Casale, paese tra monti di velluto

Di Daniela Affortunati

Un tuffo nel verde lussureggiante dell’Appennino tosco-emiliano al confine con il Parco Naturale delle Foreste Casentinesi all’insegna della pace e del dolce quieto vivere

 

 La voce della natura richiama le menti stanche, i suoi colori ed i suoi odori placano i sensi stravolti dalla confusione della vita. Il nostro cuore batte al ritmo del silenzio, le nostre bocche si dissetano alle sorgenti naturali, gli occhi si riposano tuffati nel verde dei boschi.

Adagiato ai piedi del monte Falterona (mt. 1660 circa) si dischiude ai nostri occhi in una spettacolare veduta dal Passo del Muraglione il piccolo paese di Casale, dove la vita sembra scorrere a rallentatore, dove è ancora possibile ascoltare e ascoltarsi.

Un luogo incantato, in cui le stagioni scandiscono il “piatto” scorrere delle nostre vite animandole e arricchendole con i loro suoni e i loro colori; dove il profondo silenzio dell’inverno è rotto dai rumori sfacciati dell’estate, dove l’affascinante atmosfera decadente dell’autunno s’inchina di fronte alla timida ma intensa rinascita della primavera.

Appena a tre chilometri dal gaio Comune di San Godenzo, direzione Castagno d’Andrea, altra perla dell’Appennino, ecco che alla nostra sinistra appare una imponente salita. Irta e faticosa ci invita a sfidarla, promettendoci una ricca ricompensa. […] «Questa montagna è tale,che sempre al cominciar di sotto è grave; e quant’om più va su, e men fa male.[…] ( dalla Divina Commedia di Dante Alighieri Purgatorio canto V- vv 88) Forti del suggerimento di Virgilio a Dante ci incamminiamo e ciò che incontriamo è davvero una bella sorpresa.

Immerso in una natura incontaminata, dominata da castagni e faggi, Casale si sviluppa all’insegna del viver bene, fatto di semplicità e amicizia.

Correva l’anno 1028, quando, in un diploma del vescovo di Fiesole Jacopo il Bavaro, fu nominata per la prima la villa di Casale. Piccolo feudo dei conti Guidi, famiglia di origine longobarda, scesa in Italia nei primi anni del X secolo al seguito dell’imperatore germanico, che controllava la vasta area montana del Falterona, fu coinvolto, come tutto il territorio del Mugello, nella lunga lotta, durata quasi due secoli (1200-1300), che vedeva Firenze come dominatrice assoluta. La resistenza del feudo di Casale durò fino al 15 aprile 1344, anno in cui tutta l’area dei Conti Guidi entrò a far parte del contado fiorentino.

Nel 1536-60 tutto il territorio di San Godenzo fu occupato dalla Repubblica Fiorentina e successivamente fu suddiviso in tre frazioni, o balie: Casale apparteneva alla baia di sopra.

Ma il 22 novembre del 1549 i due terzi degli uomini della villa di Casale, probabilmente il villaggio più popolato dopo il capoluogo, radunatesi nella chiesa, stabilirono di fare un’aggiunta agli statuti di San Godenzo, inserendo nuove regole che disciplinassero le attività agricole, d’allevamento e di manutenzione all’interno della comunità. Punto di partenza per la nascita di una vera e propria identità sociale autonoma, che avrà la sua massima realizzazione nella seconda metà del 1700, quando il Granduca di Toscana Leopoldo II di Lorena concesse agli abitanti di Casale il poggio di Oncinaia, come proprietà collettiva. Nasceva così il Comunello di Casale, il quale ancora oggi, a distanza di secoli dalla sua nascita ha mantenuto la sua natura ed è stato riconosciuto come ASBUC, Amministrazione Separata Beni Comuni. Oggetto di quest’amministrazione rimangono il Poggio di Oncinaia e la sede dell’ente, nata inizialmente come scuola nel primo dopoguerra e attualmente, dopo un’importante ristrutturazione, centro di ritrovo per tutta la popolazione. La tutela del territorio e la promozione turistica dello stesso rappresentano gli scopi fondamentali dell’ente animato da spirito sociale, amicizia e la collaborazione tra gli abitanti.

Distante dal paese su di una collinetta, raggiungibile percorrendo una salita ai cui lati le piante si incontrano in un abbraccio, si erge la Chiesa di San Niccolò a Casale. Semplice e composta, ha mantenuto lo stile romanico nonostante i numerosi interventi, tra i quali l’ultimo nel 1993 grazie alla volontà e alla generosità del popolo. “ [….] i sani prestavano il braccio e i malati le preghiere […] si chinarono ad impastare la malta e così imbrattati non distinguevi più il padrone dal servitore, il vassallo dal valvassore”

Si tratta di un piccolo edificio costruito con pietre di arenaria disposte a filaretto. La facciata a capanna presenta un piccolo portale incorniciato, al quale si accede per mezzo di tre scalini. Al di sopra il rosone. Verso la metà del 1700 il campanile a vela, che si ergeva sulla facciata fu soggetto a restauro. Attualmente è collocato nella parte posteriore in prossimità della piccola abside, sulla quale si apre una stretta monofora. Anche internamente la chiesa ha mantenuto integro il suo carattere romanico. Nella chiesa rimase nei vari secoli solo l’altare maggiore dedicato al suo patrono. Attualmente l’interno a navata unica possiede due altari, posti entro due nicchie di recente costruzione e di cui uno dedicato alla Madonna e caratterizzato dalla presenza di una tela raffigurante la Madonna in preghiera.

Durante la veglia pasquale la facciata della Chiesa si illumina della luce intensa di un piccolo fuoco acceso nella piazzetta antistante. Il fuoco, simbolo di purificazione nel rito cattolico, cattura e suggestiona l’animo del popolo raggruppato intorno. Aldilà del rito, aldilà del proprio credo, l’atmosfera che si crea colpisce l’intimo di ognuno di noi. E’ un momento in cui, indipendentemente dalla religione, ci sentiamo “nudi” di fronte al nostro io, alla natura, ad un Dio confortante al ricordo di qualcuno che non c’è più. E chiunque assista fa proprio quel calore di una ancor fredda notte primaverile e lo custodisce sentendosi un pochino più “ricco”.

I bellissimi boschi, guardiani secolari del territorio, sono dimora e rifugio di alcune tra le specie animali protette come i Signori lupi, le Signore volpi, i nobili cervi, i messer caprioli e tante altre splendidi esseri viventi, la cui presenza rende ancor più ricco questo paese.

Ai più fortunati, inconsapevoli della loro presenza, può succedere, che, sul far del giorno, quando i suoni sono ovattati e il buio della notte si appresta a cedere il posto alla tenue luce dell’alba, alcune delle meravigliose creature del bosco si manifestino nella loro grazia e bellezza; diffidenti e impavide ci avvicinano, osservandoci dritti negli occhi e in un attimo, senza lasciarci il tempo di ammirarle, spariscono leste tra le fronde degli alberi, regalandoci un incontro che non sarà dimenticato.

Un ciao, un saluto come ai vecchi tempi, una passeggiata lungo la strada in un cammino solitario o in compagnia alla luce del sole o delle stelle, senza paure né timori, liberi di respirare quell’aria fine, di vedere le stelle senza essere offuscati dalla luce dei lampioni, di ascoltare i suoni della notte.

Non è immaginabile ciò che si prova a camminare in piena solitudine in una giornata gelida d’inverno in mezzo ad un paesaggio innevato; oppure sentire il rumore e l’odore della pioggia in lontananza che avanza, preannunciata da una folata di vento caldo tipica di un temporale estivo; perdersi nell’allegra danza delle foglie cadenti, che leggere abbandonano l’albero che le ha sostenute e che adesso stanco si appresta a riposare.

A Casale la natura ci accoglie e ci invita ad ascoltare la sua tenue voce che ci parla con il dolce soffiare del vento, ci abbraccia con il calore di un sole primaverile, ci consola con la presenza delle querce secolari, amiche fedeli, che ci ammonisce attraverso gli occhi di creature straordinarie che ci ricordano quanto sia piccolo il nostro mondo e quanta ricchezza viva intorno a noi.

C’era una volta Casale….

Dai resoconti del notaio Iacopo di Rinuccio, uno dei vicari del Conte di Modigliana, si evincono i verbali delle adunanze tenute nel villaggio di Casale e gli statuti.

Gli abitanti dei territori sottoposti al controllo dei conti Guidi erano legati ai loro signori da un giuramento di fedeltà. Il fideles doveva riconoscere nel Conte il proprio Signore e sostenerlo economicamente, partecipare al suo esercito, versare collette. L’inosservanza di un solo impegno avrebbe permesso al Signore di prendere tutti i beni dell’abitante.

Statuto Villa di Casale anno 1304

Gli uomini di Casale, in numero di quarantadue, eleggono Borghino, Tanino, Andrea e Amatolo del fu Cambio de “Masseto” consoli e reggitori del Comune di Casale per i prossimi undici anni, stabilendo i loro campi d’azione, poteri e doveri e il loro salario.

Possono far riparare le vie e fare dei piaceri.

Percepiscono un salario di 30 soldi ciascuno.

Possono rinunciare a favore di qualche altro residente che sia atto a coprire l’ufficio.

Per far sorvegliare il bestiame, selve, castagneti, boschi e prati nominano un campaio (guardia campestre).

Giurano sul vangelo di svolgere bene il loro ufficio e ad honore del Conte di Modigliana.

 

Statuto della Villa di Casale anno 1306

I tre consoli di Casale fanno ordinamenti:

  1. L’uomo più valido d’ogni famiglia che possiede bestiame, accompagnato da un socio, deve condurre a turno il pecoramagio (vicenda), e risponde delle bestie morte o ferite o perdute;
  2. Chi fa danno con i buoi, bestie o persone deve risarcire il danno secondo la stima fatta dai consoli o fatta fare ai campi o stimatori nominati dai consoli.
  3. I residenti sono tenuti ad ubbidire alle comandate dei consoli per riparare vie e ponti, pena soldi 5.
  4. Vietato tagliare legname nelle selve, pena soldi 20 per i terrazzani e soldi 10 per gli stranieri, oltre al sequestro degli arnesi da taglio.

[….]

  1. Tutti gli uomini del Comune sono tenuti a trarre a romore (accorrere al segnale del pericolo).

All’entrata nel contado fiorentino delle terre del Falterona sarà sicuramente seguita la redazione di nuovi statuti, secondo le regole del Comune cittadino. Ciò che rimane comunque evidente è l’autonomia che ogni villaggio di montagna, anche relativamente piccolo, vuol difendere. Molti fra questi villaggi, già in epoca feudale, sono stati riconosciuti autonomi nella gestione dei beni comuni, come boschi, foreste e pascoli.

Villa di Casale, comune di San Ghodenzo, podestaria di Decomano, vicariato di Mugello.

L’Assemblea degli uomini di Casale decide di fare un’aggiunta agli statuti di San Godenzo, al fine di salvaguardare i terreni della villa:

  • Pena di lire 25 a chi procura danni nei castagneti-
  • Gravi pene al bestiame che entrasse nei castagneti dal primo ottobre fino a Natale.
  • Divieto assoluto d’ingresso alle capre sul territorio di Casale, eccetto quelle dei terrazzani che possono pascolare oltre il crinale. Verso la Romagna.

[….]

  • Nomina della guardia campestre , senza salario [pagata con la percentuale sulle penali].
  • Divieto del pascolo del bestiame brado nei castagneti e terre coltivate.
  • Divieto del pascolo assoluto al bestiame forestiero sul territorio di Casale.
  • Proibita ogni forma di immigrazione, per evitare che i forestieri possano far pascolare il proprio bestiame sul territorio comunale.
  • I residenti sono tenuti ad una comandata l’anno per riparare le strade.

 Il Comunello di Casale nasce nel XVII secolo grazie al diritto, concesso agli abitanti del Paese dal Granduca Leopoldo de’ Medici, di “godere per ogni uso del Poggio di Oncinaia”.

Antichissima testimonianza della “proprietà collettiva”, ogni famiglia del Paese poteva servirsi, secondo le proprie esigenze, di tutte le ricchezze che questo territorio offriva (es. Legna).

Sulla storia di quest’uso civico non abbiamo testimonianze scritte, tutte le informazioni raccolte si basano su racconti tramandati di generazione in generazione.

Sappiamo per certo che tra il 1948 ed il 1950, grazie ad un taglio del bosco d’Oncinaia, la popolazione riuscì a costruire la scuola, sede oggi dell’attuale Comunello.

Da allora, nonostante le innumerevoli trasformazioni economiche, sociali e territoriali, ciò che non è cambiato è lo spirito della comunità, basato non più sulla necessità di sopravvivenza, bensì sulla voglia di stare uniti, di lavorare insieme per il bene del paese.

La costruzione che inauguriamo oggi rappresenta il primo frutto tangibile dei nostri sforzi.

Nella memoria delle origini di quest’uso civico, ci auguriamo di tramandare alle generazioni future, non solo l’amore per il paese, ma soprattutto il valore di parole quali collaborazione, condivisione ed altruismo.

 

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N° 5 Anno II, Maggio 2015: scaricate la nostra rivista gratuita

La sorgente carsica di Su Gologone, Oliena (NU) - Alberto Pestelli ©  agosto 2005

La sorgente carsica di Su Gologone, Oliena (NU) – Alberto Pestelli © agosto 2005

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UN NUOVO SISTEMA DI PENSIERO PER SALVARE LA TERRA (E L’UOMO)

Di Gianni Marucelli

Cari amici lettori pubblichiamo questo documento in concomitanza con la Giornata Mondiale della Terra (22 Aprile)…

Potete leggere il documento direttamente su questa pagina oppure scaricarlo nel formato PDF

Uomo vitruviano

Uomo vitruviano, Leonardo da Vinci – Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Cambiamenti climatici rapidi e dalle conseguenze spesso tragiche, pandemie, estinzione di intere specie viventi, inquinamento di tutte le acque (oceani compresi), riduzione impressionante della biodiversità, miliardi di esseri (umani e non umani) ridotti alla fame (e alla sete), migrazioni di massa, guerre devastanti per il controllo delle fonti energetiche, immense isole di agglomerati di plastica che vagano negli oceani e nei mari (anche nel Mediterraneo), produzione agricola sempre più dipendente da massicci trattamenti con pesticidi e dall’introduzione di OGM, malattie tumorali sempre più diffuse, e malattie infettive sempre più resistenti agli antibiotici, divaricamento delle ineguaglianze sociali anche nelle società occidentali….e potremmo continuare così, fino ad accumulare un carico di angoscia e di senso di impotenza davvero difficili da sopportare.,

Di fronte a tutto questo, anche le fedi religiose e i convincimenti filosofici sembrano non funzionare più, essere divenuti inadeguati sia alle necessità psichiche che a quelle materiali dell’uomo.

La Scienza, da sola, non può bastare. Deve porsi degli obiettivi che siano coerenti con un nuovo sistema di pensiero che valuti quale sia la realtà, estremamente complessa, della vita su questo pianeta chiamato Terra, l’unico, per ora, sul quale è accertata la presenza della Vita quale noi la intendiamo.

Nell’ormai lontano 1972, il filosofo norvegese Arne Naess coniò il termine di Ecologia Profonda (Deep Ecology) per designare un nuovo sistema di valutazione del rapporto Uomo/Ambiente e per definire i nuovi principi etici (e pratici) cui la comunità umana si dovrebbe attenere per assicurare la propra sopravvivenza in armonia con la Natura.

Tali principi sono otto. Con il trascorrere dei decenni, essi sembrano aver acquistato un valore sempre maggiore, alla luce dell’evolversi della situazione di crisi ambientale che, ormai, coinvolge tutto il Pianeta.

Intendiamo presentarveli qui, aprendo poi una discussione su di essi che coinvolga i nostri lettori.

Gli otto punti sono tratti dal sito www.ecologiaprofonda.it, cui rimandiamo per gli approfondimenti.

Gli otto principi dell’Ecologia profonda

Sono caratteristiche dell’Ecologia Profonda:– Una visione sistemica del mondo, il riconoscimento della sacralità della Terra e della Vita e del diritto ad una vita degna per ogni essere senziente;– La necessità di non spezzettare l’universale, di considerare l’aspetto sistemico globale e di evitare di cadere nei dualismi tipo mente-materia, Dio-il mondo, uomo natura e simili; l’idea che l’intero è più della somma delle sue parti.– Vede l’ecologia come il sentimento profondo che ci dice che tutto è collegato, che non possiamo danneggiare una parte senza danneggiare il tutto, che facciamo parte di un unico Organismo (l’Ecosistema, o la Terra) insieme a tutti gli altri esseri viventi: il primo valore è il benessere dell’Ecosistema, da cui consegue anche quello dei componenti, e quindi il nostro.

  1. Il ben-essere e il fiorire della Terra vivente e delle sue innumerevoli parti organiche/inorganiche hanno un valore intrinseco, indipendentemente dal tornaconto meramente umano.

La minaccia principale alla diversità, alla bellezza e alla stabilità dell’Ecosfera è la crescente appropriazione del pianeta per usi esclusivamente umani, che riduce le possibilità di sostentamento degli altri organismi. La visione che dà agli umani un diritto di prevaricazione su tutti i componenti dell’ecosistema è moralmente condannabile.

L’Ecosfera è la sorgente che genera la creatività dell’evoluzione. Dagli ecosistemi organici/inorganici del pianeta si sono generati gli organismi: in principio le cellule batteriche e infine quei complessi sistemi di cellule che sono gli umani e gli altri animali. Gli ecosistemi dinamici, che si esprimono in tutte le parti dell’Ecosfera, hanno un valore e un’importanza maggiori delle singole specie che contengono.

Noi umani siamo espressioni coscienti delle forze generative dell’Ecosfera, la nostra “vivibilità” individuale è sperimentata come inseparabile dall’aria, dall’acqua, dalla terra e dal cibo che gli altri organismi ci forniscono. Oltre l’esperienza conscia, ogni persona incorpora un’intelligenza, un’innata saggezza del corpo che, senza alcuna partecipazione cosciente, la rende adatta a partecipare come parte simbiotica degli ecosistemi terrestri. La comprensione della realtà ecologica che gli umani sono Figli-della-Terra sposta il centro dei valori dall’antropocentrico all’ecocentrico, dall’Homo sapiens al Pianeta Terra.

L’esperimento dell’umanità, vecchio di diecimila anni, di adottare un modo di vita a spese della Natura e che ha il suo culmine nella globalizzazione economica, sta fallendo. La ragione prima di questo fallimento è che abbiamo messo l’importanza della nostra specie al di sopra di tutto il resto. Abbiamo erroneamente considerato la Terra, i suoi ecosistemi e la miriade delle sue parti organiche/inorganiche soltanto come nostre risorse, che hanno valore solo quando servono i nostri bisogni e i nostri desideri. Ci sono molte prescrizioni per rimettere in salute il rapporto fra l’umanità e la Terra, ma quella che portiamo avanti è essenziale per il successo di tutte le altre.

  1. La ricchezza e la diversità degli ecosistemi della Terra, come pure delle forme organiche che alimentano e sostengono, contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono anche valori in sé.

L’orientamento antiecologico e umanistico prevalente nella cultura moderna (scienza, religione, filosofia, economia…) ha cercato di legittimare la crescente devastazione del mondo naturale, in nome di istanze antropocentriche. Il biocentrismo che estende la benevolenza e la comprensione oltre la specie umana fino a comprendere gli altri organismi costituisce un miglioramento, ma il suo scopo è limitato, perché non riesce ad apprezzare l’importanza dei complessi ecologici globali. L’Ecocentrismo, evidenziando che l’Ecosfera è il sistema primario che dà la Vita e non un semplice supporto per la vita, fornisce il modello cui richiamarsi come guida per il futuro.

I cosmologi e i geologi ci descrivono l’inizio della Terra più di quattro miliardi di anni fa, la comparsa di piccole creature marine nei primi sedimenti, l’uscita dei vegetali e degli animali dal mare, l’evoluzione degli insetti, delle piante con fiori e dei mammiferi da cui, in tempi geologicamente recenti, sono venuti i Primati e quindi l’umanità. Noi condividiamo il materiale genetico e un’origine comune con tutti gli altri esseri che fanno parte degli ecosistemi della Terra. Queste conoscenze di cui disponiamo pongono l’umanità nel contesto naturale: noi siamo Natura.

I miti delle varie culture e le storie che plasmano i nostri atteggiamenti e i nostri valori vogliono dirci da dove veniamo, chi siamo, e dove stiamo andando in futuro. Alcune di queste storie sono antropocentriche e/o ultraterrene (fanno riferimento ad un dio trascendente e superpotente, che ha un potere dispotico che l’uomo dovrebbe imitare). Invece, lo svolgimento della storia naturale dell’umanità è non soltanto credibile ma anche più meraviglioso di alcuni miti centrati solo sull’umano o sul dio separato e dispotico. Poiché mostrano l’umanità come una componente organica del globo planetario, le storie ecocentriche rivelano anche un proposito funzionale e uno scopo etico; più precisamente, con la parte umana al servizio della più grande totalità della Terra.

  1. Gli umani non hanno alcun diritto di ridurre la diversità degli ecosistemi della Terra ed i loro costituenti vitali, organici ed inorganici.

Gli ecosistemi della Natura ricevono energia dal Sole, quando non sono danneggiati: come esempi, la piattaforma continentale marina o una foresta pluviale temperata nel tempo precedente lo sfruttamento, quando gli umani erano soprattutto raccoglitori. Sebbene questi tempi siano lontani, gli ecosistemi di quel periodo ci forniscono ancora gli unici modelli di sostenibilità per l’agricoltura, la silvicoltura e la pesca. La creatività evolutiva della Terra e dei suoi ecosistemi richiede anche localmente la continuità dei processi e delle strutture di base. Questa integrità interna dipende dalla conservazione delle comunità con le innumerevoli forme di cooperazione evolutiva e di interdipendenza, da intricate catene alimentari e dai flussi di energia, da terreni non degradati dall’erosione e dai cicli di elementi essenziali come l’azoto, il potassio, il fosforo. Inoltre, le composizioni naturali dell’aria, dei sedimenti e dell’acqua sono essenziali per la vitalità della Natura. L’inquinamento degli elementi, insieme con l’estrazione e lo sfruttamento di costituenti organici ed inorganici, indebolisce l’integrità degli ecosistemi e il funzionamento normale dell’Ecosfera, che è la fonte della Vita.

  1. Il fiorire della vita e della cultura umane è compatibile con una sostanziale riduzione della popolazione umana. Il fiorire creativo della Terra e delle sue innumerevoli parti non-umane, organiche ed inorganiche, richiede come necessaria una tale diminuzione.

Una causa primaria della distruzione di ecosistemi e dell’estinzione di specie è l’esplosione della popolazione umana che già oggi supera largamente ogni livello ecologicamente sostenibile. La popolazione mondiale totale, oggi di sette miliardi, sale vertiginosamente e inesorabilmente di 80 milioni di unità all’anno. Ogni umano in più è un “consumatore” ecologico su un pianeta le cui capacità di mantenere tutti i viventi è quantitativamente limitata. Ovunque la pressione numerica umana continua a minare l’integrità e la capacità di generazione degli ecosistemi terrestri, marini e di acqua dolce. È necessario diminuire la popolazione umana riducendo il numero di concepimenti attraverso l’informazione e la comprensione dei valori globali.

L’etica ecocentrica che dà valore alla Terra e ai suoi sistemi in evoluzione, al di sopra delle specie, condanna l’accettazione sociale di una fecondità umana illimitata. Un obiettivo ragionevole è la riduzione ai livelli di popolazione dell’ordine di due miliardi di unità o meno.

  1. L’attuale interferenza umana con il mondo non-umano è eccessiva, e la situazione sta peggiorando rapidamente.

Le capacità di stabilizzazione che si manifestano nell’Ecosfera si esprimono attraverso i suoi ecosistemi geografici: la filosofia ecocentrica richiede la conservazione e il ripristino degli ecosistemi naturali e delle loro specie componenti. L’inventiva evolutiva della Terra viene impedita soltanto dove gli umani hanno distrutto interi ecosistemi sterminando specie o avvelenando sedimenti, acqua ed aria. Le azioni che mettono in pericolo la buona salute dell’Ecosfera e dei suoi ecosistemi devono essere identificate e condannate pubblicamente. Fra le più distruttive delle attività umane vi sono l’estrazione di materiali tossici, la produzione di veleni biologici in tutte le forme, il modo industriale di condurre l’agricoltura, la pesca e lo sfruttamento delle foreste. Se non vengono arrestate, tali tecnologie letali, giustificate come necessarie per soddisfare desideri umani di possesso piuttosto che bisogni, porteranno a disastri ecologici e sociali sempre più grandi.

Bisogna rinunciare all’ideologia della crescita perpetua, come pure alle perverse politiche industriali ed economiche basate su di essa. La tesi dei Limiti dello Sviluppo è da seguire. La storia della Terra ci mostra la nostra coevoluzione con miriadi di organismi attraverso la cooperazione e la simbiosi, non solo attraverso la competizione.

Il Pianeta Terra e i suoi svariati ecosistemi circondano e nutrono ciascun individuo e ciascuna comunità, dando la vita e riprendendosela. Una consapevolezza di sé come essere ecologico, alimentato dall’acqua e dagli altri organismi, e come un animale immerso nell’aria scaldata dal sole dove l’atmosfera incontra la terra, ci dà un senso di connessione e religioso rispetto per la vitalità della Natura.

  1. Si devono cambiare le politiche attuali. Tale cambiamento riguarda i fondamenti dell’economia e le strutture tecnologiche e ideologiche. Le condizioni che ne risultano saranno profondamente diverse dalle attuali.

Molte delle ingiustizie della società umana provengono dalla disuguaglianza e costituiscono una parte delle più grandi ingiustizie ed iniquità compiute dagli umani sugli ecosistemi e le loro specie. Viene affermato il valore intrinseco di tutte le parti dell’ecosistema, organiche ed inorganiche. “Diversità con Uguaglianza” è una legge ecologica basata sulla Natura che fornisce una guida etica anche per la società umana.

L’attuale rapida degradazione degli ecosistemi della Terra aumenta le tensioni fra gli umani mentre preclude la possibilità di un vivere sostenibile e impedisce l’eliminazione della povertà. Le questioni di giustizia sociale, per quanto importanti, non possono essere soddisfatte finché non viene fermata la distruzione degli ecosistemi ponendo fine a filosofie ed attività antropocentriche.

  1. Il cambiamento ideologico è principalmente quello di apprezzare la qualità della vita piuttosto che aderire all’illusione di un tenore di vita sempre più alto. Ci sarà una profonda consapevolezza della differenza fra grande quantitativamente e importante di valore.

Finché non viene riconosciuto che l’Ecosfera è l’indispensabile terreno comune di tutte le attività umane, la gente continuerà a mettere al primo posto il proprio interesse immediato. Senza una prospettiva ecocentrica che mantenga saldamente valori e scopi in una realtà ben più grande di quella della nostra sola specie, la risoluzione dei conflitti politici, economici e religiosi sarà impossibile.

Un attaccamento fiducioso all’Ecosfera, un’empatia con la Natura circostante, un sentimento di riverente meraviglia per il miracolo della Terra Vivente e le sue misteriose armonie, sono oggi in gran parte non riconosciute. Se vengono di nuovo emotivamente sentite, le nostre connessioni con il mondo naturale incominceranno a colmare il vuoto che si è formato vivendo nel mondo industrializzato. Riemergeranno importanti scopi ecologici che la civiltà e l’urbanizzazione hanno nascosto. Lo scopo è il ripristino della diversità e della bellezza della Terra, con la nostra specie ancora presente come componente cooperativa, responsabile, etica.

L’Etica riguarda quelle azioni e quegli atteggiamenti non-egoici che provengono da valori profondi; cioè, dal senso di quello che è veramente importante. Un apprezzamento profondo della Terra ha come conseguenza un comportamento etico verso di essa. La venerazione per la Terra nasce facilmente con le esperienze infantili all’aperto e, nell’età adulta, viene rafforzata dal vivere nel proprio luogo, in modo che le forme della terra e dell’acqua, le piante e gli animali diventano familiari come conoscenti vicini. La visione del mondo ecologica e l’etica che trova i suoi primi valori nell’Ecosfera derivano la loro forza dal vivere nel mondo naturale e semi-naturale, non in un contesto urbano. La consapevolezza della nostra condizione in questo mondo è fonte di meraviglia, di religiosa ammirazione e di una decisa intenzione a ripristinare, conservare e proteggere le antiche bellezze. Ciascuno cerca un significato nella vita, e si appoggia su convinzioni che prendono varie forme. Molti si rivolgono a fedi che ignorano o tolgono ogni importanza a questo mondo e non si rendono conto in senso profondo che siamo generati dalla Terra e sostenuti da essa durante tutta la vita.

  1. Coloro che sottoscrivono i punti sopra elencati prendono l’impegno direttamente o indirettamente di partecipare ai tentativi di implementare le necessarie modifiche.

Coloro che sono d’accordo con i principi elencati hanno il dovere di diffonderli attraverso l’istruzione e la guida, allo scopo di far prendere coscienza a tutti della loro dipendenza funzionale dagli ecosistemi della Terra, così come dei loro legami con tutte le altre specie. Lo spostamento di importanza verso l’ecocentrismo ci segnala cosa dobbiamo fare per conservare il potenziale evolutivo dell’Ecosfera. Questo punto è particolarmente sentito da questo Movimento, e costituisce una delle sue principale attività sul piano pratico, in particolare in Italia dove l’informazione e la didattica sull’Ecologia Profonda sono quasi completamente assenti. L’Ecologia Profonda non è anti-umana. Promuovendo la ricerca di valori permanenti fa sviluppare una visione unificante. La prospettiva che guarda solo verso l’interno dell’umanità è sempre un pericolo, come dimostrano chiaramente le religioni e le ideologie umanistiche, in continuo conflitto fra loro.

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FIRENZE – Il parco delle sequoie

Di Gianni Marucelli

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il castello di Sammezzano è circondato da un immenso parco in cui vivono alcune delle Sequoie più grandi d’Italia

A circa 30 km. da Firenze, alto su un colle in località Leccio (Reggello), si leva uno dei gioielli dell’architettura neo-gotica, in stile moresco, in Italia, il Castello di Sammezzano, fatto costruire nella prima metà del XIX secolo, sui ruderi di una precedente costruzione, da Niccolò e Ferdinando Panciatichi.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Dell’interno del Castello, e delle sue caratteristiche di percorso “iniziatico”, abbiamo parlato in un precedente articolo, che metteva anche in rilievo le precarie condizioni in cui versa l’edificio, da molti anni chiuso e trascurato dalla proprietà.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Lo stesso, purtroppo, si può dire del Parco, in cui il sottobosco ha ripreso ampiamente il suo ruolo e le rampicanti, come l’edera, soffocano i grandi alberi: lecci secolari, querce, ma soprattutto sequoie, sia della specie Sequoia sempervirens che di quella Sequoiadendron giganteum (in verità, ne rimane solo una), oltre a Cedri del Libano, Chamaecyparis, Tassi di grandi dimensioni e molte altre specie, anche esotiche.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Lo stradello carrozzabile che dal basso porta fino alla Villa è in parte franato, e moltissime piante, d’ogni genere ed età, giacciono al suolo, con le radici tristemente rivolte al cielo.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

In tali condizioni di degrado, purtuttavia il Parco costituisce sempre uno spettacolo unico: più di cento esemplari di Sequoia si possono ancora ammirare, alcuni dei quali piantati attorno al 1850, e quindi già vecchi di un secolo e mezzo. La Sequoia più alta tocca i 46 metri, e molte altre superano i 35 metri. Giganti originari della California, qui posti a dimora dagli industriosi e geniali fratelli Panciatichi, che per l’acquisizione delle pianticelle, d’ogni genere, si rivolgevano al Vivaista francese Burnier, a Firenze. Tornando alle Sequoie, dall’ottimo libro dell’amico Tiziano Fratus (“L’Italia è un bosco”, ed. Laterza), che è il più grande esperto italiano in materia, apprendiamo che la più robusta di esse (la Sequoia Gemella) ha un tronco, misurato ad altezza di petto umano, del diametro di 842 centimetri, mentre le altre superano in molti casi i 400.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Ognuno di questi giganti è dotato di un apposito cartello numerato: la sequenza supera abbondantemente i 100. Le Sequoie più interessanti (oltre a quella Gemella, posta altrove) si trovano a circa metà salita, ove un ampio prato è bordato appunto da questi alberi; all’interno di esso si trova l’unico esemplare di Sequiadendron Giganteum sopravvissuto. Procediamo ancora, incontrando qualche cane a passeggio con relativo padrone e rari appassionati di footing.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

La strada regionale Firenze-Arezzo è ormai lontana, i suoi rumori giungono attutiti; molto più vicino e godibile il chiacchericcio dei piccoli uccelli della macchia e anche il gracchiare di gazze e ghiandaie. Di tanto in tanto notiamo i segni di quel che un tempo doveva costituire la sistemazione a vero e proprio giardino di quel che ora è un bosco pressoché inestricabile: un condotto sotterraneo di cui ignoriamo lo scopo, l’antico portale di accesso alla villa, la casa che probabilmente dava ospitalità agli addetti alla manutenzione, una vasca dove nuotano solo delle bottiglie di plastica vuote…

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Poi, in mezzo al verde, fa capolino il Castello, in tutta la sua maestosità… Essendo chiuso ormai da decenni (io me lo ricordo adibito a Hotel e ristorante di lusso, ma ero giovane…) ha patito le ingiurie del tempo, ma chi lo ha potuto visitare di recente (ad es. le telecamere del TG regionale della Toscana) assicura che il complesso architettonico e le sue meraviglie di stucchi e di affreschi può essere ancora salvato, poiché i danni sono per ora limitati.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Qualche anno fa fu costituito un Comitato locale per la salvaguardia e il recupero del monumento, ma l’impresa sembra davvero assai ardua, essendo la proprietà di una SRL a capitale, a quanto pare, straniero. Ma c’è anche di peggio: un ecomostro in cemento, il cui scheletro è visibile a non più di cento metri dal castello, fu iniziato forse una trentina di anni fa, e mai portato a termine… ma neanche abbattuto, se è per quello. Doveva essere adibito ad Hotel di extra-lusso, e forse è meglio che sia rimasto allo stadio larvale. Sarà più facile raderlo al suolo, quando e se verrà l’occasione.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Mentre discendiamo verso l’auto (per visitare il parco – nessuna formalità – dovrete lasciarla in uno spiazzo presso la strada regionale) ci appare l’ultimo insulto fatto a questo luogo prezioso, che in ogni altro Paese civile del mondo sarebbe oggetto di culto turistico: un megacentro industrial-commerciale dove per prima campeggia l’insegna di Prada…

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

“Il diavolo veste Prada”: avesse ragione il titolo del film?

 

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Framura, un angolo di Liguria

Di Guido De Marchi

 

La Liguria, da Riva Trigoso a Portovenere, è tutta un susseguirsi di scogliere e calette che fanno da contorno al Bracco, più o meno al centro di questo arco abbiamo Le Cinqueterre. L’intero territorio, costellato di piccoli comuni e borghetti, offre degli indimenticabili scorci panoramici sia in direzione levante che ponente. Lontano dalla fascia costiera sorgono decine di paesi abbarbicati sui cucuzzoli o sui passi che portano alle valli interne; anche qui i panorami sono ricchi di fascino e di serenità. Dovunque è visibile il mare.

Sino alla fine del XX secolo queste località erano frequentate da un pubblico stagionale ed affezionato che rendeva i paesi del Bracco e della costa pieni di vita, di iniziative sia sportive che culturali.

Attualmente in questi paesi si vive una stagione effimera, a cavallo del ferragosto, e durante i fine settimana tipo “mordi e fuggi”; e questo mi fa tornare alla memoria un film degli anni sessanta – intitolato “Brigadoon” – che riviveva una giornata ogni cento anni.

Tuttavia devo notare che questa è una situazione di livello internazionale perché anche in Francia e in Portogallo ho notato la stessa tendenza: la gente si accumula nelle città e i paesi si spopolano per rivivere solo in determinate occasioni. Girando per l’Europa ho visto paesi stupendi che sembravano abbandonati, però nei week-end ritrovavano una o due giornate di vita.

La cosa preoccupante di questo abbandono dei paesi è l’incuria. Nella zona del Bracco molte terre hanno smesso di essere coltivate e i muretti a secco dei terrazzamenti agricoli vanno lentamente crollando. Là dove erano vigneti e uliveti ha ripreso vita la macchia mediterranea e stanno nascendo boschi di lecci e roveri accompagnati da erica arborea, corbezzoli e mirto, bordati dal lentischio.

Questo abbandono produce spesso frane rovinose e altri disastri ambientali.

L’incontrollata proliferazione dei cinghiali scoraggia i pochi contadini restanti che vedono le loro fatiche distrutte in una notte di scorrerie di questi animali mentre la reintroduzione del lupo scoraggia la pastorizia che abbandona questi territori. A completare il quadro c’è la moria dei pini e la malattia dei castani: gli alberi muoiono crollando gli uni sugli altri dando vita a radure che si riempiono velocemente di rovi diventando intransitabili.

In questo quadro sopravvivono solo le iniziative legate alle zone costiere o a quelle facilmente accessibili in auto.

Nel territorio framurese si sta creando una passeggiata sulla scogliera che è molto suggestiva.

Occorre tenere presente che a Framura il territorio è caratterizzato da due realtà geologiche diverse: dal centro del paese a ponente il territorio è di origine sedimentaria, a levante è di origine effusiva e pertanto le scogliere risultano molto differenziate.

Sempre da Framura sino a Levanto, passando per Bonassola, è stata realizzata una pista ciclopedonale sfruttando vecchie gallerie ferroviarie dismesse: cinque kilometri godibilissimi per gli improvvisi scorci che si colgono nelle aperture sul mare.

Devo dire che l’abbandono dei paesi ha rallentato il processo di cementificazione selvaggia che stava per aggredire queste zone, ciò ha permesso di conservare un territorio naturalistico e selvaggio dove non è raro incontrare animali selvatici di tutti i generi, dall’upupa, alle poiane, ghiandaie, scoiattoli, tassi, oltre a cinghiali, rettili e uccelli di vario tipo, uno più intraprendente dell’altro. Insomma, nonostante l’abbandono in questi territori si possono trovare percorsi di una bellezza unica, circondati dal profumo della macchia e dai suoni di una natura sempre in vitale fermento.

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Fratellanza Popolare Valle del Mugnone

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Fratellanza Popolare

Valle del Mugnone

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LA STORIA

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Nata il 24 febbraio 1965, con la disponibilità solidale della Fratellanza Militare e della Fratellanza Popolare di Peretola, con il nome di “Associazione Trasporto Ammalati“, poi presto mutato in Fratellanza Popolare Valle del Mugnonein Caldine, per i primi anni l’attività è unicamente quella di trasporto sanitario di emergenza e ordinario, la sede è in via Faentina al n. 203.

vecchia sedeLa vecchia sede di Via Faentina

I nuovi insediamenti nell’abitato di Caldine negli anni 80/90 misero in evidenza la necessità di un punto di aggregazione sociale alla quale l’associazione ha cercato di dare una risposta. Infatti, proprio in quegli anni ha visto la luce nella fratellanza, il gruppo che opera nei servizi sociali, quello di Protezione Civile.

Il primo gruppo ha iniziato con l’accompagnamento dei ragazzi disabili e gli anziani ai rispettivi centri di attività giornaliera, in seguito si sono moltiplicate le richieste di servizi alla persona: assistenza domiciliare, compagnia telefonica e spesa domiciliare per persone anziane sole o disagiate, inoltre, il gruppo ha promosso insieme ad altri partner raccolte di generi alimentari e di abbigliamento.

old ambulanzaLa prima ambulanza (1965)

Il gruppo della Protezione Civile, nato per prevenire e intervenire in caso di calamità nel territorio fiesolano, ha poi esteso gli interventi in tutto il territorio nazionale partecipando ai soccorsi, tra gli altri, per i terremoti in Umbria del 1999, quello in Abruzzo del 2009 e recentemente nelle alluvioni in Liguria e Toscana nel 2011 e nel 2012.

gruppo p.c. bis

Il Gruppo Donatori prende vita nei primi anni 90, poi sarà la volta della formazione, delle attività ricreative e degli studi medici, attualmente la Fratellanza Popolare è una realtà ottimamente radicata nel tessuto sociale della Valle del Mugnone e del Comune di Fiesole, nel 2007 ha trasferito la propria sede all’interno del nuovo centro civico costruito nella nuova zona di Caldine, in Piazza dei Mezzadri al n° 7. È una palazzina di due piani nella quale oltre alla zona operativa per i volontari sono stati collocati degli studi medici, gestiti dai volontari dell’associazione, nei quali ricevono medici e pediatri di base e medici specialistici.

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I SERVIZI

– copertura per 24 ore, tutti i giorni, del servizio di emergenza a disposizione della Centrale Operativa Firenze Soccorso (118). D.A.E. (defibrillatore semi-automatico esterno) a bordo dell’ambulanza.

– trasporto sanitario ordinario (dimissioni e ricoveri da/in strutture sanitarie).
- accompagnamento disabili e pazienti non autosufficienti alle strutture di competenza.

– studi medici: visite medici e pediatri di base, visite medici specialistiche, servizio C.U.P. (centro unico di prenotazione) consegna ricette e certificati dei medici curanti.

– Protezione civile, Formazione, Donatori di sangue, Servizi sociali alla persona, Attività ricreative.

UNA CASA A CALDINE

 Una casa a caldine

La Fratellanza Popolare Valle del Mugnone ha aperto questo spazio per accogliere un centro incontri per ragazzi disabili del territorio con la collaborazione dei Comuni di Fiesole e Vaglia della Società della Salute Firenze Nord Ovest.
Il centro, che si trova in Piazza dei Mezzadri 6, proprio di fronte alla sede dell’associazione, è gestito dalle cooperative del consorzio Coso, i loro educatori insieme ai volontari della Fratellanza Popolare e ai genitori dei ragazzi, rendono l’interno della Casa un luogo accogliente, dove trascorrere un tempo qualitativamente significativo, svolgere attività divertenti e condividere un percorso per crescere.

Info: unacasacaldine@gmail.com; cell: 328 6612660; tel. 055 549166.

Fratellanza Popolare Valle del Mugnone, Piazza dei Mezzadri 7, Caldine, 50014 Fiesole www.caldinesoccorso.it; segreteria@caldinesoccorso.it; tel 055 549166

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Trascuratezza e stato di abbandono del parco di Villa Fabbricotti di Firenze

Di Alberto Pestelli

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Come si fa a non approfittare di una bella giornata di sole – invernale – per andare alla scoperta – o riscoperta – di una Firenze da tanti dimenticata?

Si sale sul proprio mezzo a quattro ruote e, dopo aver sistemato la borsa con la Nikon D3000 e attrezzatura annessa sul sedile del passeggero, eccoci in marcia. Direzione via Vittorio Emanuele II a Firenze dove c’è il monumentale ingresso di Villa Fabbricotti non molto distante da un’altra importante villa: Il museo Stibbert e il suo bel parco all’inglese. Di quest’ultimo ne parleremo in un altro articolo.

Concentriamoci su Villa Fabbricotti che, a causa di quel che ho visto e fotografato, ha la priorità assoluta.

Varchiamo il cancello. L’entrata è ben curata forse grazie all’esistenza, sulla destra, del gradevole e simpatico bistrot che ci tiene al decoro.

Già, il decoro! Ecco, tutto questo termina lì. Ma procediamo con ordine. M’incammino prendendo la strada asfaltata invece del vialetto sterrato che sale verso la villa da sinistra (l’ho percorso al ritorno). Man mano che mi avvicino alla villa mi rendo subito conto del grande stato di trascuratezza in cui è immerso tutto il complesso.

Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Qualcuno potrebbe storcere la bocca e dire che è normale che il parco sia ridotto così visto la stagione fredda. Non sono concorde, io. Un parco o un giardino non trascurato è bello e rigoglioso anche nei mesi più rigidi. E il parco del museo Stibbert è la prova tangibile, ma né parlerò un’altra volta.

Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti si trova in posizione elevata rispetto all’entrata di via Vittorio Emanuele II. È un edificio a pianta rettangolare di semplice fattura. Una piccola torre merlata la sovrasta e nella parte frontale – quella che guarda verso l’ingresso – c’è un bel loggiato.

Dal sottostante prato, ricco di erbacce, parte una rampa di scale che porta al livello inferiore. Da queste altre due scale uguali ai lati permettono al visitatore di scendere fino al piano della strada.

Come ho detto in precedenza, alla villa si accede anche dalla strada sterrata che teoricamente è più suggestiva dell’altra per la presenza di qualche scultura e di un ninfeo completamente invaso da piante e rovi. Qui, più di ogni altra zona del parco, è visibilissimo lo stato d’abbandono. Nel parco è presente una piccola cappella (a stretto contatto con la villa) il cui stile ricorda quello del Pantheon e, nel prato retrostante, c’è un tempietto a tholos di chiaro stile neoclassico.

Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

D’interesse particolare è il grande Cedro del Libano detto Albero della Pace. Esso era alto circa ventiquattro metri e si trovava nel piazzale occidentale della Villa. Pare che fosse stato piantato un secolo e mezzo fa ai tempi di Firenze capitale. Nel 2001 la monumentale pianta si è seccata ma il tronco e alcuni rami principali sono stati conservati e ben visibili nei pressi di un lato della villa.

Albero della Pace, Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Albero della Pace, Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Il luogo, in origine, aveva la funzione di casino per la caccia. Per questo motivo il parco è quasi del tutto “rivestito” a foresta, habitat idoneo a ospitare una fauna avicola ben nutrita.

Non può farci altro che piacere che tra le macchie e la massa boschiva trovano rifugio specie più o meno protette. Il parco è quindi il paradiso per lo scricciolo e il fringuello, per il cardellino e il verdone, per il merlo e l’upupa e tanti altri ancora.

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Tuttavia, anche se è una casa sicura per gli animali selvatici, anche l’occhio del visitatore vuole la sua parte. Occorrerebbe rivalutare la villa e l’intero parco perché lo stato di abbandono è uno schiaffo alla città. Sono consapevole che i fondi sono pressoché insufficienti e vengono destinati ad altri progetti forse più urgenti… però…

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Però, per non addentrarci troppo nel gioco delle responsabilità – l’intero complesso è del comune di Firenze e patrimonio del Quartiere 5 – basterebbero degli sponsor, magari anche uno che permetta di avviare un progetto per far tornare a nuova vita un angolo nascosto e pregiato di Firenze. Per non sfigurare con i “forestieri” o col dirimpettaio parco del famoso Museo Stibbert… ma, come dicevo prima, questa è un’altra storia.

Alberto Pestelli 20 gennaio 2015

Licenza Creative Commons
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Abbazia di San Galgano – Poesia di Ada Ascari

Di Ada Ascari

San galgano fuori.jpgSan galgano fuori” di Vignaccia76Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Vuoi metter San Galgano

e la sua pace

con le spiagge affollate

ed il casino?

Siamo stati sul prato

come in Paradiso

spezzando il pane

e sorseggiando il vino.

Un gran silenzio

veniva dalla chiesa,

che chiesa non è più,

ma solo spazio tra cielo e terra,

tempo sospeso fra vita e morte

nel tramonto lontano.

Ed io lì dentro,

tra voli di rondini chiassose,

mi son sentita

piccola e indifesa

come una formichina

nell’eternità.

 

 

————————————–

Ada Ascari

Esperta in metodologie autobiografiche e scrittura autoanalitica

Dottore in informatica applicata a contenuti umanistici.

Curatrice del sito della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari

mail: ada.ascari@lua.it

web: www.lua.it

Skype: ada.ascari

Twitter @adascari

 

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