarebbe posata sulla mia spalla o su quella di Maria.

Ma la tortura più grande era dover pulire il grano dalla gramigna che gli impediva di crescere. Stare sotto il sole piegati a estirpare l’erba mentre ti pungevi con le spighe, non era il massimo della vita…

In estate si mieteva il grano e quello devo dire che era un avvenimento piacevole, soprattutto per me e le mie sorelle che ci limitavamo a guardare e a raccogliere qualche spiga che sfuggiva alla falce attenta del mietitore. Più che un lavoro diventava una festa, perché era un momento di condivisione e di allegria. In quell’occasione i miei genitori invitavano altre persone con le quali si aiutavano reciprocamente. Il giorno prima della mietitura mia madre preparava per tutti il lauto pranzetto che il giorno dopo avremmo consumato sotto l’ombra della quercia che fiancheggiava l’immensa landa dorata.

La vasta distesa di grano era situata sotto il livello della strada. Quando arrivavamo, rimanevo incantata dalla bellezza che si spalancava sotto i miei occhi: un mare dorato, le cui onde si muovevano lentamente a ogni soffio di vento, il sole splendente scintillava nel cielo terso e gli uccelli con la loro melodia facevano da sottofondo a questo meraviglioso spettacolo.

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Il mio cuore non poteva non sussultare di fronte a tanta grazia, ero felice e i miei occhi splendenti.

Mentre gli uomini impugnando la falce e recidevano le spighe di grano le donne intonavano canzoni raccogliendo, legando le spighe e ammucchiando le gregne.

Poi arrivava finalmente il momento del convivio allora tutti ci andavamo a sedere sull’erba che circondava la quercia e mentre consumavamo l’ottimo cibo preparato da mia madre, il cui profumo è conservato nell’archivio della mia memoria, si parlava e si rideva con estrema allegria. Quando arrivava la sera, ritornavamo a casa stanchi ma felici.

Quando l’aria cominciava a diventare frizzantina e tutta la natura si adornava dei colori intensi e vermigli striati di ocra e verde, l’autunno era alle porte. Malgrado questa stagione può dar adito ad abbandoni melanconici non l’abbia mai vissuta con particolare tristezza.

Gli alberi che si spogliano, la natura che si addormenta, il cielo spesso sordido, sono la metafora della vita che si spegne. Ma la gioia che trapela nell’osservare la natura che si tinge di colori fulgenti fa pensare che la vita continua dopo la vita, che ritorniamo alla terra per poi rinascere nella luce .

Con l’arrivo dell’autunno ci si preparava per la vendemmia. Il vigneto di mio padre era uno spettacolo, l’ha sempre curato in ogni particolare, anche adesso che ha quasi ottant’anni. I filari erano perfettamente allineati, i pampini perfettamente potati, il terreno perfettamente pulito e dal lato esposto a nord si elevava maestoso un filare di pini che fungeva da barriera frangivento…

Anche il giorno della vendemmia era una festa, i nostri genitori solo per quel giorno ci permettevano di non andare a scuola.

scorcio del vigneto

Lo scopo era quello di farci divertire più che dar loro aiuto… e lo era davvero!

Partivamo al mattino con il carretto di mio padre, lui guidava e noi tutti dietro seduti tra un contenitore e l’altro salutavamo allegramente le persone che incontravamo per strada. Quando arrivavamo lì, muniti di guanti e forbici cominciavamo a tagliare i grappoli cercando di non farli cadere a terra. Anche lì mentre lavoravamo e mangiavamo qualche chicco di uva cantavamo e scherzavamo.

Finita la raccolta, ritornavamo a casa, dove mio padre si muniva di stivali nuovi di gomma, si calava dentro il tino e cominciava a pestare l’uva. Quello era un lavoro faticosissimo, poi quando acquistarono la macchina per macinarla tutto divenne più semplice. Dopo aver diraspato le uve, eliminato il rachide o raspo e aver pigiato gli acini si otteneva il mosto pronto da fermentare.

Mi ricordo, e ancora oggi è così, che il vino era assaggiato per la prima volta l’otto dicembre, il giorno dell’Immacolata Concezione, da noi chiamato “spricicchiavutti”. È una tradizione che continua anche oggi. L’otto dicembre, molti uomini si ritrovano nelle varie cantine del paese per assaggiare i vari vini e trascorrere un pomeriggio in allegria, il più delle volte poco sobri ma felici.

Un altro lavoro che spesso si faceva durante l’autunno, era l’approvvigionamento della legna per l’inverno. Mio padre andava in campagna, tagliava gli alberi e li portava con il carretto a casa, ma abitando nel centro storico era praticamente impossibile arrivare a scaricate la legna vicino alla legnaia ed era costretto a lasciarla un po’ lontano e insieme la portavamo dentro. Mi ricordo che facevamo a gara a chi ne portasse di più sulle braccia e benché mia madre ci esortasse a non caricarci troppo, io spavalda ne prendevo così tante da riuscire a stento a reggerle, per dimostrare loro che ero forte. Ho sempre cercato il consenso dei miei genitori e ogni occasione era buona per avere la loro approvazione.

Con il sopraggiungere dell’inverno le attività agricole erano sospese e ci apprestavamo a trascorrere l’inverno nell’atmosfera ovattata e candida della neve che a fiotti copriva lentamente le strade. Quando ero piccola, ne cadeva tanta che uscire diventava impossibile e solo raramente mia madre ci permetteva di andare a giocare a palle di neve perché aveva paura che ci ammalassimo.

Quello spettacolo seppur bellissimo per noi diventava una prigionia… questo è il motivo per cui non ho mai amato la neve…

Durante l’inverno si ammazzava il maiale per provvedere all’approvvigionamento della carne per tutto l’anno. Anche questa era un’occasione di festa perché erano invitati tutti i parenti pronti a dare una mano e a riceverla in cambio quando ne avrebbero avuto bisogno.

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Che tavolate e che cibo prelibato!

Quando ero piccola, ero una buongustaia e mi brillavano gli occhi dalla felicità quando mi sedevo davanti ad un piatto di pasta condita con il sugo con dentro lo spezzatino di maiale e per giunta insieme a tanta bella compagnia. Mi ricordo che la nostra cucina di circa 20 metri quadrati riusciva a contenere fino a trenta persone. Il desiderio e la gioia dello stare insieme ci facevano superare anche le difficoltà legate alla mancanza di spazio.

L’unica cosa che mi faceva stare male e che trovavo estremamente crudele era il modo in cui veniva ammazzato il povero animale. Di mattino quando mio padre insieme ai fratelli andava a prenderlo nel porcile situato poco lontano da casa e lo trascinavano in un locale lì vicino per procedere all’esecuzione si sentivano le urla di disperazione del povero malcapitato che aveva compreso quale sarebbe stata, da lì a poco, la sua sorte.

Sembrava che dicesse: “Aiutatemi, non voglio morire, abbiate pietà di me”… Io non ce la facevo a sentire e sprofondavo con la testa nel cuscino…

Immaginavo mio padre e i suoi fratelli mentre trascinava il poveretto con il cappio al collo fino al tavolo dove “u ccier”, colui che lo uccideva, affilava bene il coltello prima di infliggergli il colpo mortale.

Mentre il sangue scendeva una donna con un recipiente, lo raccoglieva e lo girava per non farlo raggrumare, in modo da poterlo utilizzare per fare il sanguinaccio, un dolce tipico del mio paese. Del maiale non si buttava assolutamente nulla, tutto era utilizzato, anche il residuo di grasso che rimaneva dopo averlo sciolto e pressato; insieme alla potassa e alle essenze profumate era usato per preparare il sapone che serviva per fare il bucato.

Questi sono i miei ricordi legati al susseguirsi delle stagioni. Sono felice di aver avuto la possibilità di crescere in una famiglia come la mia che ha posto alla base del suo vivere i valori dell’umiltà, della modestia e della semplicità. Quando si è bambini, non si riesce a cogliere tutta la bellezza che ne deriva, ma la vita, le esperienze negative e questo mondo che si evolve – anzi, oserei dire “involve” – verso un modus vivendi che fonda le sue basi su valori futili e opportunistici, mi fa desiderare di tornare indietro nel passato, per vivere una vita a contatto con la natura, accanto a persone dall’animo puro, il cui unico scopo è gioire e condividere la bellezza che ci circonda.

Licenza Creative CommonsRievocazioni bucoliche di Anna Conte © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Lo Speziale fiesolano propone…

Cari amici, il nostro coordinatore di redazione, Alberto Pestelli (conosciuto come lo Speziale fiesolano) propone, come lo scorso anno, i suoi libri. Il ricavato dei compensi autore andranno in favore, per l’impegno sociale e umanitario, alla Fratellanza Popolare Caldine.

copj170.aspUna notte su Monte Ceceri

Secondo romanzo del ciclo Fiesole e dintorni

Formato cartaceo su: Ibs, Feltrinelli e Youcanprint – Formato ebook su Amazon, su Ibs, su Feltrinelli

cop.aspxIl Segreto della Luna

Formato cartaceo su: Ilmiolibro, Feltrinelli – Formato ebook su: Ibs, Amazon e Feltrinelli

copj170a.aspIl guardiano del Grano

Primo romanzo del ciclo Fiesole e dintorni

Formato cartaceo su: Ibs

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La storia di Anna in un libro che sta emozionando il Paese

di Carmelo Colelli

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Anna non si racconta, Anna si fa teneramente amare dal lettore, non si impone, non usa un linguaggio aulico, sussurra piano la sua vita, ti rende partecipe.
In alcuni punti ci si sente così presente, che ci sembra di camminare con lei, di sentire e vedere le cose che lei sente e vede, sembra di sentire anche la sua voce, che esalta ed apprezza le bellezze del creato.
Lei parla del suo viaggio, delle strade percorse e quelle da percorrere.
Durante il percorso Anna si è trovata anche da sola ed in zone aride e deserte, ma c’è stato sempre un incontro non previsto, inaspettato, che ha generato sempre un cambiamento.
Anna ha camminato, il viaggio le ha permesso conoscenza ed incontri, da questi incontri, sono sempre esplosi colori e suoni, con tutte le loro sfumature, a volte è stato difficile apprezzarle tutte, ma ci sono state.
Il colloquio con l’altro, l’altro appena incontrato, ha prodotto sempre una dolce musica che si è diffusa nella vita di Anna, a volte la percepisce anche il lettore.
Ogni incontro una forza nuova, Anna le ha utilizzate tutte, ne ha creato una risultante, le ha dato il verso e la giusta direzione, quella dell’Amore.
“L’amore spunta tutte le armi, accorcia tutte le distanze, crea un linguaggio proprio che permette di comunicare anche con chi parla altre lingue, accetta le diversità e le disuguaglianze.
Chi ama non sarà mai capace di fare del male alle persone che ama.”
Anna vive l’Amore in questa dimensione, per Anna l’Amore non è da dare o da prendere, ma sa che è Lui che ci prende, stravolge il nostro quotidiano, ci trasforma, da questo momento in poi non è facile redigere il quaderno della partita doppia del dare e avere.

foto 2Anna si è resa disponibile all’amore, a sentirlo e vederlo in tutte le forme in cui egli si è espresso e si è manifestato.
Anna ama e desidera essere amata, cammina va avanti, inciampa ma cammina, ama la vita in tutte le sue forme.
Il suo modo di amare ed il suo desiderio di essere amata lo porge come canto leggero, come alito di vento, come profumo che si diffonde nell’aria.
Una compagna di viaggio è stata la sua malattia, di questa Anna ne parla con tranquillità, con dolcezza, con ironia, anche del dolore o dei dolori vissuti parla con amore, offrendo al lettore la parte più intima di sé e della sua vita.
Viene da pensare che l’elegante Anna, ad un certo punto, abbia fatto questo discorso alla sua malattia: “Senti! Noi due dobbiamo vivere in questo mio corpo, ma sappi che io c’ero prima di te con il mio amore ed i miei sentimenti, allora non diamoci tanto fastidio, condividiamo tutto e andiamo avanti!”
Cosa resta dopo l’ultima parola letta, resta una amica, che ha trasformato anche la nostra vita, la leggiadria con cui ci ha parlato d’amore, di felicità, di amicizia, di rapporti familiari, di disagi e sofferenze, non possono rimanere parole di un libro, sono emozioni che entrano in ognuno di noi e ne generano delle nuove.
Le parole del libro di Anna sono come le gocce dell’acqua di una cascata, fresche, trasparenti, basta un piccolo raggio di sole per colorarle di mille colori.
Grazie Anna.

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Chi è Anna?
Anna Conte è una elegante donna, nata 49 anni fa a Latronico, un bel paesino in provincia di Potenza, dove esercita la libera professione di architetto.
Una donna coraggiosa e fragile, che durante la sua vita incontra una compagna di vita un pò particolare, la “Sclerodermia o sclerosi sistemica progressiva (SSP)”, questa compagna la rende più sensibile e in grado di apprezzare maggiormente tutte le bellezze del creato e riuscire a coglierne tutti i suoi colori e le infinite sfumature.
Una donna, che malgrado le difficoltà, lotta come ha sempre fatto, perchè la vita è bella e va vissuta pienamente, lotta anche per proteggere la vita degli altri, perchè fermamente convinta che questo è il dovere di ogni essere umano.
Anna, ad un certo punto, sente il bisogno di esternare le proprie emozioni, decide di raccontare, alla figlia, la sua vita, gli avvenimenti dolorosi e non che l’hanno caratterizzata.
Al racconto viene dato il titolo: “Tacco 12. In bilico sulla vita” Ed. Progedit Bari. (Pagg. 92 € 16,00)

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Anna Conte, donna eroica dell’anno, e il suo libro “Tacco 12. In bilico sulla vita”.

di Maria Iorillo

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Ho incontrato Anna Conte lo scorso 8 luglio alla presentazione del suo libro durante l’evento dedicato alla sclerodermia e alle malattie rare tenutosi nella sala conferenze della sede di rappresentanza del Parlamento europeo e della Commissione europea a Roma. Bellissima ed elegante, con il suo tacco vertiginoso, e negli occhi lo stupore per ciò che le accadeva intorno, Anna mi ha colpito per la spontaneità e la simpatia. Mi hanno emozionato il suo intervento e la sintesi della sua vita, e, dopo aver letto il libro, sono ancora più commossa per il messaggio che trasmette. Donna dotata di “leggerezza calviniana”, che non è superficialità, e con la quale riesce a convivere con la sua malattia senza commiserarsi né facendo pesare agli altri il suo status. “Leggerezza” che le permette di continuare ad essere femminile, di mettere passione in tutto quello che fa e di “donarsi” serenamente all’amicizia, all’amore, alla maternità.

“Tacco 12. In bilico sulla vita” è un racconto autobiografico e intimista, il resoconto di una vita talmente straordinaria che le è stato assegnato, dal presidente Napolitano, il premio come donna eroica dell’anno. Anna racconta gli eventi più importanti, della sua vita e della sua malattia, alla figlia, a noi, ma anche a se stessa perché ripercorre il suo viaggio dando un senso al suo vissuto. Lo fa con una semplicità e con un’ironia sorprendenti (perché, secondo una citazione di V. Hugo riportata nel libro, la libertà comincia dall’ironia).

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Si ha la sensazione di stare seduti nel salotto di casa con l’amica Anna che, sorridente, condivide con noi le riflessioni sui valori reali della vita e le sue esperienze. L’adolescenza e i problemi di anoressia e bulimia, le amicizie e l’amore, gli affetti veri e quelli difficili, le bellezze della natura, la scoperta, circa trenta anni fa, della sclerodermia e il rapporto con essa. Rapporto complesso ma che Anna riesce con coraggio e forza a viverlo “con leggerezza”, ironia e maturità: prendendo a braccetto la malattia e portandola sempre con sé. E con essa, Anna ha concluso con successo i suoi studi, si è impegnata nel suo lavoro di architetto e ha sposato l’uomo che ama. Tra una visita e l’altra negli ospedali italiani, Anna si è assunta le responsabilità della sua vita, della malattia, della famiglia: ha cresciuto una figlia e ha adottato un figlio. La caparbietà, la determinazione, l’amore per la vita, il vedere gli aspetti positivi anche in situazioni difficili non l’hanno mai fatta desistere e, col sorriso sul suo bel viso e la speranza nel cuore, prosegue il viaggio, fronteggiando con determinazione tutto quello che le viene donato dal destino. Anzi, la malattia l’ha resa più sensibile e aperta agli altri, perché Anna dà conforto, calore e speranza a chiunque incontra sulla sua strada, a chiunque ne abbia bisogno. Nel libro racconta situazioni nelle quali una qualsiasi altra donna sarebbe crollata; invece lei si muove con naturalezza ed eleganza, anche con l’imbarazzante e ingombrante borsetta dell’ossigeno, quella che la fa andare avanti in attesa del trapianto, ma che nel frattempo diventa invisibile agli occhi di chi viene colpito emotivamente dalla solarità e dall’umanità di Anna.

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A chi affronta la vita con superficialità o piangendosi addosso per nulla, Anna insegna che la vita è straordinaria e ogni cosa va accettata e gestita con rispetto, con coraggio, con amore e che ogni situazione negativa reca in sé elementi positivi, che spesso non sono di immediata comprensione. Ѐ questa “la preghiera” che Anna rivolge alla figlia (e a noi tutti): vivere pienamente il viaggio e sorridere sempre, nonostante i “sacrifici” che spesso richiede, perché esso offre sempre nuove opportunità e occasioni da sfruttare e che sono motivo di crescita! Ed è lo splendore che riusciamo a dare alla nostra vita ciò che ci rende unici, sereni… e amati!

© copyright Maria Iorillo

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Recensione del romanzo “Tacco 12, in bilico sulla vita”

di Iole Troccoli

tacco-12-in-bilico-sullaCiò che colpisce subito del bel romanzo di Anna Conte “Tacco12” è l’immediatezza del messaggio che arriva al lettore: la vita è bella e va vissuta appieno nei suoi alti e nei suoi bassi, anzi, forse proprio in questi maggiormente, poiché sono anche le avversità e i problemi a dare il senso alla vita.

Anna scrive, in una sorta di diario rivolto alla figlia, delle sue vicissitudini e di come, spesso d’improvviso, tutto o almeno molte cose cambino e come l’individuo sia costretto a cambiare con loro. Ma non c’è ombra di autocommiserazione nel narrare; la protagonista, che è anche l’io narrante della storia, riesce sempre, con la forza e il sorriso, a trasformare i toni grigi in tonalità accese, che celebrano naturalmente la vita.

Così, la malattia che irrompe, i problemi personali e le difficoltà amorose vengono raccontate con semplicità e trasparenza, messe in piazza, per così dire, in maniera liberatoria.

E la piazza è quella di un bel paese della Basilicata, Latronico, che anche io conosco bene per avervi trascorso alcune estati di qualche anno fa. Una piazza circondata da strade in salita e discesa, metafora, se vogliamo, dei sentieri spesso distorti dell’esistenza, che Anna narra con piglio vivace e a tratti venato di humor.

Si esce rinfrancati da questa lettura, l’immagine di Anna e del suo percorso coraggioso e ricco di eventi si offre al lettore come un’immagine di speranza, energia e voglia di guardare sempre avanti, perché il passato esiste soltanto se vogliamo fermarci a guardarlo, altrimenti scompare, portato via da nuovi sogni e destinazioni.

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© copyright Iole Troccoli, 20 luglio 2014

 

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La cultura viene maltrattata… e le librerie chiudono.

Di Maria Iorillo

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Nel centro storico di Napoli, c’è una strada, Port’Alba, lunga circa 200 metri, che collega piazza Dante a piazza Bellini. Da piazza Dante si passa sotto l’arco della Porta, risalente al 1625, per accedere all’omonima via conosciuta per le sue numerose librerie e, fino a pochi giorni fa, per le bancarelle che esponevano libri usati o fuori catalogo, libri antichi e da collezione. Era la meta di tutti gli studenti di Napoli e provincia, di tutti gli amatori di libri antichi alla ricerca sempre di un testo raro e difficile a trovarsi.

3979758472_7e5cbb6b3f_bPort’Alba, Napoli

Quando ero una studentessa, acquistavo i libri sempre a Port’Alba, da Guida o da Pironti. Con gli amici mi incontravo spesso in quella zona e nello spostarmi da una piazza all’altra, luoghi di ritrovo per i giovani, attraversavo sempre via Port’Alba, e ogni volta lasciavo i sensi liberi di girare tra i banchetti e le perle che nascondevano… e, sbirciando tra le trame tessute tra parole, immagini e odori, essi riuscivano sempre a scovare un libro interessante da portare via e con poche lire (sì, era ancora il bel tempo della lira). Sensazioni che ho ritrovato solo tra i bouquinisti lungo la Senna a Parigi. Ma qui certamente entrano in gioco altre sensazioni legate a quello status bordeline che Parigi è in grado di creare nel viaggiatore innamorato della città.

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La libreria Guida, storica sede di tanti incontri culturali nella sua Saletta Rossa, rivendita di fiducia di Benedetto Croce (che abitava lì vicino), tappa fissa di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale durante i loro viaggi nella città partenopea, lo scorso dicembre ha chiuso. Eppure fino a dieci anni fa i Guida in Campania erano, con le tante librerie e la casa editrice di loro proprietà, alla testa di un piccolo impero della carta stampata, leader del settore culturale della Campania. Nel novembre del 1983 il Ministero dei Beni Culturali dichiarò la Libreria Guida “Bene culturale dello Stato” per l’attività libraria ed editoriale svolta. Nei tempi d’oro, tra gli anni Settanta e Novanta, solo a Napoli c’erano ben sei librerie Guida; poi, colpa della crisi, della “stretta creditizia” (credit crunch) e del crollo immobiliare, la famiglia Guida fu costretta a chiuderle una alla volta mettendo i suoi dipendenti in cassa integrazione. E così un pezzo di storia e di cultura è stato gettato nei cassonetti in mezzo all’immondizia come una cosa che non serve più e che non rientra tra le necessità primarie della gente.

Saletta rossa della Libreria Guida a PortalbaLa Saletta Rossa della Libreria Guida

Sempre a Port’Alba, le famose bancarelle dei libri, posizionate davanti alle librerie, nei giorni scorsi sono state anch’esse rimosse a causa di una zelante applicazione della legge, che vuole libero quel suolo pubblico. Dopo oltre cinquant’anni, qualcuno ha voluto applicare la legge. Si poteva regolarizzare la cosa, trovare una soluzione… no, si è preferito mandare a casa i librai e dare un altro schiaffo alla cultura della città. E ciò che fa più rabbia è che lì, dove fino a ieri c’erano le preziose bancarelle, sono apparsi immediatamente macchine parcheggiate abusivamente e i famosi parcheggiatori col loro “pizzo” a piacere. E i vigili fanno finta di nulla. Nessuno interviene. Le macchine sì, i parcheggiatori abusivi sì, i libri no. Che strana applicazione della legge!!!

 

Ho raccontato di Port’Alba a Napoli perché ho frequentato quella zona per anni, ma questa è la situazione generale del nostro Paese. Anche a Roma, dove vivo da vent’anni, le librerie chiudono. Nel popoloso quartiere Marconi, negli ultimi tre anni hanno chiuso la Mondadori, la Armando Armandi, e una grande libreria che organizzava eventi importanti per adulti e bambini. A Milano, dopo Babele e Bocca, ha chiuso anche la storica libreria di Porta Romana. E così via, in tutto lo stivale, le grandi e piccole librerie e case editrici sono costrette a gettare la spugna.

Ma cosa sta succedendo? La crisi economica, è vero, come la possibilità attuale di acquistare i libri via Internet (Amazon, Ibs, ecc.), ma è soprattutto il governo che sembra tessere leggi e riforme che invece di aiutare la cultura a diffondersi ne accelera la fine attraverso un circolo (politico-economico) vizioso che porta all’impoverimento spirituale e materiale del popolo.

La chiusura delle tantissime librerie e delle case editrici, piccole e grandi, è un segnale forte di imbruttimento della nostra società dove la cultura viene considerata l’ultima ruota del carro che possiamo anche perdere per strada con l’illusione stupida di riuscire comunque ad andare avanti. Chi non ricorda il famoso Fahrenheit 451? Ecco, è quello che succederà un giorno? Perché si avverte sempre più la sensazione che un popolo acculturato metta paura a chi detiene il potere in un Paese che sta gradualmente perdendo la sua connotazione democratica. Che terribile visione futuristica, e forse non tanto fantascientifica. Povere le attuali e future generazioni, senza lavoro e senza cultura!… e senza libertà! Perché il lavoro e il libro rendono l’uomo lib(E)ro.

© copyright Maria Iorillo 2014

Fonte delle fotografie:

https://it.images.search.yahoo.com

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I fiori – una poesia di Iole Troccoli

[Sir Lawrence Alma-Tadema - Le rose di Eliogabalo - (1888)][Sir Lawrence Alma-Tadema – Le rose di Eliogabalo – (1888)]

I fiori sono belli anche di stoffa
o disegnati fragili
sul bianco perfetto dei lenzuoli.

I fiori si distendono, quando li osservi
aprono le trame dei petali
si scrollano, benedicenti
a ogni tuo passaggio.

I fiori dei dipinti, poi
viene voglia di toccarli

così altezzosi o disperati
sfiorano la grana dei tuoi occhi
cercando la pagliuzza gialla
che il pittore ha scordato
furioso
nel suo subbuglio di colori.

Sono belli anche damascati
i fiori

discendenti
simili a turbini di cascate
ma più quieti

come se sentissero l’acqua
poco prima del tramonto

e chinassero il capo
esausti

felici dell’azzurro che inonda.

© copyright Iole Troccoli, 9 luglio 2014

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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Chiodi e Farfalle, l’ultimo dono della scrittrice Anna Maria Fabiano ai suoi cari e amici.

Recensione di Maria Iorillo

Biografia:

Anna Maria FabianoAnna Maria Fabiano, nata nel 1952 a Soveria Mannelli (Cz), ha trascorso la sua infanzia a Torino, e studiato a Roma dove si è laureata in lettere con una tesi su La Montagna Incantata di Thomas Mann, la cui sintesi fu pubblicata sulla rivista «Studi di storia dell’educazione». Tranne pochi intervalli più o meno lunghi, ha vissuto gran parte della sua vita a Cosenza e nell’hinterland cosentino, in campagna. Ha insegnato italiano e storia all’istituto tecnico commerciale Pezzullo di Cosenza. Interessata di psicologia, pedagogia, letteratura e di teatro, ha scritto poesie, racconti, recensioni, testi teatrali e tesine letterarie. Ben disposta verso la vita, la gente, il sociale, con passione ha sempre cercato di coinvolgere nei suoi progetti gli altri, riuscendone a cogliere l’essenza, l’anima. Il suo primo romanzo Il colore del mare, nel 1999, è edito da Gangemi. Il colore del cielo è pubblicato da Liberodiscrivere Edizioni nel 2006. Avevo i capelli biondi esce nel 2008 per la Rubettino Editore. Nel 2011 pubblica Immagina una piazza con Ferrari Editore. Ma sono tanti i brevi racconti e le poesie scritti fin da ragazza, influenzata da papà Pietro, amante della letteratura. Anna ha collaborato con vari editori, curato collane e progetti di scrittura creativa, tra i quali Estemporanea, Fantagraphia, Fiumidea, Malta femmina, ecc. L’ultimo lavoro Chiodi e farfalle, edito da Ferrari Editore, si può definire postumo, in quanto l’autrice non è riuscita a vederlo stampato. Anna Maria Fabiano ci ha lasciato il 25 giugno 2014.

Il romanzo:

Chiodi e farfalle racconta di una giornalista, quasi quarantenne, che, tornata nel suo paese di origine, nel sud, ritrova i suoi diari giovanili e, in una sola notte, ripercorre la sua vita. Mentre la luna fa luce sul mare (la quarta parete) e sull’ emozione risvegliata dall’incontro casuale col suo primo grande amore, “quella strana follia, quell’unica persona che si era annidata dentro di lei…”

Senza titolo“Stesa sul divano. Musica dolce a cullare il mio amarcord dove volano farfalle impazzite, emettendo degli strani suoni, e pungono chiodi dalla punta velenosa. Un grande buio che ha inghiottito la mia memoria di ragazzina e ha minato la mia fiducia nel mondo, la mia autostima, forse. Forse.”

Il romanzo è un’immersione nella realtà dell’Italia degli anni ’70, caratterizzata dalle contestazioni studentesche e dalle rivolte femministe, dagli eventi culturali di quel periodo, dai fatti tragici degli anni di piombo, dal caso Pinelli…

“[….] Aveva con sé dei documenti che voleva farmi leggere, una lettera, inizialmente sottoscritta e divulgata da [….] firmatari, ma poi pubblicata sull’ Espresso del 13 giugno, [….] Le accuse sono rivolte a quelle persone che hanno condizionato l’iter processuale in favore del commissario Calabresi, partendo dal presupposto che Pinelli sia stato ucciso e che quindi ci sia una bella fetta di responsabilità del Commissario in merito alla sua morte…”

Ed è in questo scenario che scorre la vita di Francesca, una donna con le sue fragilità e i suoi sentimenti, le sue lotte interiori tra tante insicurezze e poche certezze (e resto qua come una pietra pensante, persa nel nulla e nel vuoto di certezze mai possedute), i suoi amori, la nascita della figlia e il desiderio di libertà. Libertà come abolizione dei compromessi e delle banalità. Libertà da una famiglia poco accogliente: la Madre borghese e insensibile, troppo attenta a se stessa e alle apparenze sociali; un padre buono ma poco autorevole, distratto; una sorella che, per un motivo che scoprirà solo successivamente, si rifugia in un matrimonio sbagliato e nella maternità. E libertà da un segreto che la condizionerà come donna e come persona. Francesca cadrà tante volte ma ogni volta si rialzerà.

“Lascia [….], con un chiodo puntato nella pelle che brucia fino a farla decomporre. E una farfalla che, libera, sprigiona i suoi eterni vagabondaggi, mentre il sole sta nascendo dal mare. A riprova che comunque la vita non è stasi e, finché resta una briciola di coraggio, si può inventare un nuovo giorno.”

Interessanti le citazioni culturali del periodo, dal cinema all’arte, dalla letteratura alla musica, con approfondimenti personali che denotano una solida cultura e capacità critiche dell’Autrice.

Roma, Guttuso l’ha dipinta cercandone gli aspetti più profondi e intensi, non solo sociali, ma anche politici, anche religiosi [….] Ecco, pensa a un’opera come La crocifissione. Oggetto di discussioni, polemiche e bersaglio di benpensanti, purtroppo, anche perché Guttuso maschera, attraverso la sacralità, gli orrori della guerra; e tuttavia è l’opera che gli darà la fama. C’è una parte del suo diario dove dice che è “il simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee…”

Durante la lettura dei suoi bloc notes, Francesca ricorderà gli amici, gli amori, le persone che l’hanno aiutata a “crescere” e a diventare la persona che è oggi. Anna Maria Fabiano ancora una volta racconta della donna con le sue fragilità e i suoi sentimenti, i dilemmi e i dualismi, e lo fa con uno stile narrativo più maturo e meno tendente a influssi surreali, utilizzando con cura e precisione le tecniche narrative e sintattiche. Un romanzo coinvolgente nel quale il lettore, ritrovando sensazioni e atmosfere, navigherà in un mare di eventi e parole che lo faranno sentire coprotagonista della storia.

Anna e il teatroAppassionata da sempre di teatro, ultimamente Anna aveva creato e diretto, con i suoi ex studenti, il gruppo “Ciascuno a suo modo”.

Questa la pagina Facebook dove gli amici potranno seguire il percorso di Chiodi e farfalle e ricordare la bella persona che è stata Anna Maria Fabiano come Donna e come Autrice.

https://www.facebook.com/pages/Chiodi-e-Farfalle-di-Anna-Maria-Fabiano/1430999407184649?ref_type=bookmark

© copyright Maria Iorillo 2014

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Il diario di un giovane alluvionato

di Gianni Marucelli

Il racconto di un giovane studente che ha vissuto attimo dopo attimo la disastrosa alluvione di Firenze del 4 novembre 1966. Gianni sin dal giorno prima ha il presagio, ascoltando le parole di un suo compagno di studi, che ci sarà qualcosa che sconvolgerà la sua città. Il giorno dopo, di mattina presto, lo studente e la sua famiglia non si rendono ancora conto, nonostante la telefonata di una parente che li avverte degli allagamenti in un quartiere fiorentino, che l’Arno sta invadendo la città…

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h. 10,30

Mio padre e mia madre hanno discusso: non si parte più. Da soli appare troppo azzardato. Mitzi, relegata sull’armadio più alto, miagola sommessamente. Mi ricordo d’un tratto che questa sarebbe dovuta essere una mattinata speciale: il babbo mi avrebbe consegnato, rimessa in ordine, la sua vecchia Lambretta e anche io, finalmente, sarei stato motorizzato. Ma lo scooter si trova nell’officina di macchine tipografiche che mio padre possiede, in Via Guelfa. Chissà se l’acqua mi danneggerà il mezzo? Evidentemente   anche il babbo sta pensando allo stesso luogo, seppure con fini diversi, perché sbotta: “In Via Guelfa ci sono macchine per decine di milioni: se si allaga siamo rovinati!” Mia madre, sempre la più presente a se stessa: “Pensiamo a noi, piuttosto! – strilla – che facciamo, Madunin!?”, rivelando nell’esclamazione il suo originario dialetto lombardo. Si sale al primo piano, dove abitano brave persone, una famiglia di San Casciano trasferitasi da poco. Ci invitano a sistemarci da loro, finchè il pericolo non sia passato.

© copyright Gianni Marucelli 2014

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Diario di un giovane alluvionato (III parte)

di Gianni Marucelli

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h. 8,30: Mi riaddormento, ma presto vengo svegliato da mia madre che mi manda (come di solito nei giorni di festa) ad acquistare il latte. C’è poca gente per strada: noto con un certo stupore che Borgo Pinti, all’angolo con il Liceo Michelangelo, è stato chiuso al traffico.Un velo d’acqua lo ricopre. Piove sempre, una pioggerella sottile e costante. La Latteria Ciolli, celebre per i suoi gelati, è regolarmente aperta. Quando torno a casa, con la bottiglia in mano, noto subito che c’è qualcosa di diverso, nell’aria. Mia madre è al telefono e ripete, monotona: “Non c’è linea. Sono cadute le linee.” Mio padre, che tiene in braccio la gatta Mitzi, appare pallido e teso. “Poco fa è venuto lo zio Alberto – mi spiega (abita a pochi portoni da noi) – ha saputo da fonte certa che l’Arno è andato di fuori. L’acqua sta arrivando.” Cerco di interloquire, ma mi fa cenno di non interromperlo. “Qui siamo al piano terreno. Anche se vengono solo quaranta centimetri rischiamo di restare bloccati.

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Lo zio propone di andarcene in collina con le auto e tornare quando tutto si sarà risolto.” “E la gatta?”, domando, e prendo in collo la mia adorata Mitzi. Interviene la mamma: “La lasciamo su di un armadio, con cibo ed acqua a sufficienza. Non si tratta che di poche ore.” E’ deciso. La mamma prende un borsone e vi mette qualche indumento. “E il televisore nuovo?” (mio padre vi ha speso una cifra che non si sarebbe potuto permettere). Ci guardiamo. Ho un’idea. Al primo piano, dalla signora Enrichetta!” E’ la nostra anziana vicina , il cui giardino confina col nostro. L’apparecchio è pesantissimo, ma viene recapitato a destinazione. I vicini hanno deciso di non muoversi: “Che volete che sia un po’ d’acqua?” Intanto constatiamo che l’energia elettrica se n’è andata. Ma non c’è tempo Sono già le dieci passate, l’ora dell’appuntamento con mio zio. Mio padre esce in fretta.

Torna subito, rabbuiato. “Se ne sono andati senza di noi, e c’è acqua per strada”. Mi affaccio. Un rivolo, lento ma costante, converge sul nostro tratto di Via della Colonna provenendo da Piazza d’Azeglio, da Borgo Pinti, da Via della Pergola.

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