TANTO, LORO NON VOTANO (INTERVISTA COL LUPO)

a cura di Gianni Marucelli

 

Ho scritto questo breve articolo alla vigilia delle elezioni del 26 maggio, che, come si sa, riguardano il Parlamento Europeo, ma anche tante realtà locali del nostro Paese. Per correttezza viene pubblicato on line il giorno dopo le elezioni… correttezza che alcuni “vincitori” non hanno pensato di usare durante il giorno di silenzio elettorale…

 

Per scrupolo di coscienza, inoltre, ve lo propongo in forma di “Intervista con il Lupo”, incontrando un vecchio amico che ha già avuto modo di rilasciare qualche dichiarazione – ormai diversi anni fa – alla nostra rivista. L’appuntamento è nel luogo consueto, nella foresta ma non distante dalla strada che porta al Passo di Bocca Trabaria, tra Toscana e Marche, sull’Alpe della Luna.

  • Lupo, ci sei? Ho il registratore già acceso, fatti vedere!
  • Devo proprio? I tempi non sono sicuri, preferirei restare nel folto della macchia…
  • No, dài, sono un amico. Ci siamo conosciuti qualche anno fa…
  • O Dio, all’aspetto sei messo maluccio, però il puzzo di umano è lo stesso, me lo rammento perfettamente. Proprio per dovere di ospitalità, eccomi!
  • Hai detto che “mala tempora currunt”…o, scusami, ho usato un’espressione latina…
  • Che io conosco meglio di te. Il latino, tantissimo tempo fa, l’ha imparato un mio avo, direttamente da un fraticello mezzo pazzo che si era invaghito di lui, non si sa perché. Ce ne trasmettiamo i rudimenti di padre in figlio. Comunque, questo è un periodo oscuro, per noi Lupi. In tanti ambiscono a farci la pelle legalmente, una buona parte ci ammazza illegalmente, tanto poi è lo stesso. Di fatto, siamo già oggetto di persecuzione razziale, o non te ne rendi conto? Proprio come gli Ebrei tedeschi prima della Notte dei Cristalli… o quei disgraziati sui barconi prima del Decreto S…
  • Zitto! Mi vuoi rovinare? Ma ti sei ripassato la storia, prima di questa intervista?
  • Incidentalmente, nella discarica cui ogni tanto faccio ricorso d’inverno, quando c’è neve alta e la fame batte, ho trovato vecchi libri di storia gettati nella pattumiera, tanto non servono più. Pare che nelle vostre scuole non si insegni, ora nemmeno questa materia. Sì, ho letto qualche pagina, qua e là, più per distrarmi dal freddo che per vero interesse. Sei sbiancato e ora sudi: l’avevo intuito che eri messo male.
  • E tu, caro Lupo, stai perdendo tanto pelo e il muso ti è diventato bianchiccio: insomma, invecchi!
  • Premesso che sta iniziando la primavera, e quindi è logico che stia sfoltendo il mio abito invernale, il tempo passa per tutti. Qui in foresta, però, non abbiamo riscaldamento, né autonomo né condominiale, e cacciare tutti i giorni non è che rappresenti per noi una forma di sport. Insomma, stavo dicendo, anche prima del Decreto…

  • Non si fanno nomi, per carità! Il concetto è chiaro abbastanza, senza che tu aggiunga altre… indelicatezze! In molti vi vogliono morti, e si danno da fare per modificare le leggi che vi proteggono. Semplice da spiegare, senza tirar fuori Hitler e… ahi!
  • Che ti prende? Io non ti ho morso, nemmeno ti ho fatto pipì sul piede, e sì che ne avrei voglia!
  • No, mi son morso io la lingua, per non far nomi!
  • Bah, voi umani, chi vi capisce… comunque, se me ne dai un pezzetto, l’assaggio volentieri…
  • Dove vai? Via, scherzavo… non ho alcuna intenzione di mangiare carne umana! Che schifo!
  • Però, qualcuno comincia a dire che potreste costituire un pericolo anche per la gente, visto che siete diventati troppi…
  • Stupìdo! Sei proprio stupìdo! Uahuu, che risate, quando ero cucciolo, una volta, d’estate, la mamma mi ha portato a vedere un film in un cinema che avevano improvvisato in mezzo al bosco… e c’era un grassone che apostrofava così il suo compagno magro magro… ecco, sì, voi umani non siete stupidi, no, siete stupìdi! Pensa, io ero nascosto dietro le ultime file e a un tratto un bambino si volta, mi vede, tira la manica al babbo e gli fa: guarda, c’è un cucciolo di lupo, qua dietro! Il padre si volta, mi squadra, e risponde: quello? È un bastardino di samoyedo… sììì! Stupìdo essere umano!
  • Non hai risposto alla mia domanda, non svicoliamo…
  • Allora, a domanda stupida risposta cretina! Da duecento anni almeno si tengono cronache d’ogni genere, da quelle parrocchiali ai giornalacci d’infima categoria fino ai più dotti libri di macro e micro storia… se mi trovi anche un solo episodio di aggressione di uno di noi a un umano, ti regalo la mia tana e tutta la foresta qui intorno…
  • Ma non è mica roba tua…
  • E di chi? Ben prima che quel debosciato di Romolo uccidesse il fratello per quattro jugeri di terra… ti prevengo, è una misura latina…, e anche prima che un altro debosciato preferisse andare a giro per il mare per una decina d’anni piuttosto che tornare a casa da quell’arpia di sua moglie… ebbene, prima d’ogni leggenda o storia umana, qui abitavamo noi. I lupi. E tutte le altre creature, che vivono e respirano e pensano, animali e piante. Insomma, è tutto nostro! E tornerà, un giorno, tutto nostro, quando avrete finito di suicidarvi. Per questo, se accetti e vinci la scommessa, te lo posso tranquillamente donare, per quanto riguarda la mia parte.
  • Chi ti ha insegnato la dialettica?!
  • Il babbo mio, ogni risposta sbagliata una zampata che ti faceva rotolare a valle… sistema semplice, ma efficace, di insegnamento…
  • Comunque, ora come ora è tutto nostro, voi manco avete diritto di voto…
  • Questa è buona! E tu, che diritti credi di assicurarti, tracciando una croce su un foglietto?
  • Pensi che fermerai la distruzione del tuo – purtroppo anche del nostro – ambiente? Credi che vivrai un anno o un mese di più? Supponi che i tuoi figli e i tuoi nipoti saranno più ricchi, intelligenti e felici?
  • Qualunquista! Sei un Lupo qualunquista, vergogna!
  • Ma io non posso votare. Che capperi di qualunquista sarei?
  • Allora emàncipati! Lotta per i tuoi diritti!

  • E’ proprio quello che intendo fare: e il mio primo diritto è sopravvivere, no? Anche gli ebrei la pensavano così, a quei tempi, anche i disgraziati dei barconi di fronte al Decreto…
  • Zittoooo!!! Per pietà!!! Se vincono quelli, mi licenzieranno e inchioderanno la mia pelle in piazza!
  • A noi – a più d’uno di noi – è già successo, di recente. Che effetto fa? Via, non dirò altro.
  • E’ tardi, la mia compagna ha dei cuccioli, devo andare…
  • Dove?
  • Per ora, a caccia, poi in tana e poi, chissà… anche noi Lupi siamo dei migranti…andiamo là dove non ci perseguitano, magari! Addio, giornalista! Vai pure a votare, ci vediamo tra qualche anno, qui. Ammesso che la foresta ci sia ancora…

 

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ALZATI E CAMMINA!

a cura di Carlo Menzinger di Preussenthal

Alzati e cammina!

Sì. Credo sia tempo di dirlo. Di dirlo a noi stessi e a chi ci è vicino. È tempo di camminare. Dobbiamo muoverci, in tutti i sensi.

Dobbiamo muoverci per cambiare il mondo, per salvare un pianeta che stiamo assassinando.

Dobbiamo muoverci per la nostra stessa salute e il nostro futuro di esseri umani e di umanità.

Dobbiamo muoverci e uno dei modi più semplici e immediati per farlo e scendere dalle nostre automobili e camminare.

Camminiamo.

Perché dovremmo camminare? Mi ripeto: per il bene di noi stessi e del pianeta in cui viviamo.

Partiamo da noi.

Camminare ci fa bene perché è un modo per prevenire molte malattie, per mantenerci in salute. Camminare aiuta a dimagrire o restare in forma. Camminare fa bene al sistema circolatorio, al cervello, migliora la risposta immunitaria del nostro corpo e la resistenza cardiaca, aiuta dormire meglio, migliora la postura. Pare che abbia effetti benefici anche su alcune malattie specifiche, come la prevenzione del cancro al seno, la riduzione del colesterolo, l’alta pressione sanguigna, i disturbi cardiocircolatori.

Camminare ci permette di entrare più in contatto con l’ambiente, di scoprirlo nei suoi dettagli, di assaporarlo, di viverlo. E parlo non solo delle campagne ma anche delle nostre città

Camminare ci permette di fare cose lungo il nostro cammino, di fermarci senza impazzire per trovare un parcheggio, di fare piccole deviazioni.

Camminare ci spinge a usare i negozi di quartiere, invece di raggiungere in auto i centri commerciali. Camminare potrebbe, così, aiutare a rivitalizzare l’economia locale e a ricreare la vita di quartiere.

Camminare ci permette di incontrare altre persone, magari di scambiarci due parole.

Camminare ci rende meno stressati, se non altro perché non ci troviamo ad affrontare il traffico, ma anche perché mettendo in movimento l’organismo ci fa sentire meglio.

Camminare ci permette persino di leggere di più. Questo credo sia qualcosa che va spiegato. Quando cammino (ma anche quando guido, a dir il vero) io leggo. Certo non è che vada in giro tipo monaco con il breviario, reggendo in mano un libro, rischiando di sbattere contro passanti o pali. Leggo con il TTS, il Text-To-Speech del mio e-reader. Più che leggere, in effetti, ascolto o “mi faccio leggere”. Il TTS, come gli audiolibri, mi permette di ascoltare libri mentre cammino, attività che aiuta a migliorare la capacità di concentrazione, che aumenta il tempo da dedicare alla lettura e al miglioramento della nostra cultura.

Se pensiamo che camminare ci faccia perdere tempo o che potremmo annoiarci, possiamo dunque non solo ascoltare musica o programmi radio con gli auricolari ma persino leggere!

Camminare, infine, può farci risparmiare i soldi del carburante della nostra auto (magari potremmo persino rinunciare ad averne una e usare car sharing e mezzi pubblici, risparmiando molto di più) o quelli dei biglietti dei mezzi pubblici o la tariffa di un taxi. Possiamo comunque integrare l’uso dei mezzi pubblici con percorsi a piedi.

Camminare ci fa certo risparmiare anche in spese mediche e farmaci, proprio perché ci rende più sani.

E camminare costa poco e nulla (risuolare ogni tanto le scarpe!) e non ha controindicazioni (come altre attività). Può essere considerato uno sport low cost, uno sport che non richiede particolare preparazione e che può essere fatto a ogni livello ed età.

 

Perché camminare può aiutare anche il nostro pianeta?

Gli studiosi dell’ambiente è da tempo che ci mettono in guardia in merito al degrado del nostro mondo, ma ultimamente i loro appelli si sono fatti, giustamente, sempre più pressanti. Ci sono processi in atto che rischiano di diventare presto irreversibili. Il tempo per bloccarli si sta esaurendo. Dobbiamo fare subito qualcosa. Dobbiamo fare subito grandi cose. Dobbiamo subito cambiare molte cose del nostro modo di vivere.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, mantenendo i trend attuali, la temperatura media globale aumenterà di 1,5 °C entro il 2040. Ci resterebbero 12 anni per salvare il pianeta dalla catastrofe climatica.

 

Una delle piccole, grandi cose che possiamo fare è proprio camminare, perché così riduciamo il consumo di carburanti, l’inquinamento che questi producono, il consumo di materiali per produrre automobili, il traffico, gli incidenti, mortali o no, che le auto costantemente producono, miglioriamo la qualità dell’aria delle nostre città.

Non vogliono dilungarmi qui su questi temi, ma mi limito a ricordare che secondo uno studio dell’Health Effects Institute, nel 2016 sono morte 6,1 milioni di persone per l’inquinamento atmosferico e il 95% della popolazione mondiale respira aria pericolosamente inquinata, oltre i parametri consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). E non si tratta di un anno speciale. È sempre così. Fate voi le moltiplicazioni per vedere quanta gente muore in dieci o cento anni.

Le automobili in Europa causano ogni anno 120.000 morti e 2,4 milioni di persone infortunate. Nel mondo, secondo uno studio dell’OMS del 2009, i morti sarebbero 1,3 milioni e i feriti tra i 20 e 50 milioni. Un ecatombe!

Se è vero che è in corso la Sesta Estinzione di Massa, che stiamo perdendo ogni forma di biodiversità, una riduzione dell’uso delle auto potrebbe aiutare a ridurre questo trend drammatico, per il quale dobbiamo fare anche molto altro.

Città in cui la gente riprenda a camminare potrebbero e dovrebbero cominciare a ripensare al verde urbano, creando, oltre alle piste ciclabili, spazi verdi per camminare. Città in cui si possa camminare piacevolmente, aiuterebbero a farlo più spesso.

Meno auto in circolazione potrebbe essere un aiuto per rallentare il surriscaldamento globale.

Non è tempo di smettere di usare le auto? Non è tempo di cambiare?

E se camminando ci casca l’occhio su qualche oggetto di plastica abbandonato, magari, potremmo provare a chinarci e a raccoglierlo, lasciandolo poi negli appositi contenitori.

Pensate di non aver tempo per camminare? Spesso non è vero. Quanto dista il luogo che state per raggiungere? Quanto impiegate ad arrivarci in auto o con un altro mezzo e quanto, invece, a piedi? C’è poi tutta questa differenza? Non può valer la pena lasciare l’auto e metterci qualche minuto in più, ma con tutti questi benefici? Con i cellulari non potete fare camminando cose che siete abituati a fare seduti?

A volte si pensa che per camminare dobbiamo vestirci in modi particolari, andare in posti adatti. Certo sarebbe bene e bello poter camminare in bei posti nella natura, con abiti e scarpe comode. Quando possiamo, privilegiamo queste soluzioni, ma non smettiamo di camminare quando non mancano. Possiamo camminare in città. Possiamo spostarci nei palazzi a piedi anziché in ascensore. Si può camminare ovunque e sempre.

È tempo di camminare.

Alzati e cammina!

Carlo Menzinger di Preussenthal

https://pianeta3.wordpress.com/

www.menzinger.it

 

Firenze, 22/06/2019

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Recensione della raccolta poesie di Iole Troccoli ‘Torneremo agli alberi’

a cura di Carmen Ferrari

Questi versi ci accompagnano in un percorso dove le parole intagliano decise, quanto lievi, una composizione che, attraverso vari stadi, come una sorta di ricerca, cerca un anelito  che giustifichi una ‘assenza’. È questa assenza che permette una dilatazione dell’anima che riesce a guardare i propri e altrui enigmi.


Acqua, aria, terra, sono gli elementi che stringono alleanze, come tra terra e mare in ‘Senza confine’. È questa ‘assenza’ che dentro la privazione di un confine, permette alla parte onirica di sfumare nei versi, esaltando immagini, suoni, sentimenti, stati d’animo non soffocati dal chiarore del giorno: “Sono treno vagante sui binari perpetui alla stazione argentata della stessa fiaba notturna” (Notturna).


Una composizione i cui versi, a volte di delicata tragicità, appaiono e scompaiono nella sequenza che il lettore si aspetta, ma che, invero, ricompongono la sua trama. Lampi di immagini evocative che velocemente si presentano alla scena e si dileguano, ma ci lasciano un segno: “È buono questo pane- sa di neve – di cose sparse sui tavoli di marmo – s’impasta a mani grandi – vecchie svelte – come un fazzoletto girato in fretta – sulla testa” (Questo pane).


Come anime morte vagano i versi in un richiamo a riprendere ciò che gli è stato tolto: “Ho abbandonato tutto – ma sono legata a voi – gentili anime morte – aggancio di volti perduti – nel mio silenzio sfarzoso”  (Ho lasciato tutto).

Così i versi tornano  anche a intonare un canto che cerca i suoi perché – è la vita che canta una nuova iniziazione dopo aver perso la bussola d’origine – “Noi siamo tra i tanti  che persero – la bussola d’origine”. È sempre la vita che si riaffaccia… “Se torno a scrivere…”  (Se)

 

Un viaggio tenero quanto intenso di squarci doloranti dove la sofferenza passa nelle sue varie rappresentazioni e, come nei nostri rituali per superare le prove, l’aiutante magico è la poesia attraverso cui il verso si fa strada  per ricomporre quella ‘mancanza’  e permettere quel tornare agli alberi: “Torneremo quando gli occhi degli alberi – ci guarderanno per primi senza chiudersi…”  e  “…così saremo accesi – e sereni  finalmente – di tutto quanto è stato perso –  con giudizio – lungo il viaggio”  (Torneremo agli alberi).

 
Una raccolta poetica che avanza dentro al nostro stupore, dove l’incanto accende  vibrazioni interiori, stringendo con i versi una ricca fonte interpretativa.

Il ritmo interno delle poesie di Iole Troccoli si giova di una misura libera dei versi, intonati su due-tre accenti, che scandiscono il progressivo ampliarsi e ridursi del respiro della composizione, fino all’isolamento di una parola. Il mare, così presente, sfondo ideale su cui si effonde il cromatismo delle immagini, sembra costituire il paradigma sul cui esempio improntare la base ritmica, una ‘risacca’ che il lettore segue fino a perdersi, dopo l’ultimo verso, nel bianco della pagina vuota.

Carmen Ferrari



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IL PONTE DELLA GIOCONDA E I LADRI DELLA BELLEZZA

a cura di Gianni Marucelli

(Pro Natura Firenze)

Dopo otto secoli attraversa ancora, agile ed elegante sulle sue sette arcate a sesto ribassato, l’Arno, in uno dei suoi punti più larghi: è il Ponte a Buriano, nei pressi di Arezzo. Leonardo lo vide, forse, in occasione del suo servizio in qualità d’ingegnere militare presso Cesare Borgia, il Duca Valentino, ampiamente figlio di Papa e di papà, esempio illuminante di Principe per Niccolò Machiavelli, di crudele tiranno senza princìpi per noi moderni.

Comunque sia, il genio di Vinci apprezzò la struttura e la bellezza del manufatto, tanto che lo volle ritrarre sullo sfondo di quel quadro che si portò appresso, ritoccandolo, fino alla sua morte, quando ne fece dono a Francesco I di Francia, suo benefattore e protettore. La questione, se questo sia appunto veridicamente quel ponte, pur se ancora dibattuta, pare a me bastevolmente appurata, e quindi non vi ci soffermerò ulteriormente, se non per affermare che un ponte il quale, dopo otto secoli di onorato servizio, regge ancora il traffico veicolare, non solo è stato costruito solidamente, ma eccezionalmente bene.

Il quadro cui ho accennato è, ovviamente, l’opera pittorica più famosa del pianeta Terra, quella Monna Lisa del Giocondo che tante menti e ingegni ha ispirato nei secoli, e probabilmente ancora ne ispirerà.

Basterebbe ciò a rendere, di riflesso, illustre il ponte e il luogo che lo ospita, la valle dell’Arno che in questo punto è davvero incantevole; da qui, verso valle, ha inizio un tratto sinuoso e, a tratti, incassato profondamente, che par davvero prenda esempio dai canyon americani. E’ da molti anni zona protetta, la Riserva Naturale di Bandella e della Valle dell’Inferno, che, grazie alla presenza di due dighe, La Penna e Levane, presenta anche zone palustri, davvero interessanti per l’avifauna acquatica.

Verso nord, invece, non esiste altro ponte prima di Castelluccio, piccolo borgo sito nel Comune di Capolona. In questo breve tratto, la riva destra del fiume è davvero poco antropizzata: la località di Cincelli, a poche centinaia di metri dal Ponte a Buriano, nell’antichità ospitava una fornace (gli aretini, prima etruschi poi romani, erano davvero notissimi per la produzione di ceramica “sigillata”, ovvero recante il sigillo – oggi diremmo logo – dell’azienda vasaia che la realizzava).

Da Cincelli, verso nord, hanno inizio le pendici del massiccio del Pratomagno, che separa la Valle dell’Arno dal Casentino. Una stretta strada asfaltata porta da Ponte a Buriano a Castelluccio, un’altra raggiunge il minuscolo borgo rurale di Pieve San Giovanni, ridiscendendo poi per congiungersi alla prima, proprio a Castelluccio. In questo non molto vasto triangolo, che ha per base il corso dell’Arno, i seminativi e gli ex seminativi si alternano a boschetti mesofili di querce – in prevalenza roverella – carpino, ontàno. Tutta la zona è ricca di fauna: ungulati (cinghiali, caprioli, daini), mustelidi (volpe, faina, donnola), lepri, istrici e via dicendo, nonché di rapaci. Il Lupo è presente nei boschi del Pratomagno, e probabilmente, in inverno, frequenta anche queste piagge.

Il luogo è conosciuto, appunto, come Valle delle Piagge, e avrebbe tutte le potenzialità per conoscere uno sviluppo di turismo “alternativo” di tutto rispetto, avendo tra l’altro già alcune strutture (anche di vaste dimensioni) che lo ospitano, sia in Comune di Capolona che nel confinante Comune di Castiglion Fibocchi.

Il problema è che la Valle delle Piagge sta avendo invece, in queste settimane, una certa notorietà sui media locali, non per i suoi pregi naturalistico-ambientali, ma per i rischi che sta correndo: l’amministrazione del Comune di Capolona ha infatti dato parere favorevole, qualche tempo fa, alla concessione a un’azienda aretina di sfruttare proprio questo territorio per realizzare quattro cave, di cui una per la produzione di pietre e le altre tre per sabbie e pietrisco, per un’area molto vasta (cinque ettari più due di fascia esterna solo per un primo intervento) e una profondità naturalmente indefinita. Chi ancora, in questa epoca di ricorso alle calcolatrici del proprio smartphone, sa fare due conti a memoria, è subito trasalito: si tratta infatti di 50.0000 mq di terreno, moltiplicati per i metri di profondità (che non sono mai pochi, quando si tratta di prelevare materiale…).

Fotografia di Gianni Marucelli © 2019

Quindi, le cifre sono impressionanti: calcolate parecchie centinaia di migliaia di metri cubi; tanto per avere un’idea del peso, un metro cubo di inerti di sabbia e pietrisco pesa ben oltre una tonnellata. Inoltre, i due ettari di fascia di “rispetto” saranno percorsi da macchinari pesanti e perderanno ogni connotazione naturale.

In pratica, la Valle delle Piagge sarà devastata, e le ricadute in termini di inquinamento atmosferico (scarichi dei motori, polveri) e acustico andranno ben oltre i suoi confini.

La riflessione che suscita più curiosità è però la seguente: quanto guadagnerà il Comune che ha dato parere favorevole allo sfruttamento? Tanto da sovvenire alle necessità delle fasce meno abbienti della popolazione, o per altri scopi sociali? Il Sindaco lo ha rivelato: 300.000 euro, il costo di un paio di piccoli appartamenti ad Arezzo. Il biblico “piatto di lenticchie” in cambio della primogenitura…

Ha aggiunto, anche, che i soldi saranno spesi per le frazioni del Comune interessate dai lavori: ovverosia, prima ti rovino, poi ti do un contentino!

Infine, ha affermato che la decisione è stata presa in mancanza di qualunque vincolo archeologico o paesaggistico e che, dopo l’uso, e come prescritto dalle leggi, il territorio interessato sarà “ripristinato” a cura della Ditta che ha svolto i lavori. Non ha specificato che è impossibile tornare alla situazione precedente, o anche solo pensarlo, considerando l’enorme sbancamento in una zona in lieve ma costante pendenza e la cui bellezza consta anche dei dossi e poggetti che la animano.

Chi conosce la realtà di una cava sa perfettamente che, se va bene, il terreno, la cui geomorfologia sarà profondamente modificata, verrà spianato, e ci vorrà del bello e del buono per riportarvi una parvenza di vegetazione. Questo, senza considerare che anche il regime idrografico risulterà profondamente alterato.

Se, invece, va male, ossia, come capita spesso, la Ditta non vuole o non è in grado di ottemperare agli impegni presi, pur avendo versato una fidejussione, le grandi cavità resteranno quali sono, oppure, chissà, è già successo molte volte, saranno utilizzate come discariche. Autorizzate, beninteso, tanto chi si ricorderà com’era questa vallata tra una decina o una ventina di anni? Quanto saranno cambiati, nel frattempo, i regolamenti oggi vigenti?

Ma non è ancora finita. Nella sua visione delle cose, l’Amministrazione comunale di Capolona ha creduto bene di risparmiare, almeno nelle intenzioni, il passaggio dei camion da cava, sei giorni su sette e per un tempo indefinito, ma certo lungo, agli abitanti del proprio capoluogo, riversando sia il traffico pesante che i relativi disagi da inquinamento atmosferico e acustico su quelli del Comune confinante. Il quale, ovviamente, ha gridato il suo NO, come anche il Comune di Arezzo e la Provincia omonima.

Intanto, gli abitanti della zona interessata dal progetto della cava hanno costituito un apposito Comitato, per opporsi, con ogni mezzo, allo scempio che si prospetta; non è neppure mancato loro l’apporto di uno dei Vice-presidenti della Regione Toscana, la quale peraltro, forse per non aver valutato bene le dimensioni e la qualità dell’impatto ambientale, ha inserito il progetto nel proprio Piano Cave.

Non sappiamo quindi, ad oggi, quale esito avrà la vicenda. Possiamo però introdurre una riflessione più generale: in un momento di crisi, nel quale i Comuni devono affrontare con poche risorse, divenute minime dopo la Legge di Stabilità, varata dal Governo nel 2013 – le necessità amministrative ordinarie e straordinarie, è logico (ma non giustificabile) che alcuni tendano a sfruttare il più possibile ciò che offre il loro territorio, senza starsi a porre troppe domande sulla sostenibilità ambientale, o meno, delle loro operazioni. È il caso, appunto, delle attività estrattive.

In un suo dettagliato rapporto sulla situazione delle escavazioni di materiali inerti in Italia, datato 2017, Legambiente sottolineava come la Toscana sia una delle regioni italiane che si è dotata di un suo Piano-Cave, a differenza – orrore! – di altre regioni dove, a quanto pare, non esiste alcuna regola precisa. Aggiungeva, però, che questa regione è già abbastanza deturpata dalla presenza di attività estrattive di questo genere: sarebbe bastevole portare l’esempio delle Alpi Apuane, la bellissima catena montuosa prospiciente il mare che è ormai stata ampiamente depredata del suo marmo prezioso.

Anche in quel caso, come, se avverrà, in quello della Valle delle Piagge, non si sarà derubato una zona solo della sua terra e delle sue pietre (beni di cui non si “produce” più neppure un grammo!), ma anche della sua Bellezza.

Una Bellezza che, nel nostro caso, certo lo sguardo di Leonardo da Vinci apprezzò, e che non sarà più disponibile né ricreabile. Per nessuno.

Fotografie di Gianni Marucelli © 2019

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Assemblea Pro Natura Toscana

Sabato 18 maggio si è tenuta l’Assemblea delle Associate di Pro Natura Toscana facenti parte della Federazione Nazionale Pro Natura. Erano presenti i rappresentanti di Pro Natura Firenze, Guardie Nazionali della Natura, Associazione Alkedo ONLUS e Pro Natura Valdarno. Ecco il sunto della discussione.

Il 18 maggio 2019, si è riunita l’Assemblea regionale di Pro Natura Toscana (organo della Federazione Nazionale Pro Natura) costituita dai rappresentanti di tutte le associate della Federazione Nazionale Pro Natura.
L’Assemblea si è tenuta presso la sede sociale delle Guardie Nazionali della Natura a Pieve a Nievole (Pistoia). Erano presenti i rappresentanti delle Associazioni Pro Natura Firenze, Pro Natura Valdarno, Associazione Alkedo ONLUS e Guardie Nazionali della Natura appartenenti alla Federazione Nazionale Pro Natura a norma dell’articolo 5 dello Statuto Sociale della Federazione. L’assemblea ha iniziato i lavori in seconda riunione alle ore 11,00 con la nomina del verbalizzatore e i saluti del Coordinatore regionale Gianni Marucelli che ha illustrato anche una breve relazione sulla attività del coordinamento negli anni 2016-2019 e dell’Assemblea Nazionale della Federazione avvenuta a Montecchio Emilia. Marucelli fa presente che sono solamente 4 le associazioni accreditate presso la Regione Toscana in ambito ambientale tra cui la Federazione Pro Natura. Ogni rappresentante ha poi esposto le linee guida sull’accoglimento di nuove adesioni specialmente quelle nell’ambito della vigilanza ambientale ed ha auspicato un allargamento a tutte le province della Regione Toscana con l’accoglimento di nuove associazioni.
Sono stati introdotti e presentati dal Coordinatore regionali i nuovi candidati alle cariche sociali, che vengono eletti a maggioranza assoluta: Gianni Marucelli come Presidente Coordinatore, Lorenzo Belli come Segretario e Antonio Ruggiero come Responsabile vigilanza.
E’ emerso dalla discussione che la rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” (www.italiauomoambiente.it) che ha migliaia di contatti mensili può essere un utile strumento per le federate per la comunicazione delle attività e di aggregazione del coordinamento. Vengono pertanto condivisi i contatti e le linee guida per la pubblicazione di informazioni delle varie associazioni per i prossimi numeri della rivista.
Ruggiero pone la questione di attivazione di Pro Natura Toscana come associazione attiva e accreditata per la protezione civile e il Coordinatore Marucelli accoglie la proposta da sviluppare nei prossimi anni dando però priorità ad una migliore conoscenza reciproca ed attiva all’interno del coordinamento. Per Incrementare la partecipazione delle federate e aggregate viene proposto un giro di visite nelle sedi regionali per scoprire le varie attività delle singole associazioni.

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Toscana

MERAVIGLIE E SORPRESE NEL PARCO DELLA MAREMMA

Un lungo itinerario a piedi tra i Monti dell’Uccellina e il mare

a cura di Gianni Marucelli

È più conosciuto col vezzeggiativo di Parco dell’Uccellina, il Parco Regionale toscano della Maremma, perché percorso dalla catena Monti dell’Uccellina, in realtà colline di poco più di quattrocento metri di altezza che fronteggiano il Tirreno.

Se questo stupendo lembo di costa è rimasto pressoché intatto, non subendo l’aggressione della lottizzazione selvaggia degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che ha cementificato larga parte del litorale del nostro Paese (3000 e passa km.!), lo si deve soprattutto al caso.

Infatti, per decenni questo territorio fece parte del patrimonio dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi, che lo sfruttò prevalentemente a scopi agricoli e forestali, senza intaccarne l’integrità.

A partire dagli anni ’60, il nascente mondo dell’associazionismo ambientalista e quello accademico-scientifico fecero pressione perché si addivenisse alla creazione di un Parco, che fu possibile realizzare – mercè anche l’intervento di un uomo di Stato molto saggio quale fu Ugo La Malfa – alla metà degli anni ’70.

Oltre ai Colli dell’Uccellina, il Parco comprendeva e comprende tuttora la preziosa area palustre della foce del Fiume Ombrone, luogo di sosta e di nidificazione per tante specie di avifauna acquatica, e una vasta pineta a pino domestico (Pinus Pinea) e Pino Marittimo (Pinus Pinaster), che precede, tra i rilievi e il mare, le dune sabbiose ricche di rara vegetazione psammofila (amante della sabbia).

A differenza della maggior parte delle aree protette del nostro Paese, l’accesso al Parco, o almeno alle sue aree più preziose, è consentito ai visitatori solo a pagamento e nelle ore diurne; nella stagione più “delicata” per il rischio di incendi, cioè l’estate, chi vuole visitare il Parco deve scegliere il proprio itinerario tra quelli proposti e aggregarsi alle visite organizzate gestite da apposite Guide.

Quindi, il nostro spassionato consiglio è quello di gustarsi questa eccezionale zona naturalistica a primavera (quando inizia la fioritura) o in autunno; ma sono gradevolissime anche le belle giornate invernali, quando a farvi compagnia sui sentieri ci saranno solo i Guardaparco, i cinghiali, i caprioli e… qualche volpe adescatrice!

Per fornirvi ulteriori motivazioni, abbiamo percorso per voi una trentina di chilometri del Parco, rigorosamente a piedi, con partenza dal Centro Visitatori che si trova ad Alberese, a ridosso del versante interno delle colline e a soli otto chilometri dalla Statale Aurelia.

Anche se il tempo è incerto, la primavera è già inoltrata e i Cisti, sia quelli bianchi che quelli violacei, mostrano le loro corolle dischiuse.

L’itinerario che seguiamo (A 1) prima attraversa prati e oliveti – in mezzo alle erbe alte si dileguano rapidi dei caprioli – poi inizia a salire tra la macchia e un bosco termofilo in cui prevalgono lecci e roverelle, insieme al carpino campestre. Le ginestre dei carbonai, numerose ai lati della mulattiera, ci ricordano col loro nome che per secoli la Maremma fu terra di fatica, per molti operatori del bosco, tra cui appunto i carbonai, che venivano da lontano e restavano qui per mesi vivendo in condizioni assai disagiate.

Saliamo agevolmente: la strada bianca, come altre piste del parco, si presta anche a chi la percorre in mountain bike, e molti infatti sono i biker che ci superano.

La nostra prima meta non è lontana: proprio alla sommità delle colline, in una vasta sella, gli imponenti ruderi di quella che fu, molti secoli fa, l’Abbazia più potente di questo territorio, che le apparteneva interamente: San Rabano. Poco dopo il Mille l’ordine benedettino eresse qui un monastero, dotato di una chiesa a croce latina con volte a crociera, affiancata da un’alta torre campanaria, cui si giustappone, dall’altro lato del complesso un’altra torre i cui fini erano solo difensivi. I ruderi, un tempo non troppo lontano coperti da una macchia intricata, sono stati portati alla luce e resi leggibili dai visitatori con una cartellonistica che, con un semplice codice informatico, può essere captata dal vostro smartphone, che diverrà la vostra guida. Il luogo è estremamente suggestivo e chi ha una macchina fotografica si potrà sbizzarrire a immortalarne i minimi particolari. L’Abbazia fu abbandonata intorno alla metà dl ‘400, quando ancora era possedimento della Repubblica di Siena, e intorno a queste colline vi erano solo macchie selvagge e paludi malariche, frequentate per di più da briganti.

Da questo luogo si dipartono due vie: una si mantiene più o meno sul crinale delle alture, l’altra scende ripida verso la costa, nella zona dove sorgono ancora le torri di avvistamento erette contro i pirati saraceni, le cui scorrerie tormentarono per un millennio le coste e le isole dell’arcipelago toscano.

Chi ama i panorami mozzafiato percorrerà, come noi, quest’ultima, che attraversa la macchia. Questa impedirebbe la visuale, ma il Parco ha intelligentemente innalzato un paio di piazzole sospese, dalle quali ci si affaccia per rimanere incantati a osservare: l’isola del Giglio si staglia proprio di fronte, più lontano l’inconfondibile sagoma di Montecristo e il profilo dell’Elba.

All’orizzonte, se è limpido, sono visibili le montagne della Corsica.

A sinistra, le aspre scogliere e i ripidi versanti dei monti dell’Uccellina coperti dalla macchia, interrotta dalla sola, remota spiaggia di Cala di Forno, e più oltre ancora il promontorio dell’Argentario. A destra, la vasta pineta percorsa dal canale di bonifica lungo il quale è situato il sentiero che percorreremo tra poco, e la spiaggia quasi deserta fino a Marina di Alberese. Oltre, si intuiscono l’ampia foce dell’Ombrone Grossetano, e le Paludi della Trappola.

In Italia, pochi paesaggi costieri sono così belli e suggestivi!

La discesa termina nell’antico oliveto di Collelungo, sotto le cui piante plurisecolari consumiamo la colazione. Raggiungiamo la spiaggia: zona “franca”, raggiungibile senza biglietto camminando lungo il mare, e per questo la più frequentata.

Da qui, attraverso la pineta, ci dirigiamo lungo l’antico canale di bonifica verso la parte occidentale dei Monti dell’Uccellina, ricche di grotte dove sono state ritrovate tracce della presenza di popolazioni Paleolitiche che qui vivevano di caccia e di raccolta di frutti del bosco, come testimoniano ossa pertinenti a orsi, leoni, cervi, buoi primigeni e altri animali che ne costituivano le prede. Un breve ponticello immette, scavalcando il canale, in questo zona: ha il suggestivo nome di Ponte delle Tartarughe, in quanto il fosso è in genere ricco di testuggini palustri che qui stanno a prendere il sole, come da me constatato altre volte: ma oggi non se ne vede neppure una.

Viceversa, si levano in volo un airone bianco e uno cinerino, mentre dai prati vicini le vacche maremmane dalle lunghe corna osservano placide, lasciate libere al pascolo.

Nei loro pressi, spicca la presenza dei piccoli aironi guardabuoi, che approfittano delle zolle sollevate dai quadrupedi per cibarsi di insetti e vermi.

Ed ecco la sorpresa: mentre osserviamo il canale, dalla curva del sentiero sbuca, niente affatto preoccupata dalla nostra presenza, una bella volpacchiotta, che, invece di cambiare strada e noncurante delle nostre esclamazioni, mi passa accanto, si sofferma quasi esigendo un obolo alimentare, poi, visto che non abbiamo niente, se ne trotterella via. Però, da noi richiamata, si volta e si sofferma per la foto di rito.

Sapremo poi, proprio dalle foto che inviamo tramite Whatsapp a destra e a manca, che la simpatica visitatrice è molto nota nel giro dei frequentatori del Parco, per il suo comportamento sbarazzino.

Ugualmente senza pudore è una ghiandaia, che, quando raggiungiamo infine la strada asfaltata che taglia il Parco in direzione di Marina di Alberese, presidia la fermata del bus, in attesa di beccuzzare

briciole e altri residui dei turisti.

Oltre il nastro di asfalto, un’altra strada, bianca, conduce diritta alla Foce dell’Ombrone, costeggiando quelle che un tempo erano le Saline di San Paolo, attraverso un territorio profondamente modificato nei secoli dalle opere di bonifica come anche dalla progressiva erosione della costa da parte del mare. Parallelo al fiume corre il largo Canale essiccatore principale dell’Alberese, e il pensiero va all’impegno che, prima i Granduchi di Lorena, poi il Regno d’Italia mise nel prosciugare le paludi per destinarle all’agricoltura. Un’opera socialmente utilissima, che oggi però, in un mondo impegnato a tutelare gli ultimi lembi di zone palustri, ricchi di biodiversità, appare per quello che è: un intervento dell’uomo nell’interesse di se stesso, ma contrario agli equilibri naturali.

Siamo al termine del nostro itinerario: il tempo di affacciarci a una struttura di osservazione dell’avifauna situata lungo il fiume, e di constatare come di volatili oggi ce ne siano veramente pochi, a parte i soliti gabbiani, e la giornata è veramente finita… ultimi chilometri per tornare alla fermata del bus, e poi via, ci aspettano una doccia e una squisita cena maremmana…

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PILLOLE DI METEOROLOGIA

NOTIZIE DAL WEB ED ACCENNI ALL’ESTATE 2019

a cura di Alessio Genovese

Fino a soli 15-20 anni fa, a parte gli oracoli dei nostri anziani che basavano le loro previsioni meteorologiche stagionali sui segnali che mandava loro la natura (vedi l’accrescimento delle cipolle, il volo delle Api e chi più ne ha più ne metta!), il principale notiziario meteorologico a cui si affidavano milioni di italiani (ma la stessa cosa avveniva sicuramente anche all’estero) era dato dalle brevissime trasmissioni televisive dei mitici Bernacca, Baroni, Caroselli, etc, i quali facevano le loro previsioni non spingendosi oltre le 2-3 giornate, raramente si poteva raggiungere l’arco temporale della settimana. Va riconosciuto come l’Aeronautica militare nel tempo sia rimasta fedele alla sua tradizione e tuttora nei suoi recenti notiziari televisivi non va oltre i 2-3 giorni, solo in alcune circostanze si spinge a prendere in considerazione l’intera settimana. Tra l’altro la stessa Aeronautica militare è forse l’unica che effettua delle previsioni basate su propri calcoli e sul lancio di sonde in grado di evidenziare il variare della pressione dell’atmosfera terrestre. Per il resto tutti gli altri si basano sui famosi modelli fisico-matematici di cui spesso si è accennato nelle pagine di questa rubrica. Uno dei modelli più prestigiosi è ECMWF, che è finanziato dall’Unione Europea e che, se avverrà la Brexit, dovrebbe trasferire la sua sede dall’Università di Reading in Inghilterra a Bologna.

Edmondo Bernacca

Dal punto di vista mediatico negli ultimi due decenni il monopolio della comunicazione meteorologica è stato acquisito dal web con la miriade di siti di informazione specifica del settore che però in alcuni casi, per sopravvivere o meglio per avere maggiori introiti, finiscono per assumere più una valenza commerciale che scientifica. Alcune settimane fa, forse a metà del mese di marzo, alcuni colleghi di lavoro, conoscendo la mia passione per la meteorologia, mi hanno chiesto se fossero vere le previsioni acquisite in modo drastico su milioni di cellulari, che promettevano un’ estate 2019 rovente già a partire dal mese di maggio. Per quel poco che è consentito dalla mia esperienza, ho cercato di rassicurare questi colleghi, invitandoli ad attendere ancora 1-2 mesi almeno prima di rassegnarsi a Caronte. In quel periodo non è che lo scrivente fosse così bravo da poter contro ribattere a tali previsioni con dati validi, ma si è appunto basato solo sul buon senso. Anche se siamo nell’era di uno sviluppo tecnologico assodato, le previsioni a lunga distanza sono ancora molto sperimentali e spesso poco attendibili, per cui andrebbero prese in considerazione con maggior distacco e senza enfatizzate per avere maggiori visualizzazioni (speriamo di non aver mai fatto lo stesso anche noi di “ItaliaUomoAmbiente” pur avendo fatto certamente molti sbagli). Certi previsori del web non è che si erano inventati tutto di sana pianta ma piuttosto avevano preso troppo sul serio delle tendenze meteo formulate da “modelli sperimentali” a distanze troppo impervie anche per i santoni.

Pensate che, agli inizi di marzo, le previsioni per il vicino mese di aprile indicavano un mese con temperature superiori alla media del periodo e precipitazioni non troppo esaltanti, tanto da lasciar immaginare una pericolosa prosecuzione della siccità. Ebbene, è sotto gli occhi di tutti come aprile sia risultato un mese molto dinamico, come del resto accade spesso, con temperature per lo più nella norma e precipitazioni anche generose, soprattutto al centro-nord dove vi era più bisogno di acqua. A questo punto le previsioni sono state stravolte anche per i prossimi due mesi; maggio e giugno dovrebbero proseguire in maniera molto dinamica con temperature pressoché nella norma e precipitazioni anche superiori alla media. Tutto ciò ci può far rallegrare sia per porre rimedio definitivamente alla siccità sia per scongiurare prolungate e premature ondate di caldo africano. Questo almeno si può ipotizzare fino a buona parte del mese di giugno, per luglio ed agosto si può ancora attendere, prima di profetizzare!!!

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IN DIFESA DELLA MONTAGNA

a cura di Gianni Marucelli

Si approssima l’estate, per molti è tempo di pensare alle sospirate vacanze: i più sono ancora orientati verso il classico “sole, mare e spiaggia”, ma un numero sempre maggiore di italiani si indirizza a ricercare aria buona, tranquillità e possibilità di godere di una natura ancora incontaminata sulle nostre bellissime montagne, si chiamino esse Appennini o Alpi.

Sarà per questo sempre più consistente afflusso turistico che anche gli organizzatori di eventi musicali cercano di inserirsi in questo contesto, talora vivacizzando in modo assai positivo la pace un po’ sonnacchiosa dei borghi montani, talaltra “innalzando”, in senso letterale, il proprio obiettivo a luoghi e quote che, invece, dovrebbero essere lasciati agli escursionisti e comunque a coloro che vogliono vivere la montagna nella sua essenza.

Plan de Corones d’inverno

Il caso è scoppiato sui media in questi giorni, e forse ne sarete venuti a conoscenza. Il notissimo (e bravo) cantante e autore Lorenzo Cherubini (in arte Jovannotti) ha deciso – non da solo, ovviamente – di organizzare un concerto sul breve altopiano di Plan de Corones, a circa 2000 metri, che domina da un lato la Val Pusteria e le vette di confine tra Italia e Austria, dall’altro le Dolomiti bellunesi.

Plan de Corones d’estate

Qui sorge anche uno dei Musei della montagna intitolati a Reinhold  Messner, ed è stato proprio il grande scalatore altoatesino a criticare l’improvvida scelta del musicista cortonese:, la posizione di Messner sembra essere più che giustificata, non tanto per le due ore di suoni ad alto volume che disturberebbero inevitabilmente la fauna, quanto perché la logistica dell’organizzazione e, soprattutto, l’afflusso di centinaia e centinaia di auto dal fondo valle e il loro parcheggio in quota comporterebbe un impatto ambientale di cui è difficile prevedere la mole di effetti negativi.

Un altro caso, che stavolta coinvolge un dei luoghi più suggestivi del Parco Nazionale del Gran Paradiso, lato piemontese, non ha forse suscitato la stessa attenzione delle TV e degli organi di stampa, ma è certamente molto più grave.

La tredicesima tappa del Giro ciclistico d’Italia, che prende l’avvio da Pinerolo, prevede infatti l’arrivo al Lago Serrù (mt. 2200), il prossimo 24 maggio.

Un periodo delicatissimo per la riproduzione degli animali della fauna alpina, che la pesante organizzazione logistica e l’afflusso di migliaia di tifosi e di appassionati delle due ruote potrebbe compromettere.

A segnalarlo, con una lettera al Ministro dell’Ambiente e a tutti gli Enti interessati, è stato il prof. Mauro Furlani, Presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, cui questa rivista fa riferimento.

“Ci troviamo a oltre 2.200 metri di quota e in pieno territorio del parco nazionale del Gran Paradiso – si legge nella lettera firmata dal presidente Furlani. – Il periodo previsto risulta inoltre particolarmente delicato per la fauna: quasi tutti gli animali si trovano nel periodo riproduttivo e ogni disturbo può arrecare danni gravissimi. In particolare, gli stambecchi partoriscono i loro piccoli proprio in questo periodo. Ricordiamo a tale proposito la situazione di difficoltà che sta vivendo la specie, con vistosi cali numerici”.

Il Gran Paradiso

Il rimedio sarebbe semplice quanto doveroso: accorciare la tappa di qualche chilometro, evitando così di recare danni agli ambienti più fragili del Parco.

Sappiamo, purtroppo, che niente è così scontato quando gli interessi economici in gioco (diritti televisivi ecc.) sono evidenti, ma speriamo tuttavia che le ragioni della tutela ambientale abbiano stavolta la meglio.

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EMILIA-ROMAGNA: LE ASPRE ROCCE DEL MONTE PRINZERA

La zona costituisce una delle Oasi di Pro Natura

A cura di Gianni Marucelli

Il luogo dove ci troviamo è veramente singolare. Mentre la primavera comincia a verdeggiare sui versanti dell’Appennino, tutto intorno a noi, la vetta aspra di questa montagna, di un colore bruno-rossastro, appare priva di vegetazione arborea. Eppure, è di eccezionale valore per i botanici.

Siamo quasi al confine tra tre regioni: Emilia Romagna, Liguria e Toscana.

Qui, un tempo, valicava l’Appennino, provenendo dalla Padania, il pellegrino diretto a Roma. È la via Francigena, o Romea, che oggi è stata sostituita dalla statale della Cisa. In basso, il Taro, una striscia orlata dal bianco delle ampie ghiaie lasciate in secca dalla mancanza di piogge. Più oltre, a est, il borgo di Fornovo sorge nella località dove si svolse una famosa battaglia: l’ultima che le genti italiche, unite, riuscirono a vincere prima di cadere, per secoli, sotto la dominazione straniera.

Il 6 luglio 1495, l’esercito della Lega Antifrancese, composto principalmente dai Veneziani e dai Milanesi, sotto la guida di Francesco Gonzaga, intercettarono le truppe del re Carlo VIII, reduce d’aver saccheggiato il centro e il sud del nostro Paese. La battaglia fu breve ma cruenta. Il re riuscì infine a passare, ma fu sonoramente sconfitto.

A queste rocce, però, ben poco importa delle vicende umane. Sono qui da decine di milioni di anni e qui resteranno anche dopo che la nostra razza sarà scomparsa dalla faccia del pianeta.

Sono in gran parte ofioliti, di antica origine vulcanica, emerse per erosione selettiva dal più giovane complesso di rocce sedimentarie in cui sono inglobate.

Insieme ad un’alta componente di ferro, e per contro a una notevole scarsità di sodio, magnesio, calcio, azoto, fosforo, cioè i nutrienti di base delle piante, sono presenti metalli tossici come il nichel, il cromo, il cobalto, il cadmio, il piombo, lo zinco e persino l’amianto.

Poche specie botaniche possono vivere in questo ambiente particolare, con un simile sostrato, e con  scarsità di acqua, che filtra attraverso il terreno permeabile verso gli strati inferiori.

Esse formano una vera e propria isola biogenetica, che presenta endemismi molto rari, erbe e fiori all’apparenza modesti che però sono scientificamente importanti.

È ovvio che queste piante resistono perché si sono adattate a vivere in un terreno ostile, anzi letale, data la presenza di tante sostanze velenose.

Questa particolarità rende l’area del Monte Prinzera davvero eccezionale, tanto che la Federazione Nazionale Pro Natura ne acquistò, un quarto di secolo fa, circa tredici ettari, affidandone la gestione alla locale Pro Natura Parma. L’Oasi Pro Natura del Monte Prinzera fu dotata di una serie di punti di osservazione, raggiungibili tramite il sentiero degli Zappatori, così chiamato perché tracciato, forse nella seconda metà dell’Ottocento, da un reparto del Genio del Regio Esercito.

In seguito, pur restando di proprietà della Federazione, la zona rientrò nei limiti del Parco Regionale emiliano cui è ora demandata la gestione.

In questa stagione, siamo ai primi di Aprile, la fioritura deve ancora avvenire, ma alcune delle pianticelle di cui abbiamo parlato stanno già sbocciando. Una piccola Orchidea viola sembra darci il benvenuto, così come una Globularia dal bel colore giallo.

Il terreno sembra coperto da una brughiera, m in realtà si tratta di complesso simile alla steppa, che presto lascia il posto alle rocce, nere dove percola l’acqua, rossastre dove sono asciutte.

Qualcuno di noi avvista un cervide, forse un capriolo o un daino, che si dilegua in un istante.

Infatti, qui non manca neppure la fauna, di mammiferi e uccelli, e particolarmente interessante è la presenza di rapaci come il gheppio, lo sparviero, la poiana e l’allocco.

Vi sono tracce del passaggio di un istrice, animale che ha conquistato, o riconquistato, queste latitudini in tempi abbastanza recenti, dopo che era sopravvissuto solo in Maremma e in Tuscia.

Gli ultimi cerri, ancora spogli, sono rimasti indietro. Ora le rocce, ricoperte qua e là da erbe ancora giallastre, formano un paesaggio che si potrebbe definire simile, anche per il colore, a quello che le sonde spaziali ci hanno trasmesso dal pianeta Marte.

Certo, però, i marziani non sono di così cattivo gusto da erigere in vetta (mt.700) un ripetitore vistosamente colorato di bianco e di rosso, come qui accade.

Cose che pertengono solo a noi umani, purtroppo…

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AMPLIARE IL GRUPPO DEI NOSTRI COLLABORATORI

A cura di Gianni Marucelli

È questo l’obiettivo che ci prefiggiamo di conseguire nel prossimo futuro, per coprire al meglio le varie realtà del nostro Paese, sia al nord, che al centro, che nel sud e isole.

In un momento in cui i temi ambientali divengono sempre più urgenti e la sensibilità collettiva è maggiormente orientata verso di essi, diviene fondamentale fornire un’informazione corretta, scientificamente motivata e completamente indipendente: questo lo abbiamo sempre fatto, per di più fornendo all’utenza un prodotto completamente gratuito, com’è la nostra Rivista.

Ora l’esigenza è di rappresentare al meglio anche le problematiche di quei territori, e sono tanti, per i quali ci mancano collaboratori locali.

Non possiamo offrire “vile” denaro, ma solo una “palestra” di scrittura e un mezzo con cui raggiungere facilmente migliaia di lettori: crediamo che il piacere di esprimere liberamente le proprie idee, e di “raccontare” la propria terra, possa essere un compenso sufficiente per molte persone che vorrebbero occuparsi di giornalismo ambientale.

Non solo: anche agli appassionati di fotografia naturalistica offriamo ampi spazi per far conoscere le loro opere.

Il direttore e il coordinatore di redazione riceveranno con piacere i vostri contributi e senz’altro vi risponderanno con gratitudine.

Non temete quindi di scriverci, utilizzando le seguenti mail:

iuadirettore@yahoo.it

alp.pestelli@gmail.com

E adesso, buona lettura a tutti!

Per scaricare il numero di Aprile andare sul menù e cliccare “Scarica la Rivista”. Troverete il link a fondo pagina.


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