La vita succede…

La vita succede

di Luigi Diego Eléna

41SwecdnCWL._SX322_BO1,204,203,200_Un caleidoscopio di immagini, flashes metaforici baluginanti che attraversando il tempo, curiosamente si celano sotto il velo dello scorrere dei pensieri. Pulsa lo stupore disincantato dell’osservazione, il saper raccogliere le gocce di vita che cadono ad ogni istante sopra l’esistenza. Sono graffiti incisi che lasciano segni indelebili, graffiano e accarezzano la memoria e il cammino dei giorni dell’anima.

“Si tratta di una mistura di pensieri, un amalgama vario di molti ingredienti e annotazioni su quaderni o diari di esperienze sparse. Il tutto come un esilio intorno a se stessi. L’esilio è interrogarsi per dar senso al tempo di speranza. Cioè quella formazione e messa in ordine di pensieri fondanti, guidati da una motivazione interiore più pressante. È lì su questa cuspide d’orizzonte che si sta prospettando la possibilità di inedite soluzioni. Il filo logico proprio di uno ‘Zibaldone’ fatti di idee eterogenee come il tema che gli dà il nome: ‘La Vita succede’ è costruito su 62 temi per altrettante poesie in cui emerge all’orizzonte il carattere di un uomo e-o un uomo di carattere. La vita è un ponte sospeso, dipinto dalla sua missione e la poesia è l’assoluta novità per conoscere la vita.

Il libro è in vendita su www.amazon.it

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L’Occhio del plenilunio

Un racconto di Iole Troccoli

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Al mercato ho comprato un laghetto.

Il venditore mi ha assicurato che era un laghetto tranquillo, senza onde.

L’ho osservato: fioriva d’ombra ai bordi sotto un occhio di sole.

Dopo averlo messo in una sporta, tornando a casa ho notato che non esondava ma restava compatto e arrotolato come un gatto quando dorme.

Una volta in cucina, l’ho fatto scivolare con delicatezza in una bacinella piuttosto ampia.

Sembrava contento, rassicurato.

Dalla finestra aperta niente vento, al massimo una brezza che non increspava, monotona.

Durante il giorno è rimasto fermo, anche se ogni tanto mi è parso che dondolasse al ritmo di una musica solo da lui percepita.

A sera mi è venuta voglia di catturare la sua attenzione.

Gli ho sorriso e, con la punta delle dita, ho accarezzato la sua superficie liscia.

Con il palmo della mano, a somiglianza di un remo, ho aperto l’acqua in più punti: custodiva in sé qualche riflesso di luce esterna, forse una stella girovaga o un lampione lungolago.

In profondità l’acqua diventava gradualmente più fredda, ho rimestato con lo strato superiore caldo e già ingrassato di piccole zanzare morte, sempre aiutandomi con le dita.

Ho avvertito sotto i polpastrelli una specie di fremito, come se affiorasse un rimprovero o un antico fastidio.

Mi sono seduta con le mani bagnate in grembo, ho controllato il suo lento placarsi, lo smorzarsi delle ondine che io stessa avevo creato.

Verso le undici di sera sono andata a dormire, mi sentivo molto stanca.

Dal letto era come se lo udissi respirare.

In mezzo alla notte quel respiro si è fatto d’improvviso rantolo, tremore.

Mi sono svegliata con ancora qualche brandello di sogno in mezzo agli occhi e sono corsa in soggiorno, spaventata.

Il laghetto era uscito dalla bacinella e si era sparso sul pavimento.

Grosse onde gialle lo attraversavano. Mi sono resa conto che stava aumentando di volume.

Le onde avevano ricci di schiuma sulle creste.

Mi faceva paura così grande; aveva occupato l’intera superficie della stanza, passando sotto il tavolo e le poltrone, scorrendo simile a un fiume che gonfiava in mezzo alle gambe del mio tavolino d’ebano.

Cresceva, come la pasta della pizza messa a lievitare sotto uno strofinaccio, e anche le onde crescevano silenziose, una dietro l’altra.

Terrorizzata, mi sono accorta che proprio al centro del laghetto stavano affiorando due piccoli scogli appuntiti.

Sembravano due occhi e guardavano me.

Per un momento ho temuto che il laghetto potesse morire, non so perché.

Le onde, intanto, continuavano a sollevarsi senza posa, ormai erano arrivate a mezzo metro di altezza, poco sopra le mie ginocchia.

L’acqua era calda, ora, come se fosse stata appena bollita. L’ho assaggiata: sapeva di sale.

Capii che il laghetto si era mutato in un mare proveniente da chissà quale oceano.

L’acqua continuava a salire inesorabile, i mobili del mio soggiorno avevano preso a galleggiare, insieme a me.

Il pigiama che mi vestiva era adesso del tutto fradicio, le finestre spalancate versavano blu notturno in ogni angolo.

In una frazione di secondo seppi che ciò che avevo comprato era in realtà una porzione abbandonata di oceano che, per istinto, stava tentando di ricongiungersi alla sua acqua madre.

Mi sono lasciata portare dalla corrente che, nel frattempo, si era fatta impetuosa, senza opporre resistenza.

Travolta da un’onda davvero molto grande, sono stata sbalzata fuori attraverso una delle finestre.

Come ultima immagine, mi sono accorta che in cielo sostava impassibile il grande occhio bianco della luna piena.

Infine, il blu.

 luna

Iole Troccoli, 10 giugno 2015

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L’occhio del plenilunio di Iole Troccoli 1© 0 giugno 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Il grande cielo

Un racconto di Guido De Marchi tratto dal suo libro: Voci dal terzo millennio – 4

Il grande cielo

 

 

Ero bambino quando al cinema arrivò il film “Il grande cielo”, una storia molto avventurosa ambientata nell’America del Nord – probabilmente in Canada, e l’unica cosa che ricordo è che uno degli attori era Kirk Douglas. Non intendo parlare del film, ma delle sensazioni che mi lasciò e che per lungo tempo ispirarono il mio senso dell’avventura.

In quei tempi – eravamo negli anni Cinquanta – vivevo in Val Bisagno, subito dopo lo stabilimento del gas, dove si ergevano montagne di carbone fossile che tutta una serie di carrelli su rotaie aeree trasportava ai forni; qui veniva parzialmente bruciato e poi recuperato sotto forma di carbon coke che, sempre coi soliti carrelli, andava poi a formare altre collinette nere e fumanti.

Sulla collina di fronte c’era la cementifera, altro stabilimento al quale, con una lunga serie di pilastri, arrivavano, dopo un lungo percorso, altri carrelli carichi di pietre che venivano poi lavorate e trasformate in cemento.

Tuttavia, proseguendo verso la Scoffera l’aspetto industriale si attenuava e il Bisagno diventava un torrente “quasi” normale. Ad un lato correva la strada carrozzabile, con tanto di tram sferraglianti, di quelli a due vetture agganciate, con le porte aperte; dall’altro, dopo il macello comunale, la strada finiva e il torrente riacquistava il suo aspetto naturale, con terre scoscese e piccoli orti.

A quell’età noi bambini leggevamo fumetti, guardavamo Stanlio e Ollio o Totò al cinema parrocchiale, qualche raro Tarzan e un sacco di western con eroi interpretati da Gary Cooper, Randolph Scott, Errol Flynn, Tyrone Power e altri. Naturalmente poi si rivivevano le loro avventure nei nostri giochi, caracollando su e giù per le colline, con fucili di legno e pistole ritagliate da piccoli pezzi di ardesia trovata nelle discariche del Bisagno.

Il torrente Bisagno a Genova

Il torrente Bisagno a Genova

“Il grande cielo” aveva aggiunto alle nostre fantasie un qualcosa che potevamo avere: un corso d’acqua. Oddio, l’acqua del Bisagno, a parte i giorni di piena, è solo un pio desiderio, ma per suggerire alla fantasia avventure in canoa era più che sufficiente e, data la poca profondità, non si correvano neppure seri rischi. Altro nuovo stimolo, dipendente forse dal fatto che il progredire dell’età ci creava nuovi bisogni, era il sogno d’amore – nel film c’è una bella storia tra l’eroe e una giovane pellerossa – e allora, d’estate, quando la notte era costellata di lucciole che palpitavano negli angoli bui e la luna piena disegnava scie luminose sulla poca acqua evocando l’illusione di un grande fiume, noi ragazzini, seduti sui muretti dell’argine, sognavamo fughe in canoa, lassù, a nord, dove la montagna di Creto si perdeva tra le stelle. Immaginavamo le profonde foreste canadesi, il suono un po’ lamentoso di un vecchio banjo e una esotica compagna che ci facesse sognare (non sapevamo neppure che cosa, ma era bello pensarci).

A dire il vero invece di un banjo sentivamo il suono di una chitarra e a volte anche quello di un mandolino; d’estate infatti, sotto il pergolato della vicina osteria, la gente si godeva il fresco, tra una suonatina ed una cantatina.

Erano radi i lampioni, allora, e piuttosto fiochi… e si scorgevano bene le stelle in cielo. Qualche volta c’era chi riusciva a far levare in volo una minuscola mongolfiera di carta alimentata da un piccolo braciere ricavato da una scatoletta di pelati e noi guardavamo a bocca aperta quel prodigio.

I nostri sogni si intrecciavano così con una mare di altre curiosità: i racconti di caccia degli avventori delle molte osterie lungo i bordi del torrente, le avventure galanti di qualche giovane frequentatore di balere, storie di lavoro, sfottò sportivi, e così via.

Ma poi, nella quiete della notte incombente, mentre la luna si levava in cielo sempre più spavalda ridisegnando i profili delle colline e si rimaneva soli… il pensiero tornava là, ad una fuga lungo il grande fiume dei nostri sogni su una canoa, con un piccolo banjo da strimpellare ed una compagna con la quale inventare nuove meravigliose avventure.

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L’Usceu (l’usciere)

di Luigi Diego Eléna

Su e giù per le scale che si muovono a serpente dall’osteria della Palma, tra le carte di chi mira a far punti quaranta, e calarle in una chiusura una sull’altra, all’apertura del municipio, dove le carte sono d’istituzionale importanza. Un taglio di capelli con riga e squadra, sempre perfetti e ben allineati, quasi impomatati, più che da un gel, dal Brylcreem che era una pomata. Coppola di lana nel disegno principe di Galles, per la stagione di rigore invernale, e borsalino panama per l’estate, in un incedere rapido con inchino ossequiante. Baudelaire di lui poteva scrivere la caratteristica distintiva della bellezza del dandy, in un’aria di freddezza, derivata da un’irremovibile determinazione, a non esser mai coinvolto. Una vita sempre formale, con licenza di quel pizzico di informare, in una dialettica pepe e sale, ma ingessata nella fede regimentata di custode di segreti di uffici e di ufficiali militari. Se riveli al vento i tuoi segreti, non devi poi rimproverare al vento di rivelarli agli alberi, cosi pensava Kahlil Gibran; così intendeva lui la verità, come un segreto che portò con sé.

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L’Usceu (l’usciere) di Luigi Diego Eléna © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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A passi piccoli

Di Iole Troccoli

Papà fa passi piccoli, trascina i piedi sulla terra, non vede, ha paura di inciampare.
Io lo tengo per mano, gli spiego la strada, gli ostacoli, le variazioni impreviste.
Lui ha quegli occhi persi nel vuoto che non conoscono più.
Lo tengo per mano, spesso gli offro il braccio, se c’è una salita improvvisa o appare una discesa dobbiamo essere cauti, papà non può perdere l’equilibrio, non deve cadere.

Dopo, mi ringrazia sempre, come se non fosse cosa dovuta aiutarlo, sorreggerlo.

Gli racconto che il cielo è nuvoloso, che il termometro grande sopra il supermercato segna tredici gradi ma c’è vento e la temperatura che percepiamo è più bassa.
Gli chiedo se ha calzato bene il cappello.
Ancora passettini, ha i piedi piccoli, papà, li struscia sui marciapiedi sconnessi.
Gli chiedo se è stanco, risponde: ancora no, e quasi sorride.
Nel taxi cerca il sostegno a cui aggrappare almeno una mano, trova una sciarpa, invece. La tocca.
E’ la sciarpa della Fiorentina, esclamo a voce alta.
Risponde che abbiamo trovato un taxi simpatico. Il tassista ridacchia.

Davanti alla commissione i medici fanno domande, gli chiedono di alzarsi, di camminare un po’.
Spostiamo con rumore le sedie, lui fa un breve girotondo, come può. Poi cerca un bracciolo con le dita prensili che disegnano appigli nell’aria, si siede di nuovo, con lentezza.
Risponde con voce dolce, addirittura timida, il mio papà.
Io penso a quando guardavamo insieme i film in TV. Era bravissimo a sceglierli, a parte la sua ostinazione verso i western e gli immancabili di Sergio Leone, che, l’ho capito dopo, quanto fossero belli.
Lo accompagno fuori dalla porta a vetri. Il tempo è sempre ventoso, come di primavera barricata dietro gli alberi.
La commissione gli ha domandato se io fossi l’unica figlia.
Mi si sono riempiti gli occhi di lacrime senza che potessi prevederlo, ma non mi sono vergognata.
Le spalle di papà hanno ceduto a un tremito veloce sotto il cappotto blu notte.

[C’erano tante stelle quella sera, tante stelle false scollate da un cielo perfettamente blu, come la notte del suo cappotto].

Finalmente scivoliamo verso casa: l’ultimo tratto a piedi prima di raggiungere il portone. Mamma è scesa a prenderlo con l’ascensore, io scappo via.

Ti ricordi, papà, quando mi leggevi le favole? Ogni tanto ti leggo qualche articolo di giornale. Ti ricordi quando passavi ore e ore a leggere, nel pomeriggio? Non voglio che ti ricordi, papà.
Se fuori c’è il sole sei più sereno, quando piove è tragedia perché il tuo unico decimo all’occhio sinistro si addormenta, e allora sei al buio completo e maledici la tua sorte.
Io ti parlo di Borges, allora, della sua poesia sull’essere diventati ciechi. Mi chiedi di leggertela. Non ce l’ho, devo ritrovarla, rispondo. La prossima volta te la porto.

Più tardi, quando chiamo per sapere se tutto è a posto e parlo con mamma, sento che gridi dalla poltrona: tanti ringraziamenti per oggi!

Allora sì che mi viene da piangere, papà.

Iole Troccoli, 17 febbraio 2015

Licenza Creative CommonsA passi piccoli di Iole Troccoli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Piante assassine

Indigeni divorati da una pianta carnivora, illustrazione di J.W. Buel, 1887. Pubblico Dominio

Indigeni divorati da una pianta carnivora, illustrazione di J.W. Buel, 1887. Pubblico Dominio

“Oscar Montani è ormai uno dei più noti e apprezzati “giallisti” toscani (e, aggiungeremmo, italiani…) . Ha creato molti personaggi “seriali”: tra i più conosciuti, lo skipper versiliese Corto, protagonista di diversi romanzi, il fabbro e armaiolo valdarnese Bertuccio de’ Bardi, che risolve intricati delitti tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500, il medico Idamo Butini, che indaga negli anni bui dell’affermarsi del fascismo. Aggiungiamo che le perfette ricostruzioni storiche sono uno degli ingredienti che rendono i libri di Oscar Montani davvero imprescindibili per chi ama il genere “giallo” e, ancor più, il “noir”. Amico della nostra rivista, l’autore chi ha inviato un suo racconto inedito che siamo davvero orgogliosi di proporre in anteprima assoluta!”

Il racconto fa parte di un’ampia raccolta di racconti Lo chalet in pineta di Oscar Montani effigi edizioni in uscita a primavera. ve lo proponiamo in anteprima. Potete scaricare il racconto nel formato PDF.

Gianni Marucelli

 

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Tra due parentesi di luce

Di Luigi Diego Eléna

Il cosmo secondo la concezione eliocentrica di Copernico. Dominio Pubblico

Oggi il sole ha messo tra due parentesi la luce, per verificare l’ombra di un dubbio caldo sotto la sua pelle. Un piacevole intermezzo lasciando il mondo davanti alla sua porta d’alba. Un fotografare e interpretare ciò che in un viaggio, il solito, cadenzato, annoia e non si comprende. Sono immagini riconoscibili e forse gli dicono poco o nulla in quel guardarle in faccia, e chiuderle strette come vuole tra i suoi raggi, e imprigionarle a doppia mandata. Oppure possono essere tanto e far nascere il cuore da entusiasmi ed attese, tra gli orizzonti del senso pensato e sognato, desiderato e atteso. Attimi a creare in noi un’occasione lontana dalla retorica del frammento bonario, di ciò che arrivato a noi come contemporaneo, e che fa scintille strisciando con la sua debolezza, la sua perdita di riferimenti sull’esserci. Un reietto che si incaglia nelle dune di sabbia ormai nudo essere, rinviato a sé dall’onda, naufrago inafferrabile, obsoleto in un unico angolo. E ci si scioglie come lui, tra l’ingorgo e il gorgo, per finire granello di polvere nella soffitta polverosa. È l’incontro nello scontro che poi è l’ansietà, la sete, il miraggio, l’oasi d’illusione nel dimenticare la propria provvisorietà, l’idea debole, un ma, un se dentro. Una valigia questo cuore di effetti personali, forse bagaglio incapace di dialogare, i cui cocci e l’indicibile sono l’ombra dell’altro, dall’altro. Qui il sole a testa in giù riapre le parentesi: un raggio d’alba, l’ombra che si allunga ed è già domani.

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L’ombra smarrita

Un racconto di Guido De Marchi

Tratto dal suo libro di racconti per la raccolta “Voci dal terzo millennio – 4” per il Circolo Letterario Banchina di Genova

 

L’ombra smarrita

 

Gioca, la sera, facendo scivolare sui muri le sue lunghe ombre a creare chiaroscuri e misteri.

Antonio si divertiva a scivolare tra le ombre, era un gioco imparato da bambino, al rientro a casa, dopo aver giocato faceva praticamente sparire la propria ombra confondendola con gli altri.

Ci scherzava con gli amici:

– Io sono un fantasma, sono con voi ma la mia ombra sul muro non c’è.

Effettivamente era diventato molto abile a mettersi sempre in condizione da unire la propria ombra con quelle altrui, persone, piante o oggetti che fossero.

In fondo era una piccola mania, un gioco dell’infanzia che era diventato una specie di riflesso condizionato. Antonio si sorprendeva spesso a guardare dove andasse a finire la propria ombra e tuttavia non riusciva a rinunciare a questo innocuo passatempo.

Poi un giorno non trovò più la sua ombra…

Cominciò a cercare, a salire nei punti più illuminati per riuscire a crearsi un’ombra, una qualsiasi, ma… niente.

– Forse – si disse – sono diventato così abile nel nasconderla che non sono più capace a riconoscere la mia.

Provò a parlarne con qualche amico, ma erano ormai annoiati dal suo continuo parlare di ombre e pensavano che lo facesse per coinvolgerli ancora una volta.

– Sei tu che fai il fantasma – gli dicevano – alla tua età potresti anche smetterla! Prova a crescere, ci sono altre cose al mondo.

Non era molto preoccupato, Antonio, ma incuriosito sì. Anche in casa, frapponendosi tra la lampada e il muro… non faceva ombra.

– Accidenti! – borbottava – eppure mica sono Peter Pan…

Col passare del tempo la cosa gli stava creando un’ossessione: – Non si può perdere un’ombra – si diceva – qui qualcuno mi fa uno scherzo.

Cominciò a diffidare di tutti, diventò litigioso. Prese ad uscire solo quando era buio oppure quando era nuvolo sperando così di eludere il problema ma… si sa c’è sempre qualche luce in agguato, una porta che si apre all’improvviso con un cono luminoso che balza fuori, i fari di un’auto, una moto…

Insomma, stava diventando una persecuzione:

Se la sognava la notte, la propria ombra, a danzare sui muri della sua camera per sbeffeggiarlo mentre lui riposava ignaro. A ben pensarci Antonio era perseguitato dalle luci. Non gli era mai possibile trovarsi completamente al buio, c’era sempre una qualche luce che gli ballonzolava attorno. Fu seguendo un corso di fotografia che finalmente comprese: stufa di essere sempre nascosta in mezzo alle altre ombre, la sua, per distinguersi, compariva in negativo.

 

 

© proprietà letteraria degli autori

©Banchina, Genova maggio 2010

Allegato alla circolare di Banchina nr 5 del 14-5-2010

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Sono – una poesia di Massimilla Manetti Ricci

Di Massimilla Manetti Ricci

 

Sono

Sono la punta delle emozioni

in bilico sul filo dell’incertezza

 

Sono il respiro sottile

della farfalla che vola prigioniera dentro me

 

Sono il battito di ciglia di spasmi anelanti,

che si posano su occhi distanti

 

Sono il volo della libertà

sopra la grata che nasconde il desiderio

sopra la catena che fugge la colpa

sopra la favola antica dell’illusione

sopra la verità bruciante dell’attimo fugace

 

Sono

Sono la punta del piede

in bilico sulla rete dell’impossibile

Licenza Creative Commons
Sono di Massimilla Manetti Ricci © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.

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Circolo letterario “Banchina”

Cari amici lettori vi giriamo la Circolare n° 1 di Gennaio 2015 del Circolo Letterario “Banchina” di LiberoDiScrivere Edizioni, curato dall’amico poeta Guido De Marchi di Genova.

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La Redazione

 

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