La giovane violinista – Un racconto di Massimilla Manetti Ricci

La giovane violinista

Di Massimilla Manetti Ricci

Esausta, dopo una corsa tutta d’un fiato, Lei si spogliò e si buttò sul letto sfatto dove lenzuola stropicciate tessevano onde di andata e ritorno che affioravano dal cuscino.

Onde di lacrime asciutte e salate delle parole non dette di Lui.

Esausta si spogliò e le dita sottili che pizzicavano con passione le corde del violino asciugavano un sorriso appena abbozzato al pensiero di Lui.

Esausta, dopo una corsa liberatoria, si buttò sul letto come sulla strada di polvere bianca della sua giovane vita attraversata dalle note di violino dell’infanzia.

Lui diceva che Ella era metà, era metà di tutto, metà di uno spartito su cui mancava la chiave di sol, metà della chiave di volta attorno alla quale ruotava il binomio io-tu, la sfera che copriva la luce della sua lampada da tavolo, metà della parola sempre, perché sempre è sempre solo per un po’, metà degli spazi che espirava, mentre inspirava l’altra metà.

Che cosa è l’amore, chiedeva Ella ?

Non lo so, ma ci penso, rispondeva Lui

Che cosa siamo noi, ribatteva Lui?

Un punto e a capo, concludeva Lei

Ho premuto una nota, il tasto di una semplice nota ed ho visto il dito della mano nascondere il viso della luna per riflettere i suoi raggi sul mio di viso.

Ho lasciato andare la nota ed ho sentito svanire la paura del buio senza luna.

Ho premuto e rilasciato più volte fino a quando la nota si è fusa nell’alba ed io mi sono persa nello specchio, in bianco e nero.

La tazza sul tavolino accanto al letto sprigionava volute di vapore di pensieri che la rimandavano al loro primo incontro.

Dita che intrecciavano dita pizzicate su corpi riversi nel letto osso di seppia.

Sussulti di emozioni pulsanti nella sequenza della loro passione scrivevano la partitura degli strumenti, del violino di Ella e della bacchetta di Lui.

“Tu sei il mio maestro”, diceva Ella.

Ognuno è maestro si se stesso, rispondeva Lui, non si insegna nulla se non si vuole imparare nulla.

Tu giochi, ho giocato, giochiamo e il gioco è la dimensione interiore di quello che siamo; è l’espressione dell’adulto bambino dentro di noi.

Ma noi siamo noi, solo se respiriamo e ci respiriamo, non ci siamo ieri perché è già nel passato, non ci siamo domani che è ancora nell’attesa.

Quando Ella si svegliò, Lui non c’era più ed anche le sue parole se ne erano andate.

Esausta si vestì e si rispogliò, si ributtò sul letto che bagnò col suo pianto di solitudine e di occhi abbandonati al soffitto in bianco e nero.

Poi…

Lui bussò e bussò alla porta sempre più intensamente, batteva pugni e pugni fino a farsi male e più sentiva bruciare la mano, più urlava sei tutto, sei l’anima che incontra se stessa, sei il libro che si scrive da solo, sei la punta di un desiderio e la fine di un dolore, sei l’orchestra delle mie note inventate, sei la rima dei miei versi preferiti…

Ma ad Ella mancava quella parola che racchiudeva il significato del loro stare e non stare insieme, del loro viversi talvolta senza comprendersi, guardando gli occhi l’uno dell’altra oltre lo sguardo addosso.

Scusa

Scusa per tutte le volte che ho lasciato cadere nel vuoto i puntini di sospensione che portavano a te, le virgole frapposte tra i ma e i se, i punti interrogativi sul silenzio fuggente, sull’imbarazzo di una frase che non hai saputo dire.

Scusa sai, scusa non so, non lasciarmi, scusa , aspetta.

Scusa, ci sei e mi confondi, scusa, ci sono e ti confondo, ma siamo qui in un “quando” che ha il sapore di “a volte”.

Scusa

A volte ci amiamo e scusa se mi illudo che sia per sempre.

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Raccontami qualcosa…

di Guido De Marchi

Racconto estratto da: “Quaderno di Banchina nr 17”

Verso sera…

per gentile concessione dell’autore e del Circolo Letterario Banchina di Genova

edizione non destinata alla venditariservata ai soci del Circolo Banchina © per gli autoriallegato alla circolare di Banchina nr 2-2016 Genova febbraio 2016

La giornata era trascorsa tranquilla, Anna si era svegliata nel tardo pomeriggio e pareva tranquilla, i dolori che l’avevano tormentata il mattino, dopo le iniezioni si erano finalmente attenuati.

Ida che la stava assistendo in quei drammatici giorni, era al suo fianco e ciò contribuiva a tranquillizzarla: sapeva di potersi fidare di lei e Anna, che la conosceva sin dai giorni dell’infanzia, gliene era grata.

Non era facile per una persona sola, malata terminale, trovarsi a vivere i propri ultimi giorni con l’idea di essere nelle mani di persone sconosciute, anche se molto gentili e premurose; Anna era consapevole dell’affetto e del dolore di Ida: era stata un’amica sempre presente in tutti i momenti più difficili della sua esistenza. Con lei aveva condiviso una gioventù allegra e spensierata, gli innamoramenti del periodo scolare dal liceo all’università, affrontando amori e delusioni sempre con grande consapevolezza; avevano affrontato insieme le lunghe difficoltà per trovare la tranquillità di un lavoro. Anche dopo il matrimonio Ida era sempre stata un’amica disponibile e sempre presente che aveva coinvolto Anna nelle sue peripezie e nei suoi momenti di gioia, specie dopo la nascita di Enrica che, naturalmente aveva visto Anna fare da madrina, una madrina che la piccola aveva sempre chiamato zia.

Non sono molte le amicizie che resistono a tutte le bufere della vita, ma per le due donne un diverso modo di essere sarebbe stato inconcepibile.
Ida stava guardando Anna mentre col pensiero andava a ripercorrere i lunghi anni della loro amicizia, ricordava ancora le emozioni dell’adolescenza, le facili infatuazioni, i primi fidanzatini coi quali si erano affacciati all’età maggiore e quanto si confidavano l’una con l’altra ponendosi domande spesso senza risposte, curiose di scoprire quanto più possibile sulla realtà e misteri della vita adulta. Ricordava pure quanto fosse importante l’avere qualcuno con cui condividere gioie e dolori. Alla fine le due ragazze erano diventate donne ed avevano trovato due compagni coi quali creare progetti per il futuro. Ida aveva avuto più fortuna di Anna e alla fine aveva formato la sua famiglia. Anna, dopo alcune storie molto sfortunate, era rimasta single e in fondo si era adattata alla sua solitaria condizione.

Le due avevano ormai raggiunta la soglia del mezzo secolo quando Anna fece la scoperta di avere un mare incurabile.
Ora, nel silenzio della cameretta dell’ospedale, Ida osservava il paesaggio dalla finestra che si affacciava sulla città, in lontananza si scorgeva il mare e le navi che lentamente sparivano oltre la linea dell’orizzonte, una leggera foschia confondeva mare e cielo e le imbarcazioni parevano diventare via via più evanescenti: “Come la vita di Anna” pensò con una stretta al cuore, girandosi a guardarla e vedendola sorridere si chinò su di lei prendendole una mano:

  • Cosa c’è, hai bisogno di qualcosa?

Anna la guardò a lungo prima di rispondere, poi disse:

– Raccontami qualcosa…

– Cosa vuoi? Qualcosa di che?

– Quello che vuoi tu, anche una favola, una bella dolce favola – rispose Anna con un filo di voce.

Ida cominciò a raccontare, una, due tre favole… tra una lacrima e l’altra, perse il conto, ma continuò a raccontare.
Fu l’infermiera a interromperla, con un nodo alla gola, mentre con la mano, chiudeva gli occhi di Anna dicendo:

– Signora, non è più necessario. Credo che adesso non soffra più. Guardi, la ha salutata con un sorriso.

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Lago e montagna

Una econovella di Iole Troccoli

Lago d’Idro – © Alberto Pestelli 2015

La montagna conteneva il lago e il lago si allargava sotto la montagna. Insieme erano belli a vedersi, vicini e differenti, in certo qual modo complementari.

Una notte, il lago gridò una sorta di sconforto che raggiunse anche i sassi immobili delle sue profondità, ma la montagna rimase silenziosa a quell’urlo, senza rispondere nemmeno per uno scatto di curiosità. Io mi trovai per pura casualità a fare da testimone a quella scena triste e davvero impietosa, a causa dell’atteggiamento freddo e non certo amichevole della montagna, ma, se posso dire, la cosa che più mi resta impressa anche adesso, a distanza di tanti anni, è la fuga verso l’alto del lago, che si sviluppò nel giro di pochi minuti davanti ai miei occhi increduli.

L’acqua del lago era assolutamente ferma, quella sera, senza neanche un’increspatura. Si poteva avvertire un’assenza totale di vento e il caldo afoso della giornata appena trascorsa tentava con fatica di evaporare all’orizzonte. Mi stavo accingendo alla mia solita passeggiata serale che in quella mia settimana di vacanza era diventata una piacevolissima abitudine. Mi divertiva la solitudine di queste mie camminate, procedevo a passo sostenuto, osservando l’ampia superficie del lago cercando di valutare il calore dell’acqua anche con il buio, data la stagione estiva particolarmente bollente e spesso soffocante. Quella sera mi ero attardato perché mi sentivo bene, piuttosto sereno e pronto a pensare al prossimo rientro in città con relativa fiducia.

Fu allora che vidi tutto quanto e posso giurare, ora come allora, che in quei pochi momenti mi trovavo assolutamente da solo sul lungolago, data l’ora tarda.

Dapprima fu come un suono, che mi ricordò uno sbattere d’ali improvviso, subito dopo riuscii a percepire un rumore d’acqua che si spostava, lievemente, lasciando una scia di sonorità metalliche, come gocce che vibravano. Mi voltai verso l’origine dei suoni, vagamente infastidito, devo ammettere, e fu allora che assistei a uno spettacolo che non ho mai più avuto fino a oggi il privilegio di guardare.

Al centro del lago l’acqua iniziò a muoversi, prima con lentezza, poi sempre più velocemente, generando in pochi istanti un vortice di ampio diametro, al di sotto del quale l’acqua sembrava come ribollire. D’improvviso fu come se la superficie del lago, resa argentea da una bellissima ed enorme luna piena che sovrastava con elegante indifferenza il panorama sottostante, si spaccasse, si aprisse, tagliata da una lama invisibile. Dallo squarcio inizialmente mi parve di vedere una lunga colonna d’acqua che saliva e saliva fino a fermarsi a circa due metri di altezza dalla voragine. Dico che mi parve perché, nello spazio di una frazione di secondo, l’aria si era inspessita come per una nebbiolina leggera ma insistente, simile a quella che avevo trovata in una brughiera inglese dove avevo passeggiato molto, molto tempo prima, impedendomi così una visuale nitida e precisa.

Dalla colonna uscì qualcosa che velocemente prese la forma di una testa, e poi qualcosa d’altro ai lati che mi sembrarono braccia, e poi due gambe in basso. Insomma, si formò una figura.

Una figura indiscutibilmente femminile, trasparente, traslucida e dai riflessi azzurri. Non sto qui a spiegare la gamma di sensazioni che mi offuscò quasi la mente, assalendomi di un tratto. Posso aggiungere soltanto che la figura aveva un viso, che camminava sull’acqua, che mi guardò per un istante eterno prima di gridare, voltarsi e dirigersi con larghe falcate verso la montagna. La figura gridava e, a momenti, mi sembrò di udirla piangere, singhiozzare. Senz’altro si ergeva magnifica sull’acqua ferma del lago. Arrivata di fronte alla montagna silenziosa sollevò prima una gamba poi l’altra, iniziando ad arrampicarsi. La montagna restò in silenzio durante l’intera l’ascensione della figura acquatica. Riuscii a malapena a intravedere il percorso che essa lasciava dietro sé come una traccia bagnata, orma più scura sulla parete di roccia. Arrivata in cima la persi di vista. Era scomparsa, svanita ai miei occhi sempre più stanchi che non riuscivano più a mettere bene a fuoco. Suppongo si sia sciolta lassù, evaporata o infiltrata con le sue lunghe braccia e le sue lunghe gambe dentro la terra che tanto adorava. Ancora oggi mi capita di rivedere in sogno quel suo viso magnifico, trasparente e dai riflessi azzurri.

Iole Troccoli 23 ottobre 2015

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Lago e montagna di Iole Troccoli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Dialogo con il vento

Un’econovella di Alberto Pestelli

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Giù a valle mi avevano avvertito… non salga su in cima, non oggi. Non starà in piedi da quanto sarà violento… Ma io, sieee, duro come le pigne, son salito ugualmente. Mica vado a piedi, ho detto ai paesani del borgo ai piedi del Mont Ventoux, vado in bicicletta! Ancora peggio… mi parve di sentir dire mentre mi allontanavo da quei tre contadini francesi che, cortesemente, mi invitavano a non avventurami fino al passo di uno delle montagne più terribili del Tour de France. In verità sapevo quanto soffiasse forte il Mistral lassù in vetta… ma solo in vetta e non per tutta la durata della salita!

Avevo fatto una decina di chilometri dal paese quando sul viso mi arrivò un primo sonoro ceffone. Poi un secondo e, dopo qualche altro secondo, il maestrale iniziò a schiaffeggiarmi a ripetizione.

Io speravo sì nel vento, ma che fosse vento in poppa… Invece, nonostante mi sforzassi a pedalare con vigore, sembrava che la mia bicicletta compisse passi indietro, come se volesse tornare dai contadini a gustare quel buon vino rosso che mi avevano offerto qualche ora prima.

«Ma che ti fermi un attimo, perdinci!», urlai disperato al vento.

«E perché dovrei farlo, di grazia?» mi sentii rispondere. Mi girai attorno cercando la fonte della voce che mi aveva parlato.

«Guardi che è inutile che mi cerchi… io sono ovunque e i miei rifrulli la stanno schiaffeggiando da un po’ di tempo.»

«Ma che cosa c’era in quel vino… sento le voci!», dissi a voce alta.

«Un vino niente male… da queste parti lo fanno buono.»

«Ma chi è che parla? Con tutto questo turbinio di polvere che il vento alza non vedo niente e nessuno.»

«Non mi vedrebbe nemmeno anche senza la polvere che vola senza una meta precisa. Può solo sentirmi e oggi, per l’appunto, sono molto di corsa…»

«Per cortesia si presenti…»

«Se non l’avesse capito sono il Mistral, o vento del nord ovest, tradotto nella sua lingua sono il Maestrale… quello che fa urlare e biancheggiare il mare secondo un poeta suo connazionale del passato.»

«Ma mi faccia il piacere… non sono imbischerito fino a questo punto… si sposti e mi faccia salire in vetta…»

«Se vuole le fornisco la prova che sono veramente il vento… si regga forte!»

Improvvisamente mi sentii spingere violentemente indietro, come se un battaglione di soldati mi impedisse di conquistare il Mont Ventoux. Mi resi conto che non stavo sognando…

«Basta, perdinci, basta! Mi ha convinto, è il Mistral… si fermi per un attimo. Mi sta togliendo il respiro e se continua a soffiare più forte corre il rischio di togliermi qualche pensiero!»

«E non è contento? C’è gente che farebbe il patto con il diavolo per spargere i semi del suo pensare… un po’ come su facebook, ma in modo più saggio, senza quel sentor di frottole!»

«Lo so, lo so…»

«Immagino che cosa stava per dire… spesso da quei semi nasce erbaccia che infesta e strozza l’anima! Ma io trasporto, quando sono più calmo, tutto ciò che si trova davanti a me compresa la polvere nei suoi occhi se non si mette gli occhiali… su, li metta che adesso soffio più forte!»

«Non si preoccupi, ho provveduto già a proteggerli non appena l’ho sentita fischiare tra i filari delle vigne laggiù in basso e nel bosco poco più in là. Le cime degli alberi hanno iniziato il loro ondeggiante balletto. Mi raccomando, sono piante antiche. Anche se hanno radici profonde e poderose possiedono sentimenti e soffrono come esseri umani.»

«Anche se lei non lo crede, io ho rispetto per la natura. Del resto ne faccio parte! Comunque è più facile che tutti gli altri esseri viventi soffrano a causa vostra… vede, io non sono altro che aria che ha deciso di correre un po’ per sgranchire i propri pensieri. Gli alberi non temono me o i graffi dei gatti selvatici quando affilano le unghie sui loro tronchi. Non temono il picchio che scava il loro legnoso corpo per costruire un nido. Proteggeranno nuove vite! Sì, certo hanno paura del fuoco che spesso divampa dalla mano di un uomo incosciente o cosciente di far del male!»

«Ma è lei che sparge le fiamme…»

«E mi da la colpa per questo? Uno commette il fatto e la colpa è mia… bello questo, sì… molto italiano scaricare il barile sulle spalle di un altro.»

«A quanto pare anche qui da voi avete i vostri capri espiatori… Pennac ha costruito un bel personaggio. Tuttavia io non la sto accusando di niente… non ho detto che approfittiamo di lei per calare le ombre sulla vita per accusarla di esserne la causa.»

«Sono profondamente offeso. Stia attento, umano, potrebbe sfuggirmi un soffio più forte…»

«No, la prego, non si arrabbi. Non voglio sentire il turbinio incessante della tempesta attorno a me.»

«E allora si scusi…»

«Le porgo le mie più sincere scuse!»

«Accettate. Sta bene, abbasserò il volume delle raffiche. Però…»

«Però che cosa?»

«Però, io, avrei una certa fretta di andare a smuovere un po’ d’acqua, giù, verso la Corsica e la Sardegna.»

«In Sardegna dove?»

«Là, a occidente. Voglio vedere se piego un altro albero.»

«Aspetti, si sta riferendo all’albero nei pressi di Capo Pecora? In effetti c’è una pianta tutta storta la cui chioma spettinata guarda verso sud. È un capolavoro della Natura! Quindi lei è l’artista…»

«Oui, monsieur … Je suis l’artiste! Quindi sono di suo gusto le mie creazioni ?»

«Certamente.»

«Modestamente, vero, sono particolarmente abile con le arti plastiche. La pioggia, artista dozzinale e insulsa, fa origami con le pietre… io, invece, dono la forza alle mie creazioni.»

«Beh, creare sul creato… bella forza!»

«Cosa?», chiese alterato il vento.

«Niente, niente… parlavo tra me e medesimo. Ma il mare? Non crea?»

«Quello distrugge e inghiotte tutto. Alla fine ci rende solo briciole…»

«Le spiagge!»

«Sì, certo. Poi arrivano i bagnanti con gli ombrelloni. Li piantano nella sabbia e io mi diverto a strapparglieli via.»

«Allora è vero quando si dice che… c’è un vento dispettoso oggi!»

«Soprattutto quando gli umani navigano a vela. O troppo o niente. Divertente!»

«Sì, sì… ma intanto glielo tirano in tasca accendendo il motore… Signor Mistral, potrei raggiungere la vetta senza incappare in un suo scherzetto?»

«Va bene, vada, su… vorrà dire che, quando ritorna a valle la spingerò un po’. Si troverò in paese in quattro e quattro otto.»

«Una spinta sì, ma senza esagerare. Vorrei fermarmi prima d’entrar dentro una casa senza bussare o di spiaccicarmi in un albero.»

«Vada, vada… umano! E freni a ogni tornante. Prima che lei arrivi in paese, io sarò già sul mare a gonfiar un po’ di vele. C’è una regata oggi. C’è da divertirsi. Addio.»

Fiuuuuuuuuuuuu…

Alberto Pestelli © 2015

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STILLE NACHT: Una storia natalizia …che viene da lontano

Econovella di Gianni Marucelli

Anche quell’anno era giunto il solstizio d’inverno, le stelle rilucevano gelide nel cielo e, rientrando, il fiato di Ern quasi si sciolse in minuscole gocce, al calore del focolare. Fiore aveva preparato la nicchia, coperta di muschio come da tradizione, ed il piccolo Pert stava modellando con l’argilla quello che sembrava un ometto con la testa troppo grossa. Il padre posò con delicatezza il pesante arco e la faretra di vimini intrecciati, poi si chinò ad osservare la creazione del figlio. “Deve almeno assomigliare ad un bambino, ma a me pare piuttosto un cucciolo di bisonte!”, rise Ern, carezzando i capelli, lunghi fino alle spalle, del ragazzino, che fece spallucce e continuò il lavoro. Fiore, che stava ravvivando il fuoco, si voltò e sorrise a sua volta: “Certo, se suo padre si preoccupasse qualche volta di insegnargli a modellare, si potrebbe sperare in qualcosa di meglio!”. Il suo volto divenne serio: “Allora?”. Evidentemente la domanda era prevista, perché la mano destra di Ern, che fino a quel momento era rimasta nascosta dietro la sua imponente figura, si protese in avanti, mostrando il candore, striato di sangue, di un bel maschio di lepre. Stavolta il viso di Pert si aprì in un’espressione gioiosa seguita da un’esclamazione altrettanto vivace: “Uauh! Papà, è bellissima! Posso prenderla?” E, lasciando la creatura d’argilla, afferrò per la tozza coda l’animale e lo osservò con occhio critico. Al padre non sfuggì quell’esame. “Allora, piccolo, da quanti passi credi che lo abbia colpito?” Pert esitò solo un momento: “Non più di quindici, papà! Mamma, guarda anche tu, la punta è penetrata in profondità, vicino al cuore”. “E bravo il mio cucciolo, diventerai, se non altro, un bravo cacciatore; non sei portato per l’arte del vasaio!”. Anche Fiore si avvicinò e scoccò un’occhiata di compiacimento al suo uomo, più significativa di qualsiasi parola. “Bene – disse – mentre io la preparo prima che diventi troppo rigida, voi pensate al bambinello. E’ quasi ora.”

Ern si slacciò il mantello di soffice pelliccia e si avvicinò al semplice ripiano dove era sistemata l’argilla. “Tua madre ha ragione, vediamo cosa si può fare per migliorare un po’ l’aspetto del bisonte…voglio dire, del bambinello!” scherzò l’uomo, evitando le vibranti proteste di Pert. Qualche sapiente colpo di pollice e l’opera di una piccola spatola di legno bastarono a dare alla statuetta sembianze umane. Corrugando le sopracciglia, Ern la depose vicino al focolare, rifinendo i particolari con un bulino d’osso. “Ecco, guarda se non sembra un bambino che sta per addormentarsi.” Pert si avvicinò e sorrise: “Proprio, papà, è molto meglio del mio.” “Ora lo lasciamo asciugare u n poco vicino al calore, poi sai quel che devi fare.” Anche Fiore si accostò, porgendo una ciotola fumante. “Bevi, marito, è la tua tisana preferita” “Quella di bacche di rosa canina…ma c’è qualche altra cosa… il profumo è quello della radice d’erba-cinghiale, si dice che stimoli la virilità. Ho idea che tu abbia qualcosa di particolare in mente, per stanotte!”. “Su, lasciami, stupido, e finite di preparare per la cerimonia , tu e tuo figlio! Manca poco, ormai.”

Pert afferrò per un pollice il padre e ne attirò l’attenzione. “Ora va bene, papà?” chiese, indicando la statuetta. “Si, ci siamo quasi…ora prendi la spatola e allontanala dal fuoco. Mettila vicino all’ingresso. La lasciamo freddare.” Rimasero qualche tempo ad osservare il bambinello, poi Pert lo sfiorò con precauzione. “E’ appena tiepido.” “Bene, chiama tua madre. E’ tutto pronto?” “Si, papà, possiamo cominciare” La famigliola si riunì al centro dell’ambiente. Fiore accese una lucerna di terracotta, poi ne passò un’altra al marito.Il focolare, non più alimentato, si stava lentamente spegnendo. Pert raccolse una manciata di paglia, vi depose la statuetta e, a passo lento, quasi solenne, si avviò verso la nicchia colma di muschio, che ormai s’intravedeva appena. Ora tutto era silenzio e buio. Solo le fiammelle delle lucerne guizzavano, allungando sulle pareti le ombre di pochi oggetti: l’arco, un vaso di coccio, una collana di conchiglie di fiume. Un lungo ululato si levò, ma era molto, molto lontano. “Adesso!” sussurrò Fiore al figlio. Pert, con somma cura, depose la statuetta sul muschio. “Il Canto delle Antiche Parole.” La voce di Ern era un sospiro nel vento che spirava dalla grande pianura coperta di neve. E Pert cominciò, prima con voce esitante, poi sempre più limpida:

Tu scendi dalle stelle

O Re del cielo

E vieni in una grotta

Al freddo e al gelo…

Correva l’anno 2452 dopo la nascita di Cristo, ma né Pert, né nessun altro poteva saperlo.

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Domenica, la città e una cinepresa che racconta

Di Massimilla Manetti Ricci

 

La pioggia picchiettava sul tendone della piazza all’aperto, rincorrendosi in goccioloni che cadevano sull’impermeabile.

Lì sotto, una coppia domenicale parla fitto fitto, che neanche il cameriere riesce quasi ad inserirsi per chiedere l’ordinazione.

 Una coppia di turisti, che girano per Milano in una domenica piovosa, una coppia di amici che si danno appuntamento per vedersi dopo tanto tempo, una coppia clandestina, una coppia di amanti, una coppia, due esseri umani, un paio, un uomo e una donna, un marito, una moglie, un padre, una madre.

Due come tanti e come nessun altro.

Una pizza e un primo e via a parlare.

Un parlare intenso, davanti alla tovaglia a quadretti bianchi e verdi, apparecchiata dai pensieri e dalle confessioni gettati sul tavolo insieme al calice di vino.

Poi all’improvviso, tra le parole che defluiscono come i rivoli d’acqua sopra il gazebo, i due restano soli: la pizzeria sbarra la porta e loro restano lì, fermi, ancora a parlare davanti alla brocca di vino e ai due bicchieri.

Sono seduti uno di fronte all’altro, poi no, lei si siede accanto a lui: sono timidi, entrambi, molto, per il loro carattere schivo e riservato.

Ma la loro timidezza si manifesta in modo diverso: lei lo guarda quasi sempre negli occhi, sfidando il suo pallido rossore delle guance, talvolta perdendo il filo del discorso e scordandosi ciò che la mente ha pensato e non ha fatto in tempo a far scendere alle labbra; lui, no, non guarda dritto in viso, non lo fa quasi mai, lo sguardo va oltre, oltre i palazzi, oltre la piazza.

Dove?

Dove cerca l’esistenza, o meglio quello che lui vuole da quello che si chiama vivere.

Voglio capire cosa voglio dalla vita, le dice.

Ma la vita è beffarda, gioca in modo imprevedibile e altalenante, non siamo noi a voler qualcosa da lei, ma è lei che vuole qualcosa da noi e allora dobbiamo noi imparare ad assecondarla.

Prima tirare fuori l’io con la lettera minuscola, che si arricchisca dell’Io con la lettera maiuscola con ciò che possiamo ricevere da chi sta intorno e donare.

Ognuno dà e riceve qualcosa, ma resta da capire quello che vogliamo dare di noi e quello che vogliamo ricevere, quello che vogliamo condividere e quello che vogliamo e dobbiamo custodire solo per noi.

E’ così che si riapre lo spazio per le emozioni, le passioni e più in profondo per i sentimenti, tutti, indistintamente, sia quelli che ci fanno bene sia quelli che ci feriscono.

E’ dalla sintesi degli opposti che scaturisce poi il positivo.

Questo lei avrebbe voluto dire, ma non l’ha fatto, perché sa più scrivere che parlare.

Poi è squillato un telefono, il tempo ha ripreso il normale cammino del tardo pomeriggio, riportandoli in mezzo alla piazza.

Sono entrati nella basilica lì accanto, perché amano i posti della città meno turistici e appariscenti, un segno della croce rapido e rapidi via verso le rispettive case.

Un saluto veloce e frettoloso, una breve telefonata.

Bacio

Click

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Zitti tutti, parla il Mugnone

Una econovella di Alberto Pestelli

Versione riveduta e corretta e ricorretta del racconto I’ Mugnone (Alberto Pestelli, 9 agosto 2006) tratto dall’antologia di racconti in vernacolo fiorentino “Mugnon river e dintorni” stampato per il sito di autopubblicazione Il mio libro.  – L’attuale versione in lingua sostituisce la versione in vernacolo fiorentino apparsa nella vecchia rivista Toscana, Uomo, Ambiente e farà parte di una antologia di econovelle di alcuni autori che collaborano con L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente. La poesia dedicata al Mugnone fa parte di una breve silloge pubblicata da youcanprint nel formato ebook dal titolo Terramordimare. Le fotografie sono di Alberto Pestelli. Pubblichiamo in questo sito il racconto la poesia e le fotografie per gentile concessione dell’autore.

Mugnone tra Caldine e Pian di Mugnone. © Alberto Pestelli 2011

Mugnone tra Caldine e Pian di Mugnone. © Alberto Pestelli 2011

Cala tra i sassi della valle

Come lacrima nell’Arno

Alla prima calura dell’estate.

 

Riversa il suo pianto

In limaccioso turbinio

Sotto le nuvole dell’autunno.

 

Sì, c’è del vero in questi pochi versi. Se non fosse per la mia fonte, lassù in vetta all’Olmo, che in risparmio mesce il mio sangue, sarei un torrente smemorato, senza ricordi. D’estate, intendo dire… e faccio fatica a farmi strada dal mio “principio” al termine corsa in Arno, tra i ciottoli i cui spigoli ho contribuito a smussare.

Ce n’è voluta di acqua per renderli tondi o a forma di uovo sodo. Ma si sa che, tranne quando ho troppe cose da raccontare al fiume d’argento, non vado così tanto di fretta.

Stavo dicendo… ah sì! E quella poc’acqua che arriva in Arno mi permette di mantenere in vita la mia storia. Quale? Quella vera e quella nata dalla fantasia di certa gente antica che, guarda caso, si assomigliano[1] un po’ tutte.

Secondo gli uomini del posto io, un tempo, non ero un torrente. Ero un bellissimo figliolo chiamato, per l’appunto, Mugnone. Nei pressi dell’antica città di Fiesole vivevano nei boschi le fate con la loro regina. Una di queste fanciulline si innamorò di me.

Ma la regina non volle sentir ragioni… “quest’unione non s’ha da fare…” e per dare l’esempio a tutte le altre fatine, uccise la mia bella e me.

Mossa lei a rimorso, io sarei stato trasformato in un torrente e la mia innamorata in una fonte di acqua purissima. Questa dopo un breve tratto arriva fino al mio letto sassoso.

Come si chiama la fonte? Fontelucente, ovvio!

Ma ritorniamo alle cose terrene.

Molti mi hanno chiesto la mia età… quanti anni ho? Di certo non sono giovanino. Diciamo che sono di poco più giovane del tempo. Hanno detto che l’acqua possiede la memoria. Sembra che sia proprio vero, perdinci… voi non sapete quanti ricordi ho regalato al fiume, laggiù a valle.

Che cosa ne abbia fatto non posso saperlo. Lui se li porta fino al mare. Archiviati nei suoi abissi. E quelli che rimangono qua vengono bevuti dalla terra e dalle piante che crescono lungo il mio breve cammino. Breve?

A volte rimpiango il mio vecchio corso – che era molto più corto di adesso – quando portavo boghe, barbi e ranocchi in Arno nei pressi del Ponte Vecchio. Avevo meno miglia da fare… beh, non dico questo perché adesso mi fanno male i piedi. Averceli i piedi! Dico questo per il solo e grande prestigio di sfociar nel fiume in pieno centro storico fiorentino.

Siccome, già ai tempi dei romani di Roma, ogni tanto entravo a mio piacimento negli usci dei fiorentini (a volte in compagnia dell’Arno nel tour devastante nei vicoli cittadini), nel medioevo hanno voluto spostarmi verso l’antica terza cerchia delle mura di Firenze.

Ci fu il Boccaccio che m’immortalò nel suo Decamerone, raccontando di tre bischeri – mi pare che si chiamassero Calandrino, Buffalmacco e… ah già, Bruno – che vennero tra le mie ghiaie a cercare la pietra filosofale… Calandrino mi fregò un fottìo di ciottoli… mah!

Ma ritornando al mio letto, infine me lo spostarono un’altra volta e definitivamente vicino ad un parco a due passi dalla statua di un indiano. Un indiano d’India, naturalmente, con un nome e cognome quasi impronunciabile… Rajaram Chuttraputti.

Il tizio era un giovane principe indiano in visita a Firenze, dove morì per un improvviso malore nel 1865… vedi Firenze e poi muori! Beh, non so se i napoletani hanno copiato questo detto oppure è vero il contrario.

Quindi, anche se, in fondo può essere un onore avermi allungato il cammino, io avrei preferito restare dov’ero. D’altronde sono torrente e non posso pretendere di più. L’acqua la porto a valle senza un attimo di respiro. Perché vado tutto in discesa, ovvio!

Airone bianco - © Alberto Pestelli 2011

Airone bianco – © Alberto Pestelli 2011

Quando c’è il pienone porto via ogni cosa: alberi, sassi e tutto ciò che trovo davanti a me. purtroppo anche qualche poverello che… ma non voglio rattristar il mio cuore… ti ho sentito Ponte da quaggù. Non solo hai un cuore di pietra e parli e parli di quando avevi una forma diversa prima della guerra…

Il mio cuore si trova ovunque lungo la strada liquida. Io non solo parlo o ascolto ma vendo anche…

Ogni tanto alzo lo sguardo dalle pozze sotto le cascate verso il cielo. Sono i miei occhi, sapete?

Mi aspetto di vedere che il tempo abbuzzisca[2]… un po’ di pioggia non mi farebbe male in questi tempi di magro. Questi poveretti gamberetti sguazzano in due dita d’acqua. Per non parlar dei barbi e delle boghe dalle pinne rosse. Almeno un tempo c’erano due o tre ragazzotti che venivano sulle mie sponde a salvarli e gettarli nelle pozze più grandi.

Pure i germani e gli aironi cinerini sono voluti volare verso le pescaie più gonfie. Che piacere sentire la loro voce tutto il giorno. Le zampette dei loro piccini mi fanno il solletico alle onde.

Germano - © Alberto Pestelli 2011

Germano – © Alberto Pestelli 2011

E non solo esseri alati sguazzano e si nutrono di me. Anche quei castorini strani che fanno le dighe fermando la corsa verso valle sono giunti da me.

E che tenerezza sentire le labbra del capriolo quando scende in un piccolo specchio d’acqua a bere la vita che gli offro.

E gli esseri umani?

Un tempo ero parte integrante della loro esistenza. Adesso non mi considerano nemmeno più di tanto. Anzi a volte faccio da discarica… raramente per fortuna, ma che tristezza vedere che non c’è più rispetto!

Nitticora - © Alberto Pestelli 2011

Nitticora – © Alberto Pestelli 2011

Rimpiango la gioventù sulle mie sponde. Nessuno di loro aveva paura ad avvicinarsi un po’ troppo. Li accoglievo nelle mie pozze. Si sciacquavano un po’ i piedi e poi li rendevo alle loro mura e alle grida delle mamme un po’ apprensive.

Adesso questi poveri fanciulli di ora non sanno niente di un torrente. Quelli di un tempo sapevano quando ero buono e sapevano ancor di più quando ero cattivo. Non li vedevi mai vicino all’acqua che ribolliva furiosa e veloce.

Altri tempi, cari miei. Ora aspetto che il leone dell’estate se ne vada via. Aspetto l’autunno e l’inverno a gloria. E allora vedrete quante parole sarò in grado di dare al mondo. Importante è che tutta l’acqua nuova la non vada a finire nel buco di un viaino[3], o dell’acquaio se volete che parli meno fiorentino e, ancora peggio, in mano a qualche ingordo privato imprenditore che farà di un bene pubblico quel che vuole!

Ma per il momento le nuvole mi alleccoriscono[4] di desiderio. Si fanno veder gonfie e scure e poi il vento se le porta via…

 

 

[1] Esiste un’altra leggenda narrata dalle parti di Settignano che è uguale. In questa situazione i nomi dei due innamorati (il pastore e la fata) sono Africo e Mensola. Quest’ultimo corso d’acqua confluisce nel torrente Africo.

[2] Abbuzzire/abbuzzirsi=detto del tempo meteorologico. Vale divenir buzzo, cioè rannuvolarsi e accennare di volere piovere. Vuol dire anche riempirsi la pancia di cibo.

[3] Piccolo lavabo.

[4] Allettare altrui promettendogli e mostrandogli cose delle quale abbia gola.

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Discesa dentro la terra

Una econovella fantasy di Iole Troccoli

In una notte fredda e luminosa vidi per la prima volta il Magico Ciarlatano.

Appeso a una griglia di nuvole voleva farmi credere alle parole del vento, a quel suo urlo forte che sconfinava dentro le case, rompendo porte e finestre.

Si dondolava e sorrideva – forse masticava una gomma – e mi acchiappò per una manica mentre tentavo di svoltare.

– A cosa pensi? – mi chiese, mentre un ciuffo scomposto di capelli gli ricadeva continuamente sulla fronte.

– Non penso a niente, sono vecchia, mi fanno male le ossa – risposi, cercando un buco o un pozzo per scendere fino al fondo, attraversando la terra.

Il Magico, sotto la luce non filtrata delle stelle, mi pareva un uovo schiacciato dal peso di tutto quel bianco come da un’idea superflua, generata per sbaglio da una bava di luce sfuggita all’orchestrazione perfetta del cielo sopra di noi.

Lo guardai per un attimo, prima di continuare la mia ricerca di una strada nascosta che affondasse nel sottobosco. Dentro la terra fremeva un mondo sconosciuto, dedalo di vie e passaggi talmente desolati, eppure belli nel loro abbandono, da non farmi stare più nella pelle al solo pensiero. Ma il Ciarlatano, che adesso si era spostato su un albero più basso e accoccolato comodamente sopra un ramo biforcuto, non smetteva di chiedere e di disturbarmi.

Cosa vuoi, che cosa pensi, chi sei? Le sue domande insistenti, pur nella loro banalità e mortale ripetitività, gettavano un’ombra sul mio diligente lavoro di ricerca.

Sotto il chiarore di una luna apparsa d’improvviso, gialla e larga come un occhio premuroso, riuscii a intravedere una combriccola di fate che lavorava qualcosa con ferri d’oro.

Chiesi loro aiuto ma si dileguarono nel bosco senza degnarsi di rispondermi, trascinate via da un suono acuto di campanelli e da un odore greve di muschio.

Mi guardai intorno smarrita e colsi un bagliore inaspettato proprio accanto a una vecchissima quercia: era un ingresso. Fingendo disinvoltura mi incamminai verso quella direzione, nel tentativo di eludere ulteriori domande da parte del noioso Ciarlatano. Invece, lui mi prevenne: così veloce e agile mi si parò davanti, bloccandomi l’ingresso verso i sotterranei.

– Basta! Vattene, stupido presuntuoso! – gridai, spazientita – Lasciami andare, fammi scendere e scomparire dalla tua vista una volta per tutte. Stai pur certo che non tornerò mai più sopra, in questo regno umido e nebbioso, dove purtroppo vivi anche tu. –

– Sciocca – mi redarguì lui, allungando con bramosia le dita per afferrarmi – là sotto non c’è niente per te, soltanto buio e soffitti bassi, poca aria e strade strette come cunicoli. Vuoi fare la fine del topo? Oppure vuoi trasformarti in una talpa cieca che scava con le unghie per tutta la durata della sua breve vita obnubilata? –

– Cosa ti importa del mio destino, – mormorai con voce strozzata, piegando da un lato la testa come per sfidarlo dal basso verso l’alto – cosa sei venuto a fare qui? Perché mi hai trovato? –

– Se resterai con me ti perdonerò – rispose quello, addolcendo il tono della voce – se rimarrai con me ti ripagherò del tempo che hai perduto, tutto il tempo, stai bene attenta, e poi ti insegnerò a volare fin sotto la pancia della luna, e a tornare indietro senza cadere. –

– E mi priverai della libertà? – chiesi, guardandolo con preoccupazione.

Mi sembrava che il suo viso si stesse allungando, al pari delle braccia e delle gambe: adesso somigliava a una qualche specie di uccello acquatico con la pelle che si stava lentamente colorando di rosa. Un fenicottero con le zampe sottili, ecco in cosa stava mutando, un fenicottero che planava con delicatezza verso di me, proprio sopra il mio sguardo.

– Certo che lo farò – rispose lui, mentre un sogghigno gli contraeva l’angolo sinistro della bocca – ma tu sarai felice e non ricorderai più il tuo passato di stenti e di timori. –

Così parlando, il Magico Ciarlatano aveva iniziato a camminare, perso nei suoi propositi che mi riguardavano tanto da vicino, e, più camminava, più si spostava dall’ingresso ai sotterranei.

Io vidi, in una frazione di secondo, una testa che sbucava dall’apertura, come per controllare che quest’ultima non fosse stata ostruita. La testa mi guardò girandosi di scatto e solo allora mi accorsi che era attaccata a un corpo peloso: un grosso talpone mi stava osservando ma, essendo come io sapevo molto debole di vista, dubitai che mi avesse individuato. Cercai di catturare la sua attenzione con qualche gesto della mano, senza essere scoperta dal Magico, che, nel frattempo, continuava imperterrito a spostarsi senza quasi rendersene conto, canticchiando un motivo che ricordavo benissimo per averlo sentito in TV quando ero bambina. Era una canzoncina che accompagnava la pubblicità di qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco.

Il mondo si era perso, tanti, tanti anni prima. Dove vivevamo adesso altro non era che il residuo, l’immensa scoria di ciò che esisteva un tempo sulla superficie della terra. Rimanevano ancora qualche lago non del tutto prosciugato e il bosco dove ci trovavamo in questa strana notte, poi esistevano i sotterranei abitati dagli animali sopravvissuti.

Col fiato in gola e tutto il coraggio che avevo a disposizione spiccai un balzo e mi trovai per incanto davanti all’apertura. Mi guardai intorno con una rapida occhiata e, velocissima, infilai la testa nel grosso buco, facendo poi scivolare tutto il corpo all’interno del tunnel.

La grossa talpa era ancora lì – sembrava proprio che mi stesse aspettando – e io iniziai a seguirla attraverso gli stretti cunicoli.

Notai subito con piacere che l’animale teneva con la zampa destra una grande torcia bruciante, che inondava di luce le “stanze” che si succedevano una dentro l’altra.

La talpa non aveva bisogno di luce, abituata com’era da sempre all’oscurità.

Faceva questo per me, solo e soltanto per me.

Rincuorata, continuai a seguirla dentro ogni cavità, sempre più giù, fino al fondo della terra.

Iole Troccoli 26 febbraio 2015

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Sono Otzi, l’uomo venuto dai ghiacci

Una econovella di Massimilla Manetti Ricci

Appena un attimo. Appena il tempo di accorgersi di un calore intenso che stillava dalla sua spalla, appena il tempo di sentire un dolore penetrante e penetrato con la punta di una selce, appena il tempo di accasciarsi sul ciglio del dirupo sul Similaun, vicino al Giogo di Tisa in Val Senales. Appena un attimo e fu per sempre.

Fu per sempre che nel tempo fatto di millenni mi sono piegato su me stesso con l’ultimo anelito di vita che restava prigioniero tra la ferita e le vene dissanguate della mia spalla slogata mentre l’alternarsi delle stagioni mi ha ibernato, con ghiacci sciolti e riformati a partire dall’incipiente estate di 5300 anni fa.

Appena un attimo.

E appena in un attimo è arrivato settembre 1991: dopo secoli di silenzio rotto solo dalle incrinature dei cristalli ghiacciati, sento rumori strani, nuovi, diversi; mi sento afferrare e storcere tutte le mie povere ossa mummificate. Mi toccano e subito incancrenisce ciò che per millenni la natura ha gelosamente custodito.

Mi portano via in una scatola bianca che si muove, mi marcano col C14 per datarmi e poi mi depositano, dopo una lunga contesa con l’Austria per solo 92 metri di qua dal confine, in una città, Bolzano e mi danno il nome Otzi.

 

Lì sono esposto, disteso in una teca fredda, perché così mi sono adattato nei secoli e spruzzato di acqua distillata per mantenere umido il mio corpo; lì, la curiosità dei discendenti mi osserva con occhi increduli e meravigliati nel vedere, dalla mia fisionomia ricostruita, come già 5300 anni fa il mio aspetto fosse assai simile o uguale al vostro, oggi.

E lì ho fatto nascere una nuova branca di ricerca: l’archeologia dei ghiacci.

Peccato però che il riscaldamento globale metta a rischio i reperti conservati nei ghiacciai che vanno sempre più restringendosi.

Ma facciamo un passo indietro per raccontare quello che è successo.

Il sentiero che stavo allora percorrendo lo conoscevo, ma non ricordo perché ero lì, forse tornavo all’accampamento o forse ero a caccia per portare cibo al villaggio o forse fuggivo o forse mi hanno inseguito. O forse ero un capo perché l’ascia di rame che avevo con me era segno d’importanza o forse potevo essere anche uno sciamano.

Forse !

Il mistero della mia vita è rimasto chiuso tra le vette, dove i raggi di sole trafiggono come spade sguainate il fianco squarciato, offerto dalla montagna, per segnare il mio passo.

Forse!

Ma quel che invece è certo è che in questa nuova dimora c’è parte dell’equipaggiamento di cui ero dotato, una mirabile serie di oggetti concettualmente tecnologici, assai simili a quelli che voi, umani di oggi, utilizzate, come se l’evoluzione tecnica si fosse solo affinata nei secoli, senza aggiungere nulla di nuovo rispetto a quello che io possedevo e progettavo.

Vestivo di pelli cucite a patchwork, trattate con grasso e affumicate, dei leggins, direste, legati con lacci in vita a una specie di giarrettiera dotata di marsupio.

Nel marsupio conservavo per l’occorrenza un raschiatoio, un perforatore e il frammento di una lama.

Nella tasca interna tenevo una preziosità assai utile in alta montagna, il ‘fungo d’esca’, fomes fomentarius che mi serviva per accendere il fuoco: infatti, battendo la pirite contro la selce producevo scintille che accendevano i pezzi di esca asciutta.

Avevo anche un’ascia dalla lama trapezoidale di rame, un pugnale con punta di selce, frecce, faretra, una rete per cacciare uccelli.

La particolarità erano però i contenitori leggeri di betulla che mi portavo appresso, cuciti con fili di libro di tiglio. All’interno vi tenevo foglie di acero nelle quali avvolgevo resti di piante e frammenti di carbone vegetale. Mi serviva da portabraci: le foglie erano il materiale isolante, così la cenere poteva conservarsi accesa per alcune ore e, infatti, con questo ho acceso il mio ultimo fuoco e ho preparato la mia ultima cena.

Nel mio stomaco avete rinvenuto tracce di polline, cereali e carne di stambecco, fornendovi così informazioni preziose sul tipo di alimentazione di quei tempi, molto vicina a quella che voi dite mediterranea.

Come voi anch’io mi curavo con medicine ed ero dotato di un armadietto dei medicinali pronto all’uso con un fungo, il poliporo di betulla, che aveva proprietà emostatiche e antibiotiche: infatti, gli olii dei funghi potevano essere usati contro i parassiti dell’intestino, da cui ero affetto, così com’ero preda di reumatismi e forti dolori ossei, avevo quarantacinque anni ed erano tantissimi per il neolitico!

Potete osservare dei tatuaggi puntiformi e lineari su alcuni specifici punti del mio corpo: no, non sono di bellezza, ma rappresentano una sorta di agopuntura per alleviare le mie sofferenze.

 

Ricordo che quella notte, quell’ultima notte i forti dolori per il rigore della montagna erano pungenti e mi sono scaldato come non avevo mai fatto, quasi presago di un freddo che mi avrebbe attanagliato per sempre di lì a poco.

Ho chiuso gli occhi con il cielo che allora guardava me come oggi guarda voi, sovrastante e distaccato e con la luna che civettava sulla punta della montagna imbiancata; il risveglio è stato brusco e tragico: sono stato colpito, mi sono abbracciato per fermare l’emorragia, sono caduto, ho battuto la testa e ….sono scivolato verso l’oggi.

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Confesso il tramonto

Di Luigi Diego Eléna

Tramonto - Alberto Pestelli © 2011

Tramonto – Alberto Pestelli © 2011

Osservo il tramonto che appare come un lungo ramo rosso ciliegio, pare che il cielo cali un braccio carico di timidezza. In basso il solaio marmoreo della prima neve, poi i colori tacciono. Si apre la fessura del buio scacciato tutto il giorno dalla sentinella sole. Confesso, ho già la nostalgia dell’alba, che è l’infanzia quando il sorriso grazioso libera i singhiozzi anche per una caramella. Ha la sua vestina orlata, i sandaletti a due buchi, vispi come gli occhi di un topo, là accucciata e smarrita dietro al Resegone. I vetri delle finestre sono specchi opachi di carta gialla dei lampioni che sbadigliano dopo un sonno ostinato dal mattino alla notte. Chissà se è abbandonata quella casa di campagna che si lascia leggere solo dal profumo di burro e latte a quest’ora? Ogni luce può essere una persona solo se si muove. Un tiro a segno per domande. Ciò che si pensa è un sogno che segue curioso e turbato vestito da fantasma. Il buio è un libro nascosto della notte.

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