PILLOLE DI METEOROLOGIA: – L’INVERNO 2018/2019 –

 A cura di Alessio Genovese

Gentili lettori, avvengono incendi devastanti in California e si parla di surriscaldamento globale, avvengono alluvioni in varie parti del mondo, purtroppo Italia compresa, e si parla di cambiamenti climatici ma l’equazione è così scontata? Sicuramente anche il 2018 si appresta a chiudere con delle temperature ben superiori alla media degli ultimi decenni e chi firma l’articolo non intende assolutamente negare questi dati inconfutabili anche perché non ha nessuna competenza scientifica in materia ma solamente una grande passione verso la meteorologia. Ad ogni modo, come già scritto in passato in questa rubrica, l’invito al lettore è quello di non trarre conclusioni affrettate in merito al destino climatico del nostro pianeta, in quanto se prendiamo in considerazione solamente un arco temporale di pochi anni ma anche di qualche decina rischieremo di farci ingannare da situazioni particolari dettate magari da circostanze non di certo irreversibili, ma comunque in grado di far alzare o abbassare le temperature del pianeta anche di qualche grado. Quando parlo di circostanze particolari mi riferisco alla possibile influenza dei cicli solari sul clima della terra oppure al variare delle temperature superficiali degli oceani (vedi “El Nino” o “La Nina”) per finire a considerare alcuni indici meteo che abbiamo provato a descrivere in un articolo di qualche anno fa. Per intenderci, il mio pensiero è che il clima che possiamo osservare nell’arco di una vita umana, ma anche solo di qualche decennio o qualche anno, può essere condizionato da fattori non di certo irreversibili ma dovuti a circostanze specifiche e del tutto modificabili. Ad esempio, gli ultimi 4-5 inverni sono risultati, almeno nel nostro paese, piuttosto miti o comunque caratterizzati da singoli episodi di gelo della durata ciascuno di 7-10 giorni al massimo se non meno. Questo perché la natura è piuttosto pigra e tende spesso a riproporre le medesime configurazioni climatiche magari fino a quando non si arriva ad un punto di rottura.

Inverno – fonte dell’immagine: www.scuolissima.com

Addentrandoci nella previsione dell’inverno oramai ai nastri di partenza (ricordo che in meteorologia l’inverno inizia il 1 dicembre e termina a fine febbraio!), il punto di rottura potrebbe esserci già stato alla fine dell’inverno precedente, quando un imponente surriscaldamento della stratosfera, che è la parte più alta dell’atmosfera terrestre, determinò, a fine febbraio, una discesa di aria siberiana fino al mar Mediterraneo con l’arrivo del “burian” in Italia. Tale evento ha determinato uno sconquasso barico così importante da lasciare il segno anche con l’inizio della nuova stagione invernale. Anche se non possiamo sapere con certezza come si concluderà l’inverno, quello che invece possiamo osservare ad oggi è un vortice polare meno compatto e che quindi, rispetto agli anni passati, dovrebbe consentire con maggiore facilità le discese di aria fredda fino a latitudini più meridionali, come quella del Mediterraneo. In tutto questo, oltre all’evento meteorologico con cui si è concluso l’inverno precedente, potrebbe iniziare ad avere una certa influenza, come già avevamo ipotizzato negli scorsi anni, un’attività solare molto debole. Ci troviamo infatti all’inizio di un minimo solare che si preannuncia abbastanza profondo e che giunge al termine di un ciclo di per sé già molto debole. L’influenza del sole sul clima terrestre è ancora in buona parte da dimostrare, ma alcuni ricercatori ritengono che ci possa essere una correlazione tra bassa attività solare ed inverni maggiormente freddi. Ciò che appare più evidente è che nelle fasi di bassa attività solare aumentano invece i raggi cosmici che riescono a penetrare nell’atmosfera terrestre, provocando un aumento della nuvolosità e di conseguenza un abbassamento delle temperature. Dal momento che di recente molti studiosi si stanno dedicando a tali ricerche, tra qualche anno ne sapremo sicuramente di più.

Il sole senza le macchie solari – Fonte dell’immagine: www.attivitàsolare.com

In conclusione, tornando a ciò che più interessa il lettore, si ipotizza un inverno più dinamico rispetto agli ultimi anni. Dicembre potrebbe essere caratterizzato da un alternanza di fasi fredde e perturbate (di cui la prima all’incirca tra il 10 ed il 15 del mese) ad altre ben più miti dovute alla rimonta di corrente meridionali più umide. Gennaio e febbraio invece potrebbero essere caratterizzati da fasi per lo più fredde e ripetute nel tempo, con temperature complessive sotto la media del periodo. Potrebbe quindi essere l’inverno della svolta che inaugura un periodo climatico con un ritorno a stagioni più dinamiche e caratterizzate da temperature meno elevate.

Buon inverno a tutti i nostri lettori

Alessio Genovese

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Pillole di meteorologia: L’inverno 2018/2019

a cura di Alessio Genovese

Gentili lettori, avvengono incendi devastanti in California e si parla di surriscaldamento globale, avvengono alluvioni in varie parti del mondo, purtroppo Italia compresa, e si parla di cambiamenti climatici ma l’equazione è così scontata? Sicuramente anche il 2018 si appresta a chiudere con delle temperature ben superiori alla media degli ultimi decenni e chi firma l’articolo non intende assolutamente negare questi dati inconfutabili anche perché non ha nessuna competenza scientifica in materia ma solamente una grande passione verso la meteorologia. Ad ogni modo, come già scritto in passato in questa rubrica, l’invito al lettore è quello di non trarre conclusioni affrettate in merito al destino climatico del nostro pianeta, in quanto se prendiamo in considerazione solamente un arco temporale di pochi anni ma anche di qualche decina rischieremo di farci ingannare da situazioni particolari dettate magari da circostanze non di certo irreversibili, ma comunque in grado di far alzare o abbassare le temperature del pianeta anche di qualche grado. Quando parlo di circostanze particolari mi riferisco alla possibile influenza dei cicli solari sul clima della terra oppure al variare delle temperature superficiali degli oceani (vedi “El Nino” o “La Nina”) per finire a considerare alcuni indici meteo che abbiamo provato a descrivere in un articolo di qualche anno fa. Per intenderci, il mio pensiero è che il clima che possiamo osservare nell’arco di una vita umana, ma anche solo di qualche decennio o qualche anno, può essere condizionato da fattori non di certo irreversibili ma dovuti a circostanze specifiche e del tutto modificabili. Ad esempio, gli ultimi 4-5 inverni sono risultati, almeno nel nostro paese, piuttosto miti o comunque caratterizzati da singoli episodi di gelo della durata ciascuno di 7-10 giorni al massimo se non meno. Questo perché la natura è piuttosto pigra e tende spesso a riproporre le medesime configurazioni climatiche magari fino a quando non si arriva ad un punto di rottura.

Inverno – fonte dell’immagine: www.scuolissima.com

Addentrandoci nella previsione dell’inverno oramai ai nastri di partenza (ricordo che in meteorologia l’inverno inizia il 1 dicembre e termina a fine febbraio!), il punto di rottura potrebbe esserci già stato alla fine dell’inverno precedente, quando un imponente surriscaldamento della stratosfera, che è la parte più alta dell’atmosfera terrestre, determinò, a fine febbraio, una discesa di aria siberiana fino al mar Mediterraneo con l’arrivo del “burian” in Italia. Tale evento ha determinato uno sconquasso barico così importante da lasciare il segno anche con l’inizio della nuova stagione invernale. Anche se non possiamo sapere con certezza come si concluderà l’inverno, quello che invece possiamo osservare ad oggi è un vortice polare meno compatto e che quindi, rispetto agli anni passati, dovrebbe consentire con maggiore facilità le discese di aria fredda fino a latitudini più meridionali, come quella del Mediterraneo. In tutto questo, oltre all’evento meteorologico con cui si è concluso l’inverno precedente, potrebbe iniziare ad avere una certa influenza, come già avevamo ipotizzato negli scorsi anni, un’attività solare molto debole. Ci troviamo infatti all’inizio di un minimo solare che si preannuncia abbastanza profondo e che giunge al termine di un ciclo di per sé già molto debole. L’influenza del sole sul clima terrestre è ancora in buona parte da dimostrare, ma alcuni ricercatori ritengono che ci possa essere una correlazione tra bassa attività solare ed inverni maggiormente freddi. Ciò che appare più evidente è che nelle fasi di bassa attività solare aumentano invece i raggi cosmici che riescono a penetrare nell’atmosfera terrestre, provocando un aumento della nuvolosità e di conseguenza un abbassamento delle temperature. Dal momento che di recente molti studiosi si stanno dedicando a tali ricerche, tra qualche anno ne sapremo sicuramente di più.

Il sole senza le macchie solari – Fonte dell’immagine: www.attivitàsolare.com

In conclusione, tornando a ciò che più interessa il lettore, si ipotizza un inverno più dinamico rispetto agli ultimi anni. Dicembre potrebbe essere caratterizzato da un alternanza di fasi fredde e perturbate (di cui la prima all’incirca tra il 10 ed il 15 del mese) ad altre ben più miti dovute alla rimonta di corrente meridionali più umide. Gennaio e febbraio invece potrebbero essere caratterizzati da fasi per lo più fredde e ripetute nel tempo, con temperature complessive sotto la media del periodo. Potrebbe quindi essere l’inverno della svolta che inaugura un periodo climatico con un ritorno a stagioni più dinamiche e caratterizzate da temperature meno elevate.

Buon inverno a tutti i nostri lettori

Alessio Genovese

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ARCIPELAGO TOSCANO: STERMINARE I MUFLONI?

A cura di Gianni Marucelli

Muflone

Muflone – Fonte dell’immagine: Wikipedia – Di sconosciuto – http://www.tiermotive.de/, CC BY-SA 2.0 de, Collegamento

Una decisione, presa ormai da molto tempo dall’Ente Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, prevede l’“eradicazione”, ossia lo sterminio totale, dei mufloni presenti, in particolare sull’isola d’Elba. Questo provvedimento, è quanto affermato dai dirigenti del Parco, il cui parere è peraltro supportato dall’ ISPRA (Istituto Superiore Protezione e Ricerca Ambientale), si rende necessario in quanto il muflone è un animale alloctono, ossia importato negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, ad opera (opera sciagurata, l’aggettivo è d’obbligo) delle Associazioni venatorie per avere una specie in più su cui esercitare la mira.

Ma ciò non sarebbe sufficiente per una decisione così radicale: i mufloni, moltiplicatisi a dismisura in un ambiente a loro favorevole e privo di nemici naturali, sono accusati di danneggiare la vegetazione, sia col pascolo che col calpestio, impedendo il rinnovamento delle piante, i lecci in particolare, nella zona occidentale dell’isola d’Elba: quella del Monte Capanne, per intenderci,

In effetti, dei cinquecento mufloni che formano la popolazione di questi ungulati, la maggior parte si concentra nella zona montuosa (e meno densamente popolata) ad ovest, e senz’altro la loro azione, unita a quella dei cinghiali (anch’essi alloctoni, aggiungiamo, in quanto di origine slava, importati dai cacciatori) non favorisce lo sviluppo delle plantule del leccio e di altri componenti della macchia mediterranea.

E’ bene anche specificare come dovrebbe avvenire – o avviene, in realtà – l’“eradicazione”: tramite le carabine di precisione degli agenti della Polizia Provinciale e, ahinoi, dei cacciatori di selezione, cui andrebbero – gentile omaggio – le carcasse degli animali uccisi.

Contro lo sterminio dei mufloni si sono da tempo mobilitate le associazioni animaliste e parte di quelle ambientaliste, chiedendo di risolvere il problema con metodi non cruenti.

La cosa, però, è di difficile attuazione, se, come afferma ISPRA, non è possibile controllare le nuove nascite in modo indolore: Quanto all’uso di mangimi sterilizzanti si evidenzia che ad oggi non esiste alcuna formulazione sterilizzante”.

L’altra soluzione, ossia il trasferimento coatto dei mufloni in altre zone del paese dove la specie è presente da molti secoli (ovvero la Sardegna), sarebbe, a parere sempre di ISPRA, ugualmente impraticabile, sia per gli alti costi, sia perché non si sarebbe sicuri di non determinare impatti indesiderati, sia di tipo sanitario che genetico, sul Muflone sardo.

Nei fatti, l’opera di eliminazione dei mufloni è già iniziata da qualche anno, all’Isola d’Elba, sia nei territori sottoposti a tutela del Parco che in quelli limitrofi, di pertinenza della Regione Toscana. Le cifre sono davvero impressionanti, in ogni senso. Esse sono visionabili da chiunque, sul sito del Parco, cercando con molta attenzione.

I mufloni uccisi, e quelli da uccidere (il termine esatto è “prelevare”: un eufemismo di per sé linguisticamente deprecabile) sono contabilizzati sotto varie voci, che riguardano in primo luogo il sesso e l’età: cuccioli, maschi fino due anni, maschi tra i 2 e 5 anni, maschi oltre i 5 anni, femmine.

E’ qui il caso di ricordare che in natura il muflone ha una vita media di circa 12 anni se maschio, di 15 se femmina.

Naturalmente, prima, e in funzione, del “prelievo” viene fatto un censimento, che non può essere accurato in quanto i mufloni non si fanno certo trovare “a casa” per la consegna dei moduli… così, al numero di animali osservati si applica un quoziente di moltiplicazione per avvicinarsi al reale.

Nei dodici mesi a cavallo tra il 2016 e il 2017 sono stati uccisi 258 capi; per macabra contabilizzazione, si specifica che tra quelli eliminati si possono contare anche gli animali feriti, recuperati e amorevolmente sottoposti a eutanasia.

Per l’anno successivo, la quota da prelevare raggiunge i 458 capi, e non si fa distinzione fra femmine gravide o meno. I cuccioli hanno un trattamento davvero speciale: infatti, alla loro categoria appartiene il maggior numero delle vittime predestinate.

Monte Capanne (Elba Island).JPG

Monte Capanne (Isola d’Elba) – Fonte della fotografia: Wikipedia – Di Ferpint – Opera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento

E’ certo che ciò non avviene per mera crudeltà, ma per raggiungere rapidamente l’obiettivo che ci si è posti: ovvero l’eradicazione, seppur progressiva, della specie.

E’ interessante osservare come la natura però si ostini a marciare in direzione esattamente contraria: la fertilità delle femmine è aumentata, cosa del resto che è stata segnalata per altri animali e in altri contesti, via via che la persecuzione si fa più dura. Così, in pratica, come nota il Parco stesso con una qualche preoccupazione, il numero dei mufloni non decresce nei termini attesi.

Tanto più quando si bandisce una gara d’appalto per il prelievo degli ungulati e questa va deserta (come è accaduto in primavera) nonostante siano stati stanziati più di 136.000 euro ( a quanto pare, poi consistentemente aumentati, con assestamento di bilancio) a questo scopo (ma a chi siano destinati non è chiaro).

Ma a chi appartiene questa cifra consistente? Ovviamente, al Parco, che però la riceve, insieme agli altri contributi per la sua sopravvivenza, dal Ministero dell’Ambiente, ossia dallo Stato, cioè dalla fiscalità generale, cioè da noi cittadini.

Che vi piaccia o non vi piaccia, voi contribuite a salvare un po’ di lecci (e altre piante) e a ammazzare un (bel) po’ di mufloni (e di cinghiali).

Questo è quanto. Qualcuno però si è mai premurato di informarvi circa un tale uso di fondi pubblici?

No. I media non ve lo dicono, anche perché se ne disinteressano, e il Parco – basta che iniziate la caccia al tesoro di questi dati sul suo sito e ci perdiate una mezz’oretta per appurarlo – non ha molta voglia di sbandierarli.

Concludiamo questo nostro excursus con una domanda: nel valutare la questione, non si dovrebbe tener conto non solo delle ragioni naturalistico-scientifiche (che restano comunque preponderanti) ma anche di quelle di sensibilità etica e di opportunità socio-economica (il turismo come giudicherà questo massacro?) ? Non ci attendiamo risposta.

Fondazione Isola d’Elba onlus

Duro documento della Fondazione Elba contro la eradicazione di fagiani e pernici dall’isola piatta: “Stragi legalizzate attività principale del PNAT”

CAMPO NELL’ELBA — E’ difficile comprendere le logiche protezionistiche di questo Parco Nazionale che mette in pratica eradicazioni continue, perpetrate spesso in modo violento, maldestro o dannoso, a scapito di esseri viventi di vario genere .

Ora le nuove specie oggetto di questo massacro sono le pernici e i fagiani di Pianosa.

Ma ci chiediamo perché?

La Pernice Rossa è una specie endemica, stanziale , tipica del centro Italia , che a causa di vari fattori sta diventando sempre più rara. Sono ormai pochi i luoghi in cui la Pernice Rossa in Italia riesce a vivere e nidificare e purtroppo da quando è stato istituito il Parco Nazionale le pernici, che prima erano molto abbondanti anche all’ Elba, stanno sparendo . Decidere di portare all’estinzione un ceppo sano e nidificante di pernici che sono a Pianosa da tempo immemore ci sembra un errore , o forse sarebbe meglio dire un orrore.

La scusa , la stessa che era stata usata per le lepri di Pianosa poi rivelatasi errata, è che secondo gli “esperti “ del Parco forse queste Pernici non sono di pura razza (Alectoris Rufa) ma incrociate con altra specie dell’est Europa .

Discorso analogo per i fagiani, un ceppo sano di animali bellissimi che sono stanziali a Pianosa da tempi remoti.

La caccia fa parte delle tradizioni locali, può e deve essere inquadrata in un sistema di sana gestione del territorio, ma questo non ha niente a che fare con le stragi legalizzate, finalizzate all’eradicamento, che sembrano diventate l’attività principale del Parco Nazionale.

L’Arcipelago Toscano può diventare un simbolo di perfetta integrazione tra Uomo e Natura grazie all’amore dei suoi cittadini e grazie ad una storia e ad una cultura millenaria che si respira in ogni angolo di queste terre, ma questo Parco continua ad essere fuori sintonia con le nostre aspettative.

Riconosciamo alla presidenza Sammuri dei notevoli progressi rispetto al passato ma riteniamo che la distanza sia ancora molta e forse non dipende dalla volontà delle persone ma dal sistema normativo del Parco Nazionale.

Fondazione Isola d’Elba Onlus

PIANOSA — A proposito della decisione del Parco di eradicare la pernice e il fagiano da Pianosa, si registra un intervento da parte di Michele Rampini.

“In relazione al provvedimento del Direttivo del Parco – si legge in una nota – che prevede l’eradicazione del Fagiano e della Pernice dall’Isola di Pianosa, mi domando se questa sia la decisione più giusta e appropriata. Si afferma che questi volatili, poiché introdotti dall’uomo nel 1800, non rappresentino una popolazione faunistica autoctona e quindi vadano eliminati dall’ambiente in cui in realtà sono nati da generazioni. Non si spiega né si afferma che siano pericolosi per altre specie né tanto meno per l’uomo. Allora mi domando perché tale furia contro degli animali che se inseriti in altri ambienti potrebbero non essere capaci né di sfamarsi o peggio facile preda dei cacciatori perché del tutto spaesati. Detto questo ovviamente non sono contro una caccia regolamentata, ma contro un facile sterminio. Essere cacciatori vuol dire anche competere con chi è cacciato. La pervicacia nel perseguire la teoria per cui in un territorio deve essere salvaguardata ad ogni costo e senza ragionevolezza la purezza di una fauna autoctona, mi sembra – conclude Michele Rampini – che rasenti una specie di razzismo faunistico”.

Aerial view of Elba 2.jpg

Vista aerea dell’Isola d’Elba – Fonte dell’immagine: Wikipedia – Di Mjobling – Opera propria, CC BY 3.0, Collegamento

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Eventi Pro Natura Firenze: Maldifiume – Incontro con la scrittrice Simona Baldanzi

PRO NATURA FIRENZE

 

associazione di promozione sociale fondata nel 1974

aderente alla Federazione Nazionale Pro Natura

 

 

 

MERCOLEDI’ 21 NOVEMBRE

ore 17,30

Incontro con la scrittrice Simona Baldanzi, vincitrice del premio nazionale “Sergio Maldini” per la letteratura di viaggio, col suo bellissimo “Maledifiume”, dedicato all’Arno, che ha percorso a piedi, dalla sorgente alla foce. Con lei, discuteremo dello stato attuale del fiume e di coloro che vi stanno lavorando

per restituirlo al suo ruolo di componente imprescindibile della comunità.

 

presso Allianz Bank, Piazza Savonarola 6, Firenze

 

L’incontro è aperto a tutta la cittadinanza. Si prega la massima puntualità.

 

 

Sono ancora aperte le iscrizioni per la visita all’Istituto Geografico Militare prevista per Venerdì 7 Dicembre, alle ore 10,00. La partecipazione è gratuita.

Occorre prenotarsi telefonando entro e non oltre il 28 novembre al 3488738314.

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Lettera della Federazione Nazionale Pro Natura al Presidente del Consiglio dei Ministri

La Federazione Nazionale Pro Natura ci ha inviato una importante lettera indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri, prof. Giuseppe Conte, invitando i nostri lettori e amici a leggerla, a riflettere e, se possibile, a divulgarla. Pubblichiamo l’intero testo della lettera in questa pagina. Inoltre è possibile scaricare la lettera nel formato PDF dal link a fondo pagina.

FEDERAZIONE NAZIONALE PRO NATURA

15 novembre 2018

Via Pastrengo 13
10128 Torino
Tel. 011.5096618
E-mail: info@pro-natura.it
PEC: federazione.pronatura@pec.it

Prof. Giuseppe Conte
, Presidente del Consiglio dei Ministri

presidente@pec.governo.it

Egregio Sig. Presidente,
le tragedie di questi giorni causate da eventi meteorologici particolarmente violenti, che hanno riguardato numerose Regioni italiane, dal Veneto al Friuli Venezia Giulia, dalla Liguria alla Sicilia, evidenziano, ancora una volta, la fragilità del nostro territorio. 
Fragilità le cui cause sono riconducibili in parte alla conformazione fisica della Penisola ma anche e soprattutto ad una gestione del territorio incauta e talvolta sconsiderata, che sempre più si appalesa quando imperversano condizioni atmosferiche estreme. Abbiamo assistito inermi alla furia degli elementi ed alle catastrofiche conseguenze in molte Regioni del nostro paese: frane, allagamenti, intere foreste distrutte e morti.
 Ed intanto piangiamo in maniera corale le vittime.
In queste occasioni molte persone si sentono smarrite e guardano con diffidenza alla natura che appare matrigna e crudele.
 Nel 2018 si continua a piangere vittime per i disastri ambientali, perché per più di 60 anni questo Paese non è stato in grado di portare avanti delle visioni lungimiranti e trattare il territorio ed i fiumi nella maniera adeguata.
 I dati CNR e ISPRA parlano di oltre 2000 vittime e oltre 500 mila sfollati con danni fino a 3,5 miliardi di euro l’anno; ben 6.183.364 persone vivono in aree a rischio. Si tratta di cifre insostenibili per un paese come il nostro che si ritiene “civile” e che ha inserito nell’articolo 9 della sua Costituzione il rispetto del paesaggio.
 In più circostanze abbiamo cercato di richiamare l’attenzione dei governi e delle autorità locali sulla necessità di mettere mano ad una manutenzione del territorio in grado di evitare le tragedia a cui abbiamo assistito, in modo da attenuare i dissesti ecologici e ambientali che hanno devastato e alterato l’aspetto paesaggistico e l’assetto di interi territori.
 Oggi non mancano le competenze e le conoscenze scientifiche per evitare che quanto accaduto diventi normalità nel prossimo periodo, finanche ad aggravarsi. È necessario porre questo obiettivo tra le priorità invece che versare lacrime di coccodrillo, piangendo altri morti in futuro. 
La tragedia di Casteldaccia, in Sicilia, ha notevolmente colpito la sensibilità pubblica.
 Non si dimentichi tuttavia che i membri della famiglia, uccisi dalla furia delle acque, risiedevano in una villetta costruita addirittura nell’alveo di un fiume.
 Non si può concepire che dal 2008 la casa abusiva di Casteldaccia sia divenuta una tomba per vittime inconsapevoli invece di essere demolita come le norme prevedono. 
Il luogo in cui si è consumata la tragedia è una zona ad altissima pericolosità secondo il Piano di Assetto Idrogeologico e l’edificio abusivo non era neanche segnato sulle mappe. 
Di abusivismo ormai si muore!
 I fiumi devono avere sempre il loro spazio di espansione e non devono assolutamente essere divorati o ingabbiati. È necessario un cambiamento radicale rispetto alle opere tradizionali di difesa dalle alluvioni.

Fondamentale rimane la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua come riconosciuto dalla Direttiva Alluvioni (2007/60/CE). Tale direttiva chiede di mettere in atto tutte le sinergie possibili tra obiettivi di qualità ecologica dei fiumi e riduzione del rischio idraulico applicando un approccio mirato a dare “più spazio ai fiumi”. La stessa Direttiva afferma che i Piani di Gestione del Rischio di alluvioni “al fine di conferire maggiore spazio ai fiumi” dovrebbero comprendere, ovunque possibile “il mantenimento e/o il ripristino delle pianure alluvionali”, ovvero interventi di riqualificazione morfologica.

Il ruolo del Governo è importantissimo. È necessario pianificare e fare programmazione per la corretta gestione dei bacini idrografici, che vanno controllati e tutelati seguendo le direttive comunitarie. È necessaria innovazione per il nostro patrimonio fluviale che non significa affatto grandi opere ma restituire ai fiumi la naturalità sottratta negli anni, sostituita da una visione semplificata ed ingegneristica dei corsi d’acqua. Bisogna tornare a fare pace con la natura e cominciare a chiederle scusa, abbassare la testa e fare un passo indietro.

Tutto ciò lo andiamo ripetendo da anni, decenni, purtroppo inascoltati.
 Proprio mentre la furia delle acque si era appena ritirata dal luogo in cui due famiglie, tra cui alcuni bambini, avevano trovato la morte e intere foreste subivano la devastazione a causa dei venti quasi ciclonici che si abbattevano all’interno di vallate alpine, un Ministro del suo Governo, senza neppure attendere una puntuale conoscenza dei fenomeni, dei loro effetti sulle cose, sulla natura e sulle persone, ancora prima dell’individuazione delle cause, non trovava nulla di meglio che puntare l’indice sugli ambientalisti definendoli “ambientalisti da salotto”.
 Non sono certo state ispirate dai naturalisti e dagli ambientalisti le alterazioni di gran parte dei corsi d’acqua, degli alvei e delle foci così come certamente non sono stati gli ambientalisti ad ispirare gli abusi edilizi e i condoni che negli anni si sono susseguiti, compreso l’ultimo, quello che riguarda le aree terremotate di Ischia, che proprio il Governo da Lei presieduto ha varato.
 Ci meraviglia, Signor Presidente, che non si sia sentito in dovere di correggere le dichiarazioni di un suo Ministro o, quanto meno, di attenuarne la gravità e l’inopportunità in quella drammatica circostanza. Così come ci meraviglia il fatto che neppure il Ministro dell’Ambiente non abbia trovato nulla da correggere nelle dichiarazioni rilasciate da un suo collega di Governo.
 Da parte nostra, seppure con amarezza, prendiamo atto dell’orientamento manifestato dal Ministro e, purtroppo, anche della condivisione all’interno del Governo.
 Settant’anni di vita della Federazione Nazionale Pro Natura, celebrati proprio quest’anno, sono una storia sufficiente per rigettare inopportune e offensive affermazioni. 
Rigettiamo tale espressione, ritenendola assolutamente indegna di un Ministro della Repubblica, rivolta per altro ad una componente sociale, culturale e scientifica del nostro paese che ha cercato sempre un approccio costruttivo con le istituzioni.
 Se da un lato possiamo sentirci come ambientalisti e naturalisti offesi da volgari affermazioni dall’altro ci sentiamo ampiamente ripagati dal riconoscimento che il Presidente della Repubblica, ha voluto fare l’onore di riservarci in occasione delle celebrazioni per i nostri 70 anni.
 La nostra speranza è che alle esternazioni offensive, non facciano seguito interventi sul territorio che aggravino ulteriormente il quadro drammatico che si è creato. Da parte nostra continueremo a fornire la nostra collaborazione ma anche a denunciare quegli interventi che riteniamo dannosi per la natura e per l’ambiente.
Ringraziando per l’attenzione, porgiamo distinti saluti.

Il Presidente La Vicepresidente (Prof. Mauro Furlani) (Dott.ssa Piera Lisa Di Felice)

 

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DOPO L’APOCALISSE

A cura di Gianni Marucelli

La terribile bufera di vento e pioggia che si è abbattuta sull’Italia nei giorni scorsi ha devastato e distrutto alcune tra le più belle foreste di conifere delle Alpi.

Ad esempio, la stupenda Val Visdende, e la più nota Alpe di Paneveggio, dove la foresta dei Violini, così chiamata perché il prezioso legno degli abeti rossi veniva impiegato in liuteria fin dai tempi di Stradivari (che qui veniva a scegliere il materiale per i suoi strumenti), è praticamente stata annientata. L’elenco è lungo, e ferisce profondamente l’animo di chi ama queste montagne.

È difficile anche azzardare una stima del numero di piante abbattute dal cataclisma: i forestali contano, com’è loro costume, i danni in metri cubi di legname; ma ogni abete, ogni larice è un essere vivente, ucciso da una tempesta quale non si ricorda sia mai accaduta… probabilmente, sono milioni.

Che cosa è accaduto a tutti gli altri organismi che vivevano in questi boschi? La dottoressa Paola Favero, dirigente dei Carabinieri Forestali di Vittorio Veneto, in un’intervista afferma che probabilmente sono stati anch’essi uccisi. Caprioli, cervi, martore, lepri, uccelli di ogni specie, e tutti gli altri animali, a centinaia di migliaia, sono morti.

Il disastro è totale, irrimediabile se si ragiona in termini di temporalità umana.

Ci vorranno decine e decine di anni per riportare queste zone all’aspetto che avevano solo dieci giorni fa.

Gli esperti già discutono se sia opportuno ripristinare il bosco escludendo in parte gli abeti rossi, in favore dei larici e dei faggi. Comunque sia, bisognerà ragionare pensando che le temperature medie alpine aumenteranno ancora, nei prossimi anni, e quindi effettuare delle scelte molto ponderate in relazione ai cambiamenti climatici e alla loro mitigazione.

 

Purtroppo, non si torna indietro: chi s’illude che cambieremo le nostre abitudini energetiche e che, di colpo, il problema si risolverà da solo, dovrà rassegnarsi davanti alla inequivocabile realtà dei fatti.

Di fronte a questo disastro, come ambientalisti ci sentiamo solo di suggerire alcuni interventi immediati che, pensiamo, non incontreranno l’opposizione di nessuno (se non dei soliti idioti).

Agire con tempestività sui versanti dove la vegetazione è scomparsa, per evitare frane disastrose; cercare di contenere il rischio-alluvioni mettendo in sicurezza i tanti torrenti e fiumi a carattere torrentizio che insistono in queste zone; vietare l’attività venatoria e ogni altro intervento umano di sfruttamento della montagna.

Regole che sembrerebbero logiche, ma che tuttavia sappiamo già che si scontreranno con i corporativismi e i piccoli egoismi locali.

Infine: non lesinare le risorse economiche. Di fronte ai cataclismi, è giusto “fregarsene” del deficit e degli eventuali proteste europee.

Fonte della fotografia: www.mountlive.com

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Il N° 10, anno V, Novembre 2018 è on line

Il n° 10, anno V, Novembre 2018 della nostra rivista è disponibile al download. Potete accedere alla pagina dedicata ai numeri della rivista nel formato PDF cliccando il link al termine dell’articolo o accedendo dalla home page e cliccando nel menù “Scarica la Rivista”.


Hanno collaborato in questo numero: Gianni Marucelli, Mariangela Corrieri, Carlo Menzinger di Preussenthal, Roberto Zeloni, Alberto Pestelli

In questo numero

Pagina 3
Editoriale del direttore a cura di Gianni Marucelli
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Pagina 5
La caccia – a cura di Mariangela Corrieri
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Pagina 10
Cartolina dal Portogallo: Cascais, l’esilio dei re – a cura di Gianni Marucelli
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Pagina 14
Reportage fotografico della gita di Pro Natura Firenze al Museo Internazionale della Ceramica di Faenza – a cura di Alberto Pestelli
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Pagina 19
Sardegna: il Castello della Fava a Posada – a cura di Gianni Marucelli – fotografie a cura di Gianni Marucelli & Alberto Pestelli
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Pagina 23
L’acquarello – Parte 3 & 4 – Un racconto di Roberto Zeloni
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Pagina 27
Il cipresso – un racconto di Carlo Menzinger di Preussenthal.

 

Potete entrare nella pagina “Scarica la Rivista”

cliccando QUI

 

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Cartolina dal Portogallo: Cascais, l’esilio dei re

Articolo e fotografie di Gianni Marucelli

A poco più di mezz’ora di treno da Lisbona, affacciata sulla costa atlantica poco al di fuori del grande estuario del Tejo (Tago in spagnolo), la cittadina di Cascais porta un nome che risuona familiare agli italiani della mia generazione (e a coloro che conoscono la storia recente del nostro Paese in particolare). Vi andò esule il Re di Maggio Umberto II di Savoia, così chiamato perché, appunto, il suo periodo di regno fu limitato al quinto mese del 1948, e terminò col fatidico referendum del 2 giugno, con il quale l’Italia scelse, a maggioranza, la forma istituzionale della Repubblica.

Allora, Cascais era già nota per esser divenuta un luogo di villeggiatura piuttosto frequentato dal bel mondo, ma, certo, non era ancora meta di un turismo di massa che ancora non esisteva.

Adesso, assieme alla confinante Estoril, famosa in primis perché vi si svolge il Gran Premio del Portogallo di F 1, costituisce un ameno e frequentatissimo punto d’attracco per il naviglio da diporto, e insieme una stazione di balneazione elegante e visitatissima.

Sinceramente, dubitiamo che i sovrani esiliati la sceglierebbero nuovamente come loro sede: troppa confusione, troppa gente di tutti i ceti sociali, troppo esigue le possibilità di sfuggire alla persecuzione dei mass media.

Per i comuni mortali, invece, è un luogo in cui è piacevole passeggiare, magari restando al di fuori delle affollatissime vie – due o tre – del centro storico, colme di ristoranti e negozi, spesso gestiti da famiglie italiane, giunte qui quando la presenza dell’ex re costituiva un polo d’attrazione per i pellegrinaggi dei monarchici.

A proposito, dobbiamo ricordare che Umberto di Savoia risiedeva in una grande villa che portava – e non si poteva dubitarne – il nome di Italia; i suoi discendenti l’hanno alienata a una società che ne ha fatto un Hotel di gran lusso – più di cento stanze, compresa, ovviamente, la suite reale…

Ci aggiriamo per le vie del paese, senza una meta precisa, in quanto abbiamo poco tempo e non possiamo visitare il paio di musei locali che varrebbe la pena di vedere: il Museo do Mar (reperti archeologici) e il Museo Conde de Castro Guimaraes; quest’ultimo, però, è interessante soprattutto per la bella villa dei primi del ‘900 che lo ospita, una costruzione in stile composito, noi forse diremmo un Liberty assai spinto, che potrebbe ricordare, in piccolo, il Castello di Sammezzano (Firenze). L’industriale irlandese del tabacco, che lo fece costruire, di certo vi spese una fortuna, se s’include il grande bellissimo parco, oggi pubblico, che lo completa sul retro.

È una sosta assai piacevole quella in mezzo al verde, costituito in larga parte da piante esotiche e rallegrato dalla presenza di animali domestici quali galline (con corteo di relativi pulcini) e pavoni, nonché germani reali nei laghetti.

Non distante dalla Villa Conde de Castro, sulle rive dell’Atlantico si erge il faro di S. Marta, a strisce bianche e rosse, e, immediatamente nell’interno, un’altra villa delle stessa epoca della precedente, il Palacio da Pena, in cui colpiscono gli alti camini in stile anglosassone. Davanti e più oltre, una bella pista ciclabile inviterebbe a pedalare verso la Praya do Guincho e il Cabo da Roca, il punto più occidentale del continente europeo. Di fronte, l’oceano immenso per migliaia di chilometri, fino all’isola di Madeira, a mezza strada tra il Vecchio continente e l’America.

Noi, invece, ce ne torniamo verso il centro, passando davanti alla grande fortezza (oggi ospita alberghi) che difendeva la costa. Sulla spiaggia, nei pressi del porto, molti prendono ancora il sole o si tuffano nelle acque (siamo ai primi di Ottobre), invero più gelide di quelle cui siamo abituati noi mediterranei. Qui sarà forse il caso di sottolineare che Cascais si trova più o meno alla stessa latitudine di Reggio Calabria, quindi non è il caso di meravigliarsi più di tanto.

A ricordare che questa cittadina è stata, ed è ancora oggi, terra di pescatori, accanto ai bagnanti riposano centinaia di gabbie, forse destinate all’allevamento e al trasporto delle aragoste o di qualche altra creatura marina.

Abbiamo appena il tempo per proseguire verso la stazione, dove ci attende il treno per Lisbona, e di rivolgere un pensiero a quei sovrani in esilio che con ogni probabilità hanno contribuito a far le fortune di questo ex modesto villaggio, senza riceverne in cambio nessun ricordo visibile – forse una lapide su qualche muro, ma non è certo – prima di lasciare Cascais. Se andrete in Portogallo, una visita è comunque consigliata…

Galleria fotografica – Foto di Gianni Marucelli

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