FIRENZE – Il parco delle sequoie

Di Gianni Marucelli

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il castello di Sammezzano è circondato da un immenso parco in cui vivono alcune delle Sequoie più grandi d’Italia

A circa 30 km. da Firenze, alto su un colle in località Leccio (Reggello), si leva uno dei gioielli dell’architettura neo-gotica, in stile moresco, in Italia, il Castello di Sammezzano, fatto costruire nella prima metà del XIX secolo, sui ruderi di una precedente costruzione, da Niccolò e Ferdinando Panciatichi.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Dell’interno del Castello, e delle sue caratteristiche di percorso “iniziatico”, abbiamo parlato in un precedente articolo, che metteva anche in rilievo le precarie condizioni in cui versa l’edificio, da molti anni chiuso e trascurato dalla proprietà.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Lo stesso, purtroppo, si può dire del Parco, in cui il sottobosco ha ripreso ampiamente il suo ruolo e le rampicanti, come l’edera, soffocano i grandi alberi: lecci secolari, querce, ma soprattutto sequoie, sia della specie Sequoia sempervirens che di quella Sequoiadendron giganteum (in verità, ne rimane solo una), oltre a Cedri del Libano, Chamaecyparis, Tassi di grandi dimensioni e molte altre specie, anche esotiche.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Lo stradello carrozzabile che dal basso porta fino alla Villa è in parte franato, e moltissime piante, d’ogni genere ed età, giacciono al suolo, con le radici tristemente rivolte al cielo.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

In tali condizioni di degrado, purtuttavia il Parco costituisce sempre uno spettacolo unico: più di cento esemplari di Sequoia si possono ancora ammirare, alcuni dei quali piantati attorno al 1850, e quindi già vecchi di un secolo e mezzo. La Sequoia più alta tocca i 46 metri, e molte altre superano i 35 metri. Giganti originari della California, qui posti a dimora dagli industriosi e geniali fratelli Panciatichi, che per l’acquisizione delle pianticelle, d’ogni genere, si rivolgevano al Vivaista francese Burnier, a Firenze. Tornando alle Sequoie, dall’ottimo libro dell’amico Tiziano Fratus (“L’Italia è un bosco”, ed. Laterza), che è il più grande esperto italiano in materia, apprendiamo che la più robusta di esse (la Sequoia Gemella) ha un tronco, misurato ad altezza di petto umano, del diametro di 842 centimetri, mentre le altre superano in molti casi i 400.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Ognuno di questi giganti è dotato di un apposito cartello numerato: la sequenza supera abbondantemente i 100. Le Sequoie più interessanti (oltre a quella Gemella, posta altrove) si trovano a circa metà salita, ove un ampio prato è bordato appunto da questi alberi; all’interno di esso si trova l’unico esemplare di Sequiadendron Giganteum sopravvissuto. Procediamo ancora, incontrando qualche cane a passeggio con relativo padrone e rari appassionati di footing.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

La strada regionale Firenze-Arezzo è ormai lontana, i suoi rumori giungono attutiti; molto più vicino e godibile il chiacchericcio dei piccoli uccelli della macchia e anche il gracchiare di gazze e ghiandaie. Di tanto in tanto notiamo i segni di quel che un tempo doveva costituire la sistemazione a vero e proprio giardino di quel che ora è un bosco pressoché inestricabile: un condotto sotterraneo di cui ignoriamo lo scopo, l’antico portale di accesso alla villa, la casa che probabilmente dava ospitalità agli addetti alla manutenzione, una vasca dove nuotano solo delle bottiglie di plastica vuote…

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Poi, in mezzo al verde, fa capolino il Castello, in tutta la sua maestosità… Essendo chiuso ormai da decenni (io me lo ricordo adibito a Hotel e ristorante di lusso, ma ero giovane…) ha patito le ingiurie del tempo, ma chi lo ha potuto visitare di recente (ad es. le telecamere del TG regionale della Toscana) assicura che il complesso architettonico e le sue meraviglie di stucchi e di affreschi può essere ancora salvato, poiché i danni sono per ora limitati.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Qualche anno fa fu costituito un Comitato locale per la salvaguardia e il recupero del monumento, ma l’impresa sembra davvero assai ardua, essendo la proprietà di una SRL a capitale, a quanto pare, straniero. Ma c’è anche di peggio: un ecomostro in cemento, il cui scheletro è visibile a non più di cento metri dal castello, fu iniziato forse una trentina di anni fa, e mai portato a termine… ma neanche abbattuto, se è per quello. Doveva essere adibito ad Hotel di extra-lusso, e forse è meglio che sia rimasto allo stadio larvale. Sarà più facile raderlo al suolo, quando e se verrà l’occasione.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Mentre discendiamo verso l’auto (per visitare il parco – nessuna formalità – dovrete lasciarla in uno spiazzo presso la strada regionale) ci appare l’ultimo insulto fatto a questo luogo prezioso, che in ogni altro Paese civile del mondo sarebbe oggetto di culto turistico: un megacentro industrial-commerciale dove per prima campeggia l’insegna di Prada…

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

“Il diavolo veste Prada”: avesse ragione il titolo del film?

 

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Framura, un angolo di Liguria

Di Guido De Marchi

 

La Liguria, da Riva Trigoso a Portovenere, è tutta un susseguirsi di scogliere e calette che fanno da contorno al Bracco, più o meno al centro di questo arco abbiamo Le Cinqueterre. L’intero territorio, costellato di piccoli comuni e borghetti, offre degli indimenticabili scorci panoramici sia in direzione levante che ponente. Lontano dalla fascia costiera sorgono decine di paesi abbarbicati sui cucuzzoli o sui passi che portano alle valli interne; anche qui i panorami sono ricchi di fascino e di serenità. Dovunque è visibile il mare.

Sino alla fine del XX secolo queste località erano frequentate da un pubblico stagionale ed affezionato che rendeva i paesi del Bracco e della costa pieni di vita, di iniziative sia sportive che culturali.

Attualmente in questi paesi si vive una stagione effimera, a cavallo del ferragosto, e durante i fine settimana tipo “mordi e fuggi”; e questo mi fa tornare alla memoria un film degli anni sessanta – intitolato “Brigadoon” – che riviveva una giornata ogni cento anni.

Tuttavia devo notare che questa è una situazione di livello internazionale perché anche in Francia e in Portogallo ho notato la stessa tendenza: la gente si accumula nelle città e i paesi si spopolano per rivivere solo in determinate occasioni. Girando per l’Europa ho visto paesi stupendi che sembravano abbandonati, però nei week-end ritrovavano una o due giornate di vita.

La cosa preoccupante di questo abbandono dei paesi è l’incuria. Nella zona del Bracco molte terre hanno smesso di essere coltivate e i muretti a secco dei terrazzamenti agricoli vanno lentamente crollando. Là dove erano vigneti e uliveti ha ripreso vita la macchia mediterranea e stanno nascendo boschi di lecci e roveri accompagnati da erica arborea, corbezzoli e mirto, bordati dal lentischio.

Questo abbandono produce spesso frane rovinose e altri disastri ambientali.

L’incontrollata proliferazione dei cinghiali scoraggia i pochi contadini restanti che vedono le loro fatiche distrutte in una notte di scorrerie di questi animali mentre la reintroduzione del lupo scoraggia la pastorizia che abbandona questi territori. A completare il quadro c’è la moria dei pini e la malattia dei castani: gli alberi muoiono crollando gli uni sugli altri dando vita a radure che si riempiono velocemente di rovi diventando intransitabili.

In questo quadro sopravvivono solo le iniziative legate alle zone costiere o a quelle facilmente accessibili in auto.

Nel territorio framurese si sta creando una passeggiata sulla scogliera che è molto suggestiva.

Occorre tenere presente che a Framura il territorio è caratterizzato da due realtà geologiche diverse: dal centro del paese a ponente il territorio è di origine sedimentaria, a levante è di origine effusiva e pertanto le scogliere risultano molto differenziate.

Sempre da Framura sino a Levanto, passando per Bonassola, è stata realizzata una pista ciclopedonale sfruttando vecchie gallerie ferroviarie dismesse: cinque kilometri godibilissimi per gli improvvisi scorci che si colgono nelle aperture sul mare.

Devo dire che l’abbandono dei paesi ha rallentato il processo di cementificazione selvaggia che stava per aggredire queste zone, ciò ha permesso di conservare un territorio naturalistico e selvaggio dove non è raro incontrare animali selvatici di tutti i generi, dall’upupa, alle poiane, ghiandaie, scoiattoli, tassi, oltre a cinghiali, rettili e uccelli di vario tipo, uno più intraprendente dell’altro. Insomma, nonostante l’abbandono in questi territori si possono trovare percorsi di una bellezza unica, circondati dal profumo della macchia e dai suoni di una natura sempre in vitale fermento.

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Fratellanza Popolare Valle del Mugnone

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Fratellanza Popolare

Valle del Mugnone

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LA STORIA

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Nata il 24 febbraio 1965, con la disponibilità solidale della Fratellanza Militare e della Fratellanza Popolare di Peretola, con il nome di “Associazione Trasporto Ammalati“, poi presto mutato in Fratellanza Popolare Valle del Mugnonein Caldine, per i primi anni l’attività è unicamente quella di trasporto sanitario di emergenza e ordinario, la sede è in via Faentina al n. 203.

vecchia sedeLa vecchia sede di Via Faentina

I nuovi insediamenti nell’abitato di Caldine negli anni 80/90 misero in evidenza la necessità di un punto di aggregazione sociale alla quale l’associazione ha cercato di dare una risposta. Infatti, proprio in quegli anni ha visto la luce nella fratellanza, il gruppo che opera nei servizi sociali, quello di Protezione Civile.

Il primo gruppo ha iniziato con l’accompagnamento dei ragazzi disabili e gli anziani ai rispettivi centri di attività giornaliera, in seguito si sono moltiplicate le richieste di servizi alla persona: assistenza domiciliare, compagnia telefonica e spesa domiciliare per persone anziane sole o disagiate, inoltre, il gruppo ha promosso insieme ad altri partner raccolte di generi alimentari e di abbigliamento.

old ambulanzaLa prima ambulanza (1965)

Il gruppo della Protezione Civile, nato per prevenire e intervenire in caso di calamità nel territorio fiesolano, ha poi esteso gli interventi in tutto il territorio nazionale partecipando ai soccorsi, tra gli altri, per i terremoti in Umbria del 1999, quello in Abruzzo del 2009 e recentemente nelle alluvioni in Liguria e Toscana nel 2011 e nel 2012.

gruppo p.c. bis

Il Gruppo Donatori prende vita nei primi anni 90, poi sarà la volta della formazione, delle attività ricreative e degli studi medici, attualmente la Fratellanza Popolare è una realtà ottimamente radicata nel tessuto sociale della Valle del Mugnone e del Comune di Fiesole, nel 2007 ha trasferito la propria sede all’interno del nuovo centro civico costruito nella nuova zona di Caldine, in Piazza dei Mezzadri al n° 7. È una palazzina di due piani nella quale oltre alla zona operativa per i volontari sono stati collocati degli studi medici, gestiti dai volontari dell’associazione, nei quali ricevono medici e pediatri di base e medici specialistici.

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I SERVIZI

– copertura per 24 ore, tutti i giorni, del servizio di emergenza a disposizione della Centrale Operativa Firenze Soccorso (118). D.A.E. (defibrillatore semi-automatico esterno) a bordo dell’ambulanza.

– trasporto sanitario ordinario (dimissioni e ricoveri da/in strutture sanitarie).
- accompagnamento disabili e pazienti non autosufficienti alle strutture di competenza.

– studi medici: visite medici e pediatri di base, visite medici specialistiche, servizio C.U.P. (centro unico di prenotazione) consegna ricette e certificati dei medici curanti.

– Protezione civile, Formazione, Donatori di sangue, Servizi sociali alla persona, Attività ricreative.

UNA CASA A CALDINE

 Una casa a caldine

La Fratellanza Popolare Valle del Mugnone ha aperto questo spazio per accogliere un centro incontri per ragazzi disabili del territorio con la collaborazione dei Comuni di Fiesole e Vaglia della Società della Salute Firenze Nord Ovest.
Il centro, che si trova in Piazza dei Mezzadri 6, proprio di fronte alla sede dell’associazione, è gestito dalle cooperative del consorzio Coso, i loro educatori insieme ai volontari della Fratellanza Popolare e ai genitori dei ragazzi, rendono l’interno della Casa un luogo accogliente, dove trascorrere un tempo qualitativamente significativo, svolgere attività divertenti e condividere un percorso per crescere.

Info: unacasacaldine@gmail.com; cell: 328 6612660; tel. 055 549166.

Fratellanza Popolare Valle del Mugnone, Piazza dei Mezzadri 7, Caldine, 50014 Fiesole www.caldinesoccorso.it; segreteria@caldinesoccorso.it; tel 055 549166

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Trascuratezza e stato di abbandono del parco di Villa Fabbricotti di Firenze

Di Alberto Pestelli

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Come si fa a non approfittare di una bella giornata di sole – invernale – per andare alla scoperta – o riscoperta – di una Firenze da tanti dimenticata?

Si sale sul proprio mezzo a quattro ruote e, dopo aver sistemato la borsa con la Nikon D3000 e attrezzatura annessa sul sedile del passeggero, eccoci in marcia. Direzione via Vittorio Emanuele II a Firenze dove c’è il monumentale ingresso di Villa Fabbricotti non molto distante da un’altra importante villa: Il museo Stibbert e il suo bel parco all’inglese. Di quest’ultimo ne parleremo in un altro articolo.

Concentriamoci su Villa Fabbricotti che, a causa di quel che ho visto e fotografato, ha la priorità assoluta.

Varchiamo il cancello. L’entrata è ben curata forse grazie all’esistenza, sulla destra, del gradevole e simpatico bistrot che ci tiene al decoro.

Già, il decoro! Ecco, tutto questo termina lì. Ma procediamo con ordine. M’incammino prendendo la strada asfaltata invece del vialetto sterrato che sale verso la villa da sinistra (l’ho percorso al ritorno). Man mano che mi avvicino alla villa mi rendo subito conto del grande stato di trascuratezza in cui è immerso tutto il complesso.

Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Qualcuno potrebbe storcere la bocca e dire che è normale che il parco sia ridotto così visto la stagione fredda. Non sono concorde, io. Un parco o un giardino non trascurato è bello e rigoglioso anche nei mesi più rigidi. E il parco del museo Stibbert è la prova tangibile, ma né parlerò un’altra volta.

Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti si trova in posizione elevata rispetto all’entrata di via Vittorio Emanuele II. È un edificio a pianta rettangolare di semplice fattura. Una piccola torre merlata la sovrasta e nella parte frontale – quella che guarda verso l’ingresso – c’è un bel loggiato.

Dal sottostante prato, ricco di erbacce, parte una rampa di scale che porta al livello inferiore. Da queste altre due scale uguali ai lati permettono al visitatore di scendere fino al piano della strada.

Come ho detto in precedenza, alla villa si accede anche dalla strada sterrata che teoricamente è più suggestiva dell’altra per la presenza di qualche scultura e di un ninfeo completamente invaso da piante e rovi. Qui, più di ogni altra zona del parco, è visibilissimo lo stato d’abbandono. Nel parco è presente una piccola cappella (a stretto contatto con la villa) il cui stile ricorda quello del Pantheon e, nel prato retrostante, c’è un tempietto a tholos di chiaro stile neoclassico.

Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

D’interesse particolare è il grande Cedro del Libano detto Albero della Pace. Esso era alto circa ventiquattro metri e si trovava nel piazzale occidentale della Villa. Pare che fosse stato piantato un secolo e mezzo fa ai tempi di Firenze capitale. Nel 2001 la monumentale pianta si è seccata ma il tronco e alcuni rami principali sono stati conservati e ben visibili nei pressi di un lato della villa.

Albero della Pace, Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Albero della Pace, Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Il luogo, in origine, aveva la funzione di casino per la caccia. Per questo motivo il parco è quasi del tutto “rivestito” a foresta, habitat idoneo a ospitare una fauna avicola ben nutrita.

Non può farci altro che piacere che tra le macchie e la massa boschiva trovano rifugio specie più o meno protette. Il parco è quindi il paradiso per lo scricciolo e il fringuello, per il cardellino e il verdone, per il merlo e l’upupa e tanti altri ancora.

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Tuttavia, anche se è una casa sicura per gli animali selvatici, anche l’occhio del visitatore vuole la sua parte. Occorrerebbe rivalutare la villa e l’intero parco perché lo stato di abbandono è uno schiaffo alla città. Sono consapevole che i fondi sono pressoché insufficienti e vengono destinati ad altri progetti forse più urgenti… però…

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Però, per non addentrarci troppo nel gioco delle responsabilità – l’intero complesso è del comune di Firenze e patrimonio del Quartiere 5 – basterebbero degli sponsor, magari anche uno che permetta di avviare un progetto per far tornare a nuova vita un angolo nascosto e pregiato di Firenze. Per non sfigurare con i “forestieri” o col dirimpettaio parco del famoso Museo Stibbert… ma, come dicevo prima, questa è un’altra storia.

Alberto Pestelli 20 gennaio 2015

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Abbazia di San Galgano – Poesia di Ada Ascari

Di Ada Ascari

San galgano fuori.jpgSan galgano fuori” di Vignaccia76Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Vuoi metter San Galgano

e la sua pace

con le spiagge affollate

ed il casino?

Siamo stati sul prato

come in Paradiso

spezzando il pane

e sorseggiando il vino.

Un gran silenzio

veniva dalla chiesa,

che chiesa non è più,

ma solo spazio tra cielo e terra,

tempo sospeso fra vita e morte

nel tramonto lontano.

Ed io lì dentro,

tra voli di rondini chiassose,

mi son sentita

piccola e indifesa

come una formichina

nell’eternità.

 

 

————————————–

Ada Ascari

Esperta in metodologie autobiografiche e scrittura autoanalitica

Dottore in informatica applicata a contenuti umanistici.

Curatrice del sito della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari

mail: ada.ascari@lua.it

web: www.lua.it

Skype: ada.ascari

Twitter @adascari

 

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Orte-Mestre

La Federazione (Federnatura) ci gira questo articolo apparso su Repubblica, molto infuocato, sulla futura Orte-Mestre…

 

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Bari, Via Manzoni: una strada magica

Di Carmelo Colelli

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Avevo lasciato il mio paese da quasi quattro ore, il camion con le nostre masserizie, dopo aver percorso il Lungomare, corso Vittorio Emanuele, il giardino Garibaldi, era giunto a destinazione: Via Manzoni! Vicino una piazza, piazza Risorgimento, al centro una fontana ed una imponente scuola elementare: la “Garibaldi”, lungo la strada tanti palazzi, tanti negozi.

Da quel giorno, sono trascorsi quasi cinquant’anni, ma tutto è chiaro, le immagini vivide e attuali, come il primo giorno.

Era, qualche giorno prima del Natale del 1964.

In quella strada ho abitato venticinque anni, un quarto di secolo!

Tanti ricordi, tante le scene di vita quotidiana che ormai non si vedono più, ma si affollano nella mia memoria e nel mio cuore.

Via Manzoni aveva un orologio di vita tutto suo.

Alle prime luci del mattino, il fornaio, un uomo alto, magro, con uno strofinaccio, arrotolato a ciambella sulla testa e su questa poggiata una lunga tavola, sulla quale erano sistemate le pagnotte di pane da cuocere.

Le portava al forno, quello in pietra che si trovava in via Abate Gimma, di fronte ad un palazzo storico ed importante in quegli anni, ora lasciato solo ed indifeso, come un vecchio che, dopo anni di duro lavoro, viene abbandonato a se stesso: l’Istituto Nautico “N. Caracciolo”.

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In quegli anni, la mattina, intorno alle sei, non vi era traffico, le auto erano ancora poche, c’era invece un viavai di “carrucci”, questi erano costruiti artigianalmente, una tavola lunga circa un metro e mezzo e larga altrettanto, sostenuta da due assi, alla fine di questi, quattro ruote, realizzate con dei grossi cuscinetti a sfera, all’asse anteriore era legata una corda, serviva per il traino a mano.

Sopra casse di verdura, frutta, ortaggi, tutti diretti in via Nicolai, dove si svolgeva il mercato ortofrutticolo rionale.

Già a quell’ora cominciava a sentirsi un vociare che continuava fino a sera, una musica di sottofondo lungo una strada magica e importante.

Verso le otto, la strada si popolava di mamme e bambini, che frequentavo la scuola elementare Garibaldi, scolari ancora assonnati, con lo zainetto sulle spalle, inquadrati davanti alle scale della scuola in attesa del suono della campanella.

Nel frattempo, ecco i passi delle giovani e graziose fanciulle: le commesse dei negozi, tre, quattro commesse per ogni attività commerciale.

Le saracinesche, tutte, una dopo l’altra, si aprivano, si accendevano le luci, le commesse pronte a soddisfare i desideri dei clienti.

Le vetrine mostravano, scintillanti di luci, le loro bellezze: scarpe, abiti, borse, corredi, abiti da sposa.

Le donne per recarsi a fare la spesa in via Nicolai, percorrevano via Manzoni con i loro carrellini, era una continua processione, a ogni vetrina si fermavano, osservavano, commentavano anche ad alta voce, i prezzi e gli articoli.

VIA MANZONI-02

Subito dopo mezzogiorno piazza Risorgimento, tornava a riempirsi di ragazzini, erano gli stessi mezzi addormentati del mattino, ora vispi e chiassosi.

Nelle giornate primaverili, la strada si allietava col suono di una fisarmonica, una chitarra e una grancassa, avanzava un signore vestito con un frac nero, la bombetta ed il sottile bastone, come quello di Charlot: Piripicchio.

Attorno a lui tanti bambini, cantava canzoni in dialetto barese, salutava cordialmente tutte le signore, sia quelle vicine che quelle affacciate ai balconi.

Una “botta”, un richiamo alla signora, un colpo di grancassa e la sua “mossa”, un particolare colpo d’anca, allusivo ma non volgare.

Mentre Piripicchio salutava il suo pubblico, il suo socio girava tra la gente con un piccolo piattino di metallo, raccogliendo le varie offerte, dai balconi piovevano le 10, 20, 50, qualche volte le 100 Lire.

L’orologio posto sulla scuola oramai segnava le 13.30, i bambini erano andati via, i negozi cominciavano a calare le saracinesche, la strada si popolava di giovani: gli studenti dell’Istituto Nautico Caracciolo, che percorrevano a passo veloce via Manzoni, magari addentando un pezzo di calda focaccia barese, per raggiungere la Stazione e tornare ai propri paesi. Tre erano i famosi panifici che sfornavano a tutte le ore del giorno le croccanti ruote di focacce.

Il pomeriggio la piazza si ripopolava di ragazzi, riuniti a gruppetti giocavano, a calcio, bastava una pallina, non un pallone, per correre da una parte all’altra, era inevitabile che si facesse chiasso, questo molte volte infastidiva chi abitava di fronte alla piazza ed aveva il desiderio di schiacciare un pisolino.

Dopo aver giocato sotto il sole, per avere un po’ di sollievo o per golosità ci si comprava il gelato a limone, un gelato preparato rigorosamente in maniera artigianale, dal chioschetto all’angolo sulla piazza.

All’altro angolo, dove ora vi è il giornalaio, vi era un altro chiosco, in muratura, all’interno un tabaccaio.

Negli anni ’70 questo chiosco fu demolito, il tabaccaio trasferito in via Principe Amedeo, quasi ad angolo con via Manzoni, dove si trova ancora oggi.

Nel primo portone di questo angolo, la mattina, fino agli anni ’70, vi era un calzolaio, in quei tempi le scarpe si riparavano più di una volta, sempre lì vicino, un uomo, piccolo di statura, magrolino, sistemava il suo negozio mobile: una sedia a baldacchino da lustra scarpe.

I giorni in via Manzoni, non erano tutti uguali, alcuni festosi, altri meno, mai cupi. Era la gente, che li colorava e li rendeva solari, una strada magica!

Il pomeriggio la strada si popolava di gente proveniente dalla provincia o dalla periferia della città per comprare “le rrobbe”.

All’imbrunire, la strada si vestiva dei suoi colori più belli, le insegne a neon, belle, luminose e coloratissime, via Manzoni competeva con la via elegante della città: via Sparano.

Infine il sabato pomeriggio mamme con figlie da marito, popolavano i tanti negozi di biancheria da corredo e di abiti da sposa

I visi gioiosi delle ragazze che avevano acquistato l’abito da sposa, si riconoscevano ed era una tradizione che si andasse a festeggiare l’importante acquisto, nella pasticceria di via Putignani, quasi ad angolo con Via Manzoni.

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I commercianti di via Manzoni, di quegli anni, sono storici, potrei raccontare per ognuno di loro storie e aneddoti.

Uno in particolare merita di essere ricordato, un Natale degli anni ’70, i commercianti decisero di mettere in palio una Fiat 126 tra tutti gli acquirenti del mese di dicembre, la piccola autovettura fu messa in esposizione per tutto il mese, su una rampa inclinata vicino alla scuola Garibaldi.

Gli anni passavano, i negozi si rinnovavano, le vetrine diventano sempre più belle e più luminose.

La sera della Domenica, del 23 Novembre 1980, la terra tremò in Irpinia, il terremoto fu sentito anche a Bari, la gente ebbe paura. Lasciò le proprie case e scese per strada.

Piazza Risorgimento si affollò come non mai.

Anche via Manzoni si attivò a prestare aiuto ai terremotati: un intero camion pieno di biancheria, indumenti, coperte, generi alimentari e altro, partì per l’Irpinia: la solidarietà passava anche per quella strada magica.

Un anno, pochi giorni prima di Natale, ci fu una magia ancora più grande: dal cielo piano piano cominciarono a cadere candidi fiocchi di neve, tutto divenne meravigliosamente bianco e surreale, sembrava di udire una musica speciale e vivere in una fiaba in cui tutto era perfetto e funzionava bene.

Sono trascorsi oramai molti anni, passando, per quella strada, l’altra sera, l’ho vista trasformata, molte insegne sono spente, o non ci sono proprio più, molte saracinesche chiuse, via Manzoni sembra una vecchia signora mal ridotta.

Mi sono fermato sulla piazza, ero solo, ad un tratto ho visto Piripicchio che cantava, il vociare dei ragazzi che uscivano da scuola, le mamme, le belle commesse, le vetrine illuminate, le insegne coloratissime, ho visto via Manzoni ancora più bella, ho sognato per un attimo!

Sarebbe bello che questo sogno si avverasse.

Carmelo Colelli

27 Settembre 2014

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Una poesia di Iole Troccoli

Un tempo sono stata sirena

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Un tempo sono stata sirena.
Piccola, vibrante, raccoglievo azzurro
nelle grotte
ombreggiavo il viso col pallore di alghe
appena nate, sopportavo il freddo marmo
dell’acqua sotto roccia.

Ogni tanto cantavo.

Adolescente, imparavo a far schiumare la coda
che rosseggiava sotto la chiglia incrostata
delle navibarriera
che ululavano al mondo-sopra le loro grida salate
di umanità appese agli alberi, a rotolare le vele.

Mi gettavo nello sconforto di saper soltanto nuotare.

Più grande, conobbi le danze dei pesci amici, il loro urtarsi
continuo, il sottovento che urgeva quando le onde alzavano
la schiena e, sopra, era paura senza sonde, un martirio che buttava corpi nelle profondità
dei velieri morti, nelle cambuse di ruggine scordate anche dalle murene furiose.

Vidi i delfini giocherellare con la mia mestizia,
sentii gli abbracci secolari dei polpi che scrivevano poemi sulla sabbia.
Imparai l’inchiostro segreto delle seppie sguscianti,
intravidi sopra un fondale dimenticato l’ombra del calamaro più grande
che cercava le rotte abbandonate dai pirati antichi.

Scoprii che le conchiglie servivano a far di conto, e la linea del mare mi aiutò a salire il tempo dei tramonti e delle isole inghiottite dalle onde sorelle.

Qualche costruzione umana mi apparve, ogni tanto, smisuratamente piccola, inutile, con le sue reti malvagie, pronte a colpire, a rapire gli amici miei, a portarli immobili sulle loro tavole senza vergogna.

Un grosso granchio mi arenò sulla spiaggia, un giorno d’aprile.
Portava compagnia con le sue chele amare di dolori racchiusi dentro la polpa molle.
Fummo inseparabili per giorni e giorni, mi insegnò la notte per galleggiare sulle acque calde della riva, e poi a guardare le stelle.

Ormai ero grande, quasi vecchia, o perlomeno antica, i capelli si erano fatti rossi,
le squame cadevano a ogni plenilunio.
Alcuni crostacei abbandonarono la mia pelle verde, per esseri più giovani e forti.
Il grosso granchio mi rimase vicino fino alla mutazione. Accarezzava la mia coda con le sue grandi chele nere e gentili.

Io cantavo, come quando ero piccola.

La voce aveva perso la trasparenza degli oceani lontani, il blu appassionato delle notti di Venere. Restava l’incanto del ricordo e il granchio lo comprese fino in fondo.

Le gambe, lunghe, sottili come anguille appena nate, uscirono all’alba e mi sorressero a malapena. Il granchio, appena le vide, scappò di traverso in mezzo alle ondine che sbattevano sulla sabbia. La schiuma bianca se lo portò via con anelli di dita che scorrevano, velocissimi.

Ricordo che fu un bambino a vedermi per primo. Ero brutta, gli feci quasi paura. La mia voce era terribile, provai a chiamarlo in tutte le lingue che conoscevo ma non si avvicinò. Continuò a guardarmi i capelli lunghissimi pieni di mare perduto finché sua madre non venne a prenderselo, dopo avermi lanciato un’occhiata feroce.
Barcollando iniziai il mio cammino, mi confusi infelice tra la gente che viveva di sopra.
Nessuno sa che un tempo sono stata sirena.

© copyright Iole Troccoli 3 giugno 2014

 

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