Pillole di Meteorologia: Autunno 2019

a cura di Alessio Genovese

Gentili lettori, ben ritrovati all’appuntamento periodico della rubrica meteorologica de “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”, appuntamento che giunge all’inizio della stagione autunnale (01 settembre – 30 novembre) ed al termine di una stagione estiva che si è rivelata sicuramente più calda rispetto alle nostre aspettative. I periodi di caldo intenso hanno di fatto avuto una durata maggiore rispetto a quanto avevamo ipotizzato ad inizio giugno mentre le precipitazioni, in buona parte del paese, sono state tutto sommato nella norma, come correttamente avevamo previsto. Il numero delle estati “calde” sta sicuramente crescendo in maniera importante e tale fenomeno, ad oggi ancora difficile da spiegare scientificamente, non va assolutamente trascurato. Le configurazioni bariche, che si realizzano nell’emisfero nord, sono più o meno le stesse e di fatto vedono il Mediterraneo in posizione sfavorevole, ovvero il nostro territorio è una delle zone dello stesso emisfero nord che risulta più colpita dalle risalite di aria calda. Tali correnti calde negli ultimi anni hanno portato a delle isoterme via via sempre più calde, come se la potenza di un ipotetico phone risultasse sempre maggiore. In altri articoli avremo modo di tornare su tale argomento che risulta essere sicuramente molto importante.

Autumn landscape with country road in orange tone. Nature background

Diciamo subito che l’autunno partirà dando un importante segnale di discontinuità rispetto alla stagione estiva. In effetti, dal 02 settembre è previsto un importante ricambio d’aria in quasi tutto lo stivale a causa di un’imponente discesa di aria atlantica, che dovrebbe essere in grado di dispensare temporali anche intensi, forte ventilazione e discesa della colonnina di mercurio per diversi gradi soprattutto al centro-nord tra il 03 ed il 04 del mese di settembre. All’estremo sud non giungerà tutta l’aria fredda, che dovrebbe colpire per lo più l’alto ed il medio Adriatico, ma le temperature non saranno certamente elevate. A seguire, gli ultimi aggiornamenti dei modelli fisico-matematici vedono la possibilità di un’ ulteriore discesa di aria atlantica in grado di alimentare le condizioni di maltempo, almeno fin verso la fine della prima decade del mese. Ampliando il nostro orizzonte temporale è lecito attendersi una stabilizzazione del tempo, in quanto ad oggi non vi sono elementi tali che facciano pensare ad un autunno particolarmente freddo; caso mai è più facile attendersi temperature ancora superiori alle medie del periodo, anche se con delle anomalie non molto marcate. Le precipitazioni dovrebbero continuare a mantenersi nella norma. Tale trend dovrebbe proseguire per quasi tutto l’autunno anche perché il prossimo inverno, in base ai dati oggi in nostro possesso, dovrebbe risultare più facilmente a trazione posteriore piuttosto che anteriore, senza andare quindi a compromettere l’autunno con precoci irruzioni di aria fredda.

Alessio Genovese

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Dischi

a cura di Gianni Marucelli

Questo è un ricordo di famiglia del quale non ho mai parlato, tanto meno scritto.

Risale all’estate del 1947, un’epoca in cui probabilmente ero già presente, ma allo stadio di feto, nella pancia di mia madre, e perciò non posso essere definito testimone oculare…

Riporto quindi, soltanto, quanto mi fu raccontato, qualche anno dopo, sia da mio padre che da mia madre, che furono molto precisi nel situare l’evento e le circostanze.

Dunque: Guido Marucelli e Teresa Mauri si erano sposati nella primavera precedente, a Firenze, città nella quale lui era nato e aveva sempre vissuto e lei si era trasferita, da Torino, ancora adolescente. Non erano più molto giovani: la guerra e quel che comportava aveva ritardato la loro conoscenza e il loro matrimonio, come per molte altre coppie, era avvenuto nel momento in cui, passata la bufera, si cominciava a ricostruire; magari il futuro non era in realtà così radioso ma, per chi aveva vissuto i momenti funesti del conflitto, dei bombardamenti, dell’occupazione nazista, doveva apparire per lo meno dipinto di un rosa acceso.

Quell’estate, la prima dopo le nozze, e forse proprio per questo, erano andati a “villeggiare” non lontano dalla città, in un paesino che si chiama Montepiano, posto a ottocento metri di altezza sull’Appennino tosco-emiliano, nell’alta valle del fiume Bisenzio. Una località che forse aveva conosciuto tempi migliori, se è vero che era frequentata già verso la fine del XIX secolo dalla buona borghesia fiorentina e pratese; comunque le strade, dopo la guerra, erano malmesse e anche il viaggio di poche decine di chilometri sui vecchi e scomodi pullman di linea poteva essere considerato una piccola avventura.

Non so dove alloggiassero; se in una pensioncina o, come spesso a quei tempi capitava, presso una famiglia che affittava una camera per brevi periodi; dalla mia esperienza personale, fatta nella primissima fanciullezza, posso però indovinare che si trattava di una sistemazione semplice, senza bagno privato (si trovava solo negli Hotel di gran lusso) e senza acqua corrente in camera. Un lavabo con la classica catinella di ferro smaltato e una brocca piena era il massimo delle comodità consentite in un borgo appenninico.

Vi erano però, e in abbondanza, aria buona, boschi e verdi panorami, cibo magari modestamente cucinato ma, almeno, non più strettamente razionato. Praticamente, il paradiso, per chi era scampato ai lutti e agli orrori e aveva trovato per giunta l’amore.

Teresa aveva 32 anni, era snella, coi capelli scuri e ondulati, molto carina anche per i canoni attuali.

Guido, trentaseienne, non ancora toccato dalla pinguedine che lo avrebbe poi contraddistinto, già un po’ stempiato, faccia da bonaccione che non lo avrebbe mai abbandonato, non aveva certo un fisico atletico, ma il fatto che fosse ancora vivo e integro non era affatto da sottovalutare.

Chissà se Teresa sapeva di essere già incinta, seppur da pochissimo, e se glielo aveva rivelato: voglio sospettare che conservasse quel piccolo segreto – enorme per lei che aveva perso il padre appena dopo la nascita e aveva subito molte angherie dalla sorte, tra le quali un patrigno questurino e manesco – per farne dono al marito proprio durante quella loro prima vacanza insieme.

Penso – e spero – che quei giorni a Montepiano siano stati davvero felici : presto il destino, oltre alla gioia per la mia nascita, avrebbe riservato alla coppia sventure a iosa e una vita davvero difficile.

Però, su quei monti si stava al fresco, si camminava mano nella mano, si scambiavano quattro chiacchiere coi paesani e con le altre coppie venute a villeggiare; dopo il tramonto, e la cena che immagino piuttosto parca, si andava ad ammirare il sorgere delle stelle, così diverse, allora, perché non ancora offuscate dall’inquinamento luminoso.

Fu in una di queste sere tranquille che accadde. Riporto, quasi parola per parola, ciò che mi è stato narrato più volte durante l’infanzia e l’adolescenza.

A un tratto, nell’oscurità incombente, una gran luce si accese: un oggetto a forma di piatto rovesciato, roteante lento sul proprio asse, la emanava, sospeso nell’aria all’altezza degli occhi di quei pochi giovani innamorati che si trovavano sul luogo. Nessuno sapeva di che si trattasse, nemmeno per sentito dire, e nessuno si immaginava che di lì a qualche mese quel fenomeno si sarebbe ripetuto più volte, in Italia e nel resto del mondo, e avrebbe affascinato l’immaginario collettivo. Rimasero dunque a guardare, più stupiti che sgomenti: di cose brutte ne avevano viste e provate sulla propria pelle fin troppo, negli ultimi anni, ma questa… questa era bella!

A quale distanza si trovasse, quali fossero le dimensioni dell’oggetto, a nessuno venne in mente di stimare. Forse Teresa si strinse al marito, a cercare protezione, ma soltanto perché in un angolo della sua mente c’ero io, il suo bambino di cui ancora nessuno sapeva…

Durò pochi secondi, un minuto, molti: non me lo hanno precisato. Si cronometrano i miracoli?

Poi il disco luminoso ebbe una vibrazione e, a velocità inconcepibile, sparì dietro le montagne.

Probabilmente le coppie presenti si guardarono, forse scambiarono qualche breve commento, ma nessuno, almeno così pare, ne parlò nei giorni successivi. Niente di niente apparve sui giornali locali, e la radio aveva ben altre notizie da comunicare.

 

La coppia tornò alla sua stanza. Vorrei immaginare che la notizia del mio concepimento sia stata data a mio padre proprio quella notte, fra un bacio e l’altro, così da potermi considerare, un po’, anche figlio di altri mondi… ma non lo saprò mai.

Nota:

In quello stessa estate accadde – se è vero – negli USA il famoso “incidente di Roswell”, nel quale un UFO andò a schiantarsi a terra coi suoi occupanti. Materiale e corpi furono recuperati dall’Esercito e dall’Aviazione degli Stati Uniti, e da allora hanno costituito uno dei più grandi enigmi del nostro tempo.

Un secolo innanzi – esattamente il primo novembre del 1864 – la Contessa Gertrude Baldelli si trovava sul terrazzo della sua villa di Montespertoli. Alle 22,53 (la contessa era evidentemente una persona precisa) avvistò “un bianco globo di fuoco molte volte più grande della luna piena”, immobile nel cielo. Scomparve dopo circa un minuto. La notizia fu riportata qualche tempo dopo dalla rivista inglese “Astronomical Register”.

Il 27 ottobre del 1954, nel pomeriggio, si giocava, allo Stadio Comunale di Firenze, l’incontro Fiorentina-Pistoiese, alla presenza di diecimila spettatori. All’inizio del secondo tempo, un oggetto voluminoso si materializzò sopra la Torre di Maratona. “Era scuro”, precisa il terzino della Fiorentina e poi della nazionale Ardico Magnini. Tutti volsero lo sguardo al cielo, compresi i giocatori e l’arbitro. La partita fu sospesa. Dopo un po’, l’oggetto scomparve a gran velocità.

Quella sera, ricaddero sulla città e sui dintorni filamenti argentei, silicei.

Una splendida tavola di Walter Molino, sulla Domenica del Corriere, immortalò l’avvenimento.

 

 

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UN GRAVE LUTTO PER LE DISCIPLINE ARCHEOLOGICHE

Articolo a cura di Gianni Marucelli

 

È morto nei giorni scorsi, ad Orvieto, il nostro amico e collaboratore Giovanni Feo.

Non voleva essere chiamato “archeologo” né “etruscologo”, ma soltanto “studioso delle antiche civiltà mediterranee”; in realtà, nei fatti, col suo lavoro pluridecennale ha rivoluzionato la comprensione della civiltà etrusca, spingendosi nel tempo ancora più addietro, alle antiche popolazioni italiche che abitavano il centro della nostra penisola molto prima dei Rasenna.

Decine di volumi rimangono a testimoniare il suo impegno di ricercatore “non accademico”, anzi, spesso ostacolato da quegli ambienti universitari italiani ancorati a supposizioni e idee che risalgono a mezzo secolo fa. Non vi è da stupirsi, quindi, che gli studi di Feo siano più apprezzati all’estero che nel nostro Paese.

Io, però, oltre allo studioso, debbo ricordare l’amico impareggiabile, che mi ha guidato alla scoperta di luoghi archeologici di eccezionale valore in Maremma e in Tuscia, siti che lui stesso, munito solo della sua immensa cultura e del suo eccezionale intuito, aveva localizzato.

Giovanni, invero, non amava solo le discipline storiche, ma anche la natura, e pensava, come me, che i popoli antichi come gli Etruschi cercassero di vivere in armonia con l’ambiente: le loro convinzioni religiose e i loro rituali sicuramente lo attestano.

Non ci frequentavamo spesso, negli ultimi anni davvero poco, ma ci sentivamo ogni tanto per telefono: una impresa difficile, con lui che, almeno fino a poco tempo fa, non utilizzava il cellulare.

Non so dove sia, ora: non certo in un asettico Paradiso al quale non credeva, pur essendo un uomo che guardava oltre, che sapeva, per parafrasare Eugenio Montale, che la realtà non è solo quella che si vede.

Buon riposo, Giovanni, tu che hai camminato con le tue gambe percorrendo ogni sentiero e forra dell’Etruria, e con la tua mente itinerari per noi inconcepibili nel tempo e nello spazio, in cerca solo della Verità.

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IL CANE

Chi è il nostro amico più fedele. Che non sempre trattiamo in modo adeguato.

a cura di Mariangela Corrieri

 

Il cane, Canis lupus familiaris, ha, fra tutti gli animali, una posizione a sé. Fra L’uomo e il cane esiste una relazione affettiva molto forte dovuta a una storia assai lunga vissuta insieme, una storia di coevoluzione. Il loro lungo sodalizio è infatti iniziato decine di migliaia di anni fa.

 

Ma chi è il cane?

Eccolo, con le parole di Jeffrey Masson, psicoanalista, etologo, sanscritista e scrittore (Libri: Il cane che non poteva smettere di amare, I cani non mentono sull’amore).

“Molto prima della domesticazione di qualsiasi altro animale o pianta cominciammo la nostra domesticazione del lupo in cane. Ebbe inizio fra i 130mila anni fa, quando l’uomo raggiunse il livello evolutivo di Homo sapiens e 150mila anni fa.

Questa domesticazione potrebbe benissimo non essere stata un processo a senso unico bensì una reciproca e profonda trasformazione per entrambe le specie. Questa mutua domesticazione è unica in natura.

C’era qualcosa di diverso in una specie animale, qualcosa che essa aveva condiviso con noi più di quanto non avesse fatto con alcuna specie di animale non umana. Quella specie era il cane e quel che esso aveva condiviso con noi in modo così unico era la sua capacità di amare.

Di conseguenza l’uomo e il cane sono anche le uniche due specie che fanno facilmente amicizia con altri animali, al di là della barriera che divide le specie. Cani e uomini si coevolsero, i cani contribuirono a renderci umani.

Nessun altro animale si comporta come un cane. Com’è possibile che questo animale dall’aspetto così diverso dal nostro, dorma sul nostro letto, si alzi con noi al mattino e venga a spasso con noi al pomeriggio? Che ci guardi con amore? La verità è che solo i cani continueranno ad amarci quando nessuno ci amerà più.

Questo amore è in realtà un fenomeno molto notevole. In realtà è uno dei fenomeni più notevoli del nostro universo. Com’è possibile che due esseri appartenenti a due specie totalmente separate possano provare un amore tanto profondo uno per l’altro? Nel mondo naturale non c’è alcun’altra cosa che sia simile a questa.

Con i cani abbiamo cominciato il lungo processo che conduce al riconoscimento della fondamentale identità di tutti gli esseri senzienti. E questo riconoscimento non sarebbe venuto da Cristo, da Mosè o dal Buddha, bensì da quel piccolo amico che cammina fiducioso accanto a noi e che non ci abbandonerebbe mai, per nessuna cosa al mondo. Da lui e solo da lui abbiamo imparato che possiamo varcare la barriera della specie e amare altre forme di vita.”

Secondo Konrad Lorenz, premio nobel 1973 in riconoscimento della sua opera fondatrice di una scienza che rivela sempre più la sua enorme portata, l’etologia, nel suo libro “E l’uomo incontrò il cane”, afferma:

“Io credo che il cane sia superiore anche alle grosse scimmie antropoidi per quanto riguarda la comprensione del linguaggio umano, anche se queste possono essergli superiori in determinate altre prestazioni intellettuali. Sotto un particolare aspetto infatti il cane è indubbiamente più simile all’uomo che la scimmia più intelligente; anch’esso è come l’uomo un essere addomesticato e, come l’uomo, deve a questo processo due proprietà fondamentali: primo la liberazione dai rigidi vincoli del comportamento istintuale che, anche a lui come all’uomo, apre nuove possibilità d’azione; secondo, però, quella permanente giovinezza che nel cane è alla radice di un persistente bisogno di amore, mentre all’uomo conserva quella giovanile freschezza di animo grazie a cui può rimanere, fino a tarda età, un essere in divenire”.

E anche: “La fedeltà di un cane è un dono prezioso che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano. Il legame con un cane fedele è altrettanto ‘eterno’ quanto possono esserlo, in genere, i vincoli fra esseri viventi su questa terra”.

 

I cani, come tutti gli animali (art.13 del Trattato di Lisbona dell’Unione europea), sono esseri senzienti, amano, soffrono, provano gioia, paura, stress, sono quindi capaci di avere sentimenti, di elaborare pensieri spesso articolati e di manifestare una particolare intelligenza. La Dichiarazione di Cambridge, stilata dai maggiori scienziati mondiali, afferma che gli animali non solo hanno emozioni ma anche coscienza. In particolare i cani che condividono con l’uomo le cure parentali ossia tutti quei comportamenti messi in atto dai genitori per crescere, educare e difendere la prole sino al raggiungimento di una piena autonomia.

 

Il cane ha una grande capacità di comunicare, è utente di un linguaggio affinato e adattato proprio in funzione della vicinanza con l’uomo utilizzando le stesse regioni del cervello: una capacità acquisita durante l’evoluzione e la domesticazione. I cani capiscono le parole e le distinguono, in un modo molto simile a come l’uomo comprende quello che dicono i suoi simili. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Science.

Secondo Stanley Coren, psicologo dell’Università canadese British Columbia i cani conoscono 165 termini con picchi di 250 per gli esemplari più intelligenti e riconoscono i numeri in sequenza fino a cinque.

“L’evoluzione e la convivenza con l’uomo hanno reso questi animali più intelligenti” .“Per intelligenza possono essere paragonati a un bambino di due anni, due anni e mezzo e si avvicinano agli umani molto più di quello che noi crediamo”. I cani sono come i bambini: la relazione che viene a formarsi con i loro proprietari, infatti, sarebbe identica a quella che i bimbi sviluppano con i loro genitori. A confermarlo una ricerca scientifica pubblicata su Plos One, condotta dal Messerli Research Institute di Vienna. Sono consapevoli della propria identità e sanno riconoscere pensieri e stati d’animo altrui. La notte sognano, sanno mentire imbrogliando altri cani e persino i padroni per ottenere qualcosa.

 

Il cane può diventare aggressivo, ma molto raramente uccide, quando gli umani lo allontanano, lo abbandonano, lo affamano, lo perseguitano, lo maltrattano in tutti quei modi che la cronaca ci espone. Quando non viene visto come soggetto di una vita ma come strumento, mezzo, macchina. Allora quel grande compagno e amico inseparabile che ci considera un dio, perde l’equilibrio, si ammala di stress o di terrore, violenta le sue caratteristiche etologiche e si trasforma in aggressore innocente.

Valerio Pocar, ex professore ordinario di sociologia del diritto e di bioetica ci ricorda che “occorre non dimenticare mai che tenere un animale è anzitutto un’assunzione di responsabilità, beninteso lieve e fonte di gioia. Il rapporto con gli animali passa attraverso una comunicazione empatica che s’instaura con un soggetto, non in quanto esemplare di una specie, ma come individuo in sé”.

 

Ciò che afferma anche Roberto Marchesini, veterinario, etologo e saggista che negli anni novanta ha introdotto in Italia la neonata zooantropologia ovvero lo studio dell’interazione uomo animale. Questo rapporto crea il terzo soggetto: la relazione. La zooantropologia si differenzia dalle altre discipline che si occupano di tale rapporto perché introduce una nuova partnership con l’animale di tipo relazionale (l’animale “con”) diversa da quella zootecnica (l’animale “da”).

 

Il 7 luglio 2012, un prominente gruppo di neuroscienziati cognitivi, neurofarmacologi, neurofisiologi, neuroanatomisti e neuroscienziati computazionali si sono riuniti presso l’Università di Cambridge per rivalutare i substrati neurobiologici dell’esperienza conscia e relativi comportamenti in animali umani e non umani.

Hanno dichiarato quindi quanto segue:

“L’assenza di una neo-corteccia non sembra precludere ad un organismo l’esperienza di stati affettivi. Evidenze convergenti indicano che gli animali non-umani hanno substrati neuro-anatomici, neurochimici e neurofisiologici di stati di coscienza insieme con la capacità di mostrare comportamenti intenzionali. Di conseguenza il peso dell’evidenza indica che gli umani non sono gli unici a possedere i substrati neurologici che generano la coscienza.

Anche gli animali non-umani, compresi i mammiferi e gli uccelli, e molte altre creature compresi i polpi, posseggono questi substrati neurologici”.

La Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza è stata redatta da Filippo Basso e curata da Jaak Panksepp, Diana Reiss, David Edelman, Bruno Van Swinderen, Filippo Basso e Christof Koch. La Dichiarazione è stata pubblicamente proclamata a Cambridge, Inghilterra, il 7 luglio 2012, al Francis Crick Memorial: Conferenza sulla Coscienza di animali umani e non-umani, al Churchill College, Università di Cambridge, da Low, Edelman e Koch. La dichiarazione è stata firmata dai partecipanti alla conferenza la sera stessa, in presenza di Stephen Hawking, nella camera di Balfour all’Hotel du Vin a Cambridge. La cerimonia della firma è stata immortalata da CBS 60 Minutes.

Un cane educato è un cane felice ovvero un cane felice è un cane educato.

Da quando è stato accettato l’assunto per cui anche il cane prova emozioni e sentimenti per certi versi assimilabili ai nostri, è stato possibile comparare i risultati degli studi sui rispettivi comportamenti e si è scoperto che spesso alcuni dei suoi bisogni coincidono con i nostri mentre non è detto il contrario. La Piramide di Maslow messa a punto dall’omonimo psicologo americano nel 1954, è un utile punto di riferimento per conoscere i bisogni del cane e comprendere come soddisfarli.

Brian Hare, professore di Neuroscienze cognitive alla Duke University (Carolina del Nord), nonché noto divulgatore scientifico americano e autore di best seller di successo sugli animali domestici, afferma nelle pagine web di Business Insider, uno dei più importanti e aggiornati siti di informazione generalista, confermato da un gruppo di ricercatori del Massachusetts General Hospital, che i cani sono gli unici animali in grado di stabilire un rapporto con l’uomo guardandolo negli occhi. Un contatto visivo che attiva la liberazione di mediatori (ossitocina) implicati in un vero e proprio “rapporto d’amore” tra soggetti di specie diverse (fonte Innovet 2016).

 

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances spiega come i ricercatori guidati da Bridget vonHoldt dell’ateneo di Princeton analizzando le differenze di comportamento tra cani e lupi hanno stabilito che il DNA dei cani ha subito nel corso dei millenni 4 mutazioni genetiche. Questo ha portato i cani ad avere una condotta sociale simile a quella di un bambino, estremamente aperta agli altri e in continua ricerca della nostra attenzione e approvazione (fonte Huffpost.it luglio 2017).

Forse è utile ricordare a chi ha dimenticato, che i cani sono i nostri compagni di vita, vivono nelle nostre case, alleviano la nostra solitudine, ci regalano emozioni ed esperienze altrimenti sconosciute. Il cane ci soccorre, ci guida, ci difende. Dal recupero nei terremoti ai salvataggi in mare e sotto le valanghe, alla guida dei ciechi, all’aiuto ai disabili, dalla ricerca delle droghe a quella dei dispersi, alla pet therapy. I cani fiutano il cancro, le crisi diabetiche e ancora tanti altri sono i servizi che compiono per noi.

Abbiamo anche la spietatezza di usarlo nelle attività cruente legali o illegali, come la vivisezione, i combattimenti, la caccia al cinghiale, lo sminamento, la guerra, la pellicceria, l’alimentazione… Ne abbiamo perfino inviato uno, Laika, a morire nello spazio.

Noi non sapremo mai amare come ci ama un cane perché “I cani sono una somma incalcolabile di amore e di fedeltà” Konrad Lorenz e ”Chi non ha avuto un cane non sa cosa significhi essere amato” Shopenhauer ma il nostro compito è salvarlo dalle crudeltà.

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Pillole di Meteorologia

ESTATE MEDITERRANEA O AFRICANA?

a cura di Alessio Genovese

 

Gentili lettori, rispondo subito alla domanda posta nel titolo dell’articolo, in modo tale che chi si annoiasse a leggere queste poche righe può subito decidere di chiudere la pagina senza per forza offendere chi scrive. Io dico estate più mediterranea che africana!!

Dopo un maggio insolitamente freddo e piovoso, i lettori non si lascino spaventare dalle giornate soleggiate e calde che ci accompagneranno fin poco oltre la metà del mese. Quest’anno vi sono alcuni fattori, primo fra tutti la disposizione delle anomalie delle temperature superficiali dell’Oceano Atlantico, che inducono a ritenere che le ondate di calore non siano così persistenti come in occasione delle ultime estati. In poche parole le belle giornate ci saranno, così come il caldo, ma questo dovrebbe essere per lo più sopportabile, ovvero senza troppi eccessi di afa ed umido; soprattutto, i periodi caldi potrebbero essere spesso interrotti da altri periodi con tempo perturbato caratterizzati da temperature più fresche e giornate di pioggia nella norma rispetto alle medie del periodo. In sostanza, sembra che si possa confermare quanto ipotizzato nell’ultimo articolo di questa rubrica in cui avevamo ritenuto troppo azzardate delle tendenze meteo, uscite addirittura nel mese di marzo, che prevedevano un’estate torrida. Potrebbe quindi delinearsi un’ estate che possa accontentare un po’ tutti quanti, con l’augurio che ognuno possa far coincidere le proprie vacanze con i periodi di tempo più stabili. Sembra ad ogni modo scongiurata anche un’estate all’opposto, ovvero solo piovosa e fredda e che alla fine va a scontentare i più e non consente di poter vivere delle vacanze serene all’aria aperta. Considerate le anomalie ampiamente negative del mese di maggio e le ipotesi di un’estate “normale”, sembra tramontare, almeno per il Mediterraneo, la possibilità di individuare nel 2019 uno degli anni più caldi dell’era moderna, come paventato da alcuni durante l’ultimo inverno.

 

Buona estate a tutti i lettori de L’Italia l’Uomo l’Ambiente

 

 

Alessio Genovese

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EHI, LORENZO, MA ALLORA LO FAI APPOSTA!

Jovannotti e gli ambientalisti di nuovo a confronto

A cura della Associazione Naturalisti Ferraresi

Federata della Federazione Nazionale Pro Natura

Di nuovo. Se non lo conoscessimo come persona seria e amante della natura, oltre che come cantante e compositore di grande successo, ci parrebbe che Lorenzo Cherubini di Cortona, in arte Jovannotti, si stia mettendo d’impegno per contribuire a danneggiare le location in cui si esibisce, ovverosia, per essere più chiari, a scegliere, o a lasciare che altri scelgano per lui, luoghi caratterizzati da delicati equilibri ambientali per mettere in scena i propri concerti.

Poco tempo fa, e lo segnalammo ai nostri lettori, era stato il Plan de Corones, altopiano sommitale posto a più di 2000 metri di altezza sopra Brunico (BZ), a essere oggetto di attenzioni non certo opportune da parte degli organizzatori di eventi musicali jovannottiani, adesso è un tratto di spiaggia adriatica ancora caratterizzato da splendide dune sabbiose, non lontano dal Lido degli Estensi, nei pressi del Paco del Delta del Po. La cosa è stata segnalata alla Federazione Pro Natura dall’Associazione Naturalisti Ferraresi, ma ancor prima era stata Legambiente a porsi di traverso alla concessione di un’area pubblica a fini privati da parte del Comune di Comacchio.

L’evento in effetti attirerebbe decine di migliaia di persone in piena estate, il 20 Agosto, e ovviamente i mezzi di trasporto relativi.

Immaginatevi trentamila persone stipate in poche centinaia di metri di spiaggia libera, per gran parte della notte… che ne resterebbe di quel poco di dune sabbiose caratterizzate da vegetazione psammofila e dalla nidificazione di specie rare di uccelli? Diciamo, qualche centinaio di migliaia di lattine, escrementi in quantità industriale e altre cose che è facile immaginare…

Per fornire ai nostri lettori una panoramica più dettagliata, lasciamo però la parola agli amici della Associazione Naturalisti Ferraresi, di cui pubblichiamo la relazione in merito, specificando che la Federazione Nazionale Pro Natura è già intervenuta indirizzando una lettera al Comune di Comacchio. Per quanto ci riguarda, facciamo appello alla sensibilità di Jovannotti perché si rifiuti a un tale scempio!

 

 

Già dal gennaio scorso siamo a conoscenza del progetto di realizzare, quest’estate, un concerto di Jovanotti sulla spiaggia libera del Lido degli Estensi, un’area adiacente al porto canale e a quello che è di fatto un geotopo-biotopo. Tale manifestazione, denominata Jovabeachparty, è una iniziativa sostenuta da Parley for the Oceans, che si definisce “uno spazio d’incontro per accrescere la consapevolezza riguardo la bellezza e la fragilità dei nostri oceani …“Tale organizzazione ha anche chiesto a Legambiente Comacchio la collaborazione per un evento di pulizia di una spiaggia pubblica, che possa ottenere un risalto sia mediatico, sia in termini di quantità di rifiuti raccolti.”

 

         Legambiente Comacchio, che da anni va pulendo tutte le spiagge ferraresi e nel merito non ha niente da imparare, ha ovviamente rifiutato la collaborazione e già dal gennaio, assieme a questa Associazione Naturalisti Ferraresi, alla Lipu, a gruppi di studiosi e cittadini (Asoer e Movimento 5 stelle), ha chiesto agli organizzatori e al Comune di Comacchio che tale concerto sia spostato in una zona ove possa avere un impatto minore. Ma sia Parley for the Ocean che il Sindaco di Comacchio sono stati irremovibili e ora comunicano di aver fissato il concerto per il 20 agosto.

 

         Sia chiaro che non abbiamo niente contro Jovanotti, ma numerose considerazioni ci portano ad essere contrari a questa iniziativa:

 

1 – il luogo progettato è a ridosso di un sistema di dune scampate alla distruzione effettuata già da decenni per far posto agli stabilimenti balneari, e più recentemente sacrificate anche all’esagerato allargamento del portocanale di Portogaribaldi;

2 – tali dune sono ancora caratterizzate dalla presenza di interessanti specie floristiche, di avifauna e di varie specie di fauna minore, che vanno ad arricchire la biodiversità del Parco Regionale E.R. del Delta del Po (pur non essendo comprese nel relativo perimetro);

3 – da anni la spiaggia antistante il suddetto campo di dune è sede di nidificazione del Fratino, specie tutelata perché in via di estinzione (quest’anno ne sono presenti 5 coppie – dati ufficiali Asoer). Proprio in quest’area dovrebbe svolgersi il suddetto spettacolo, allestendo un palco di 100 metri x 50, con gli altoparlanti rivolti verso il mare; gli spettatori dovrebbero assistere al concerto sulla spiaggia compresa tra il suddetto palco e il mare, ma se dovessero veramente venire, come previsto dagli organizzatori, almeno 35.000 persone, dubitiamo che ci possano stare comodi e in buon ordine;

4 – il lato nord dello spazio per gli spettatori sarebbe costituito dal porto canale, e dubitiamo che la prevista collocazione, su tale lato, di alcuni banchetti di servizio possa rappresentare una barriera di sicurezza per il pubblico;

 

5 – per il concerto è previsto che le dune, attualmente non protette da alcuna recinzione, siano circondate da transenne mobili alte un metro, che assai probabilmente non basteranno per evitare invasioni da parte di spettatori intemperanti;

6 – le dune dovrebbero comunque essere attraversate da mezzi meccanici o per l’allestimento del palco o per l’allontanamento dei rifiuti raccolti;

7 – le aree dunali sono tutelate dallo Stato e quindi non si capisce perché sia stata data l’autorizzazione per un evento a pagamento, privatizzando l’area per diversi giorni;

8 – non esistono sufficienti spazi per il parcheggio di automobili in prossimità dell’area del concerto;

9 – concordiamo infine con Legambiente Comacchio che la raccolta dei rifiuti sarebbe possibile prima del concerto, ma dopo potrebbe essere eseguita solo con mezzi meccanici, asportando anche notevoli quantità di sabbia.

 

         Ricordiamo che:

  • la convenzione di Ramsar ha riconosciuto le zone umide del Delta del Po (e nelle aree umide sono comprese anche le dune) quali aree di grande pregio per una notevole varietà di specie ornitiche,
  • l’Unesco ha classificato Ferrara ed il territorio del Delta come bene mondiale da preservare,
  • la stessa Unesco ha riconosciuto le aree umide del Parco Veneto ed Emilia-Romagna quale riserva Mab “Po Delta Biosphere Reserve”.

 

         Ricordiamo altresì che questi riconoscimenti non sono premi da ritenere incassati definitivamente, bensì da meritare giorno per giorno, impegni da vivere costantemente, e ci sembra inopportuno che, in un territorio ove quel poco che resta di Natura è già preso d’assalto da altri ingiustificati sviluppi edilizi, iniziative di questo tipo, anche se mosse dall’intento di rendere più popolari questi ambienti, debbano svolgersi proprio a sacrificio degli stessi.

 

L’Associazione Naturalisti Ferraresi

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TANTO, LORO NON VOTANO (INTERVISTA COL LUPO)

a cura di Gianni Marucelli

 

Ho scritto questo breve articolo alla vigilia delle elezioni del 26 maggio, che, come si sa, riguardano il Parlamento Europeo, ma anche tante realtà locali del nostro Paese. Per correttezza viene pubblicato on line il giorno dopo le elezioni… correttezza che alcuni “vincitori” non hanno pensato di usare durante il giorno di silenzio elettorale…

 

Per scrupolo di coscienza, inoltre, ve lo propongo in forma di “Intervista con il Lupo”, incontrando un vecchio amico che ha già avuto modo di rilasciare qualche dichiarazione – ormai diversi anni fa – alla nostra rivista. L’appuntamento è nel luogo consueto, nella foresta ma non distante dalla strada che porta al Passo di Bocca Trabaria, tra Toscana e Marche, sull’Alpe della Luna.

  • Lupo, ci sei? Ho il registratore già acceso, fatti vedere!
  • Devo proprio? I tempi non sono sicuri, preferirei restare nel folto della macchia…
  • No, dài, sono un amico. Ci siamo conosciuti qualche anno fa…
  • O Dio, all’aspetto sei messo maluccio, però il puzzo di umano è lo stesso, me lo rammento perfettamente. Proprio per dovere di ospitalità, eccomi!
  • Hai detto che “mala tempora currunt”…o, scusami, ho usato un’espressione latina…
  • Che io conosco meglio di te. Il latino, tantissimo tempo fa, l’ha imparato un mio avo, direttamente da un fraticello mezzo pazzo che si era invaghito di lui, non si sa perché. Ce ne trasmettiamo i rudimenti di padre in figlio. Comunque, questo è un periodo oscuro, per noi Lupi. In tanti ambiscono a farci la pelle legalmente, una buona parte ci ammazza illegalmente, tanto poi è lo stesso. Di fatto, siamo già oggetto di persecuzione razziale, o non te ne rendi conto? Proprio come gli Ebrei tedeschi prima della Notte dei Cristalli… o quei disgraziati sui barconi prima del Decreto S…
  • Zitto! Mi vuoi rovinare? Ma ti sei ripassato la storia, prima di questa intervista?
  • Incidentalmente, nella discarica cui ogni tanto faccio ricorso d’inverno, quando c’è neve alta e la fame batte, ho trovato vecchi libri di storia gettati nella pattumiera, tanto non servono più. Pare che nelle vostre scuole non si insegni, ora nemmeno questa materia. Sì, ho letto qualche pagina, qua e là, più per distrarmi dal freddo che per vero interesse. Sei sbiancato e ora sudi: l’avevo intuito che eri messo male.
  • E tu, caro Lupo, stai perdendo tanto pelo e il muso ti è diventato bianchiccio: insomma, invecchi!
  • Premesso che sta iniziando la primavera, e quindi è logico che stia sfoltendo il mio abito invernale, il tempo passa per tutti. Qui in foresta, però, non abbiamo riscaldamento, né autonomo né condominiale, e cacciare tutti i giorni non è che rappresenti per noi una forma di sport. Insomma, stavo dicendo, anche prima del Decreto…

  • Non si fanno nomi, per carità! Il concetto è chiaro abbastanza, senza che tu aggiunga altre… indelicatezze! In molti vi vogliono morti, e si danno da fare per modificare le leggi che vi proteggono. Semplice da spiegare, senza tirar fuori Hitler e… ahi!
  • Che ti prende? Io non ti ho morso, nemmeno ti ho fatto pipì sul piede, e sì che ne avrei voglia!
  • No, mi son morso io la lingua, per non far nomi!
  • Bah, voi umani, chi vi capisce… comunque, se me ne dai un pezzetto, l’assaggio volentieri…
  • Dove vai? Via, scherzavo… non ho alcuna intenzione di mangiare carne umana! Che schifo!
  • Però, qualcuno comincia a dire che potreste costituire un pericolo anche per la gente, visto che siete diventati troppi…
  • Stupìdo! Sei proprio stupìdo! Uahuu, che risate, quando ero cucciolo, una volta, d’estate, la mamma mi ha portato a vedere un film in un cinema che avevano improvvisato in mezzo al bosco… e c’era un grassone che apostrofava così il suo compagno magro magro… ecco, sì, voi umani non siete stupidi, no, siete stupìdi! Pensa, io ero nascosto dietro le ultime file e a un tratto un bambino si volta, mi vede, tira la manica al babbo e gli fa: guarda, c’è un cucciolo di lupo, qua dietro! Il padre si volta, mi squadra, e risponde: quello? È un bastardino di samoyedo… sììì! Stupìdo essere umano!
  • Non hai risposto alla mia domanda, non svicoliamo…
  • Allora, a domanda stupida risposta cretina! Da duecento anni almeno si tengono cronache d’ogni genere, da quelle parrocchiali ai giornalacci d’infima categoria fino ai più dotti libri di macro e micro storia… se mi trovi anche un solo episodio di aggressione di uno di noi a un umano, ti regalo la mia tana e tutta la foresta qui intorno…
  • Ma non è mica roba tua…
  • E di chi? Ben prima che quel debosciato di Romolo uccidesse il fratello per quattro jugeri di terra… ti prevengo, è una misura latina…, e anche prima che un altro debosciato preferisse andare a giro per il mare per una decina d’anni piuttosto che tornare a casa da quell’arpia di sua moglie… ebbene, prima d’ogni leggenda o storia umana, qui abitavamo noi. I lupi. E tutte le altre creature, che vivono e respirano e pensano, animali e piante. Insomma, è tutto nostro! E tornerà, un giorno, tutto nostro, quando avrete finito di suicidarvi. Per questo, se accetti e vinci la scommessa, te lo posso tranquillamente donare, per quanto riguarda la mia parte.
  • Chi ti ha insegnato la dialettica?!
  • Il babbo mio, ogni risposta sbagliata una zampata che ti faceva rotolare a valle… sistema semplice, ma efficace, di insegnamento…
  • Comunque, ora come ora è tutto nostro, voi manco avete diritto di voto…
  • Questa è buona! E tu, che diritti credi di assicurarti, tracciando una croce su un foglietto?
  • Pensi che fermerai la distruzione del tuo – purtroppo anche del nostro – ambiente? Credi che vivrai un anno o un mese di più? Supponi che i tuoi figli e i tuoi nipoti saranno più ricchi, intelligenti e felici?
  • Qualunquista! Sei un Lupo qualunquista, vergogna!
  • Ma io non posso votare. Che capperi di qualunquista sarei?
  • Allora emàncipati! Lotta per i tuoi diritti!

  • E’ proprio quello che intendo fare: e il mio primo diritto è sopravvivere, no? Anche gli ebrei la pensavano così, a quei tempi, anche i disgraziati dei barconi di fronte al Decreto…
  • Zittoooo!!! Per pietà!!! Se vincono quelli, mi licenzieranno e inchioderanno la mia pelle in piazza!
  • A noi – a più d’uno di noi – è già successo, di recente. Che effetto fa? Via, non dirò altro.
  • E’ tardi, la mia compagna ha dei cuccioli, devo andare…
  • Dove?
  • Per ora, a caccia, poi in tana e poi, chissà… anche noi Lupi siamo dei migranti…andiamo là dove non ci perseguitano, magari! Addio, giornalista! Vai pure a votare, ci vediamo tra qualche anno, qui. Ammesso che la foresta ci sia ancora…

 

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ALZATI E CAMMINA!

a cura di Carlo Menzinger di Preussenthal

Alzati e cammina!

Sì. Credo sia tempo di dirlo. Di dirlo a noi stessi e a chi ci è vicino. È tempo di camminare. Dobbiamo muoverci, in tutti i sensi.

Dobbiamo muoverci per cambiare il mondo, per salvare un pianeta che stiamo assassinando.

Dobbiamo muoverci per la nostra stessa salute e il nostro futuro di esseri umani e di umanità.

Dobbiamo muoverci e uno dei modi più semplici e immediati per farlo e scendere dalle nostre automobili e camminare.

Camminiamo.

Perché dovremmo camminare? Mi ripeto: per il bene di noi stessi e del pianeta in cui viviamo.

Partiamo da noi.

Camminare ci fa bene perché è un modo per prevenire molte malattie, per mantenerci in salute. Camminare aiuta a dimagrire o restare in forma. Camminare fa bene al sistema circolatorio, al cervello, migliora la risposta immunitaria del nostro corpo e la resistenza cardiaca, aiuta dormire meglio, migliora la postura. Pare che abbia effetti benefici anche su alcune malattie specifiche, come la prevenzione del cancro al seno, la riduzione del colesterolo, l’alta pressione sanguigna, i disturbi cardiocircolatori.

Camminare ci permette di entrare più in contatto con l’ambiente, di scoprirlo nei suoi dettagli, di assaporarlo, di viverlo. E parlo non solo delle campagne ma anche delle nostre città

Camminare ci permette di fare cose lungo il nostro cammino, di fermarci senza impazzire per trovare un parcheggio, di fare piccole deviazioni.

Camminare ci spinge a usare i negozi di quartiere, invece di raggiungere in auto i centri commerciali. Camminare potrebbe, così, aiutare a rivitalizzare l’economia locale e a ricreare la vita di quartiere.

Camminare ci permette di incontrare altre persone, magari di scambiarci due parole.

Camminare ci rende meno stressati, se non altro perché non ci troviamo ad affrontare il traffico, ma anche perché mettendo in movimento l’organismo ci fa sentire meglio.

Camminare ci permette persino di leggere di più. Questo credo sia qualcosa che va spiegato. Quando cammino (ma anche quando guido, a dir il vero) io leggo. Certo non è che vada in giro tipo monaco con il breviario, reggendo in mano un libro, rischiando di sbattere contro passanti o pali. Leggo con il TTS, il Text-To-Speech del mio e-reader. Più che leggere, in effetti, ascolto o “mi faccio leggere”. Il TTS, come gli audiolibri, mi permette di ascoltare libri mentre cammino, attività che aiuta a migliorare la capacità di concentrazione, che aumenta il tempo da dedicare alla lettura e al miglioramento della nostra cultura.

Se pensiamo che camminare ci faccia perdere tempo o che potremmo annoiarci, possiamo dunque non solo ascoltare musica o programmi radio con gli auricolari ma persino leggere!

Camminare, infine, può farci risparmiare i soldi del carburante della nostra auto (magari potremmo persino rinunciare ad averne una e usare car sharing e mezzi pubblici, risparmiando molto di più) o quelli dei biglietti dei mezzi pubblici o la tariffa di un taxi. Possiamo comunque integrare l’uso dei mezzi pubblici con percorsi a piedi.

Camminare ci fa certo risparmiare anche in spese mediche e farmaci, proprio perché ci rende più sani.

E camminare costa poco e nulla (risuolare ogni tanto le scarpe!) e non ha controindicazioni (come altre attività). Può essere considerato uno sport low cost, uno sport che non richiede particolare preparazione e che può essere fatto a ogni livello ed età.

 

Perché camminare può aiutare anche il nostro pianeta?

Gli studiosi dell’ambiente è da tempo che ci mettono in guardia in merito al degrado del nostro mondo, ma ultimamente i loro appelli si sono fatti, giustamente, sempre più pressanti. Ci sono processi in atto che rischiano di diventare presto irreversibili. Il tempo per bloccarli si sta esaurendo. Dobbiamo fare subito qualcosa. Dobbiamo fare subito grandi cose. Dobbiamo subito cambiare molte cose del nostro modo di vivere.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, mantenendo i trend attuali, la temperatura media globale aumenterà di 1,5 °C entro il 2040. Ci resterebbero 12 anni per salvare il pianeta dalla catastrofe climatica.

 

Una delle piccole, grandi cose che possiamo fare è proprio camminare, perché così riduciamo il consumo di carburanti, l’inquinamento che questi producono, il consumo di materiali per produrre automobili, il traffico, gli incidenti, mortali o no, che le auto costantemente producono, miglioriamo la qualità dell’aria delle nostre città.

Non vogliono dilungarmi qui su questi temi, ma mi limito a ricordare che secondo uno studio dell’Health Effects Institute, nel 2016 sono morte 6,1 milioni di persone per l’inquinamento atmosferico e il 95% della popolazione mondiale respira aria pericolosamente inquinata, oltre i parametri consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). E non si tratta di un anno speciale. È sempre così. Fate voi le moltiplicazioni per vedere quanta gente muore in dieci o cento anni.

Le automobili in Europa causano ogni anno 120.000 morti e 2,4 milioni di persone infortunate. Nel mondo, secondo uno studio dell’OMS del 2009, i morti sarebbero 1,3 milioni e i feriti tra i 20 e 50 milioni. Un ecatombe!

Se è vero che è in corso la Sesta Estinzione di Massa, che stiamo perdendo ogni forma di biodiversità, una riduzione dell’uso delle auto potrebbe aiutare a ridurre questo trend drammatico, per il quale dobbiamo fare anche molto altro.

Città in cui la gente riprenda a camminare potrebbero e dovrebbero cominciare a ripensare al verde urbano, creando, oltre alle piste ciclabili, spazi verdi per camminare. Città in cui si possa camminare piacevolmente, aiuterebbero a farlo più spesso.

Meno auto in circolazione potrebbe essere un aiuto per rallentare il surriscaldamento globale.

Non è tempo di smettere di usare le auto? Non è tempo di cambiare?

E se camminando ci casca l’occhio su qualche oggetto di plastica abbandonato, magari, potremmo provare a chinarci e a raccoglierlo, lasciandolo poi negli appositi contenitori.

Pensate di non aver tempo per camminare? Spesso non è vero. Quanto dista il luogo che state per raggiungere? Quanto impiegate ad arrivarci in auto o con un altro mezzo e quanto, invece, a piedi? C’è poi tutta questa differenza? Non può valer la pena lasciare l’auto e metterci qualche minuto in più, ma con tutti questi benefici? Con i cellulari non potete fare camminando cose che siete abituati a fare seduti?

A volte si pensa che per camminare dobbiamo vestirci in modi particolari, andare in posti adatti. Certo sarebbe bene e bello poter camminare in bei posti nella natura, con abiti e scarpe comode. Quando possiamo, privilegiamo queste soluzioni, ma non smettiamo di camminare quando non mancano. Possiamo camminare in città. Possiamo spostarci nei palazzi a piedi anziché in ascensore. Si può camminare ovunque e sempre.

È tempo di camminare.

Alzati e cammina!

Carlo Menzinger di Preussenthal

https://pianeta3.wordpress.com/

www.menzinger.it

 

Firenze, 22/06/2019

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Recensione della raccolta poesie di Iole Troccoli ‘Torneremo agli alberi’

a cura di Carmen Ferrari

Questi versi ci accompagnano in un percorso dove le parole intagliano decise, quanto lievi, una composizione che, attraverso vari stadi, come una sorta di ricerca, cerca un anelito  che giustifichi una ‘assenza’. È questa assenza che permette una dilatazione dell’anima che riesce a guardare i propri e altrui enigmi.


Acqua, aria, terra, sono gli elementi che stringono alleanze, come tra terra e mare in ‘Senza confine’. È questa ‘assenza’ che dentro la privazione di un confine, permette alla parte onirica di sfumare nei versi, esaltando immagini, suoni, sentimenti, stati d’animo non soffocati dal chiarore del giorno: “Sono treno vagante sui binari perpetui alla stazione argentata della stessa fiaba notturna” (Notturna).


Una composizione i cui versi, a volte di delicata tragicità, appaiono e scompaiono nella sequenza che il lettore si aspetta, ma che, invero, ricompongono la sua trama. Lampi di immagini evocative che velocemente si presentano alla scena e si dileguano, ma ci lasciano un segno: “È buono questo pane- sa di neve – di cose sparse sui tavoli di marmo – s’impasta a mani grandi – vecchie svelte – come un fazzoletto girato in fretta – sulla testa” (Questo pane).


Come anime morte vagano i versi in un richiamo a riprendere ciò che gli è stato tolto: “Ho abbandonato tutto – ma sono legata a voi – gentili anime morte – aggancio di volti perduti – nel mio silenzio sfarzoso”  (Ho lasciato tutto).

Così i versi tornano  anche a intonare un canto che cerca i suoi perché – è la vita che canta una nuova iniziazione dopo aver perso la bussola d’origine – “Noi siamo tra i tanti  che persero – la bussola d’origine”. È sempre la vita che si riaffaccia… “Se torno a scrivere…”  (Se)

 

Un viaggio tenero quanto intenso di squarci doloranti dove la sofferenza passa nelle sue varie rappresentazioni e, come nei nostri rituali per superare le prove, l’aiutante magico è la poesia attraverso cui il verso si fa strada  per ricomporre quella ‘mancanza’  e permettere quel tornare agli alberi: “Torneremo quando gli occhi degli alberi – ci guarderanno per primi senza chiudersi…”  e  “…così saremo accesi – e sereni  finalmente – di tutto quanto è stato perso –  con giudizio – lungo il viaggio”  (Torneremo agli alberi).

 
Una raccolta poetica che avanza dentro al nostro stupore, dove l’incanto accende  vibrazioni interiori, stringendo con i versi una ricca fonte interpretativa.

Il ritmo interno delle poesie di Iole Troccoli si giova di una misura libera dei versi, intonati su due-tre accenti, che scandiscono il progressivo ampliarsi e ridursi del respiro della composizione, fino all’isolamento di una parola. Il mare, così presente, sfondo ideale su cui si effonde il cromatismo delle immagini, sembra costituire il paradigma sul cui esempio improntare la base ritmica, una ‘risacca’ che il lettore segue fino a perdersi, dopo l’ultimo verso, nel bianco della pagina vuota.

Carmen Ferrari



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IL PONTE DELLA GIOCONDA E I LADRI DELLA BELLEZZA

a cura di Gianni Marucelli

(Pro Natura Firenze)

Dopo otto secoli attraversa ancora, agile ed elegante sulle sue sette arcate a sesto ribassato, l’Arno, in uno dei suoi punti più larghi: è il Ponte a Buriano, nei pressi di Arezzo. Leonardo lo vide, forse, in occasione del suo servizio in qualità d’ingegnere militare presso Cesare Borgia, il Duca Valentino, ampiamente figlio di Papa e di papà, esempio illuminante di Principe per Niccolò Machiavelli, di crudele tiranno senza princìpi per noi moderni.

Comunque sia, il genio di Vinci apprezzò la struttura e la bellezza del manufatto, tanto che lo volle ritrarre sullo sfondo di quel quadro che si portò appresso, ritoccandolo, fino alla sua morte, quando ne fece dono a Francesco I di Francia, suo benefattore e protettore. La questione, se questo sia appunto veridicamente quel ponte, pur se ancora dibattuta, pare a me bastevolmente appurata, e quindi non vi ci soffermerò ulteriormente, se non per affermare che un ponte il quale, dopo otto secoli di onorato servizio, regge ancora il traffico veicolare, non solo è stato costruito solidamente, ma eccezionalmente bene.

Il quadro cui ho accennato è, ovviamente, l’opera pittorica più famosa del pianeta Terra, quella Monna Lisa del Giocondo che tante menti e ingegni ha ispirato nei secoli, e probabilmente ancora ne ispirerà.

Basterebbe ciò a rendere, di riflesso, illustre il ponte e il luogo che lo ospita, la valle dell’Arno che in questo punto è davvero incantevole; da qui, verso valle, ha inizio un tratto sinuoso e, a tratti, incassato profondamente, che par davvero prenda esempio dai canyon americani. E’ da molti anni zona protetta, la Riserva Naturale di Bandella e della Valle dell’Inferno, che, grazie alla presenza di due dighe, La Penna e Levane, presenta anche zone palustri, davvero interessanti per l’avifauna acquatica.

Verso nord, invece, non esiste altro ponte prima di Castelluccio, piccolo borgo sito nel Comune di Capolona. In questo breve tratto, la riva destra del fiume è davvero poco antropizzata: la località di Cincelli, a poche centinaia di metri dal Ponte a Buriano, nell’antichità ospitava una fornace (gli aretini, prima etruschi poi romani, erano davvero notissimi per la produzione di ceramica “sigillata”, ovvero recante il sigillo – oggi diremmo logo – dell’azienda vasaia che la realizzava).

Da Cincelli, verso nord, hanno inizio le pendici del massiccio del Pratomagno, che separa la Valle dell’Arno dal Casentino. Una stretta strada asfaltata porta da Ponte a Buriano a Castelluccio, un’altra raggiunge il minuscolo borgo rurale di Pieve San Giovanni, ridiscendendo poi per congiungersi alla prima, proprio a Castelluccio. In questo non molto vasto triangolo, che ha per base il corso dell’Arno, i seminativi e gli ex seminativi si alternano a boschetti mesofili di querce – in prevalenza roverella – carpino, ontàno. Tutta la zona è ricca di fauna: ungulati (cinghiali, caprioli, daini), mustelidi (volpe, faina, donnola), lepri, istrici e via dicendo, nonché di rapaci. Il Lupo è presente nei boschi del Pratomagno, e probabilmente, in inverno, frequenta anche queste piagge.

Il luogo è conosciuto, appunto, come Valle delle Piagge, e avrebbe tutte le potenzialità per conoscere uno sviluppo di turismo “alternativo” di tutto rispetto, avendo tra l’altro già alcune strutture (anche di vaste dimensioni) che lo ospitano, sia in Comune di Capolona che nel confinante Comune di Castiglion Fibocchi.

Il problema è che la Valle delle Piagge sta avendo invece, in queste settimane, una certa notorietà sui media locali, non per i suoi pregi naturalistico-ambientali, ma per i rischi che sta correndo: l’amministrazione del Comune di Capolona ha infatti dato parere favorevole, qualche tempo fa, alla concessione a un’azienda aretina di sfruttare proprio questo territorio per realizzare quattro cave, di cui una per la produzione di pietre e le altre tre per sabbie e pietrisco, per un’area molto vasta (cinque ettari più due di fascia esterna solo per un primo intervento) e una profondità naturalmente indefinita. Chi ancora, in questa epoca di ricorso alle calcolatrici del proprio smartphone, sa fare due conti a memoria, è subito trasalito: si tratta infatti di 50.0000 mq di terreno, moltiplicati per i metri di profondità (che non sono mai pochi, quando si tratta di prelevare materiale…).

Fotografia di Gianni Marucelli © 2019

Quindi, le cifre sono impressionanti: calcolate parecchie centinaia di migliaia di metri cubi; tanto per avere un’idea del peso, un metro cubo di inerti di sabbia e pietrisco pesa ben oltre una tonnellata. Inoltre, i due ettari di fascia di “rispetto” saranno percorsi da macchinari pesanti e perderanno ogni connotazione naturale.

In pratica, la Valle delle Piagge sarà devastata, e le ricadute in termini di inquinamento atmosferico (scarichi dei motori, polveri) e acustico andranno ben oltre i suoi confini.

La riflessione che suscita più curiosità è però la seguente: quanto guadagnerà il Comune che ha dato parere favorevole allo sfruttamento? Tanto da sovvenire alle necessità delle fasce meno abbienti della popolazione, o per altri scopi sociali? Il Sindaco lo ha rivelato: 300.000 euro, il costo di un paio di piccoli appartamenti ad Arezzo. Il biblico “piatto di lenticchie” in cambio della primogenitura…

Ha aggiunto, anche, che i soldi saranno spesi per le frazioni del Comune interessate dai lavori: ovverosia, prima ti rovino, poi ti do un contentino!

Infine, ha affermato che la decisione è stata presa in mancanza di qualunque vincolo archeologico o paesaggistico e che, dopo l’uso, e come prescritto dalle leggi, il territorio interessato sarà “ripristinato” a cura della Ditta che ha svolto i lavori. Non ha specificato che è impossibile tornare alla situazione precedente, o anche solo pensarlo, considerando l’enorme sbancamento in una zona in lieve ma costante pendenza e la cui bellezza consta anche dei dossi e poggetti che la animano.

Chi conosce la realtà di una cava sa perfettamente che, se va bene, il terreno, la cui geomorfologia sarà profondamente modificata, verrà spianato, e ci vorrà del bello e del buono per riportarvi una parvenza di vegetazione. Questo, senza considerare che anche il regime idrografico risulterà profondamente alterato.

Se, invece, va male, ossia, come capita spesso, la Ditta non vuole o non è in grado di ottemperare agli impegni presi, pur avendo versato una fidejussione, le grandi cavità resteranno quali sono, oppure, chissà, è già successo molte volte, saranno utilizzate come discariche. Autorizzate, beninteso, tanto chi si ricorderà com’era questa vallata tra una decina o una ventina di anni? Quanto saranno cambiati, nel frattempo, i regolamenti oggi vigenti?

Ma non è ancora finita. Nella sua visione delle cose, l’Amministrazione comunale di Capolona ha creduto bene di risparmiare, almeno nelle intenzioni, il passaggio dei camion da cava, sei giorni su sette e per un tempo indefinito, ma certo lungo, agli abitanti del proprio capoluogo, riversando sia il traffico pesante che i relativi disagi da inquinamento atmosferico e acustico su quelli del Comune confinante. Il quale, ovviamente, ha gridato il suo NO, come anche il Comune di Arezzo e la Provincia omonima.

Intanto, gli abitanti della zona interessata dal progetto della cava hanno costituito un apposito Comitato, per opporsi, con ogni mezzo, allo scempio che si prospetta; non è neppure mancato loro l’apporto di uno dei Vice-presidenti della Regione Toscana, la quale peraltro, forse per non aver valutato bene le dimensioni e la qualità dell’impatto ambientale, ha inserito il progetto nel proprio Piano Cave.

Non sappiamo quindi, ad oggi, quale esito avrà la vicenda. Possiamo però introdurre una riflessione più generale: in un momento di crisi, nel quale i Comuni devono affrontare con poche risorse, divenute minime dopo la Legge di Stabilità, varata dal Governo nel 2013 – le necessità amministrative ordinarie e straordinarie, è logico (ma non giustificabile) che alcuni tendano a sfruttare il più possibile ciò che offre il loro territorio, senza starsi a porre troppe domande sulla sostenibilità ambientale, o meno, delle loro operazioni. È il caso, appunto, delle attività estrattive.

In un suo dettagliato rapporto sulla situazione delle escavazioni di materiali inerti in Italia, datato 2017, Legambiente sottolineava come la Toscana sia una delle regioni italiane che si è dotata di un suo Piano-Cave, a differenza – orrore! – di altre regioni dove, a quanto pare, non esiste alcuna regola precisa. Aggiungeva, però, che questa regione è già abbastanza deturpata dalla presenza di attività estrattive di questo genere: sarebbe bastevole portare l’esempio delle Alpi Apuane, la bellissima catena montuosa prospiciente il mare che è ormai stata ampiamente depredata del suo marmo prezioso.

Anche in quel caso, come, se avverrà, in quello della Valle delle Piagge, non si sarà derubato una zona solo della sua terra e delle sue pietre (beni di cui non si “produce” più neppure un grammo!), ma anche della sua Bellezza.

Una Bellezza che, nel nostro caso, certo lo sguardo di Leonardo da Vinci apprezzò, e che non sarà più disponibile né ricreabile. Per nessuno.

Fotografie di Gianni Marucelli © 2019

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