Assemblea Pro Natura Toscana

Sabato 18 maggio si è tenuta l’Assemblea delle Associate di Pro Natura Toscana facenti parte della Federazione Nazionale Pro Natura. Erano presenti i rappresentanti di Pro Natura Firenze, Guardie Nazionali della Natura, Associazione Alkedo ONLUS e Pro Natura Valdarno. Ecco il sunto della discussione.

Il 18 maggio 2019, si è riunita l’Assemblea regionale di Pro Natura Toscana (organo della Federazione Nazionale Pro Natura) costituita dai rappresentanti di tutte le associate della Federazione Nazionale Pro Natura.
L’Assemblea si è tenuta presso la sede sociale delle Guardie Nazionali della Natura a Pieve a Nievole (Pistoia). Erano presenti i rappresentanti delle Associazioni Pro Natura Firenze, Pro Natura Valdarno, Associazione Alkedo ONLUS e Guardie Nazionali della Natura appartenenti alla Federazione Nazionale Pro Natura a norma dell’articolo 5 dello Statuto Sociale della Federazione. L’assemblea ha iniziato i lavori in seconda riunione alle ore 11,00 con la nomina del verbalizzatore e i saluti del Coordinatore regionale Gianni Marucelli che ha illustrato anche una breve relazione sulla attività del coordinamento negli anni 2016-2019 e dell’Assemblea Nazionale della Federazione avvenuta a Montecchio Emilia. Marucelli fa presente che sono solamente 4 le associazioni accreditate presso la Regione Toscana in ambito ambientale tra cui la Federazione Pro Natura. Ogni rappresentante ha poi esposto le linee guida sull’accoglimento di nuove adesioni specialmente quelle nell’ambito della vigilanza ambientale ed ha auspicato un allargamento a tutte le province della Regione Toscana con l’accoglimento di nuove associazioni.
Sono stati introdotti e presentati dal Coordinatore regionali i nuovi candidati alle cariche sociali, che vengono eletti a maggioranza assoluta: Gianni Marucelli come Presidente Coordinatore, Lorenzo Belli come Segretario e Antonio Ruggiero come Responsabile vigilanza.
E’ emerso dalla discussione che la rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” (www.italiauomoambiente.it) che ha migliaia di contatti mensili può essere un utile strumento per le federate per la comunicazione delle attività e di aggregazione del coordinamento. Vengono pertanto condivisi i contatti e le linee guida per la pubblicazione di informazioni delle varie associazioni per i prossimi numeri della rivista.
Ruggiero pone la questione di attivazione di Pro Natura Toscana come associazione attiva e accreditata per la protezione civile e il Coordinatore Marucelli accoglie la proposta da sviluppare nei prossimi anni dando però priorità ad una migliore conoscenza reciproca ed attiva all’interno del coordinamento. Per Incrementare la partecipazione delle federate e aggregate viene proposto un giro di visite nelle sedi regionali per scoprire le varie attività delle singole associazioni.

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Toscana

MERAVIGLIE E SORPRESE NEL PARCO DELLA MAREMMA

Un lungo itinerario a piedi tra i Monti dell’Uccellina e il mare

a cura di Gianni Marucelli

È più conosciuto col vezzeggiativo di Parco dell’Uccellina, il Parco Regionale toscano della Maremma, perché percorso dalla catena Monti dell’Uccellina, in realtà colline di poco più di quattrocento metri di altezza che fronteggiano il Tirreno.

Se questo stupendo lembo di costa è rimasto pressoché intatto, non subendo l’aggressione della lottizzazione selvaggia degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che ha cementificato larga parte del litorale del nostro Paese (3000 e passa km.!), lo si deve soprattutto al caso.

Infatti, per decenni questo territorio fece parte del patrimonio dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi, che lo sfruttò prevalentemente a scopi agricoli e forestali, senza intaccarne l’integrità.

A partire dagli anni ’60, il nascente mondo dell’associazionismo ambientalista e quello accademico-scientifico fecero pressione perché si addivenisse alla creazione di un Parco, che fu possibile realizzare – mercè anche l’intervento di un uomo di Stato molto saggio quale fu Ugo La Malfa – alla metà degli anni ’70.

Oltre ai Colli dell’Uccellina, il Parco comprendeva e comprende tuttora la preziosa area palustre della foce del Fiume Ombrone, luogo di sosta e di nidificazione per tante specie di avifauna acquatica, e una vasta pineta a pino domestico (Pinus Pinea) e Pino Marittimo (Pinus Pinaster), che precede, tra i rilievi e il mare, le dune sabbiose ricche di rara vegetazione psammofila (amante della sabbia).

A differenza della maggior parte delle aree protette del nostro Paese, l’accesso al Parco, o almeno alle sue aree più preziose, è consentito ai visitatori solo a pagamento e nelle ore diurne; nella stagione più “delicata” per il rischio di incendi, cioè l’estate, chi vuole visitare il Parco deve scegliere il proprio itinerario tra quelli proposti e aggregarsi alle visite organizzate gestite da apposite Guide.

Quindi, il nostro spassionato consiglio è quello di gustarsi questa eccezionale zona naturalistica a primavera (quando inizia la fioritura) o in autunno; ma sono gradevolissime anche le belle giornate invernali, quando a farvi compagnia sui sentieri ci saranno solo i Guardaparco, i cinghiali, i caprioli e… qualche volpe adescatrice!

Per fornirvi ulteriori motivazioni, abbiamo percorso per voi una trentina di chilometri del Parco, rigorosamente a piedi, con partenza dal Centro Visitatori che si trova ad Alberese, a ridosso del versante interno delle colline e a soli otto chilometri dalla Statale Aurelia.

Anche se il tempo è incerto, la primavera è già inoltrata e i Cisti, sia quelli bianchi che quelli violacei, mostrano le loro corolle dischiuse.

L’itinerario che seguiamo (A 1) prima attraversa prati e oliveti – in mezzo alle erbe alte si dileguano rapidi dei caprioli – poi inizia a salire tra la macchia e un bosco termofilo in cui prevalgono lecci e roverelle, insieme al carpino campestre. Le ginestre dei carbonai, numerose ai lati della mulattiera, ci ricordano col loro nome che per secoli la Maremma fu terra di fatica, per molti operatori del bosco, tra cui appunto i carbonai, che venivano da lontano e restavano qui per mesi vivendo in condizioni assai disagiate.

Saliamo agevolmente: la strada bianca, come altre piste del parco, si presta anche a chi la percorre in mountain bike, e molti infatti sono i biker che ci superano.

La nostra prima meta non è lontana: proprio alla sommità delle colline, in una vasta sella, gli imponenti ruderi di quella che fu, molti secoli fa, l’Abbazia più potente di questo territorio, che le apparteneva interamente: San Rabano. Poco dopo il Mille l’ordine benedettino eresse qui un monastero, dotato di una chiesa a croce latina con volte a crociera, affiancata da un’alta torre campanaria, cui si giustappone, dall’altro lato del complesso un’altra torre i cui fini erano solo difensivi. I ruderi, un tempo non troppo lontano coperti da una macchia intricata, sono stati portati alla luce e resi leggibili dai visitatori con una cartellonistica che, con un semplice codice informatico, può essere captata dal vostro smartphone, che diverrà la vostra guida. Il luogo è estremamente suggestivo e chi ha una macchina fotografica si potrà sbizzarrire a immortalarne i minimi particolari. L’Abbazia fu abbandonata intorno alla metà dl ‘400, quando ancora era possedimento della Repubblica di Siena, e intorno a queste colline vi erano solo macchie selvagge e paludi malariche, frequentate per di più da briganti.

Da questo luogo si dipartono due vie: una si mantiene più o meno sul crinale delle alture, l’altra scende ripida verso la costa, nella zona dove sorgono ancora le torri di avvistamento erette contro i pirati saraceni, le cui scorrerie tormentarono per un millennio le coste e le isole dell’arcipelago toscano.

Chi ama i panorami mozzafiato percorrerà, come noi, quest’ultima, che attraversa la macchia. Questa impedirebbe la visuale, ma il Parco ha intelligentemente innalzato un paio di piazzole sospese, dalle quali ci si affaccia per rimanere incantati a osservare: l’isola del Giglio si staglia proprio di fronte, più lontano l’inconfondibile sagoma di Montecristo e il profilo dell’Elba.

All’orizzonte, se è limpido, sono visibili le montagne della Corsica.

A sinistra, le aspre scogliere e i ripidi versanti dei monti dell’Uccellina coperti dalla macchia, interrotta dalla sola, remota spiaggia di Cala di Forno, e più oltre ancora il promontorio dell’Argentario. A destra, la vasta pineta percorsa dal canale di bonifica lungo il quale è situato il sentiero che percorreremo tra poco, e la spiaggia quasi deserta fino a Marina di Alberese. Oltre, si intuiscono l’ampia foce dell’Ombrone Grossetano, e le Paludi della Trappola.

In Italia, pochi paesaggi costieri sono così belli e suggestivi!

La discesa termina nell’antico oliveto di Collelungo, sotto le cui piante plurisecolari consumiamo la colazione. Raggiungiamo la spiaggia: zona “franca”, raggiungibile senza biglietto camminando lungo il mare, e per questo la più frequentata.

Da qui, attraverso la pineta, ci dirigiamo lungo l’antico canale di bonifica verso la parte occidentale dei Monti dell’Uccellina, ricche di grotte dove sono state ritrovate tracce della presenza di popolazioni Paleolitiche che qui vivevano di caccia e di raccolta di frutti del bosco, come testimoniano ossa pertinenti a orsi, leoni, cervi, buoi primigeni e altri animali che ne costituivano le prede. Un breve ponticello immette, scavalcando il canale, in questo zona: ha il suggestivo nome di Ponte delle Tartarughe, in quanto il fosso è in genere ricco di testuggini palustri che qui stanno a prendere il sole, come da me constatato altre volte: ma oggi non se ne vede neppure una.

Viceversa, si levano in volo un airone bianco e uno cinerino, mentre dai prati vicini le vacche maremmane dalle lunghe corna osservano placide, lasciate libere al pascolo.

Nei loro pressi, spicca la presenza dei piccoli aironi guardabuoi, che approfittano delle zolle sollevate dai quadrupedi per cibarsi di insetti e vermi.

Ed ecco la sorpresa: mentre osserviamo il canale, dalla curva del sentiero sbuca, niente affatto preoccupata dalla nostra presenza, una bella volpacchiotta, che, invece di cambiare strada e noncurante delle nostre esclamazioni, mi passa accanto, si sofferma quasi esigendo un obolo alimentare, poi, visto che non abbiamo niente, se ne trotterella via. Però, da noi richiamata, si volta e si sofferma per la foto di rito.

Sapremo poi, proprio dalle foto che inviamo tramite Whatsapp a destra e a manca, che la simpatica visitatrice è molto nota nel giro dei frequentatori del Parco, per il suo comportamento sbarazzino.

Ugualmente senza pudore è una ghiandaia, che, quando raggiungiamo infine la strada asfaltata che taglia il Parco in direzione di Marina di Alberese, presidia la fermata del bus, in attesa di beccuzzare

briciole e altri residui dei turisti.

Oltre il nastro di asfalto, un’altra strada, bianca, conduce diritta alla Foce dell’Ombrone, costeggiando quelle che un tempo erano le Saline di San Paolo, attraverso un territorio profondamente modificato nei secoli dalle opere di bonifica come anche dalla progressiva erosione della costa da parte del mare. Parallelo al fiume corre il largo Canale essiccatore principale dell’Alberese, e il pensiero va all’impegno che, prima i Granduchi di Lorena, poi il Regno d’Italia mise nel prosciugare le paludi per destinarle all’agricoltura. Un’opera socialmente utilissima, che oggi però, in un mondo impegnato a tutelare gli ultimi lembi di zone palustri, ricchi di biodiversità, appare per quello che è: un intervento dell’uomo nell’interesse di se stesso, ma contrario agli equilibri naturali.

Siamo al termine del nostro itinerario: il tempo di affacciarci a una struttura di osservazione dell’avifauna situata lungo il fiume, e di constatare come di volatili oggi ce ne siano veramente pochi, a parte i soliti gabbiani, e la giornata è veramente finita… ultimi chilometri per tornare alla fermata del bus, e poi via, ci aspettano una doccia e una squisita cena maremmana…

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PILLOLE DI METEOROLOGIA

NOTIZIE DAL WEB ED ACCENNI ALL’ESTATE 2019

a cura di Alessio Genovese

Fino a soli 15-20 anni fa, a parte gli oracoli dei nostri anziani che basavano le loro previsioni meteorologiche stagionali sui segnali che mandava loro la natura (vedi l’accrescimento delle cipolle, il volo delle Api e chi più ne ha più ne metta!), il principale notiziario meteorologico a cui si affidavano milioni di italiani (ma la stessa cosa avveniva sicuramente anche all’estero) era dato dalle brevissime trasmissioni televisive dei mitici Bernacca, Baroni, Caroselli, etc, i quali facevano le loro previsioni non spingendosi oltre le 2-3 giornate, raramente si poteva raggiungere l’arco temporale della settimana. Va riconosciuto come l’Aeronautica militare nel tempo sia rimasta fedele alla sua tradizione e tuttora nei suoi recenti notiziari televisivi non va oltre i 2-3 giorni, solo in alcune circostanze si spinge a prendere in considerazione l’intera settimana. Tra l’altro la stessa Aeronautica militare è forse l’unica che effettua delle previsioni basate su propri calcoli e sul lancio di sonde in grado di evidenziare il variare della pressione dell’atmosfera terrestre. Per il resto tutti gli altri si basano sui famosi modelli fisico-matematici di cui spesso si è accennato nelle pagine di questa rubrica. Uno dei modelli più prestigiosi è ECMWF, che è finanziato dall’Unione Europea e che, se avverrà la Brexit, dovrebbe trasferire la sua sede dall’Università di Reading in Inghilterra a Bologna.

Edmondo Bernacca

Dal punto di vista mediatico negli ultimi due decenni il monopolio della comunicazione meteorologica è stato acquisito dal web con la miriade di siti di informazione specifica del settore che però in alcuni casi, per sopravvivere o meglio per avere maggiori introiti, finiscono per assumere più una valenza commerciale che scientifica. Alcune settimane fa, forse a metà del mese di marzo, alcuni colleghi di lavoro, conoscendo la mia passione per la meteorologia, mi hanno chiesto se fossero vere le previsioni acquisite in modo drastico su milioni di cellulari, che promettevano un’ estate 2019 rovente già a partire dal mese di maggio. Per quel poco che è consentito dalla mia esperienza, ho cercato di rassicurare questi colleghi, invitandoli ad attendere ancora 1-2 mesi almeno prima di rassegnarsi a Caronte. In quel periodo non è che lo scrivente fosse così bravo da poter contro ribattere a tali previsioni con dati validi, ma si è appunto basato solo sul buon senso. Anche se siamo nell’era di uno sviluppo tecnologico assodato, le previsioni a lunga distanza sono ancora molto sperimentali e spesso poco attendibili, per cui andrebbero prese in considerazione con maggior distacco e senza enfatizzate per avere maggiori visualizzazioni (speriamo di non aver mai fatto lo stesso anche noi di “ItaliaUomoAmbiente” pur avendo fatto certamente molti sbagli). Certi previsori del web non è che si erano inventati tutto di sana pianta ma piuttosto avevano preso troppo sul serio delle tendenze meteo formulate da “modelli sperimentali” a distanze troppo impervie anche per i santoni.

Pensate che, agli inizi di marzo, le previsioni per il vicino mese di aprile indicavano un mese con temperature superiori alla media del periodo e precipitazioni non troppo esaltanti, tanto da lasciar immaginare una pericolosa prosecuzione della siccità. Ebbene, è sotto gli occhi di tutti come aprile sia risultato un mese molto dinamico, come del resto accade spesso, con temperature per lo più nella norma e precipitazioni anche generose, soprattutto al centro-nord dove vi era più bisogno di acqua. A questo punto le previsioni sono state stravolte anche per i prossimi due mesi; maggio e giugno dovrebbero proseguire in maniera molto dinamica con temperature pressoché nella norma e precipitazioni anche superiori alla media. Tutto ciò ci può far rallegrare sia per porre rimedio definitivamente alla siccità sia per scongiurare prolungate e premature ondate di caldo africano. Questo almeno si può ipotizzare fino a buona parte del mese di giugno, per luglio ed agosto si può ancora attendere, prima di profetizzare!!!

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IN DIFESA DELLA MONTAGNA

a cura di Gianni Marucelli

Si approssima l’estate, per molti è tempo di pensare alle sospirate vacanze: i più sono ancora orientati verso il classico “sole, mare e spiaggia”, ma un numero sempre maggiore di italiani si indirizza a ricercare aria buona, tranquillità e possibilità di godere di una natura ancora incontaminata sulle nostre bellissime montagne, si chiamino esse Appennini o Alpi.

Sarà per questo sempre più consistente afflusso turistico che anche gli organizzatori di eventi musicali cercano di inserirsi in questo contesto, talora vivacizzando in modo assai positivo la pace un po’ sonnacchiosa dei borghi montani, talaltra “innalzando”, in senso letterale, il proprio obiettivo a luoghi e quote che, invece, dovrebbero essere lasciati agli escursionisti e comunque a coloro che vogliono vivere la montagna nella sua essenza.

Plan de Corones d’inverno

Il caso è scoppiato sui media in questi giorni, e forse ne sarete venuti a conoscenza. Il notissimo (e bravo) cantante e autore Lorenzo Cherubini (in arte Jovannotti) ha deciso – non da solo, ovviamente – di organizzare un concerto sul breve altopiano di Plan de Corones, a circa 2000 metri, che domina da un lato la Val Pusteria e le vette di confine tra Italia e Austria, dall’altro le Dolomiti bellunesi.

Plan de Corones d’estate

Qui sorge anche uno dei Musei della montagna intitolati a Reinhold  Messner, ed è stato proprio il grande scalatore altoatesino a criticare l’improvvida scelta del musicista cortonese:, la posizione di Messner sembra essere più che giustificata, non tanto per le due ore di suoni ad alto volume che disturberebbero inevitabilmente la fauna, quanto perché la logistica dell’organizzazione e, soprattutto, l’afflusso di centinaia e centinaia di auto dal fondo valle e il loro parcheggio in quota comporterebbe un impatto ambientale di cui è difficile prevedere la mole di effetti negativi.

Un altro caso, che stavolta coinvolge un dei luoghi più suggestivi del Parco Nazionale del Gran Paradiso, lato piemontese, non ha forse suscitato la stessa attenzione delle TV e degli organi di stampa, ma è certamente molto più grave.

La tredicesima tappa del Giro ciclistico d’Italia, che prende l’avvio da Pinerolo, prevede infatti l’arrivo al Lago Serrù (mt. 2200), il prossimo 24 maggio.

Un periodo delicatissimo per la riproduzione degli animali della fauna alpina, che la pesante organizzazione logistica e l’afflusso di migliaia di tifosi e di appassionati delle due ruote potrebbe compromettere.

A segnalarlo, con una lettera al Ministro dell’Ambiente e a tutti gli Enti interessati, è stato il prof. Mauro Furlani, Presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, cui questa rivista fa riferimento.

“Ci troviamo a oltre 2.200 metri di quota e in pieno territorio del parco nazionale del Gran Paradiso – si legge nella lettera firmata dal presidente Furlani. – Il periodo previsto risulta inoltre particolarmente delicato per la fauna: quasi tutti gli animali si trovano nel periodo riproduttivo e ogni disturbo può arrecare danni gravissimi. In particolare, gli stambecchi partoriscono i loro piccoli proprio in questo periodo. Ricordiamo a tale proposito la situazione di difficoltà che sta vivendo la specie, con vistosi cali numerici”.

Il Gran Paradiso

Il rimedio sarebbe semplice quanto doveroso: accorciare la tappa di qualche chilometro, evitando così di recare danni agli ambienti più fragili del Parco.

Sappiamo, purtroppo, che niente è così scontato quando gli interessi economici in gioco (diritti televisivi ecc.) sono evidenti, ma speriamo tuttavia che le ragioni della tutela ambientale abbiano stavolta la meglio.

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EMILIA-ROMAGNA: LE ASPRE ROCCE DEL MONTE PRINZERA

La zona costituisce una delle Oasi di Pro Natura

A cura di Gianni Marucelli

Il luogo dove ci troviamo è veramente singolare. Mentre la primavera comincia a verdeggiare sui versanti dell’Appennino, tutto intorno a noi, la vetta aspra di questa montagna, di un colore bruno-rossastro, appare priva di vegetazione arborea. Eppure, è di eccezionale valore per i botanici.

Siamo quasi al confine tra tre regioni: Emilia Romagna, Liguria e Toscana.

Qui, un tempo, valicava l’Appennino, provenendo dalla Padania, il pellegrino diretto a Roma. È la via Francigena, o Romea, che oggi è stata sostituita dalla statale della Cisa. In basso, il Taro, una striscia orlata dal bianco delle ampie ghiaie lasciate in secca dalla mancanza di piogge. Più oltre, a est, il borgo di Fornovo sorge nella località dove si svolse una famosa battaglia: l’ultima che le genti italiche, unite, riuscirono a vincere prima di cadere, per secoli, sotto la dominazione straniera.

Il 6 luglio 1495, l’esercito della Lega Antifrancese, composto principalmente dai Veneziani e dai Milanesi, sotto la guida di Francesco Gonzaga, intercettarono le truppe del re Carlo VIII, reduce d’aver saccheggiato il centro e il sud del nostro Paese. La battaglia fu breve ma cruenta. Il re riuscì infine a passare, ma fu sonoramente sconfitto.

A queste rocce, però, ben poco importa delle vicende umane. Sono qui da decine di milioni di anni e qui resteranno anche dopo che la nostra razza sarà scomparsa dalla faccia del pianeta.

Sono in gran parte ofioliti, di antica origine vulcanica, emerse per erosione selettiva dal più giovane complesso di rocce sedimentarie in cui sono inglobate.

Insieme ad un’alta componente di ferro, e per contro a una notevole scarsità di sodio, magnesio, calcio, azoto, fosforo, cioè i nutrienti di base delle piante, sono presenti metalli tossici come il nichel, il cromo, il cobalto, il cadmio, il piombo, lo zinco e persino l’amianto.

Poche specie botaniche possono vivere in questo ambiente particolare, con un simile sostrato, e con  scarsità di acqua, che filtra attraverso il terreno permeabile verso gli strati inferiori.

Esse formano una vera e propria isola biogenetica, che presenta endemismi molto rari, erbe e fiori all’apparenza modesti che però sono scientificamente importanti.

È ovvio che queste piante resistono perché si sono adattate a vivere in un terreno ostile, anzi letale, data la presenza di tante sostanze velenose.

Questa particolarità rende l’area del Monte Prinzera davvero eccezionale, tanto che la Federazione Nazionale Pro Natura ne acquistò, un quarto di secolo fa, circa tredici ettari, affidandone la gestione alla locale Pro Natura Parma. L’Oasi Pro Natura del Monte Prinzera fu dotata di una serie di punti di osservazione, raggiungibili tramite il sentiero degli Zappatori, così chiamato perché tracciato, forse nella seconda metà dell’Ottocento, da un reparto del Genio del Regio Esercito.

In seguito, pur restando di proprietà della Federazione, la zona rientrò nei limiti del Parco Regionale emiliano cui è ora demandata la gestione.

In questa stagione, siamo ai primi di Aprile, la fioritura deve ancora avvenire, ma alcune delle pianticelle di cui abbiamo parlato stanno già sbocciando. Una piccola Orchidea viola sembra darci il benvenuto, così come una Globularia dal bel colore giallo.

Il terreno sembra coperto da una brughiera, m in realtà si tratta di complesso simile alla steppa, che presto lascia il posto alle rocce, nere dove percola l’acqua, rossastre dove sono asciutte.

Qualcuno di noi avvista un cervide, forse un capriolo o un daino, che si dilegua in un istante.

Infatti, qui non manca neppure la fauna, di mammiferi e uccelli, e particolarmente interessante è la presenza di rapaci come il gheppio, lo sparviero, la poiana e l’allocco.

Vi sono tracce del passaggio di un istrice, animale che ha conquistato, o riconquistato, queste latitudini in tempi abbastanza recenti, dopo che era sopravvissuto solo in Maremma e in Tuscia.

Gli ultimi cerri, ancora spogli, sono rimasti indietro. Ora le rocce, ricoperte qua e là da erbe ancora giallastre, formano un paesaggio che si potrebbe definire simile, anche per il colore, a quello che le sonde spaziali ci hanno trasmesso dal pianeta Marte.

Certo, però, i marziani non sono di così cattivo gusto da erigere in vetta (mt.700) un ripetitore vistosamente colorato di bianco e di rosso, come qui accade.

Cose che pertengono solo a noi umani, purtroppo…

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AMPLIARE IL GRUPPO DEI NOSTRI COLLABORATORI

A cura di Gianni Marucelli

È questo l’obiettivo che ci prefiggiamo di conseguire nel prossimo futuro, per coprire al meglio le varie realtà del nostro Paese, sia al nord, che al centro, che nel sud e isole.

In un momento in cui i temi ambientali divengono sempre più urgenti e la sensibilità collettiva è maggiormente orientata verso di essi, diviene fondamentale fornire un’informazione corretta, scientificamente motivata e completamente indipendente: questo lo abbiamo sempre fatto, per di più fornendo all’utenza un prodotto completamente gratuito, com’è la nostra Rivista.

Ora l’esigenza è di rappresentare al meglio anche le problematiche di quei territori, e sono tanti, per i quali ci mancano collaboratori locali.

Non possiamo offrire “vile” denaro, ma solo una “palestra” di scrittura e un mezzo con cui raggiungere facilmente migliaia di lettori: crediamo che il piacere di esprimere liberamente le proprie idee, e di “raccontare” la propria terra, possa essere un compenso sufficiente per molte persone che vorrebbero occuparsi di giornalismo ambientale.

Non solo: anche agli appassionati di fotografia naturalistica offriamo ampi spazi per far conoscere le loro opere.

Il direttore e il coordinatore di redazione riceveranno con piacere i vostri contributi e senz’altro vi risponderanno con gratitudine.

Non temete quindi di scriverci, utilizzando le seguenti mail:

iuadirettore@yahoo.it

alp.pestelli@gmail.com

E adesso, buona lettura a tutti!

Per scaricare il numero di Aprile andare sul menù e cliccare “Scarica la Rivista”. Troverete il link a fondo pagina.


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TORNA LA VOCE DI DONATELLA ALAMPRESE AL TEATRO “CESTELLO” DI FIRENZE

Il nuovo spettacolo della cantante Donatella Alamprese avrà il suo battesimo al Teatro di Cestello, a Firenze, Venerdì 29 marzo alle ore 21,00.

Il suo titolo, FA-NGO, vuol annunciare una contaminazione tra due termini di genere musicale: il Tango, tanto amato dall’artista, e il Fado.

Conserva tuttavia anche il suo significato originario, come spiega il sottotitolo dell’evento: Donne migranti dal Fado al Tango: dal cuore della terra, da dove tutto ha origine e trae nutrimento: il fango, materia umile da cui nascono e si plasmano cose preziose e la vita stessa.

O, come in sintesi direbbe Fabrizio de Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Lo spettacolo quindi si impernia su un viaggio musicale, declinato al solito al femminile, che parte dal Fado dei bordelli di Lisbona per approdare al Tango dei locali popolari di Buenos Aires e condurre infine lo spettatore, attraverso una geografia dell’anima più che una topografica, nel Mediterraneo, alla terra natìa di Donatella, la Lucania.

Ad accompagnare Donatella in questo itinerario, oltre alla consueta, mitica chitarra di Marco Giacomini, i cinque strumenti di cui sia avvale Stefano Macrillò (chitarra, mandola, cuatro, tiple e mandoloncello).

Il tutto con l’impianto scenico di Cecilia Micolano e per la regia di Marcello Ancillotti.

Viste le premesse, non mancherà il successo!

PER INFO E PRENOTAZIONI: 055294609 – info@teatrocestello.it

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Il Regno del Ragno

Chi mai tesse la tela?

Il secondo volume della saga VIA DA SPARTA di Carlo Menzinger di Preussenthal

Recensione a cura di Nadia Bertolani

Il sipario si apre sulla scena di un’epica battaglia nel delta del Gange, dove il potente Generale Archidamo Stanatis fronteggia le forze dell’Impero rivale di Nippon. A molti chilometri di distanza, nella città di Lacedemone, sua figlia Nymphodora continua a sognare una rivoluzione urbanistica e architettonica che riporti alla luce del sole le abitazioni spartane confinate nel sottosuolo. Ed è vicino a lei, nel ruolo di schiava e amante, che ritroviamo Aracne, la splendida eroina di cui abbiamo letto le peripezie nel primo volume di questa saga, “Il sogno del ragno”. Chi ha conosciuto Aracne, sa che la cifra della sua esistenza è la fuga; se però nella storia precedente il suo viaggio verso la libertà era stato “una fuga per la vita”, in questo secondo volume, “Il regno del ragno”, l’evasione dalla sua condizione di ilota è indirizzata principalmente verso la “conoscenza”. Di se stessa, del suo destino, del mondo e dei suoi sogni. Ed è proprio all’inseguimento di un sogno e alla ricerca di una vita diversa, libera dalla ragnatela intrusiva di Sparta, che Aracne, con il suo bambino nato da una violenza, con Nymphodora, e con Doukas, studente di Architettura, parte verso le terre del Nord insieme a Ingmunde, maestro di norreno. Da cosa fuggono tutti quanti? Dalla schiavitù e dall’insensatezza. Che cosa cercano? Il volo della libertà, il fuoco dell’amore, la risposta ai loro sogni.

“Non si dovrebbe morire prima dei nostri sogni” asserisce Lucius, lo schiavo di origine romana, quasi un Erodoto ucronico, incaricato di registrare le gesta di Archidamo Stanatis contro i samurai di Nippon, ma fermamente intenzionato a tramandare l’interpretazione dei fatti oltre alla loro semplice amplificazione voluta dal potere a scopi propagandistici; la frase è rivolta a un nuovo personaggio, la Seconda Educatrice, una sedicenne che, a dispetto della sua funzione, relegata nella periferia dell’Impero, ignora tutto della nascita e della morte, ignora in cosa consista il potere dell’onnipresente apparato statale di Sparta, ne fraintende persino le agghiaccianti crudeltà e conosce solo l’orizzonte ristretto dell’Isola dei Donatori, dove accudisce i bambini predestinati alla donazione degli organi e dove approdano i fuggitivi. Anche lei, lentamente e con fatica, impara che nell’isola dove è vissuta – una deformazione macabra dell’Isola che non c’è in cui i bambini sperduti vivevano una magica infanzia al fianco del bambino per eccellenza, Peter Pan – non c’è posto per nulla che non sia l’orrore. E l’orrore più grande, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, non solo nella dimensione ucronica di Sparta, è l’ignoranza di sé, delle proprie origini, del mondo e dei suoi meccanismi.
Dunque il filo rosso che collega i personaggi, i loro pensieri, i dialoghi, è la ricerca della verità in un mondo contrassegnato da letali menzogne e da un’onnipresente violenza. E questo mondo emerge dalle pagine del libro con una nettezza sorprendente: tra avventure e guerre, tra amore ed erotismo, tra colpi di scena e inseguimenti, domina incontrastata la fantasia felicemente sfrenata dell’Autore che ci dipinge un universo impensabile; come non ammirare l’invenzione dei “mutanti thalassiani”, sintesi felice di fantascienza e di classicità? Come non stupirsi per le “biobarche” trainate da delfini o per i “saltadune”? In questo macrocosmo che oscilla tra rimandi alla storia, tra allusioni al tempo presente – soprattutto per quanto riguarda la genetica e la rivoluzione informatica -, tra misteri inquietanti, non ultimo quello che riguarda le origini di Aracne, brillano di luce propria i momenti lirici e le citazioni che sono un omaggio al mondo omerico.
Un romanzo vario, avvincente, dove all’intreccio dinamico si affianca la malinconica riflessione sulla “vita derubata” dalla dittatura e sull’espropriazione dei “sogni”.
Spicca, in ogni caso, la protagonista diventata madre, questa giovane donna che ha tatuato sulla fronte il disegno di un ragno e che alla fine del libro scoprirà la verità sulle proprie origini; lei, “dagli occhi di prato”, lei che vive una sessualità senza consapevolezza, lei di cui seguiamo, passo passo, l’itinerario di formazione:
“E Aracne non sapeva più nulla. Non capiva la pioggia. Non capiva il proprio pianto e ancor meno il proprio riso. Non capiva se stessa e non capiva i sogni. Forse per questo piangeva. Forse per questo rideva.”

Di nuovo prigioniera, in una detenzione peggiore di quella di Neapolis, peggiore di quella di Lacedemone, Aracne dà un appuntamento imperdibile ai suoi lettori nella prossima storia.

Non resta che aspettare l’uscita del terzo volume della saga per verificare se anche noi moderni, come l’immaginaria Aracne, siamo intrappolati nella ragnatela dei nostri stessi sogni. O in quella che tesse per noi Carlo Menzinger.

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TOSCANA: IL RITORNO DEL… SUPERGATTO!

A cura di Gianni Marucelli

Giovane esemplare di Felis Lybica Sarda nelle campagne di Villagrande Strisaili in Ogliastra – Fonte: Autore Biddamanna
Wikipedia – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Felis_Lybica_Sarda_(Gatto_selvatico_sardo).jpg CC BY-SA 4.0

Qualche giorno fa, l’amico Duccio Berzi, biologo ed etologo molto noto in Toscana e altrove, ha postato su Facebook la foto di un felino ritrovato, purtroppo morto non si sa per quali cause, in un bosco in provincia di Firenze, in località, manco a dirlo, chiamata Gattaia. A quel che si nota dall’immagine, sembra proprio trattarsi di un Gatto selvatico (Felis Silvestris), il piccolo felino che sta al Gatto domestico più o meno come il Lupo sta al Cane.

Gli accertamenti tramite analisi del DNA, di cui è incaricata ISPRA, ci diranno se effettivamente si tratta di un esemplare di raro Gatto selvatico o di un ibrido, per ora si tratta dell’unica testimonianza “materiale” (le trappole fotografiche ne hanno immortalati molti altri) della presenza in questa zona di un piccolo predatore così elusivo da essere avvistato solo in casi veramente sporadici: eppure è presente, da sempre, nelle zone boschive dell’intera penisola, anche se, qualche decina di anni fa, era considerato pressoché estinto.

Il Gatto selvatico non si distingue tanto da quello domestico per le dimensioni, che sono più o meno le stesse, bensì per i caratteri del mantello e della coda, che in genere porta, ben visibili, degli anelli neri ed è più folta di quella dei mici di casa nostra; inoltre, il dimorfismo sessuale che caratterizza la specie è accentuato (femmine di colore più chiaro, così come i giovani).

Per fortuna, le testimonianze della presenza di questa affascinante creatura dei boschi si sono, in questi ultimi anni, moltiplicate, segno che la specie si sta numericamente riprendendo, forse per la ritrovata abbondanza di piccole prede (scoiattoli, altri roditori ecc.) come per l’ampliamento delle aree boschive in tutto il Paese. Da notare che questo predatore è presente anche in Sardegna e in Sicilia (sicuramente, per quest’ultima isola, nel Parco delle Madonie).

Se c’è una caratteristica “sociale” che accomuna il gatto selvatico e quello domestico essa è, per certo, l’accentuato individualismo. Solo nell’epoca degli amori maschi e femmine si frequentano, anzi è la femmina a scegliersi il proprio compagno. Come per i mici di casa nostra, le femmine vanno in estro tra febbraio e marzo, per poi condurre una gestazione di circa settanta giorni. I piccoli, normalmente quattro, quando nascono pesano circa 120 grammi e vengono accuditi dalla madre per l’allattamento per circa quattro settimane.

Poi, durante i mesi estivi, può verificarsi una seconda gestazione, con parto all’inizio di settembre.

Come per il cane e il lupo, così anche tra il Gatto selvatico e il Gatto domestico è possibile l’ibridazione, e questo costituisce un pericolo non da poco per la conservazione di questo raro felino.

Probabilmente, nessuno di noi avrà modo di osservare un gatto selvatico in natura, dal vivo, anche se, personalmente, io continuo a sognare un incontro del genere, così come quello con un altro animale ormai divenuto leggendario, la lontra…

Comunque sia, bentornato, Supergatto!

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CACCIA: UN INASPETTATO VOLTAFACCIA “A 5 STELLE”

a cura di Gianni Marucelli

Sta facendo scalpore, soprattutto sul web, l’iniziativa presa dal Presidente della Commissione Agricoltura della Camera, on. Gallinella (sul nome si sono sprecate le battute…), appartenente al Movimento 5 Stelle, di avanzare una proposta di Legge (sarebbe la n. 982) che, tra l’altro, prevede di estendere le attività di “controllo faunistico” a tutto l’anno solare.

Si tratta di un provvedimento in gran parte ricalcato sulla famigerata Legge Remaschi della Regione Toscana, già attuata da due anni e ora estesa per altri tre, che di fatto apre la caccia a tutti gli ungulati (cinghiali, caprioli, daini ecc.) per dodici mesi su dodici.

Ora, la proposta di legge del pentastellato, modificante la L.157/92, prevede che a sparare sia il personale autorizzato, non si sa se comprendente i cacciatori di selezione, ovvero coloro che abbiano conseguito una particolare licenza in ambito regionale per questo tipo di attività venatoria; la notizia ha stupito in quanto i “grillini”, almeno in parte, si sono sempre proposti come paladini dell’ambiente e degli animali.

Gallinella si sarebbe giustificato affermando che, come Presidente della Commissione Agricoltura, ha agito nell’interesse dei coltivatori i cui campi subiscono danni da parte degli animali selvatici (cinghiali in primis), un problema indubbiamente reale, che tuttavia pensare di risolvere solo a fucilate è illusorio e pericoloso, come dimostra l’esperienza toscana.

Infatti, pur con l’abbattimento, nei primi venti mesi di validità della legge, di più di 215.000 capi (una vera e propria strage, comunque la si pensi), i risultati, per quanto riguarda la tutela delle colture, sono stati ineguali e decisamente non risolutivi, come attesta la decisione di prolungare per altri tre anni una misura che era stata pensata con obiettivi temporali limitati.

Ma torniamo alla proposta di Gallinella e c.: questa prevede che a sparare possano essere anche i proprietari dei terreni interessati, se muniti di licenza di caccia: ciò comporterebbe, alla fine, un difficile controllo da parte degli agenti delle polizie provinciali (i cui organici, a quanto ci risulta, sono assai deficitari) e una virtuale apertura a ogni tipo di abuso (chiamiamolo pure bracconaggio legalizzato).

Per ora, nessuno ha speso una parola sulle iniziative, diverse dall’abbattimento, che, a costi limitati, possono essere messe in atto per dissuadere gli animali che danneggiano concretamente i coltivi; a dire il vero, girando per le campagne della Toscana, non è che io ne veda molte.

Eppure esistono: oltre alla dissuasione elettronica programmata mediante suoni e luci, vi sono i dissuasori olfattivi, quelli del gusto (diversi da specie a specie), le recinzioni elettrificate a bassa tensione, pensate specificatamente in base al comportamento di cinghiali, oppure caprioli e così via… e altro ancora.

Sarebbe troppo lungo elencarle tutte qui, ma possiamo rinviare a un link relativo a un articolo elaborato dall’Università di Firenze. Quindi, non possiamo essere tacciati di anti-scientificità!

Eccolo:

https://www.gesaaf.unifi.it/upload/sub/ricerca/laboratori/wildlife/download/articolo-ia-17-2015.pdf

Tutto questo, naturalmente, a prescindere dalla rifusione dei danni agli agricoltori danneggiati prevista dalle leggi regionali, che magari in qualche caso non copre interamente il costo del danneggiamento, ma è comunque non irrisoria.

Infine, lasciateci spendere due parole sincere contro chi, come l’assessore regionale toscano all’Agricoltura, Caccia e Foreste, da una parte pretende di limitare il numero degli ungulati e dall’altra vorrebbe che, nel contempo, si aprisse all’abbattimento di coloro che sono i veri, efficacissimi ed ecologici “cacciatori di selezione” di cinghiali e c.: i Lupi.

Quando si dice, un politico dalle idee limitate, ma confuse…

E le Gallinelle? Lasciamole cuocere nel loro brodo pre-elettorale…

Fonte dell’immagine: https://notizie.tiscali.it/politica/articoli/grillo-lega-caccia/
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