Recensione della raccolta poesie di Iole Troccoli ‘Torneremo agli alberi’

a cura di Carmen Ferrari

Questi versi ci accompagnano in un percorso dove le parole intagliano decise, quanto lievi, una composizione che, attraverso vari stadi, come una sorta di ricerca, cerca un anelito  che giustifichi una ‘assenza’. È questa assenza che permette una dilatazione dell’anima che riesce a guardare i propri e altrui enigmi.


Acqua, aria, terra, sono gli elementi che stringono alleanze, come tra terra e mare in ‘Senza confine’. È questa ‘assenza’ che dentro la privazione di un confine, permette alla parte onirica di sfumare nei versi, esaltando immagini, suoni, sentimenti, stati d’animo non soffocati dal chiarore del giorno: “Sono treno vagante sui binari perpetui alla stazione argentata della stessa fiaba notturna” (Notturna).


Una composizione i cui versi, a volte di delicata tragicità, appaiono e scompaiono nella sequenza che il lettore si aspetta, ma che, invero, ricompongono la sua trama. Lampi di immagini evocative che velocemente si presentano alla scena e si dileguano, ma ci lasciano un segno: “È buono questo pane- sa di neve – di cose sparse sui tavoli di marmo – s’impasta a mani grandi – vecchie svelte – come un fazzoletto girato in fretta – sulla testa” (Questo pane).


Come anime morte vagano i versi in un richiamo a riprendere ciò che gli è stato tolto: “Ho abbandonato tutto – ma sono legata a voi – gentili anime morte – aggancio di volti perduti – nel mio silenzio sfarzoso”  (Ho lasciato tutto).

Così i versi tornano  anche a intonare un canto che cerca i suoi perché – è la vita che canta una nuova iniziazione dopo aver perso la bussola d’origine – “Noi siamo tra i tanti  che persero – la bussola d’origine”. È sempre la vita che si riaffaccia… “Se torno a scrivere…”  (Se)

 

Un viaggio tenero quanto intenso di squarci doloranti dove la sofferenza passa nelle sue varie rappresentazioni e, come nei nostri rituali per superare le prove, l’aiutante magico è la poesia attraverso cui il verso si fa strada  per ricomporre quella ‘mancanza’  e permettere quel tornare agli alberi: “Torneremo quando gli occhi degli alberi – ci guarderanno per primi senza chiudersi…”  e  “…così saremo accesi – e sereni  finalmente – di tutto quanto è stato perso –  con giudizio – lungo il viaggio”  (Torneremo agli alberi).

 
Una raccolta poetica che avanza dentro al nostro stupore, dove l’incanto accende  vibrazioni interiori, stringendo con i versi una ricca fonte interpretativa.

Il ritmo interno delle poesie di Iole Troccoli si giova di una misura libera dei versi, intonati su due-tre accenti, che scandiscono il progressivo ampliarsi e ridursi del respiro della composizione, fino all’isolamento di una parola. Il mare, così presente, sfondo ideale su cui si effonde il cromatismo delle immagini, sembra costituire il paradigma sul cui esempio improntare la base ritmica, una ‘risacca’ che il lettore segue fino a perdersi, dopo l’ultimo verso, nel bianco della pagina vuota.

Carmen Ferrari



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IL PONTE DELLA GIOCONDA E I LADRI DELLA BELLEZZA

a cura di Gianni Marucelli

(Pro Natura Firenze)

Dopo otto secoli attraversa ancora, agile ed elegante sulle sue sette arcate a sesto ribassato, l’Arno, in uno dei suoi punti più larghi: è il Ponte a Buriano, nei pressi di Arezzo. Leonardo lo vide, forse, in occasione del suo servizio in qualità d’ingegnere militare presso Cesare Borgia, il Duca Valentino, ampiamente figlio di Papa e di papà, esempio illuminante di Principe per Niccolò Machiavelli, di crudele tiranno senza princìpi per noi moderni.

Comunque sia, il genio di Vinci apprezzò la struttura e la bellezza del manufatto, tanto che lo volle ritrarre sullo sfondo di quel quadro che si portò appresso, ritoccandolo, fino alla sua morte, quando ne fece dono a Francesco I di Francia, suo benefattore e protettore. La questione, se questo sia appunto veridicamente quel ponte, pur se ancora dibattuta, pare a me bastevolmente appurata, e quindi non vi ci soffermerò ulteriormente, se non per affermare che un ponte il quale, dopo otto secoli di onorato servizio, regge ancora il traffico veicolare, non solo è stato costruito solidamente, ma eccezionalmente bene.

Il quadro cui ho accennato è, ovviamente, l’opera pittorica più famosa del pianeta Terra, quella Monna Lisa del Giocondo che tante menti e ingegni ha ispirato nei secoli, e probabilmente ancora ne ispirerà.

Basterebbe ciò a rendere, di riflesso, illustre il ponte e il luogo che lo ospita, la valle dell’Arno che in questo punto è davvero incantevole; da qui, verso valle, ha inizio un tratto sinuoso e, a tratti, incassato profondamente, che par davvero prenda esempio dai canyon americani. E’ da molti anni zona protetta, la Riserva Naturale di Bandella e della Valle dell’Inferno, che, grazie alla presenza di due dighe, La Penna e Levane, presenta anche zone palustri, davvero interessanti per l’avifauna acquatica.

Verso nord, invece, non esiste altro ponte prima di Castelluccio, piccolo borgo sito nel Comune di Capolona. In questo breve tratto, la riva destra del fiume è davvero poco antropizzata: la località di Cincelli, a poche centinaia di metri dal Ponte a Buriano, nell’antichità ospitava una fornace (gli aretini, prima etruschi poi romani, erano davvero notissimi per la produzione di ceramica “sigillata”, ovvero recante il sigillo – oggi diremmo logo – dell’azienda vasaia che la realizzava).

Da Cincelli, verso nord, hanno inizio le pendici del massiccio del Pratomagno, che separa la Valle dell’Arno dal Casentino. Una stretta strada asfaltata porta da Ponte a Buriano a Castelluccio, un’altra raggiunge il minuscolo borgo rurale di Pieve San Giovanni, ridiscendendo poi per congiungersi alla prima, proprio a Castelluccio. In questo non molto vasto triangolo, che ha per base il corso dell’Arno, i seminativi e gli ex seminativi si alternano a boschetti mesofili di querce – in prevalenza roverella – carpino, ontàno. Tutta la zona è ricca di fauna: ungulati (cinghiali, caprioli, daini), mustelidi (volpe, faina, donnola), lepri, istrici e via dicendo, nonché di rapaci. Il Lupo è presente nei boschi del Pratomagno, e probabilmente, in inverno, frequenta anche queste piagge.

Il luogo è conosciuto, appunto, come Valle delle Piagge, e avrebbe tutte le potenzialità per conoscere uno sviluppo di turismo “alternativo” di tutto rispetto, avendo tra l’altro già alcune strutture (anche di vaste dimensioni) che lo ospitano, sia in Comune di Capolona che nel confinante Comune di Castiglion Fibocchi.

Il problema è che la Valle delle Piagge sta avendo invece, in queste settimane, una certa notorietà sui media locali, non per i suoi pregi naturalistico-ambientali, ma per i rischi che sta correndo: l’amministrazione del Comune di Capolona ha infatti dato parere favorevole, qualche tempo fa, alla concessione a un’azienda aretina di sfruttare proprio questo territorio per realizzare quattro cave, di cui una per la produzione di pietre e le altre tre per sabbie e pietrisco, per un’area molto vasta (cinque ettari più due di fascia esterna solo per un primo intervento) e una profondità naturalmente indefinita. Chi ancora, in questa epoca di ricorso alle calcolatrici del proprio smartphone, sa fare due conti a memoria, è subito trasalito: si tratta infatti di 50.0000 mq di terreno, moltiplicati per i metri di profondità (che non sono mai pochi, quando si tratta di prelevare materiale…).

Fotografia di Gianni Marucelli © 2019

Quindi, le cifre sono impressionanti: calcolate parecchie centinaia di migliaia di metri cubi; tanto per avere un’idea del peso, un metro cubo di inerti di sabbia e pietrisco pesa ben oltre una tonnellata. Inoltre, i due ettari di fascia di “rispetto” saranno percorsi da macchinari pesanti e perderanno ogni connotazione naturale.

In pratica, la Valle delle Piagge sarà devastata, e le ricadute in termini di inquinamento atmosferico (scarichi dei motori, polveri) e acustico andranno ben oltre i suoi confini.

La riflessione che suscita più curiosità è però la seguente: quanto guadagnerà il Comune che ha dato parere favorevole allo sfruttamento? Tanto da sovvenire alle necessità delle fasce meno abbienti della popolazione, o per altri scopi sociali? Il Sindaco lo ha rivelato: 300.000 euro, il costo di un paio di piccoli appartamenti ad Arezzo. Il biblico “piatto di lenticchie” in cambio della primogenitura…

Ha aggiunto, anche, che i soldi saranno spesi per le frazioni del Comune interessate dai lavori: ovverosia, prima ti rovino, poi ti do un contentino!

Infine, ha affermato che la decisione è stata presa in mancanza di qualunque vincolo archeologico o paesaggistico e che, dopo l’uso, e come prescritto dalle leggi, il territorio interessato sarà “ripristinato” a cura della Ditta che ha svolto i lavori. Non ha specificato che è impossibile tornare alla situazione precedente, o anche solo pensarlo, considerando l’enorme sbancamento in una zona in lieve ma costante pendenza e la cui bellezza consta anche dei dossi e poggetti che la animano.

Chi conosce la realtà di una cava sa perfettamente che, se va bene, il terreno, la cui geomorfologia sarà profondamente modificata, verrà spianato, e ci vorrà del bello e del buono per riportarvi una parvenza di vegetazione. Questo, senza considerare che anche il regime idrografico risulterà profondamente alterato.

Se, invece, va male, ossia, come capita spesso, la Ditta non vuole o non è in grado di ottemperare agli impegni presi, pur avendo versato una fidejussione, le grandi cavità resteranno quali sono, oppure, chissà, è già successo molte volte, saranno utilizzate come discariche. Autorizzate, beninteso, tanto chi si ricorderà com’era questa vallata tra una decina o una ventina di anni? Quanto saranno cambiati, nel frattempo, i regolamenti oggi vigenti?

Ma non è ancora finita. Nella sua visione delle cose, l’Amministrazione comunale di Capolona ha creduto bene di risparmiare, almeno nelle intenzioni, il passaggio dei camion da cava, sei giorni su sette e per un tempo indefinito, ma certo lungo, agli abitanti del proprio capoluogo, riversando sia il traffico pesante che i relativi disagi da inquinamento atmosferico e acustico su quelli del Comune confinante. Il quale, ovviamente, ha gridato il suo NO, come anche il Comune di Arezzo e la Provincia omonima.

Intanto, gli abitanti della zona interessata dal progetto della cava hanno costituito un apposito Comitato, per opporsi, con ogni mezzo, allo scempio che si prospetta; non è neppure mancato loro l’apporto di uno dei Vice-presidenti della Regione Toscana, la quale peraltro, forse per non aver valutato bene le dimensioni e la qualità dell’impatto ambientale, ha inserito il progetto nel proprio Piano Cave.

Non sappiamo quindi, ad oggi, quale esito avrà la vicenda. Possiamo però introdurre una riflessione più generale: in un momento di crisi, nel quale i Comuni devono affrontare con poche risorse, divenute minime dopo la Legge di Stabilità, varata dal Governo nel 2013 – le necessità amministrative ordinarie e straordinarie, è logico (ma non giustificabile) che alcuni tendano a sfruttare il più possibile ciò che offre il loro territorio, senza starsi a porre troppe domande sulla sostenibilità ambientale, o meno, delle loro operazioni. È il caso, appunto, delle attività estrattive.

In un suo dettagliato rapporto sulla situazione delle escavazioni di materiali inerti in Italia, datato 2017, Legambiente sottolineava come la Toscana sia una delle regioni italiane che si è dotata di un suo Piano-Cave, a differenza – orrore! – di altre regioni dove, a quanto pare, non esiste alcuna regola precisa. Aggiungeva, però, che questa regione è già abbastanza deturpata dalla presenza di attività estrattive di questo genere: sarebbe bastevole portare l’esempio delle Alpi Apuane, la bellissima catena montuosa prospiciente il mare che è ormai stata ampiamente depredata del suo marmo prezioso.

Anche in quel caso, come, se avverrà, in quello della Valle delle Piagge, non si sarà derubato una zona solo della sua terra e delle sue pietre (beni di cui non si “produce” più neppure un grammo!), ma anche della sua Bellezza.

Una Bellezza che, nel nostro caso, certo lo sguardo di Leonardo da Vinci apprezzò, e che non sarà più disponibile né ricreabile. Per nessuno.

Fotografie di Gianni Marucelli © 2019

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Assemblea Pro Natura Toscana

Sabato 18 maggio si è tenuta l’Assemblea delle Associate di Pro Natura Toscana facenti parte della Federazione Nazionale Pro Natura. Erano presenti i rappresentanti di Pro Natura Firenze, Guardie Nazionali della Natura, Associazione Alkedo ONLUS e Pro Natura Valdarno. Ecco il sunto della discussione.

Il 18 maggio 2019, si è riunita l’Assemblea regionale di Pro Natura Toscana (organo della Federazione Nazionale Pro Natura) costituita dai rappresentanti di tutte le associate della Federazione Nazionale Pro Natura.
L’Assemblea si è tenuta presso la sede sociale delle Guardie Nazionali della Natura a Pieve a Nievole (Pistoia). Erano presenti i rappresentanti delle Associazioni Pro Natura Firenze, Pro Natura Valdarno, Associazione Alkedo ONLUS e Guardie Nazionali della Natura appartenenti alla Federazione Nazionale Pro Natura a norma dell’articolo 5 dello Statuto Sociale della Federazione. L’assemblea ha iniziato i lavori in seconda riunione alle ore 11,00 con la nomina del verbalizzatore e i saluti del Coordinatore regionale Gianni Marucelli che ha illustrato anche una breve relazione sulla attività del coordinamento negli anni 2016-2019 e dell’Assemblea Nazionale della Federazione avvenuta a Montecchio Emilia. Marucelli fa presente che sono solamente 4 le associazioni accreditate presso la Regione Toscana in ambito ambientale tra cui la Federazione Pro Natura. Ogni rappresentante ha poi esposto le linee guida sull’accoglimento di nuove adesioni specialmente quelle nell’ambito della vigilanza ambientale ed ha auspicato un allargamento a tutte le province della Regione Toscana con l’accoglimento di nuove associazioni.
Sono stati introdotti e presentati dal Coordinatore regionali i nuovi candidati alle cariche sociali, che vengono eletti a maggioranza assoluta: Gianni Marucelli come Presidente Coordinatore, Lorenzo Belli come Segretario e Antonio Ruggiero come Responsabile vigilanza.
E’ emerso dalla discussione che la rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” (www.italiauomoambiente.it) che ha migliaia di contatti mensili può essere un utile strumento per le federate per la comunicazione delle attività e di aggregazione del coordinamento. Vengono pertanto condivisi i contatti e le linee guida per la pubblicazione di informazioni delle varie associazioni per i prossimi numeri della rivista.
Ruggiero pone la questione di attivazione di Pro Natura Toscana come associazione attiva e accreditata per la protezione civile e il Coordinatore Marucelli accoglie la proposta da sviluppare nei prossimi anni dando però priorità ad una migliore conoscenza reciproca ed attiva all’interno del coordinamento. Per Incrementare la partecipazione delle federate e aggregate viene proposto un giro di visite nelle sedi regionali per scoprire le varie attività delle singole associazioni.

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Toscana

MERAVIGLIE E SORPRESE NEL PARCO DELLA MAREMMA

Un lungo itinerario a piedi tra i Monti dell’Uccellina e il mare

a cura di Gianni Marucelli

È più conosciuto col vezzeggiativo di Parco dell’Uccellina, il Parco Regionale toscano della Maremma, perché percorso dalla catena Monti dell’Uccellina, in realtà colline di poco più di quattrocento metri di altezza che fronteggiano il Tirreno.

Se questo stupendo lembo di costa è rimasto pressoché intatto, non subendo l’aggressione della lottizzazione selvaggia degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che ha cementificato larga parte del litorale del nostro Paese (3000 e passa km.!), lo si deve soprattutto al caso.

Infatti, per decenni questo territorio fece parte del patrimonio dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi, che lo sfruttò prevalentemente a scopi agricoli e forestali, senza intaccarne l’integrità.

A partire dagli anni ’60, il nascente mondo dell’associazionismo ambientalista e quello accademico-scientifico fecero pressione perché si addivenisse alla creazione di un Parco, che fu possibile realizzare – mercè anche l’intervento di un uomo di Stato molto saggio quale fu Ugo La Malfa – alla metà degli anni ’70.

Oltre ai Colli dell’Uccellina, il Parco comprendeva e comprende tuttora la preziosa area palustre della foce del Fiume Ombrone, luogo di sosta e di nidificazione per tante specie di avifauna acquatica, e una vasta pineta a pino domestico (Pinus Pinea) e Pino Marittimo (Pinus Pinaster), che precede, tra i rilievi e il mare, le dune sabbiose ricche di rara vegetazione psammofila (amante della sabbia).

A differenza della maggior parte delle aree protette del nostro Paese, l’accesso al Parco, o almeno alle sue aree più preziose, è consentito ai visitatori solo a pagamento e nelle ore diurne; nella stagione più “delicata” per il rischio di incendi, cioè l’estate, chi vuole visitare il Parco deve scegliere il proprio itinerario tra quelli proposti e aggregarsi alle visite organizzate gestite da apposite Guide.

Quindi, il nostro spassionato consiglio è quello di gustarsi questa eccezionale zona naturalistica a primavera (quando inizia la fioritura) o in autunno; ma sono gradevolissime anche le belle giornate invernali, quando a farvi compagnia sui sentieri ci saranno solo i Guardaparco, i cinghiali, i caprioli e… qualche volpe adescatrice!

Per fornirvi ulteriori motivazioni, abbiamo percorso per voi una trentina di chilometri del Parco, rigorosamente a piedi, con partenza dal Centro Visitatori che si trova ad Alberese, a ridosso del versante interno delle colline e a soli otto chilometri dalla Statale Aurelia.

Anche se il tempo è incerto, la primavera è già inoltrata e i Cisti, sia quelli bianchi che quelli violacei, mostrano le loro corolle dischiuse.

L’itinerario che seguiamo (A 1) prima attraversa prati e oliveti – in mezzo alle erbe alte si dileguano rapidi dei caprioli – poi inizia a salire tra la macchia e un bosco termofilo in cui prevalgono lecci e roverelle, insieme al carpino campestre. Le ginestre dei carbonai, numerose ai lati della mulattiera, ci ricordano col loro nome che per secoli la Maremma fu terra di fatica, per molti operatori del bosco, tra cui appunto i carbonai, che venivano da lontano e restavano qui per mesi vivendo in condizioni assai disagiate.

Saliamo agevolmente: la strada bianca, come altre piste del parco, si presta anche a chi la percorre in mountain bike, e molti infatti sono i biker che ci superano.

La nostra prima meta non è lontana: proprio alla sommità delle colline, in una vasta sella, gli imponenti ruderi di quella che fu, molti secoli fa, l’Abbazia più potente di questo territorio, che le apparteneva interamente: San Rabano. Poco dopo il Mille l’ordine benedettino eresse qui un monastero, dotato di una chiesa a croce latina con volte a crociera, affiancata da un’alta torre campanaria, cui si giustappone, dall’altro lato del complesso un’altra torre i cui fini erano solo difensivi. I ruderi, un tempo non troppo lontano coperti da una macchia intricata, sono stati portati alla luce e resi leggibili dai visitatori con una cartellonistica che, con un semplice codice informatico, può essere captata dal vostro smartphone, che diverrà la vostra guida. Il luogo è estremamente suggestivo e chi ha una macchina fotografica si potrà sbizzarrire a immortalarne i minimi particolari. L’Abbazia fu abbandonata intorno alla metà dl ‘400, quando ancora era possedimento della Repubblica di Siena, e intorno a queste colline vi erano solo macchie selvagge e paludi malariche, frequentate per di più da briganti.

Da questo luogo si dipartono due vie: una si mantiene più o meno sul crinale delle alture, l’altra scende ripida verso la costa, nella zona dove sorgono ancora le torri di avvistamento erette contro i pirati saraceni, le cui scorrerie tormentarono per un millennio le coste e le isole dell’arcipelago toscano.

Chi ama i panorami mozzafiato percorrerà, come noi, quest’ultima, che attraversa la macchia. Questa impedirebbe la visuale, ma il Parco ha intelligentemente innalzato un paio di piazzole sospese, dalle quali ci si affaccia per rimanere incantati a osservare: l’isola del Giglio si staglia proprio di fronte, più lontano l’inconfondibile sagoma di Montecristo e il profilo dell’Elba.

All’orizzonte, se è limpido, sono visibili le montagne della Corsica.

A sinistra, le aspre scogliere e i ripidi versanti dei monti dell’Uccellina coperti dalla macchia, interrotta dalla sola, remota spiaggia di Cala di Forno, e più oltre ancora il promontorio dell’Argentario. A destra, la vasta pineta percorsa dal canale di bonifica lungo il quale è situato il sentiero che percorreremo tra poco, e la spiaggia quasi deserta fino a Marina di Alberese. Oltre, si intuiscono l’ampia foce dell’Ombrone Grossetano, e le Paludi della Trappola.

In Italia, pochi paesaggi costieri sono così belli e suggestivi!

La discesa termina nell’antico oliveto di Collelungo, sotto le cui piante plurisecolari consumiamo la colazione. Raggiungiamo la spiaggia: zona “franca”, raggiungibile senza biglietto camminando lungo il mare, e per questo la più frequentata.

Da qui, attraverso la pineta, ci dirigiamo lungo l’antico canale di bonifica verso la parte occidentale dei Monti dell’Uccellina, ricche di grotte dove sono state ritrovate tracce della presenza di popolazioni Paleolitiche che qui vivevano di caccia e di raccolta di frutti del bosco, come testimoniano ossa pertinenti a orsi, leoni, cervi, buoi primigeni e altri animali che ne costituivano le prede. Un breve ponticello immette, scavalcando il canale, in questo zona: ha il suggestivo nome di Ponte delle Tartarughe, in quanto il fosso è in genere ricco di testuggini palustri che qui stanno a prendere il sole, come da me constatato altre volte: ma oggi non se ne vede neppure una.

Viceversa, si levano in volo un airone bianco e uno cinerino, mentre dai prati vicini le vacche maremmane dalle lunghe corna osservano placide, lasciate libere al pascolo.

Nei loro pressi, spicca la presenza dei piccoli aironi guardabuoi, che approfittano delle zolle sollevate dai quadrupedi per cibarsi di insetti e vermi.

Ed ecco la sorpresa: mentre osserviamo il canale, dalla curva del sentiero sbuca, niente affatto preoccupata dalla nostra presenza, una bella volpacchiotta, che, invece di cambiare strada e noncurante delle nostre esclamazioni, mi passa accanto, si sofferma quasi esigendo un obolo alimentare, poi, visto che non abbiamo niente, se ne trotterella via. Però, da noi richiamata, si volta e si sofferma per la foto di rito.

Sapremo poi, proprio dalle foto che inviamo tramite Whatsapp a destra e a manca, che la simpatica visitatrice è molto nota nel giro dei frequentatori del Parco, per il suo comportamento sbarazzino.

Ugualmente senza pudore è una ghiandaia, che, quando raggiungiamo infine la strada asfaltata che taglia il Parco in direzione di Marina di Alberese, presidia la fermata del bus, in attesa di beccuzzare

briciole e altri residui dei turisti.

Oltre il nastro di asfalto, un’altra strada, bianca, conduce diritta alla Foce dell’Ombrone, costeggiando quelle che un tempo erano le Saline di San Paolo, attraverso un territorio profondamente modificato nei secoli dalle opere di bonifica come anche dalla progressiva erosione della costa da parte del mare. Parallelo al fiume corre il largo Canale essiccatore principale dell’Alberese, e il pensiero va all’impegno che, prima i Granduchi di Lorena, poi il Regno d’Italia mise nel prosciugare le paludi per destinarle all’agricoltura. Un’opera socialmente utilissima, che oggi però, in un mondo impegnato a tutelare gli ultimi lembi di zone palustri, ricchi di biodiversità, appare per quello che è: un intervento dell’uomo nell’interesse di se stesso, ma contrario agli equilibri naturali.

Siamo al termine del nostro itinerario: il tempo di affacciarci a una struttura di osservazione dell’avifauna situata lungo il fiume, e di constatare come di volatili oggi ce ne siano veramente pochi, a parte i soliti gabbiani, e la giornata è veramente finita… ultimi chilometri per tornare alla fermata del bus, e poi via, ci aspettano una doccia e una squisita cena maremmana…

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PILLOLE DI METEOROLOGIA

NOTIZIE DAL WEB ED ACCENNI ALL’ESTATE 2019

a cura di Alessio Genovese

Fino a soli 15-20 anni fa, a parte gli oracoli dei nostri anziani che basavano le loro previsioni meteorologiche stagionali sui segnali che mandava loro la natura (vedi l’accrescimento delle cipolle, il volo delle Api e chi più ne ha più ne metta!), il principale notiziario meteorologico a cui si affidavano milioni di italiani (ma la stessa cosa avveniva sicuramente anche all’estero) era dato dalle brevissime trasmissioni televisive dei mitici Bernacca, Baroni, Caroselli, etc, i quali facevano le loro previsioni non spingendosi oltre le 2-3 giornate, raramente si poteva raggiungere l’arco temporale della settimana. Va riconosciuto come l’Aeronautica militare nel tempo sia rimasta fedele alla sua tradizione e tuttora nei suoi recenti notiziari televisivi non va oltre i 2-3 giorni, solo in alcune circostanze si spinge a prendere in considerazione l’intera settimana. Tra l’altro la stessa Aeronautica militare è forse l’unica che effettua delle previsioni basate su propri calcoli e sul lancio di sonde in grado di evidenziare il variare della pressione dell’atmosfera terrestre. Per il resto tutti gli altri si basano sui famosi modelli fisico-matematici di cui spesso si è accennato nelle pagine di questa rubrica. Uno dei modelli più prestigiosi è ECMWF, che è finanziato dall’Unione Europea e che, se avverrà la Brexit, dovrebbe trasferire la sua sede dall’Università di Reading in Inghilterra a Bologna.

Edmondo Bernacca

Dal punto di vista mediatico negli ultimi due decenni il monopolio della comunicazione meteorologica è stato acquisito dal web con la miriade di siti di informazione specifica del settore che però in alcuni casi, per sopravvivere o meglio per avere maggiori introiti, finiscono per assumere più una valenza commerciale che scientifica. Alcune settimane fa, forse a metà del mese di marzo, alcuni colleghi di lavoro, conoscendo la mia passione per la meteorologia, mi hanno chiesto se fossero vere le previsioni acquisite in modo drastico su milioni di cellulari, che promettevano un’ estate 2019 rovente già a partire dal mese di maggio. Per quel poco che è consentito dalla mia esperienza, ho cercato di rassicurare questi colleghi, invitandoli ad attendere ancora 1-2 mesi almeno prima di rassegnarsi a Caronte. In quel periodo non è che lo scrivente fosse così bravo da poter contro ribattere a tali previsioni con dati validi, ma si è appunto basato solo sul buon senso. Anche se siamo nell’era di uno sviluppo tecnologico assodato, le previsioni a lunga distanza sono ancora molto sperimentali e spesso poco attendibili, per cui andrebbero prese in considerazione con maggior distacco e senza enfatizzate per avere maggiori visualizzazioni (speriamo di non aver mai fatto lo stesso anche noi di “ItaliaUomoAmbiente” pur avendo fatto certamente molti sbagli). Certi previsori del web non è che si erano inventati tutto di sana pianta ma piuttosto avevano preso troppo sul serio delle tendenze meteo formulate da “modelli sperimentali” a distanze troppo impervie anche per i santoni.

Pensate che, agli inizi di marzo, le previsioni per il vicino mese di aprile indicavano un mese con temperature superiori alla media del periodo e precipitazioni non troppo esaltanti, tanto da lasciar immaginare una pericolosa prosecuzione della siccità. Ebbene, è sotto gli occhi di tutti come aprile sia risultato un mese molto dinamico, come del resto accade spesso, con temperature per lo più nella norma e precipitazioni anche generose, soprattutto al centro-nord dove vi era più bisogno di acqua. A questo punto le previsioni sono state stravolte anche per i prossimi due mesi; maggio e giugno dovrebbero proseguire in maniera molto dinamica con temperature pressoché nella norma e precipitazioni anche superiori alla media. Tutto ciò ci può far rallegrare sia per porre rimedio definitivamente alla siccità sia per scongiurare prolungate e premature ondate di caldo africano. Questo almeno si può ipotizzare fino a buona parte del mese di giugno, per luglio ed agosto si può ancora attendere, prima di profetizzare!!!

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IN DIFESA DELLA MONTAGNA

a cura di Gianni Marucelli

Si approssima l’estate, per molti è tempo di pensare alle sospirate vacanze: i più sono ancora orientati verso il classico “sole, mare e spiaggia”, ma un numero sempre maggiore di italiani si indirizza a ricercare aria buona, tranquillità e possibilità di godere di una natura ancora incontaminata sulle nostre bellissime montagne, si chiamino esse Appennini o Alpi.

Sarà per questo sempre più consistente afflusso turistico che anche gli organizzatori di eventi musicali cercano di inserirsi in questo contesto, talora vivacizzando in modo assai positivo la pace un po’ sonnacchiosa dei borghi montani, talaltra “innalzando”, in senso letterale, il proprio obiettivo a luoghi e quote che, invece, dovrebbero essere lasciati agli escursionisti e comunque a coloro che vogliono vivere la montagna nella sua essenza.

Plan de Corones d’inverno

Il caso è scoppiato sui media in questi giorni, e forse ne sarete venuti a conoscenza. Il notissimo (e bravo) cantante e autore Lorenzo Cherubini (in arte Jovannotti) ha deciso – non da solo, ovviamente – di organizzare un concerto sul breve altopiano di Plan de Corones, a circa 2000 metri, che domina da un lato la Val Pusteria e le vette di confine tra Italia e Austria, dall’altro le Dolomiti bellunesi.

Plan de Corones d’estate

Qui sorge anche uno dei Musei della montagna intitolati a Reinhold  Messner, ed è stato proprio il grande scalatore altoatesino a criticare l’improvvida scelta del musicista cortonese:, la posizione di Messner sembra essere più che giustificata, non tanto per le due ore di suoni ad alto volume che disturberebbero inevitabilmente la fauna, quanto perché la logistica dell’organizzazione e, soprattutto, l’afflusso di centinaia e centinaia di auto dal fondo valle e il loro parcheggio in quota comporterebbe un impatto ambientale di cui è difficile prevedere la mole di effetti negativi.

Un altro caso, che stavolta coinvolge un dei luoghi più suggestivi del Parco Nazionale del Gran Paradiso, lato piemontese, non ha forse suscitato la stessa attenzione delle TV e degli organi di stampa, ma è certamente molto più grave.

La tredicesima tappa del Giro ciclistico d’Italia, che prende l’avvio da Pinerolo, prevede infatti l’arrivo al Lago Serrù (mt. 2200), il prossimo 24 maggio.

Un periodo delicatissimo per la riproduzione degli animali della fauna alpina, che la pesante organizzazione logistica e l’afflusso di migliaia di tifosi e di appassionati delle due ruote potrebbe compromettere.

A segnalarlo, con una lettera al Ministro dell’Ambiente e a tutti gli Enti interessati, è stato il prof. Mauro Furlani, Presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, cui questa rivista fa riferimento.

“Ci troviamo a oltre 2.200 metri di quota e in pieno territorio del parco nazionale del Gran Paradiso – si legge nella lettera firmata dal presidente Furlani. – Il periodo previsto risulta inoltre particolarmente delicato per la fauna: quasi tutti gli animali si trovano nel periodo riproduttivo e ogni disturbo può arrecare danni gravissimi. In particolare, gli stambecchi partoriscono i loro piccoli proprio in questo periodo. Ricordiamo a tale proposito la situazione di difficoltà che sta vivendo la specie, con vistosi cali numerici”.

Il Gran Paradiso

Il rimedio sarebbe semplice quanto doveroso: accorciare la tappa di qualche chilometro, evitando così di recare danni agli ambienti più fragili del Parco.

Sappiamo, purtroppo, che niente è così scontato quando gli interessi economici in gioco (diritti televisivi ecc.) sono evidenti, ma speriamo tuttavia che le ragioni della tutela ambientale abbiano stavolta la meglio.

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EMILIA-ROMAGNA: LE ASPRE ROCCE DEL MONTE PRINZERA

La zona costituisce una delle Oasi di Pro Natura

A cura di Gianni Marucelli

Il luogo dove ci troviamo è veramente singolare. Mentre la primavera comincia a verdeggiare sui versanti dell’Appennino, tutto intorno a noi, la vetta aspra di questa montagna, di un colore bruno-rossastro, appare priva di vegetazione arborea. Eppure, è di eccezionale valore per i botanici.

Siamo quasi al confine tra tre regioni: Emilia Romagna, Liguria e Toscana.

Qui, un tempo, valicava l’Appennino, provenendo dalla Padania, il pellegrino diretto a Roma. È la via Francigena, o Romea, che oggi è stata sostituita dalla statale della Cisa. In basso, il Taro, una striscia orlata dal bianco delle ampie ghiaie lasciate in secca dalla mancanza di piogge. Più oltre, a est, il borgo di Fornovo sorge nella località dove si svolse una famosa battaglia: l’ultima che le genti italiche, unite, riuscirono a vincere prima di cadere, per secoli, sotto la dominazione straniera.

Il 6 luglio 1495, l’esercito della Lega Antifrancese, composto principalmente dai Veneziani e dai Milanesi, sotto la guida di Francesco Gonzaga, intercettarono le truppe del re Carlo VIII, reduce d’aver saccheggiato il centro e il sud del nostro Paese. La battaglia fu breve ma cruenta. Il re riuscì infine a passare, ma fu sonoramente sconfitto.

A queste rocce, però, ben poco importa delle vicende umane. Sono qui da decine di milioni di anni e qui resteranno anche dopo che la nostra razza sarà scomparsa dalla faccia del pianeta.

Sono in gran parte ofioliti, di antica origine vulcanica, emerse per erosione selettiva dal più giovane complesso di rocce sedimentarie in cui sono inglobate.

Insieme ad un’alta componente di ferro, e per contro a una notevole scarsità di sodio, magnesio, calcio, azoto, fosforo, cioè i nutrienti di base delle piante, sono presenti metalli tossici come il nichel, il cromo, il cobalto, il cadmio, il piombo, lo zinco e persino l’amianto.

Poche specie botaniche possono vivere in questo ambiente particolare, con un simile sostrato, e con  scarsità di acqua, che filtra attraverso il terreno permeabile verso gli strati inferiori.

Esse formano una vera e propria isola biogenetica, che presenta endemismi molto rari, erbe e fiori all’apparenza modesti che però sono scientificamente importanti.

È ovvio che queste piante resistono perché si sono adattate a vivere in un terreno ostile, anzi letale, data la presenza di tante sostanze velenose.

Questa particolarità rende l’area del Monte Prinzera davvero eccezionale, tanto che la Federazione Nazionale Pro Natura ne acquistò, un quarto di secolo fa, circa tredici ettari, affidandone la gestione alla locale Pro Natura Parma. L’Oasi Pro Natura del Monte Prinzera fu dotata di una serie di punti di osservazione, raggiungibili tramite il sentiero degli Zappatori, così chiamato perché tracciato, forse nella seconda metà dell’Ottocento, da un reparto del Genio del Regio Esercito.

In seguito, pur restando di proprietà della Federazione, la zona rientrò nei limiti del Parco Regionale emiliano cui è ora demandata la gestione.

In questa stagione, siamo ai primi di Aprile, la fioritura deve ancora avvenire, ma alcune delle pianticelle di cui abbiamo parlato stanno già sbocciando. Una piccola Orchidea viola sembra darci il benvenuto, così come una Globularia dal bel colore giallo.

Il terreno sembra coperto da una brughiera, m in realtà si tratta di complesso simile alla steppa, che presto lascia il posto alle rocce, nere dove percola l’acqua, rossastre dove sono asciutte.

Qualcuno di noi avvista un cervide, forse un capriolo o un daino, che si dilegua in un istante.

Infatti, qui non manca neppure la fauna, di mammiferi e uccelli, e particolarmente interessante è la presenza di rapaci come il gheppio, lo sparviero, la poiana e l’allocco.

Vi sono tracce del passaggio di un istrice, animale che ha conquistato, o riconquistato, queste latitudini in tempi abbastanza recenti, dopo che era sopravvissuto solo in Maremma e in Tuscia.

Gli ultimi cerri, ancora spogli, sono rimasti indietro. Ora le rocce, ricoperte qua e là da erbe ancora giallastre, formano un paesaggio che si potrebbe definire simile, anche per il colore, a quello che le sonde spaziali ci hanno trasmesso dal pianeta Marte.

Certo, però, i marziani non sono di così cattivo gusto da erigere in vetta (mt.700) un ripetitore vistosamente colorato di bianco e di rosso, come qui accade.

Cose che pertengono solo a noi umani, purtroppo…

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AMPLIARE IL GRUPPO DEI NOSTRI COLLABORATORI

A cura di Gianni Marucelli

È questo l’obiettivo che ci prefiggiamo di conseguire nel prossimo futuro, per coprire al meglio le varie realtà del nostro Paese, sia al nord, che al centro, che nel sud e isole.

In un momento in cui i temi ambientali divengono sempre più urgenti e la sensibilità collettiva è maggiormente orientata verso di essi, diviene fondamentale fornire un’informazione corretta, scientificamente motivata e completamente indipendente: questo lo abbiamo sempre fatto, per di più fornendo all’utenza un prodotto completamente gratuito, com’è la nostra Rivista.

Ora l’esigenza è di rappresentare al meglio anche le problematiche di quei territori, e sono tanti, per i quali ci mancano collaboratori locali.

Non possiamo offrire “vile” denaro, ma solo una “palestra” di scrittura e un mezzo con cui raggiungere facilmente migliaia di lettori: crediamo che il piacere di esprimere liberamente le proprie idee, e di “raccontare” la propria terra, possa essere un compenso sufficiente per molte persone che vorrebbero occuparsi di giornalismo ambientale.

Non solo: anche agli appassionati di fotografia naturalistica offriamo ampi spazi per far conoscere le loro opere.

Il direttore e il coordinatore di redazione riceveranno con piacere i vostri contributi e senz’altro vi risponderanno con gratitudine.

Non temete quindi di scriverci, utilizzando le seguenti mail:

iuadirettore@yahoo.it

alp.pestelli@gmail.com

E adesso, buona lettura a tutti!

Per scaricare il numero di Aprile andare sul menù e cliccare “Scarica la Rivista”. Troverete il link a fondo pagina.


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TORNA LA VOCE DI DONATELLA ALAMPRESE AL TEATRO “CESTELLO” DI FIRENZE

Il nuovo spettacolo della cantante Donatella Alamprese avrà il suo battesimo al Teatro di Cestello, a Firenze, Venerdì 29 marzo alle ore 21,00.

Il suo titolo, FA-NGO, vuol annunciare una contaminazione tra due termini di genere musicale: il Tango, tanto amato dall’artista, e il Fado.

Conserva tuttavia anche il suo significato originario, come spiega il sottotitolo dell’evento: Donne migranti dal Fado al Tango: dal cuore della terra, da dove tutto ha origine e trae nutrimento: il fango, materia umile da cui nascono e si plasmano cose preziose e la vita stessa.

O, come in sintesi direbbe Fabrizio de Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Lo spettacolo quindi si impernia su un viaggio musicale, declinato al solito al femminile, che parte dal Fado dei bordelli di Lisbona per approdare al Tango dei locali popolari di Buenos Aires e condurre infine lo spettatore, attraverso una geografia dell’anima più che una topografica, nel Mediterraneo, alla terra natìa di Donatella, la Lucania.

Ad accompagnare Donatella in questo itinerario, oltre alla consueta, mitica chitarra di Marco Giacomini, i cinque strumenti di cui sia avvale Stefano Macrillò (chitarra, mandola, cuatro, tiple e mandoloncello).

Il tutto con l’impianto scenico di Cecilia Micolano e per la regia di Marcello Ancillotti.

Viste le premesse, non mancherà il successo!

PER INFO E PRENOTAZIONI: 055294609 – info@teatrocestello.it

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Il Regno del Ragno

Chi mai tesse la tela?

Il secondo volume della saga VIA DA SPARTA di Carlo Menzinger di Preussenthal

Recensione a cura di Nadia Bertolani

Il sipario si apre sulla scena di un’epica battaglia nel delta del Gange, dove il potente Generale Archidamo Stanatis fronteggia le forze dell’Impero rivale di Nippon. A molti chilometri di distanza, nella città di Lacedemone, sua figlia Nymphodora continua a sognare una rivoluzione urbanistica e architettonica che riporti alla luce del sole le abitazioni spartane confinate nel sottosuolo. Ed è vicino a lei, nel ruolo di schiava e amante, che ritroviamo Aracne, la splendida eroina di cui abbiamo letto le peripezie nel primo volume di questa saga, “Il sogno del ragno”. Chi ha conosciuto Aracne, sa che la cifra della sua esistenza è la fuga; se però nella storia precedente il suo viaggio verso la libertà era stato “una fuga per la vita”, in questo secondo volume, “Il regno del ragno”, l’evasione dalla sua condizione di ilota è indirizzata principalmente verso la “conoscenza”. Di se stessa, del suo destino, del mondo e dei suoi sogni. Ed è proprio all’inseguimento di un sogno e alla ricerca di una vita diversa, libera dalla ragnatela intrusiva di Sparta, che Aracne, con il suo bambino nato da una violenza, con Nymphodora, e con Doukas, studente di Architettura, parte verso le terre del Nord insieme a Ingmunde, maestro di norreno. Da cosa fuggono tutti quanti? Dalla schiavitù e dall’insensatezza. Che cosa cercano? Il volo della libertà, il fuoco dell’amore, la risposta ai loro sogni.

“Non si dovrebbe morire prima dei nostri sogni” asserisce Lucius, lo schiavo di origine romana, quasi un Erodoto ucronico, incaricato di registrare le gesta di Archidamo Stanatis contro i samurai di Nippon, ma fermamente intenzionato a tramandare l’interpretazione dei fatti oltre alla loro semplice amplificazione voluta dal potere a scopi propagandistici; la frase è rivolta a un nuovo personaggio, la Seconda Educatrice, una sedicenne che, a dispetto della sua funzione, relegata nella periferia dell’Impero, ignora tutto della nascita e della morte, ignora in cosa consista il potere dell’onnipresente apparato statale di Sparta, ne fraintende persino le agghiaccianti crudeltà e conosce solo l’orizzonte ristretto dell’Isola dei Donatori, dove accudisce i bambini predestinati alla donazione degli organi e dove approdano i fuggitivi. Anche lei, lentamente e con fatica, impara che nell’isola dove è vissuta – una deformazione macabra dell’Isola che non c’è in cui i bambini sperduti vivevano una magica infanzia al fianco del bambino per eccellenza, Peter Pan – non c’è posto per nulla che non sia l’orrore. E l’orrore più grande, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, non solo nella dimensione ucronica di Sparta, è l’ignoranza di sé, delle proprie origini, del mondo e dei suoi meccanismi.
Dunque il filo rosso che collega i personaggi, i loro pensieri, i dialoghi, è la ricerca della verità in un mondo contrassegnato da letali menzogne e da un’onnipresente violenza. E questo mondo emerge dalle pagine del libro con una nettezza sorprendente: tra avventure e guerre, tra amore ed erotismo, tra colpi di scena e inseguimenti, domina incontrastata la fantasia felicemente sfrenata dell’Autore che ci dipinge un universo impensabile; come non ammirare l’invenzione dei “mutanti thalassiani”, sintesi felice di fantascienza e di classicità? Come non stupirsi per le “biobarche” trainate da delfini o per i “saltadune”? In questo macrocosmo che oscilla tra rimandi alla storia, tra allusioni al tempo presente – soprattutto per quanto riguarda la genetica e la rivoluzione informatica -, tra misteri inquietanti, non ultimo quello che riguarda le origini di Aracne, brillano di luce propria i momenti lirici e le citazioni che sono un omaggio al mondo omerico.
Un romanzo vario, avvincente, dove all’intreccio dinamico si affianca la malinconica riflessione sulla “vita derubata” dalla dittatura e sull’espropriazione dei “sogni”.
Spicca, in ogni caso, la protagonista diventata madre, questa giovane donna che ha tatuato sulla fronte il disegno di un ragno e che alla fine del libro scoprirà la verità sulle proprie origini; lei, “dagli occhi di prato”, lei che vive una sessualità senza consapevolezza, lei di cui seguiamo, passo passo, l’itinerario di formazione:
“E Aracne non sapeva più nulla. Non capiva la pioggia. Non capiva il proprio pianto e ancor meno il proprio riso. Non capiva se stessa e non capiva i sogni. Forse per questo piangeva. Forse per questo rideva.”

Di nuovo prigioniera, in una detenzione peggiore di quella di Neapolis, peggiore di quella di Lacedemone, Aracne dà un appuntamento imperdibile ai suoi lettori nella prossima storia.

Non resta che aspettare l’uscita del terzo volume della saga per verificare se anche noi moderni, come l’immaginaria Aracne, siamo intrappolati nella ragnatela dei nostri stessi sogni. O in quella che tesse per noi Carlo Menzinger.

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