Filippo Lippi: l’arte della passione

Di Daniela Affortunati

Autoritratto di Filippo Lippi, dettaglio dell’Incoronazione della Vergine, 1441-1447 circa – Wikipedia, Pubblico Dominio

Nato a Firenze nel 1406 in San Frediano, rimasto orfano in tenera età fu adottato con il fratello Giovanni dai monaci carmelitani nel convento di Santa Maria del Carmine, dove l’8 giugno del 1421, compiuti 15 anni, prese i voti. L’estro di Filippo si manifestò già nei primi anni di studio; sveglio e irrequieto apprese facilmente le discipline classiche del Convento, ma divenne sempre più evidente e rilevante, che la sua vocazione non era propriamente di natura religiosa, bensì artistica. Frate Lippo, così lo chiamavano, aveva un vero talento per l’arte del dipingere.

Filippo Lippi: Madonna col Bambino e angeli - Pubblico Dominio

Filippo Lippi: Madonna col Bambino e angeli – Pubblico Dominio

Nonostante i dogmi imposti dall’autorità ecclesiastica, austera, rigida, Filippo concepiva una pittura del tutto libera, spontanea e soprattutto realistica, che rompeva gli schemi della pittura tradizionale, e dava vita ad un’arte pittorica nuova caratterizzata da innovazioni estetiche, figurative e cromatiche. Frenato dagli stessi carmelitani, volle comunque perseguire il suo sentire, dando luce e anima a tutte le meraviglie della natura in quanto manifestazioni dell’Amore di Dio. “[…] dipinger queste cose esattamente come sono, e venga quel che venga! […] per questo l’arte ci fu data[…]”. Anima e materia in perfetta armonia. Ciò che vive, di qualsiasi natura esso sia, ha spirito; e sarà proprio questa filosofia a guidare il genio di Filippo Lippi. Il sacro scende finalmente sulla terra. L’energia, che scaturisce da ogni essere vivente, i colori, le ombre, non devono essere ignorati, né disprezzati, bensì esaltati da coloro che hanno il dono di poterli rappresentare.

Poliziano scrisse sulla sua tomba: “Con le mia dita di artista ho saputo infondere vita ai colori ed ingannare a lungo gli animi, che speravano di udirne la voce.”

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Picasso e la modernità spagnola

Di Alessandro Ghelardi

Pablo picasso.jpgPablo picasso” di Argentina. Revista Vea y Lea – http://www.magicasruinas.com.ar/revistero/internacional/pintura-pablo-picasso.htm. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

Cambiare l’arte contemporanea spagnola era, il loro obiettivo. I manieristi avevano rappresentato il soggetto iconografico, loro – i cubisti – iniziarono a rappresentare le emozioni che la persona o l’oggetto davano a chi le guardava. Inserirono il concetto della contemporaneità; si poteva vedere la persona da più visuali nello stesso momento.

È questo il messaggio che i curatori della Mostra “Picasso e la modernità spagnola” che si sta svolgendo a Palazzo Strozzi a Firenze, vogliono trasmettere ai visitatori.

Le opere esposte provengono tutte dal “Museo Nacional de Arte Reina Sofia” di Madrid.

La mostra si apre con il riferimento al libro di Honoré de Balzac” il Capolavoro Sconosciuto”, esposto al centro della sala, che affronta il tema dell’artista immaginario, “Frenhofer”, alla ricerca dell’opera perfetta, dopo anni di lavoro, realizza un dipinto quasi astratto, che nessuno, se non lui, riesce a capire. Deluso per la mancata comprensione, Frenhofer brucia il quadro e si uccide. Quasi un secolo dopo il mercante d’arte, Ambroise Voillard, volle realizzare un’edizione di lusso del racconto di Balzac con illustrazioni di Picasso.

Esiste, secondo molti, un rapporto tra il libro e le immagini, Picasso apre le porte allo studio dell’artista e parla attraverso le sue acqueforti del rapporto psicologico e simbolico tra il pittore e la modella, rapporto ritenuto predominante dai curatori della mostra che, infatti, hanno inserito al suo interno tre quadri del pittore spagnolo, tutti del 1963, che affrontano questo tema.

Uno si trova nella prima sala, uno nell’ultima e il terzo nella seconda sala che contiene anche altri dipinti di Picasso: “Testa di donna (Fernande)” del 1910 con richiami al cubismo, “ Figura” del 1928 che illustra l’uso picassiano del viso sdoppiato, “Ritratto di Dora Maar” del 1940, dedicata alla sua musa del tempo, che è il quadro testimonial della mostra.

Juan Gris, artista morto a soli quaranta anni, nella sala successiva, con i dipinti “Il Violino” e “Arlecchino e il Violino” riprende temi cari a Picasso, nella stessa sala un altro “Arlecchino” di Salvador Dalì e i quadri di Marie Blanchard, Joan Mirò e quello di Equipo 57, un collettivo di artisti spagnoli, ribadiscono che in quel periodo, in Spagna c’è la volontà di rinnovare l’arte, in alcuni casi, coinvolgendola nella società.

La mostra prosegue con un confronto pittorico tra Picasso, Dalì e Mirò, molto belli rispettivamente “Strumenti musicali su un tavolo”, “Dipinto” e “L’uomo invisibile” nel quale Dalì inizia a sperimentare il suo tema preferito: l’immagine doppia, rappresentando un uomo le cui mani s’integrano in un candelabro. Quadro quest’ultimo rimasto incompiuto.

Altre tre opere colpiscono il visitatore per la bizzarria della loro creazione e del loro, titolo: “Figura reclinata II” di Julio Gonzalez scultura di ferro saldata.

“Omaggio a Mallarmé” di Jorge Oteiza. Anche questa è una scultura in lamina di ferro.

“Donna Laboriosa” di Angel Ferrant scultura in filo di ferro, legno e carta che rivoluziona la staticità di un’opera, la sua, infatti, può cambiare se luci o agenti atmosferici entrano nella stanza dove è esposta.

Una sala testimonia, comunque, che nello stesso periodo, c’erano artisti che continuavano a rappresentare i soggetti nella “vecchia maniera” Aurelio Arteta con i suoi “Naufraghi” Joaquim Sunyer con “Maria Dolores” Antonio Lopes “La sposa e lo sposo”.

Dopo un’intera sala di disegni dedicata al tema del “Minotauro”, alter ego di Picasso, e alla preparazione del quadro di grandi dimensioni del 1937 “Guernica” che rappresenta il bombardamento genocida della città, si termina con altri dipinti tra gli altri di Saura, Tapies, Mirò e “la nuotatrice” di Picasso realizzato con carboncino su tela.

Chi si aspettava una mostra con il quadro “mattatore”, come va di moda in questo periodo, rimarrà probabilmente deluso, ma, secondo me, è una mostra da visitare perché racchiude un messaggio quasi didattico per far comprendere la necessità da parte di Picasso e gli altri pittori che condividevano le sue teorie artistiche, di uscire dalle gabbie in cui la pittura manierista li aveva confinati, spingendoli a cercare e sperimentare nuove tecniche pittoriche realizzative.

È testimoniato, per esempio, nella sala di Guernica, che Picasso possedeva doti straordinarie di disegnatore, ma nel durare della sua lunga carriera, seguendo correnti artistiche moderne, ha perseguito nuove strade per descrivere non solo i soggetti ma anche le emozioni che suscitavano, impiegando tecniche e materiali fino allora inconsueti per l’arte.

L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al 25 gennaio 2015.

Alessandro Ghelardi

 

 

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Uno scrigno d’arte all’Eremo di Camaldoli

Di Alberto Pestelli

Immagine 030A circa 1100 metri sul livello del mare e completamente immerso nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, sin dai primi anni dell’XI secolo, si trova l’Eremo di Camaldoli.

Fondato da San Romualdo attorno al 1023, è la casa madre della Congregazione benedettina dell’ordine camaldolese.

Quel lontano giorno Romualdo fu certamente ispirato da Qualcuno quando scelse il luogo per fondare l’eremo, perché la foresta, ogni essere che vi si nasconde, ogni pietra, ogni singolo segno dell’uomo, donano al visitatore, credente o no, un grande senso di pace e di grandiosità e, a me, tanto stupore per aver trovato uno scrigno ricolmo d’arte.

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Questa mia ennesima visita – sì, perché molte altre volte mi sono arrampicato fin quassù – all’Eremo di Calmaldoli è nata dalla volontà di riempirmi gli occhi di colori e immagini degli affreschi e delle tele che la chiesa dedicata a San Salvatore Trasfigurato offre ai suoi visitatori. Quindi non sono andato, come è successo altre volte, alla ricerca dei naturalissimi prodotti dell’Antica Farmacia di Camaldoli, ma alla scoperta del suo grande patrimonio artistico.

La chiesa è situata al centro dell’eremo esattamente sul punto dove era l’antico oratorio fondato da San Romualdo andato in rovina con il tempo. Nel XIII secolo fu costruito il tempio. Nel 1220, al termine della sua edificazione, fu consacrata dal cardinale Conte Ugolino di Segni che qualche tempo più tardi divenne papa Gregorio IX.

San Salvatore Trasfigurato fu più volte restaurata. Già trent’anni dopo la consacrazione necessitò dell’opera di ristrutturazione. L’ultimo intervento umano sembra che sia stato eseguito tra il 1575 e il 1669 donandole un certo gusto barocco, mentre la facciata che vediamo oggigiorno fu costruita davanti alla precedente tra il 1713 e il 1714. Come visibile in parte nella fotografia della facciata, ci sono delle nicchie sono presenti le statue di Cristo, San Romualdo e di San Benedetto.

Ma varchiamo la porta d’ingresso.

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La prima parte del tempio che incontriamo è l’atrio dove sulla porta d’accesso alla chiesa c’è un bassorilievo di Tommaso Flamberti che raffigura una Madonna col Bambino.

Oltre l’atrio troviamo il transetto. Che cos’è? Senza andar nel complicato, questa struttura architettonica è semplicemente una navata trasversale che viene costruita oltre la porta d’ingresso di un atrio.

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Subito rimango colpito dalla bellezza delle opere d’arte. La volta è stata decorata con preziosi stucchi nel 1669 secondo lo stile barocco e alla destra della porta d’ingresso alla chiesa è presente una tela, attribuita a Giovan Battista Naldini, che rappresenta la Madonna con il Bambino circondata da San Benedetto, San Gerolamo, San Romualdo e Santa Lucia.

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Sulla parte di sinistra c’è un’altra tela su un altare. È un’opera più recente. Il quadro è stato dipinto nel 1856 da un artista di Montepulciano, Candido Sorbini e rappresenta l’Immacolata Concezione.

Ma non è finita qui. Nel transetto c’è un affresco del XVII secolo dipinto da Giovanni Drago ed è intitolato la Visione di San Romualdo. E poco discoste altre tele abbelliscono e impreziosiscono la struttura; sono i quattro Padri della Chiesa: San Gregorio Magno, Sant’Ambrogio, San Gerolamo e Sant’Agostino. Tutte opere del Passignano.

Del XVII secolo sono le decorazioni dorate dell’abside. Gli affreschi presenti nel catino absidale sono stati realizzati nel secolo scorso dal pittore Ezio Giovannozzi (1937) e rappresentano il Santo Salvatore Trasfigurato. Al centro dell’Abside c’è una pala di scuola toscana (1593): Cristo crocefisso adorato da San Pietro, San Paolo, San Romualdo e San Francesco. Ai suoi lati due tabernacoli opera di Gino da Settignano (a sinistra) e Tommaso Flamberti (a destra).

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Nella Cappella dedicata a Sant’Antonio Abate è conservata una preziosa “chicca” artistica del XV secolo. Si tratta di un altorilievo in ceramica invetriata opera di Andrea della Robbia. Raffigura la Vergine e il Bambino con i Santi.

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Parlare di tutte le opere esposte nella chiesa dell’Eremo di Camaldoli è possibile ma risulterebbe un articolo che va ben oltre le semplice due paginette. Non basterebbe un libretto di una ventina di pagine…

Diciamo che questo scritto può rappresentare come un celato invito a recarvi all’antico Eremo di Camaldoli. Vedere coi propri occhi questi capolavori, vi assicuro, è molto più soddisfacente che ammirarli tramite una semplice fotografia.

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Vale la pena fare un bel viaggetto e rimanere qualche giorno in Casentino. Questa leggiadra terra di Toscana, oltre alla spiritualità, offre tante altre cose preziose: i profumi della foresta incontaminata, i sapori della cucina tradizionale, la natura, una fauna ricca e varia e, soprattutto… un grande senso di libertà.

© copyright Alberto Pestelli 2014

 

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Fotografie di Alberto Pestelli tranne:

Camaldoli chiesa dell’eremo” di Francesco Gasparetti from Senigallia, Italy – Camaldoli: chiesa dell’eremo. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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Le passioni colorano la vita… Andy Warhol

di Maria Iorillo

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Nella società attuale, siamo sempre più impegnati, affannati, distratti, concentrati su problemi apparentemente importanti. La mancanza di passioni e interessi, la distanza da quello che realmente vorremmo essere e fare, ci intrappolano in esistenze grigie, senza vivacità, e la quotidianità e la ripetitività diventano talmente opprimenti da condurci alla tristezza e alla depressione. Ma accade, per un qualsiasi motivo, che il nostro “io” si ribella e l’intero sistema delle nostre abitudini si infrange, e allora ciò che stava nascosto dentro di noi può trovare la forza per venire alla luce. E le passioni, gli interessi che fanno parte della nostra vita fin da quando eravamo bambini, le “costanti latenti” della nostra vita, possono salvarci da questo status che ci rende inquieti e insoddisfatti. La vita è un percorso che si rinnova, un viaggio in cui non bisogna mai abbandonare i remi, perché qualche volta succede che dobbiamo inevitabilmente mettere in discussione tutto, ridefinire la meta e utilizzare quelle costanti che possono aiutarci a stare meglio, a raggiungere i nostri obiettivi in maniera meno faticosa, più costruttiva e gioiosa, direi. Ed è quello che mi è successo anni fa. Per uscire dall’appiattimento e dalla tristezza in cui ero caduta, ho cercato quelle passioni che potevano in un certo modo dare un tono diverso al mio viaggio. Solo che ne ho trovate tante di costanti, e ora non mi basta il tempo per praticarle tutte insieme e devo dare delle priorità e/o alternarle. La scrittura, la lettura, lo studio della lingua inglese, l’informatica, i piccoli e grandi viaggi, l’arte, la voglia di prendere la macchina e andare anche senza meta, le passeggiate nella natura. E ricomincia, così, un modo diverso di continuare a costruire noi stessi. Riprendiamo il viaggio, remando con grinta… perché il tempo s-corre.

Ma, ora, parliamo di una di queste mie passioni, l’arte e precisamente la pittura. Non amo disegnare, o meglio sono una schiappa nel disegno (come dicono i miei “simpatici” alunni), ma ammiro chi lo fa e bene e chi sperimenta nuove tecniche e riesce a stupire. E vado per mostre, studio, mi informo, e oltre che ritrovare pittori già noti ma solo sommariamente, ne scopro di nuovi. Lo scorso febbraio, mia figlia visitò la mostra di Andy Warhol a Milano. Andy Warhol, e chi è? Mi chiesi. Una ricerca su Internet per riconoscerne qualche opera e per risvegliare in me la curiosità verso quest’arte nuova, stravagante direi. Ed entro nella vita dell’artista, per capire come il suo vissuto abbia influenzato la sua creatività, perché è così che la mia passione vuole sentirsi appagata. E, finalmente, nei giorni scorsi ho toccato con gli occhi le opere di Warhol esposte a una mostra temporanea al palazzo Cipolla di Roma. Ed è stato un viaggio interessante e affascinante che ha sicuramente spezzato qualcosa ritenuto inviolabile, è stato un superare la superficie dell’immagine e dei colori e andare a scoprire un’ arte dettata da una filosofia e da canoni nuovi.

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La mostra di Andy Warhol stupisce, infatti, perché rompe ogni legame con l’arte tradizionale e affascina perché conferma come non ci sia mai fine alla creatività e alla ricerca e sperimentazione di tecniche nuove per rappresentare la realtà. Addirittura, questa la devo raccontare perdonatemi, Warhol ha creato dei dipinti dove il colore ha assunto degli effetti speciali grazie a gocce di urina spruzzate dallo stesso pittore. Schizzi “strampalati” ma dai risultati stupefacenti.

Warhol ha utilizzato soprattutto la serigrafia. Ma cos’è la serigrafia? E qui è scattata un’altra ricerca personale. La serigrafia è una tecnica di stampa che utilizza una matrice di tessuto, come seta o nylon. Il tessuto può essere stampato in numerose copie. La stampa si ottiene facendo passare il colore attraverso i fori della sottile garza di seta o nylon che costituisce la matrice. Oggi la fase iniziale può essere ottenuta con un procedimento fotografico che semplifica notevolmente il lavoro del disegnatore ed accelera notevolmente i tempi di lavorazione. Un po’ difficile da capire e da spiegare, per me. Comunque, gran parte del lavoro di Warhol è composto da serigrafie, diversamente colorate, su personaggi famosi e oggetti della vita quotidiana. La sua arte comunica, con la riproduzione all’infinito delle stesse figure, le caratteristiche fredde, senza spessore, di una società, quella moderna, basata molto sull’immagine e sull’apparenza, sul consumismo.

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Ma chi era Andy Warhol e come è diventato un’icona dell’arte degli ultimi 50 anni? Andy Warhol, figlio di immigrati europei, visse a Pittsburgh in un quartiere povero. Andy era intelligente e creativo, ma soffriva di un disturbo nervoso, “il ballo di San Vito”, che spesso lo costringeva a stare in casa, e, durante questi lunghi periodi, ascoltava la radio e raccoglieva le immagini delle star del cinema intorno al suo letto. Ma la sua condizione lo portava ad avere problemi di bassa autostima e di disagio sociale. Quando aveva 14 anni, suo padre morì, lasciando una piccola eredità da utilizzare esclusivamente nell’istruzione più elevata per uno solo dei ragazzi, cioè Andy. Così egli si laureò e si specializzò in arte e disegno.

Dopo gli studi, scappò dalla povertà e oscurità trasferendosi a New York. Raggiunse subito il successo, prima come illustratore commerciale, poi con le sue immagini serigrafiche di Marilyn Monroe, delle famose lattine di zuppa, e di articoli sensazionali dati dai giornali. Diventò rapidamente un’icona della pop art, una calamita carismatica per bohemien di New York, e trovò così un posto nei circoli dell’alta società, portando stili e soggetti popolari nei salotti esclusivi, erodendo i confini tra i mondi dell’arte superiore e la cultura popolare. Raggiunse, così, quello che era stato sempre il suo obiettivo: diventare famoso e ricco.

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Warhol credeva che l’arte potesse essere sviluppata dagli oggetti che ci circondano e la sua capacità fu di sbarazzarsi della differenza tra arti commerciali e belle arti. Le scatole Brillo, per esempio, sono sculture in legno difficili da distinguere dagli originali di cartone. Queste “brillo boxes” sovvertono la distinzione tra oggetti banali della vita quotidiana e “oggetti artistici” in un museo. Tutto può essere presentato come un’opera d’arte. Ma ciò non significa che qualsiasi cosa può produrre un’esperienza estetica soddisfacente. Un lavoro può essere un’ importante conquista artistica senza essere un importante risultato estetico.

Anche se Warhol avrebbe continuato a creare dipinti ad intermittenza tutta la sua carriera, nel 1965 si concentrò sulla produzione di film sperimentali che solo recentemente hanno attirato maggiore interesse, e per questo, solo ora, Warhol viene considerato uno dei registi più importanti del periodo.

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I critici hanno sempre visto la carriera di Warhol andare in declino dal 1968, dopo essere stato sparato da un’artista femminista radicale, in una delle sue “factory” (così si chiamavano i suoi laboratori artistici). Da allora, qualcosa cambiò e le sue apparizioni pubbliche diminuirono. Andy Warhol, che per lavoro frequentò Napoli intorno agli anni Ottanta, produsse alcune opere notevoli ispirate alla città partenopea. Una delle più emozionanti è la riproduzione della prima pagina del quotidiano «Il Mattino» che, all’indomani del terremoto del 23 novembre 1980, titolò «Fate presto». Un’altra famosa opera “napoletana” di Warhol è la serie «Vesuvius», che è una rivisitazione “pop” di uno dei simboli più noti di Napoli.

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Andy Warhol morì a New York il 22 febbraio 1987, dopo un collasso a seguito di un semplice intervento chirurgico alla cistifellea, e dopo aver presentato a Milano la sua ultima opera “Last Supper”, ispirata all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci.

Amante degli impressionisti, questo percorso mi ha costretta, attraverso un certo disorientamento e disagio provati inizialmente, in riflessioni rivalutative del concetto di arte. In conclusione, Andy Warhol e la sua pop art mi sono piaciuti, perché hanno ampliato le mie conoscenze e mi hanno trovata pronta ad accogliere ed apprezzare forme diverse di creatività, seppure bizzarre.

© copyright Maria Iorillo 2014

 

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Kandinsky, il pentagramma dei colori

di Massimilla Manetti Ricci

La rigidità razionale della figura geometrica, scandita dalla serie di linee che si intersecano ad angoli acuti o retti si smorza nel rigore creativo della pittura di Kandinsky ed assurge a pienezza artistica. Sono geometrie che somigliano a pensieri vaganti per la mente, ai quali il triangolo o il rettangolo o il cerchio danno forma, corpo e colore.

Il pittore russo, avvocato pentito che rinuncia alla cattedra di diritto per inseguire la chimera dell’arte , ha regalato la visione delle sue numerose opere in una mostra a Milano.

accento in rosaLa ricerca dell’espressione artistica che lo rappresentasse nel suo io più intimo lo ha portato a cimentarsi in vari stili pittorici lungo la sua vita nelle principali città europee, per fissare infine la dimora definitiva a Parigi, la città madre e figlia delle principali correnti artistiche del ‘800 – ‘900.

I pensieri e le emozioni non sono in bianco e nero, ma si rincorrono sulle onde delle pennellate che il pittore decide di assegnare loro, attribuendo ad ognuna una forma e il suo colore .

E’ dunque questo trittico tra forma colore e pensiero che straripa, al di là della tela, dai pennelli di Kandinsky e il suo concetto di astratto trova la definizione negli esperimenti sui colori che lui stesso preparava; così il giallo è associato al triangolo e il blu al cerchio.

Ma ancora di più per l’artista è la rispondenza tra suono e colore e tra colore ed emozioni che traduce le percezioni in immagini visive.

Cosi infatti scriveva: ‘’Il blu sviluppa l’elemento della quiete.,…l’azzurro è simile ad un flauto, il blu scuro somiglia ad un violoncello e il verde somiglia al suono di un violino e conserva il carattere originario dell’indifferenza e della quiete al contrario del rosso che è vivace, acceso, inquieto; il viola è un rosso raffreddato che ha in sè qualcosa di malaticcio e di spento, identificato col suono della zampogna. E il nero?

E’ come un eterno silenzio senza futuro, musicalmente rappresentato da una pausa conclusiva.’’

La realtà viene dunque sublimata in forme e suoni ai quali egli assegna un colore e certo non si può non restare sospesi sulla punta lieve del suo pennello quando dipinge ‘Accento in rosa nel 1926, una sorta di universo interiore dove i cerchi sembrano pianeti erranti assimilati a pensieri che si incarnano nella figura geometrica più perfetta, il cerchio.

Simbolo della pienezza, ma anche di ciò che è vuoto, dell’istante esatto del presente perché inizia dove finisce e finisce dove inizia, rappresentazione di un morbido scivolare di emozioni l’una dentro l’altra nella rotondità perfetta di sfere grandi e piccole, il quadro si spoglia della sua geometria per caricarsi di particolari che trascendono la figura piana.

Nella profondità scura delle sale dalle pareti blu rifulgono i colori e quell’intima ricerca di profondi significati che Kandinsky attribuiva alle combinazioni e alle variazioni cromatiche da lui sperimentate.

Solo il contatto diretto dell’occhio con il quadro offre a me spettatrice la percezione della luce che si disseta alla sorgente del colore , mentre i colori stessi delle tele catturano la vista del visitatore, proiettandola nelle macchie astratte del pensiero umano.

I quadri parlano, raccontano le sensazioni istantanee fissate in un accostamento di colori caldi e freddi, principali e complementari ed astraggono colui che li guarda dal mondo circostante.

E’ così per la tela ‘Azzukandinsky-blue-1940rro cielo’, quando la sensibilità del pittore si ritrae dalla violenza della guerra, siamo nel 1940, per isolarsi in uno sfondo azzurro, ma di un azzurro placido e sereno.

Dalla polvere azzurra scendono fiocchi di immagini naif, di giochi infantili, di figure bioformi che piano piano si adagiano sulla parete per arredare le camerette dell’infanzia. E’ quasi un muro simbolico di difesa opposto al lugubre senso di impotenza ed annientamento del’uomo, come si percepisce   in ‘Guernica’ di Picasso, che in quegli anni si impone sulla scena artistica parigina.

 

Kandinsky, appartato dalla politica e dai fermenti del momento, ci vuole raccontare del sole e della luce che entrano dalla sua finestra, nella casa a Neuilly sur Seine,   mentre là fuori in lontananza i boati e i rumori della guerra si stemperano ed evolvono nell’animo come coriandoli di piccolissimi essere viventi. E’ infatti in questo periodo assai incuriosito dall’osservazione dei microorganismi al microscopio e dall’evoluzione delle cellule dove forse scopre l’intima essenza della vita.

Quella vita che lo abbandonerà nel dicembre del 1944, senza aver visto la fine della guerra. Solo nel 1963 dopo la mostra itinerante a lui dedicata dal Solomon Guggenheim Museum , unanime, la critica d’arte francese ed americana lo collocherà per sempre nell’olimpo degli artisti del Novecento.

© Copyright Massimilla Manetti Ricci 2014

 

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