Per una primavera libera da pesticidi! Firma #StopGlifosato

La Federazione Nazionale Pro Natura, ci invia una circolare per la Campagna Stop al Glifosato. Ricordiamo ai nostri cari amici lettori che la nostra rivista da molto tempo ha aderito a questa campagna, pubblicando sull’argomento vari articoli. Invitiamo tutti i lettori a firmare la petizione, che è a livello di Unione Europea. Alleghiamo la circolare nel formato PDF scaricabile da questa pagina.

Per una primavera libera da pesticidi! Firma #StopGlifosato

affinché l’UE vieti l’utilizzo di un pesticida tossico!

Oggi 22 aprile, in piena primavera, si festeggia la giornata mondiale della Terra. Ma ogni primavera, insieme alle fioriture, esplode anche l’uso dei pesticidi. In particolare, il glifosato, l’erbicida più vastamente usato al mondo, ideato e commercializzato dalla Monsanto e classificato come probabilmente cancerogeno per l’uomo dallo IARC (Organizzazione Mondiale della Sanità).

La Commissione Europea, sotto pressione dalle multinazionali e delle lobby dei pesticidi, dovrà esprimersi sul rinnovo alla sua autorizzazione entro dicembre 2017. Ma una vasta coalizione di cittadini e realtà europee ha lanciato un contrattacco per proteggere la nostra salute e la nostra agricoltura, chiedendo di vietarne l’utilizzo in tutti i paesi membri.

Lo strumento più potente cha abbiamo a disposizione per costringere la Commissione Europea ad ascoltarci è un’iniziativa dei cittadini europei (ICE). Ma per avere successo dobbiamo raccogliere un milione di firme in almeno 7 paesi membri. In poco più di due mesi abbiamo raggiunto 670,000 firme, ma dobbiamo agire in fretta — se vogliamo veramente influire sul processo, dobbiamo arrivare a un milione di firme entro giugno.

Solo con il tuo aiuto, sappiamo di poter raggiungere quell’obiettivo e avviare un cambiamento verso nuovi modelli di agricoltura, realmente sostenibili.

Firma ora, bastano pochi minuti

Ti ringraziamo di lottare insieme a noi per un futuro libero da pesticidi tossici.

PS – l’Iniziativa dei cittadini europei è uno strumento istituzionale: i campi di informazione richiesti sono un requisito legale per far considerare valida la tua firma.

 

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All’isola di Gorgona con Pro Natura e l’Italia, l’Uomo, l’Ambiente

Cronaca di una splendida giornata

Testo di Gianni Marucelli; foto di Claudia Papini

 

Una giornata stupenda, quasi di fine primavera: così l’isola di Gorgona ha accolto i partecipanti alla gita organizzata da Pro Natura Firenze e da questa rivista, lo scorso 8 aprile.

A Gorgona, ultima isola-carcere dell’Arcipelago Toscano, abbiamo recentemente dedicato, ripubblicandolo dopo un quarto di secolo, il saggio scritto dal prof. Guido Moggi, illustre botanico dell’Università di Firenze, oggi novantenne felicemente in pensione.

Per nostra fortuna, negli ultimi venticinque anni, grazie all’istituzione del Parco Nazionale dell’Arcipelago e alla gestione “illuminata” della Colonia penale agricola, l’isola è stata resa visitabile, a gruppi ristretti e con regole rigide (tra cui quella di non effettuare riprese videofotografiche) anche ai semplici appassionati, oltre che agli studiosi; così, il gruppo di circa 30 persone organizzato da Pro Natura Firenze, sotto la tutela di Claudia Papini, Guida ambientale e Consigliere Pro Natura, ha potuto prendere il mare dal porto di Livorno senza difficoltà (a parte la levataccia per chi ha preferito non dormire nella città labronica).

Non tutti erano toscani, i privilegiati che sono salpati sulla motonave “La Superba”: vi erano gli amici dell’Associazione Toscani in Friuli Venezia Giulia, di Udine, e una rappresentanza “aquilana” di Pro Natura Abruzzo. Dopo un’ora circa di navigazione tranquilla, con mare calmo, Gorgona si profila all’orizzonte. Il verde della vegetazione vira al violetto, perché gli arbusti di rosmarino, abbondantissimi sull’isola, sono in piena fioritura. Le uniche strutture antropiche visibili sono il piccolo porto, sovrastato dal Forte nuovo (che ospita la direzione della colonia), e il minuscolo villaggio, un tempo abitato da pescatori. Scattiamo le ultime foto con i cellulari, prima di consegnarli, assieme ai documenti, alla nostra guida. Ci verranno restituiti al ritorno. Al molo, ci aspettano alcuni agenti della Polizia Penitenziaria, che si assicurano del nostro numero e della nostra identità. Ci attendono alcune ore da trascorrere in un luogo incontaminato, condizione per la quale, ahimè, dobbiamo solo ringraziare l’esistenza del carcere, in attività oramai da un secolo e mezzo, che ha impedito ogni tipo di speculazione edilizia. Allo spaccio, di fronte al quale si apre una bellissima e ampia terrazza con vista mare, attrezzata con tavoli e gazebo, possiamo acquistare (a prezzi ampiamente scontati) caffè, bibite e una deliziosa pizza appena preparata nelle cucine.

L’itinerario che seguiremo, e che ci porterà a visitare la parte nord e quella est della piccola isola, è rigorosamente predefinito, anche se la responsabilità è affidata totalmente alle sole nostre Guide, Claudia e Giovanni, anch’egli nostro Socio. Saliamo con regolarità per lo stradello che conduce verso il crinale; con noi, coraggiosamente, si inerpicano le nostre socie anziane, Maria e Piera, più che ottuagenarie ma ancora dotate di buon passo. Ai lati, i vigneti impiantati dai detenuti grazie alla collaborazione di una celebre azienda vinicola toscana, che producono ottimi vini bianchi. È un’attività, questa, che si affianca a numerose altre del settore sia agricolo che zootecnico (per qualche tempo è stata anche praticata la itticoltura), tese a recuperare gli ospiti del carcere a una pratica lavorativa che sarà loro molto utile per il reinserimento sociale, una volta scontata la pena. È bene precisare che alla Colonia agricola si accede su domanda, motivata da precedenti esperienze nel settore o dalla volontà precisa del detenuto di acquisire una specifica competenza: il tutto, naturalmente, condito da altri requisiti, come la buona condotta.

Qui, infatti, rispetto al carcere tradizionale si è praticamente liberi e attivi durante il giorno, pur sotto la sorveglianza degli agenti; e si viene regolarmente retribuiti per il compito svolto. Se considerate che siete immersi in un autentico paradiso terrestre, il gradino che separa la galera da Gorgona sembra, francamente, il Monte Bianco!

Intanto siamo giunti alla pineta, in cui predominano il pino domestico e il pino d’Aleppo; una volta qui vi erano i castagni, poi sostituiti da queste resinose. La macchia mediterranea, ricchissima di specie (la ginestra, la fillirea, il leccio, il lentisco, l’erica, il cisto (sia bianco che violaceo) in piena fioritura) il cui verde si staglia sull’azzurro del cielo e del mare, rende il paesaggio incantevole. Centinaia di gabbiani reali svolazzano intorno; tra loro dovrebbe esserci anche qualche raro gabbiano còrso, ma non riusciamo a individuarlo. Lungo il sentiero che ci sta portando alla punta est di Gorgona, una gabbiana ha fatto il nido e, impaurita dal nostro avvicinarsi, lo ha lasciato incustodito: tre grosse uova marroni, picchiettate, vi occhieggiano: la madre ci osserva dall’alto delle rocce, preoccupata.

Raggiungiamo infine il faro sulla Punta Paratella, sulla cui sinistra si apre lo straordinario spettacolo delle rocce che strapiombano su Cala Maestra. Qui, come di consueto, la Guida scatta alcune foto-ricordo “personalizzate” ai visitatori, che le riceveranno via Internet.

È già ora di pranzo: tornando sui nostri passi, ci accomodiamo all’ombra dei pini per consumare i viveri che ci siamo portati.

Dopo il riposo, il nostro itinerario prosegue in direzione nord-ovest, sempre sulle pendici che risalgono verso il punto più alto di Gorgona. Visitiamo il cimitero, dove per secoli sono stati sepolti gli abitanti, poche famiglie che fino ad oggi hanno perpetuato la proprietà della case del piccolo villaggio, poi proseguiamo sempre in ascesa. Piera e Maria si arrendono infine alla fatica: ci attenderanno lungo la strada che ripercorreremo al ritorno.

Apprendiamo intanto che, da gran tempo, l’isola non è stata percorsa dal fuoco; un’altra conferma che gli incendi per autocombustione praticamente non esistono, l’uomo ci deve mettere per forza lo zampino (e spesso è uno zampino economicamente interessato…). Finalmente, raggiungiamo la cosiddetta Torre Vecchia, un castello costruito a difesa dell’isola, sempre minacciata dalle incursioni dei pirati Saraceni, nel XIII secolo. La posizione dominante, sul braccio di mare che separa Gorgona dalla Corsica, ben visibile di fronte a noi, permetteva di avvistare i navigli quando ancora erano lontani. Il rudere, non visitabile, si erge ancora, maestoso, su una parete a picco sul mare.

Lo spettacolo è veramente eccezionale, i gabbiani volano sotto di noi a caccia di pesce, i cui banchi argentei brillano appena sotto la superficie.

Mentre un gruppo di noi, lasciati gli zaini, sale sulla sommità dell’isola (mr. 255), gli altri ammirano l’inaccessibile versante nord, dove un tempo, in qualche cala nascosta, viveva il mitico “bue marino”, la foca monaca ormai scomparsa da mezzo secolo anche dalle coste della Sardegna, che ormai sopravvive, se sopravvive, in qualche sperduta isoletta dell’Egeo.

È ormai ora di tornare sui nostri passi, recuperando Piera e Maria e ridiscendendo al porto: qui, mentre molti sostano comodamente seduti ai tavolini della terrazza dello Spaccio, consumando bibite a prezzi veramente modesti, altri, vogliosi di mare, si fiondano sulla piccola spiaggia vicino al molo, per tentare un bagno fuori stagione. Tornano rapidamente a riva, sia perché l’acqua è ancora molto fredda, sia perché la risacca porta verso la proda molte meduse violacee, graziose ma probabilmente urticanti.

Alle 17, il triplice fischio della “Superba” ci segnala che è giunta l’ora di rivestirsi e reimbarcarsi rapidamente. Gorgona si allontana in controluce, tra le spume biancheggianti della scia…

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COSA FARE QUANDO SCOPRIAMO CHE IL NOSTRO MIGLIOR AMICO È UN SERIAL KILLER?

Di Carlo Menzinger di Preussenthal

I media e i politici cercano sempre di distrarci da un cancro che mina la nostra società e la sopravvivenza della razza umana e dello stesso pianeta: l’automobile.

1. Carro di Cugnot

Credo che sia tempo di iniziare un’attività di sensibilizzazione contro questa piaga che ci mina ormai da quasi 250 anni. L’antesignano dell’automobile fu, infatti, il progetto del 1769 di Carro di Cugnot, di cui presto decorrerà il funesto 250 anniversario. Si trattava di una macchina a vapore con due cilindri e una cilindrata di 64.000 cmq. Era detto “Macchina Azionata da Fuoco” e non raggiungeva i 10 Km orari.

Nel 1802 abbiamo la prima auto con motore a combustione interna, dovuta a Isaac de Rivaz. La prima auto elettrica, opera di Robert Anderson, è del 1839. Nel 1883 si passò dai prototipi alle prime fabbriche di automobili. Nel 1908, con la produzione della Ford Modello T, parte la produzione in grande serie di autoveicoli e nel 1913 viene applicata la catena di montaggio. Forse tale data, ancor più del 1769, può davvero considerarsi l’avvio, ormai plurisecolare, del disastro automobilistico.

2. Isaac de Rivaz

Le autovetture sono nocive sotto vari aspetti, ma soprattutto per i seguenti tre:

  1. incidenti stradali;
  2. inquinamento;
  3. qualità della vita.

Per quanto concerne il primo punto, leggo su wikipedia che in Europa gli incidenti stradali sono una delle prime cause di morte, con più di 120.000 vittime all’anno.

Un articolo de La Stampa dichiara che nel 2015 nell’Unione Europea le vittime registrate sono state 26.000, come nel 2014 (fonte Eurostat) per una media di 51 morti per milione di abitanti.

Secondo il sito dell’ASAPS (Portale della Sicurezza Stradale), nel 2015 sulle strade della UE, 26.300 persone hanno perso la vita (in media 70 al giorno): l’1,3% in più rispetto all’anno precedente.

Epicentro, il portale dell’epidemiologia per la salute pubblica, scrive che gli incidenti stradali sono un problema di salute pubblica molto importante, ma ancora troppo trascurato e che per l’Oms sono la nona causa di morte nel mondo fra gli adulti, la prima fra i giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni e la seconda per i ragazzi dai 10 ai 14 e dai 20 ai 24 anni. Si stima, inoltre, che senza adeguate contromisure, entro il 2020 rappresenteranno la terza causa globale di morte e disabilità. Il peso di questo problema non è distribuito in maniera uniforme ed è fonte di una crescente disuguaglianza tra i diversi Paesi, con svantaggi socioeconomici delle categorie di persone più a rischio.

3. Ford Modello T

Epicentro riporta che Secondo il rapporto 2009 “European status report on road safety. Towards safer roads and healthier transport” dell’Oms Europa, ogni anno circa 120.000 persone muoiono a causa di incidenti stradali nella Regione europea dell’Oms, mentre 2,4 milioni rimangono infortunate.

Pedoni, ciclisti e motociclisti costituiscono circa il 39% delle vittime della strada e, mediamente, i Paesi a basso e medio reddito hanno un numero complessivo di incidenti pari al doppio di quello dei Paesi industrializzati. Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte nei giovani di età compresa tra i 5 e i 29 anni e hanno un impatto sulle economie dei singoli Paesi superiore al 3% del prodotto interno lordo.

Il 70% degli incidenti mortali avviene nei Paesi più poveri e, all’interno dei Paesi dell’ex Unione sovietica, il tasso di mortalità è circa quattro volte superiore a quello dei Paesi nordici. I Paesi dell’Est europeo sono quelli con la più alta proporzione di incidenti mortali per i pedoni, mentre Italia, Grecia, Malta, Cipro e Francia sono gli Stati con il più elevato numero di decessi per incidenti mortali in moto.

La differenza tra i 120.000 morti dell’Europa OMS e i 26.000 dell’Unione Europea sembrano un segnale di una maggior attenzione e di maggiori norme di sicurezza dell’area UE.

Secondo le stime pubblicate nel 2009 dall’Oms nel “Global status report on road safety”, ogni anno i morti sulle strade sono circa 1,3 milioni e le persone che subiscono incidenti non mortali sono tra i 20 e i 50 milioni. Il numero totale delle vittime della Seconda Guerra Mondiale fu di quasi 55 milioni. Tra cui 6 milioni di ebrei. Nessun altra guerra ne ha provocati tanti. La Prima Guerra Mondiale ne ha contati 26 milioni. La rivoluzione francese assieme alle guerre napoleoniche non raggiunse i 5 milioni di morti. La Guerra dei Trent’anni nel XVII secolo ne fece 4 milioni. Ogni 5 anni le automobili provocano qualcosa di simile, per numeri, a un nuovo olocausto e peggiore della Guerra dei Trent’anni o delle guerre napoleoniche! Cinque anni di traffico sarebbero al terzo posto nella storia tra i grandi conflitti! E la Guerra dell’Auto è iniziata, seppure in sordina, ben 250 anni fa. Cento da quando Ford ha avviato le catene di montaggio! Quale guerra è mai durata tanto?

4. Incidenti stradali

Nel 2004 gli incidenti stradali si collocavano al quarto posto nella classifica delle cause più importanti di morte della popolazione mondiale, ma per il 2030 si prevede che raggiungano la quinta posizione. I Paesi a basso e medio reddito hanno un tasso di incidenti mortali maggiore rispetto ai Paesi più ricchi: rispettivamente 21,5; 19,5; 10,3 ogni 100 mila persone. Pur avendo solo il 48% del totale dei veicoli registrati, nei Paesi più poveri si verifica il 90% degli incidenti globali. Malgrado nei Paesi industrializzati negli ultimi 40-50 anni il tasso di mortalità per incidente stradale sia diminuito, l’incidente stradale rimane una delle più importanti cause di morte e disabilità. Dunque, si può intervenire per ridurre il fenomeno, per arginarlo. Si potrebbe però anche combatterlo seriamente. Perché permettiamo che si ripeta ogni anni questo “olocausto”? Come possiamo restare tanto indifferenti davanti a tanta morte, a tante famiglie distrutte, giacché ogni milione di morti si porta dietro un milione di famiglie spezzate. Quanta gente? Non è qualcosa che riguarda e tocca tutti noi da vicino? Non è una maledetta guerra?

Un milione e trecentomila morti all’anno sulle strade del mondo non vi sembrano degni di attenzione? Non vi sembra un tema che dovrebbe stare nelle prime pagine dei giornali ogni giorno? Non dovrebbe trovarsi al primo posto nei programmi politici di ogni partito? Non dovremmo parlarne con foga ogni giorno?

Eppure le malefatte della nostra amata amica a quattro ruote non sono finite. Ci sono gli altri due punti.

Veniamo al secondo.

Leggo su Terra Nuova che nel 2012 circa 7 milioni di persone sono morte a causa dell’inquinamento atmosferico. Sarebbe la sentenza glaciale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che ha pubblicato uno studio ricco di dati e statistiche sugli effetti dell’urbanizzazione sulla salute umana. Le aree geografiche più interessate con 5,9 milioni di decessi sono in Asia e nelle regioni del Pacifico.

Per essere più precisi, però, il rapporto distingue tra decessi derivati da inquinamento atmosferico outdoor e inquinamento indoor. La cattiva aria che respiriamo negli spazi chiusi provoca addirittura più decessi: circa 4,3 milioni contro i 3,7 milioni negli spazi aperti. Insomma, la colpa non è certo solo delle auto, dirà qualcuno.

Se un tale si scopre che è un serial killer, che cosa gli si fa? Lo si lascia in libertà dicendo, per esempio, che ha ucciso “solo” dieci persone mentre la guerra in un tale Paese ha fatto migliaia di morti o piuttosto lo si processa e chiude in galera, sperando che si perda la chiave per farlo uscire? Vogliamo lasciare un serial killer come l’automobile libero di colpire affumicandoci?

I numeri generali sono raddoppiati. Nello studio precedente, datato 2008, l’OMS aveva parlato di 3,2 milioni di morti totali, di cui 1,3 per l’inquinamento esterno e 1,9 per quello domestico.

I dati rivelano uno stretto collegamento tra inquinamento in aree confinate e inquinamento esterno, con una diffusa incidenza su malattie cardiocircolatorie, infarti, ischemie, tumori.

Nello schema (Fonte OMS) seguente si riassumono le percentuali di incidenza delle singole malattie:

Inquinamento atmosferico esterno:

40% – ischemie cardiache

40% – ictus

11% – malattia polmonare ostruttiva

6% – cancro al polmone

3% – infezioni respiratorie acute nei bambini

Inquinamento indoor:

34% – ictus

26% – ischemie cardiache

22% – malattia polmonare ostruttiva ..

12% – infezioni respiratorie acute nei bambini

6% – cancro al polmone

5. Inquinamento atmosferico

Un post su QualEnergia di marzo 2016 riporta che una morte su quattro a livello mondiale è causata da fattori di rischio ambientale. Secondo quest’articolo sarebbero ben 12,6 milioni le morti attribuibili all’inquinamento ambientale. In Europa nel 2012 l’inquinamento ha provocato 1,4 milioni decessi prematuri. Siano 7 o 13 milioni i morti da inquinamento, sono comunque una percentuale rilevante. Un morto su quattro, se possiamo considerare vera tale informazione, sarebbe ancor più impressionante.

Certo le fabbriche e il riscaldamento incidono di più delle automobili sull’inquinamento atmosferico esterno, ma, di nuovo, vogliamo perdonare il nostro serial killer solo perché ci accompagna al lavoro e scorrazza i nostri figli?

Le fonti antropiche dell’inquinamento atmosferico sarebbero: traffico veicolare, riscaldamento domestico, industrie e attività artigianali, veicoli off road (treni, trattori, veicoli da cava ecc.), agricoltura e altre attività.

Legambiente definisce l’inquinamento atmosferico come l’alterazione delle condizioni naturali dell’aria, dovuta alle emissioni dei gas di scarico di autoveicoli, caldaie, centrali elettriche, fabbriche, impianti di incenerimento. Le sostanze inquinanti più diffuse in atmosfera sono il biossido di zolfo (So2), gli ossidi di azoto(Nox), il monossido di carbonio (CO), l’ozono, il benzene, gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), le polveri (soprattutto il particolato di diametro inferiore a 10 milionesimi di metro, il Pm10) e il piombo. Il problema dell’inquinamento atmosferico si concentra soprattutto nelle aree metropolitane, dove il traffico, gli impianti industriali e il riscaldamento degli edifici hanno effetti dannosi sulla qualità dell’aria e sulla salute degli abitanti.

Uno degli inquinanti più pericolosi per l’uomo e più diffusi nelle città, continua Legambiente, è il Pm10: uno studio realizzato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che nei grandi centri italiani, a causa delle concentrazioni di particolato sottile superiori ai 20 microg/m3, muoiono oltre 8.000 persone ogni anno. E uno dei principali responsabili dell’inquinamento da Pm10 è il traffico urbano: i trasporti stradali, infatti, producono più di un quarto del totale delle emissioni. E la metà circa degli ossidi di azoto, del monossido di carbonio e del benzene presenti nell’aria delle città. Per gli ossidi di zolfo, invece, la fonte primaria è il settore industriale, e soprattutto la produzione di energia, cui si devono i 3/4 del totale delle emissioni. Se il traffico urbano è il grande nemico dell’aria delle città, i maggiori responsabili sono soprattutto le automobili, che contribuiscono, sul totale emesso dal trasporto stradale, a un terzo del Pm10, al 40% circa degli NOx, a due terzi del benzene e della CO2.

Scusate per l’eccesso di dati e formule, ma vi prego di tornare a fare attenzione a un numero che ho scritto poco più sopra: 8.000 persone ogni anno! Sono quelle che muoiono a causa del particolato sottile. Dove? Nel mondo? No. Tornate indietro. Rileggete. Legambiente riferisce che 8.000 persone muoiono ogni anno (tutti gli anni!) nei grandi centri italiani. A Roma, a Milano, a Palermo, a Napoli, a Firenze! Conoscete qualcuno che ci abita? E avete letto che cos’è a provocare la presenza di Pm10 nell’aria? L’automobile, il nostro caro amico serial killer con cui andiamo a fare la spesa e la gita del fine settimana. Non sarà il caso di guardarlo con occhi nuovi e un tantino di diffidenza?

Certo, direte voi (e anche io magari un po’ lo pensavo) quelli di Legambiente (e anche tu che scrivi) sono di parte, sono catastrofisti, vedono mostri nel buio della camera da letto. Forse. Forse è così. Forse questi dati sono sbagliati, andrebbero cercate altre fonti. Fatelo. Fatemi sapere. Non sono un esperto. Sono sbagliati del tutto? I morti non sono 8.000 ma 800? Bene. Allora non c’è da preoccuparsi! Ma siamo scemi? Credo proprio di sì. Stupidi opportunisti, a dir il vero, cui fa piacere avere per amico un serial killer e che magari lo giustificano e perdonano perché in giro ci sono assassini peggiori di lui!

Su Epicentro si legge che nel documento “Country profiles of the environmental burden of disease” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (il primo rapporto sull’impatto delle condizioni ambientali sulla salute Paese per Paese, presentato in un convegno a Vienna  il 13-15 giugno 2007) i rischi ambientali considerati sono l’inquinamento, le radiazioni ultraviolette, i fattori occupazionali, i cambiamenti climatici e degli ecosistemi, i rumori, l’edilizia, l’agricoltura e i comportamenti delle persone. Le malattie causate da questi fattori comprendono diarrea, infezioni respiratorie, asma, malattie cardiovascolari, oltre agli infortuni e ai disturbi dello sviluppo del sistema nervoso.

I dati indicano che in tutti i Paesi la salute della popolazione potrebbe migliorare molto riducendo i rischi ambientali: in tutto il mondo si potrebbero evitare 13 milioni di morti ogni anno. Lasciarli morire si può considerare “omissione di soccorso sociale”? Nessun Paese è immune dal fenomeno, ma i dati mostrano anche enormi diseguaglianze: nei Paesi a basso reddito gli anni di vita in buona salute persi a causa di disabilità (Daly) sono venti volte quelli dei Paesi ricchi. Tra i più colpiti ci sono Angola, Burkina Faso, Mali e Afghanistan.

In alcuni Paesi, addirittura un terzo delle malattie potrebbero essere prevenute con miglioramenti ambientali. In 23 Paesi più del 10% delle morti sono dovute alla cattiva qualità dell’acqua e all’inquinamento nei luoghi chiusi causato dall’uso di combustibili per cucinare.

Insomma, l’inquinamento non provoca solo milioni di morti ogni anno (mica una volta e via, è qualcosa che si ripete senza fine, fintanto che non vorremmo mettere noi la parola fine a questa storia), ma provoca, soprattutto, malattie, le acuisce, ci rende più predisposti ad ammalarci. Sì ma qui si parla di inquinamento in genere, mica solo di quello provocato dalle nostre autovetture. Perché prendersela con loro?

Lasciate in pace la nostra cara vecchia macchina!

E due. Abbiamo parlato di incidenti stradali e inquinamento e nell’aprire la porta del garage (se ne abbiamo uno) dovremmo già provare un senso di orrore, come se dentro ci attendesse il peggior mostro da film di paura.

6. Qualità della vita

Eppure c’è ancora il terzo punto: la qualità della nostra vita.

Qui che cosa ci potrà mai essere da dire? Il nostro amico a quattro ruote sarà pure un serial killer, anzi un genocida, ma con noi è tanto gentile e carino e ci aiuta ogni giorno mettendosi al nostro servizio.

Ma davvero? Sicuri, sicuri?

Vivete in città? Vi piace così tanto starvene bloccati nel traffico o semplicemente fermi al semaforo? Quanto tempo passate chiusi in quella scatola di latta? Quanto tempo perdete per cercare un parcheggio? A volte vorreste scendere, ma non potete perché siete imbottigliati tra altre auto e non c’è modo di lasciare la vostra.

Secondo Autoblog, si calcola che in media un cittadino europeo trascorra in auto circa 4 anni e 1 mese, mentre un Italiano addirittura 5 anni e 7 mesi, di cui 3 anni e 6 mesi come passeggero. I risultati mostrano chiaramente che l’auto viene percepita come la nostra seconda casa. Una seconda casa? Dico! Ci hanno sbattuto per 4 o 5 anni della nostra vita in una prigione di pochi centimetri cubi, dove non possiamo né metterci in piedi, né sdraiarci e la consideriamo una seconda casa? Chi ci ha fritto il cervello? La pubblicità?

E paghiamo pure! Paghiamo per essere imprigionati in una bara mortale? Certo, però, la mia cara automobile mi porta dove voglio io e quando voglio io, non sono costretto a seguire gli orari dei treni e dei pullman, mi porta da casa a qualunque destinazione! Peccato spesso non ci riesca, per colpa delle altre sue amichette a quattro ruote che glielo impediscono.

E quanto ci costa? Per acquistarla abbiamo speso diecimila euro? Quarantamila? Magari l’abbiamo presa usata, ma in tal caso durerà di meno. È tutto in proporzione. Dipende da quanto vogliamo spendere, da quanto ci piace avere un serial killer personale a disposizione. Ma questo è solo il costo per l’acquisto. Poi ci sono l’assicurazione, il bollo, il carburante, le revisioni, le manutenzioni. Dopo un po’ diventa vecchia e non vale un solo euro di quelli che la avevamo pagata e dobbiamo cercarne una sostitutiva, sempre che non si sia schiantata prima da qualche parte, magari mandandoci in ospedale o all’altro mondo.

E voi quanto guadagnate in un anno? Ventimila euro? Quarantamila? Siete così fortunati da superare i centomila netti? Cos’è il netto? Il guadagno senza le tasse, ma non senza le altre spese (casa, figli, vacanze, cure mediche e chissà che altro). Quanto vi rimane? Quanta parte di quello che guadagnate lo spendete per la vostra amichetta motorizzata? Immaginiamo di essere parsimoniosi e di tenere per dieci anni una macchina da 10.000 euro, di pagare 700 euro l’anno di assicurazione, 300 euro di bollo, 1.000 euro di carburante, 200 euro di manutenzione e revisioni. I 10.000 euro per l’acquisto di un auto che teniamo 10 anni e poi rottamiamo, sono 1.000 euro all’anno. In tutto abbiamo 3.200 euro annui. Quanto guadagniamo? 1.600 euro netti al mese come tanti operai e impiegati?

Caspita! Vi eravate accorti che lavorate per due mesi l’anno, un sesto dell’anno per mantenere la vostra amica genocida?

Non solo vi tiene ingabbiati in posizione simil-fetale per 5 anni della vostra vita, ma ogni anno vi ruba lo stipendio di due mesi! Nei suoi dieci anni di vita, la simpaticona vi ha rubato 20 mesi di vita! Se guidate 60 anni, avete lavorato per 120 mesi per mantenere la vostra automobile. Dieci anni della vostra amata o miserabile vita!

Complimenti! Davvero un grande amore! Storie d’amore così commuovono! Ho le lacrime agli occhi! È commozione o sono risate? Risate di isterica disperazione?

E avete mai pensato che se anziché fare due chilometri in auto, li faceste a piedi ci guadagnereste anche in salute e tonicità fisica. L’automobile non vi priva anche di questi momenti di moto salutare?

Eh già, ma noi abbiamo fretta! Abbiamo diecimila impegni! Come faremmo ad andare qua e là in tempo? A volte è vero. A volte l’auto ci aiuta. Spostare valige e borse della spesa senza la nostra schiava-padrona è un problema, ma a volte dobbiamo spostare solo noi stessi e per poche centinaia di metri. Vi siete cronometrati? Quanto tempo impiegate in auto? Quanto a piedi? Lo stesso? Fate prima in auto? Di quanto tempo? Minuti? Secondi? Con quanto stress in più? Con quanti rischi in più, con quanti effetti negativi in più sul traffico e l’ambiente?

Non è ora di cambiare aria? Non è ora di cambiare atteggiamento? Non è ora di cambiare il mondo? Non è ora di liberarci da questo amico genocida che si finge tanto gentile e servizievole e nel frattempo ci uccide un poco ogni giorno e magari domani ci darà la coltellata finale, trapassandoci lo sterno con il piantone dello sterzo?

Pensateci. Personalmente sto cominciando solo ora a prenderne coscienza. Ancora ho l’auto e ancora guido. Cerco, però, già di usare il treno sui viaggi più lunghi, di andare a piedi in città, di usare l’auto solo quando mi dà un effettivo vantaggio, ma non è così che si tratta un serial killer, tenendolo a bada e lasciando che uccida solo ogni tanto. Ognuno di noi può adottare piccoli comportamenti che aiutano a ridurre il traffico e l’inquinamento, ma è tempo di cominciare a fare riflessioni più ampie e generali. Andrebbero messe delle scritte tipo “Chi guida avvelena anche te, digli di smettere”! È tempo di pensare alla società nel suo insieme e al nostro modello di civiltà e di sviluppo, che ha molte cose da cambiare, che non funzionano più o che non hanno mai funzionato, anche se non ce ne rendevamo conto.

Mentre cominciamo con il prenderne coscienza, con i piccoli cambiamenti di vita, prepariamoci a cambiare tutto, modi di vita e mentalità, prima di restarci secchi, individualmente e socialmente.

 

CARLO MENZINGER DI PREUSSENTHAL

Carlo Menzinger di Preussenthal, nato a Roma il 3 gennaio 1964, vive a Firenze, dove lavora nel project finance. Ama scrivere storie e ha pubblicato varie opere tra cui i romanzi ucronici “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”, i thriller “La bambina dei sogni” e “Ansia assassina”, i romanzi di fantascienza del ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” e il romanzo gotico – gallery novel “Il Settimo Plenilunio”. Ha curato alcune antologie, tra cui “Ucronie per il terzo millennio” e pubblicato su riviste e siti web. Da marzo 2017 collabora anche a “Italia Ambiente Uomo”.

Il suo sito è          www.menzinger.it

(https://sites.google.com/site/carlomenzinger/)

I suoi blog sono    https://carlomenzinger.wordpress.com/

                          https://pianeta3.wordpress.com/

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  1. Di u n k n o w n – scanned from pd-source, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26004
  2. Di Antoine Hecht – Henri Michelet, Pierre de Rivaz, inventeur et historien, 1711-1772 : sa vie et ses occupations professionnelles, ses recherches techniques, ses travaux historique, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18176794
  3. By GPS 56 from New Zealand – 1912 Ford Model T, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57230902
  4. http://www.ansa.it/campania/notizie/2014/06/22
  5. https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/11592-inquinamento-qualita-dell-aria-2013
  6. http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2016/11/27
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L’ISOLA DI GORGONA, UN GIOIELLO NATURALISTICO DELL’ARCIPELAGO TOSCANO – Seconda parte

L’ISOLA DI GORGONA, UN GIOIELLO NATURALISTICO DELL’ARCIPELAGO TOSCANO

 

– seconda parte –

di Guido Moggi*

Prof. Guido Moggi

Il prof. Guido Moggi, illustre botanico dell’Università di Firenze e, con i suoi 90 anni, decano dei Soci di Pro Natura Firenze, pubblicò nel 1990 il saggio che qui riproponiamo, con l’intento di rendergli il dovuto omaggio in occasione della visita dell’isola programmata per il prossimo Aprile da questa rivista e dall’Associazione citata. La Redazione ha apportato qualche marginale modifica al testo originale, adeguandolo alle mutate circostanze storiche. Pubblichiamo la seconda parte del presente saggio sia sul nostro sito sia nella rivista scaricabile in PDF del mese di maggio. Inoltre, entro breve verrà pubblicato un mini-e-book scaricabile gratuitamente direttamente dal sito della nostra rivista.

 

Peculiarità geografiche e floristiche

Come si è detto, la Gorgona è un’isola rocciosa, piuttosto aspra, di forma grossolanamente quadrilatera, con i tre versanti esposti a nord, ovest e sud ripidissimi e impervi, quello esposto a est, meno aspro, è solcato da tre vallette parallele che sfociano, da nord a sud, alla Cala dello Scalo – l’attuale unico approdo dell’isola – a Cala Martina e a Cala Scirocco. I versanti ovest e sud sono molto uniformi e praticamente inaccessibili; quello nord presenta un’ampia e splendida insenatura, Cala Maestra, dove è ancora visibile un antico approdo dei monaci certosini, che portava, attraverso un sentiero a scalini scavato nella roccia, fin sul crinale in corrispondenza dell’antico cimitero.

Era questo evidentemente un secondo accesso possibile (oggi in completo disuso e impraticabile), nei periodi in cui lo scirocco rendeva impossibile l’approdo alla Cala dello Scalo. Il versante est è quindi quello più aperto, dove si sono potute insediare le abitazioni e le colture fin dall’epoca dei certosini. I pendii tra le vallette anche sul versante est scendono dirupati verso il mare, coperti da una macchia fitta e rigogliosa; qua e là presentano alcune grotte marine, in una delle quali sembra che in un passato non troppo lontano abbia trovato rifugio anche la foca monaca.

L’isola è lunga appena 2 km (da nord a sud) e larga 1,5 km; culmina a Punta Gorgona (mt. 255).

Il substrato roccioso è costituito prevalentemente da scisti per tre quarti dell’isola; solo nel settore nord-est affiorano delle rocce ofiolitiche che danno un caratteristico colore verde ai dirupi. Questi scisti si alterano rapidamente sotto l’azione degli agenti atmosferici e danno luogo a un suolo sabbioso piuttosto profondo, molto fertile, che permette l’insediamento di una vegetazione lussureggiante che cresce con eccezionale vigoria. Ciò spiega perché, nelle zone dove le colture vengono abbandonate per due o tre anni, la macchia con i suoi componenti (eriche, pini, mirti ecc.) vi si insedia di nuovo e si sviluppa con straordinaria rapidità.

Teucrium marum

Il clima è di tipo mediterraneo, con estati asciutte e inverni piovosi; le piogge variano moltissimo da un anno all’altro e contribuiscono a creare un substrato che non si presenta mai eccessivamente arido. L’elemento climatico determinante è però il vento che, data la posizione e l’isolamento di Gorgona, spira in continuazione e spesso con violenza, tanto da manifestarsi anche nelle forme prostrate che assumono le piante. L’acqua non manca nell’isola: a parte i pozzi di Cala Martina, scavati già nel ‘700, esistono altre sorgenti e falde mediamente profonde che assicurano un rifornimento idrico sufficiente a tutti gli abitanti.

Il centro principale dell’isola è costituito dal piccolo villaggio situato intorno al porticciolo: qui vivono ormai solo poche persone (8, dato del 2013 n.d.r.) che sono gli ultimi eredi delle famiglie che hanno abitato più o meno continuativamente nell’isola da molti decenni e talora da secoli.

La famiglia Citti, ad esempio, è legata alla Gorgona da almeno quattro secoli, come testimoniano le tombe con questo cognome presenti nel piccolo cimitero. Intorno al villaggio sono situati i fabbricati della Colonia Penale; domina il tutto la bella Torre Nuova, restaurata nel 1989. Nel resto dell’isola sono sparsi pochi altri edifici in parte utilizzati per gli scopi della Colonia.

L’isola è percorsa da numerose strade e stradette che collegano tra loro le costruzioni e le loro aree agricole e rendono quindi agevole la visita; esse furono costruite quasi tutte nell’800 per gli usi della Colonia. In alcune zone impervie piccoli e tortuosi sentieri permettono di accedere anche ai versanti più ripidi, fornendo splendide vedute sul mare, sulla macchia e sui numerosi uccelli che popolano l’isola. (…)

Epipactis helleborine

A chi visita Gorgona alla fine di Aprile, questa si presenta a causa dei suoi colori con un aspetto del tutto imprevedibile e appariscente, enormemente suggestivo: avvicinandosi dal mare infatti colpisce la sua colorazione azzurrastra o violacea, purtroppo molto fugace perché non dura più di 10-15 giorni. E’ la fioritura del rosmarino che, abbondantissimo nella macchia, al momento de massimo rigoglio conferisce all’isola, anche da lontano, un’inconfondibile colorazione bluastra, che non si può assolutamente dimenticare.

La macchia a rosmarino è infatti l’aspetto predominante della vegetazione: essa occupa buona parte dell’isola, specie dove la pineta non può inerpicarsi, e in particolare sui lati periferici, sui dirupi, dove gli arbusti della macchia si insinuano e si diffondono con portamento prostrato. Al rosmarino si mescolano l’erica, il mirto, il lentisco, i cisti, le filliree, il corbezzolo, il leccio, mentre rari sono il ginepro fenicio, l’orniello e l’alaterno. Nelle parti centrali di Gorgona e sui lati delle vallette domina il pino d’Aleppo con splendide pinete, alle quali nelle zone esposte a nord si alternano alcune, piccole leccete e qualche lembo di pineta di pino marittimo, d’origine chiaramente artificiale. Sulle rocce presso il mare è frequente la vegetazione rupicola litoranea, costituita dal finocchio di mare (Crithmum maritimum L.), dalla cineraria marittima (Senecio cinerario D.C.), che ravviva d’estate coi suoi cupolini gialli le rupi costiere, e dall’interessante statice della Gorgona (Limonium Gorgonae Pign.), l’unica specie veramente endemica dell’isola.

La vegetazione antropocora (aree coltivate, incolti, muri, scarichi ecc.) si rivela di un certo interesse, specialmente a causa della velocità con cui si modifica da un anno all’altro; mentre di grandissimo rilievo è la vegetazione igrofila, ormai ridotta a pochissime aree (Cala Scirocco, Cala Marcona).

Particolare interesse merita l’esame del comportamento della vegetazione sui terrazzamenti abbandonati e sui sentieri disattivati. Per i motivi sopra esposti, qui la vegetazione si reinsedia con velocità sorprendente, a partire dal Pino d’Aleppo e dall’erica; e non è raro vedere vecchi terrazzi ancora provvisti dei muretti di sostegno immersi in dense pinete con alberi di 7-8 metri di altezza e 30-40 cm- di diametro. I sentieri abbandonati dopo due o tre anni sono già rinchiusi nella macchia e divengono pressoché impraticabili; e nei luoghi più freschi ed esposti a nord se vi penetra il rovo questo crea una muraglia spinosa assolutamente invalicabile.

Altrettanto interessante si è rivelato lo studio della flora compiuto dal 1987 al 1990 da parte di alcuni ricercatori dell’Università di Firenze (Moggi et al., 1990), che segue poche altre esplorazioni compiute soprattutto dal 1844 al 1912.

Cineraria maritina

Moltissime sono le specie trovate da noi e non segnalate dagli autori precedenti. (…) Fra queste, meritano di essere segnalate: Medicago arborea L., una leguminosa caratteristica della fascia tirrenica della Toscana, ma assente finora nell’Arcipelago; alcune Romuleae, graziose iridacee a ciclo brevissimo e a fioritura precoce; alcune orchidee (come Epipactis helleborine L. (Crantz), E. microphylla Swartz, Spiranthes spiralis Chevall., ecc.).

Ma gli aspetti più interessanti della flora della Gorgona sono rappresentati da quelle specie rare o a distribuzione molto localizzata che trovano nell’isola un ambiente di rifugio. (…) Fra queste si possono ricordare: Limonium Gorgonae Pign., una statice esclusiva dell’isola, Scrophularia Trifolata L., una vistosa scrofulariacea a fioritura estiva distribuita in Sardegna, Corsica, Montecristo e Gorgona, localizzata qui solo in un’angusta valletta a Cala Scirocco, Urtica atrovirens Req., un’ortica diversa dalla specie comune e distribuita in Sardegna, Corsica e Arcipelago Toscano; Teucrium Marum L., la cosiddetta “erba dei gatti”, a fioritura estivo-autunnale, dai vivaci colori rosso carminio, diffusa dalla Sardegna all’Arcipelago e in poche altre zone vicine; e così ancora numerose altre.

Anche alcuni alberi presentano un certo interesse dal punto di vista storico o naturalistico per la loro rarità o per il loro portamento: la sughera, presente sull’isola con due soli esemplari; la farnia, localizzata in una valletta fresca; e ancora il castagno, probabilmente introdotto nell’800, l’alaterno, presente con poche maestose piante, il sommacco, forse introdotto alla fine dell’800 per ricavarne tannino per la concia delle pelli e ora completamente inselvatichito.

Crithmum maritimum

Occorre ricordare, infine, che se l’isola ha mantenuto intatte le sue caratteristiche naturali lo si deve in buona parte alla presenza della Colonia Penale che, impedendo lo sbarco indiscriminato di visitatori, curiosi, cacciatori ecc. ha permesso la conservazione degli aspetti primitivi più significativi.

L’istituzione del Parco e le moderate ma disponibili aperture effettuate dalla direzione della Colonia Penale hanno permesso alle persone veramente interessate il godimento degli aspetti naturali di Gorgona, favorendo anche la realizzazione di un sistema di salvaguardia dell’ambiente altrimenti difficilmente operabile (quest’ultimo brano è stato in parte rielaborato dai curatori dell’attuale edizione n.d.R.).

N.B. La prima edizione di questo saggio è apparsa sul Bollettino IRIS del 1990.

Galleria fotografica

Legenda delle immagini

  1. Crithmum maritimum (finocchio marittimo) – wikipedia, pubblico dominio.
  2. Cineraria maritima – wikipedia, pubblico dominio.
  3. Medicago arborea – wikipedia, By A. Barra – Own work, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2897576
  4. Epipactis helleborine – By Bernd Haynold – selbst fotografiert – own picture, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1211302
  5. Epipactis microphylla – By Joachim Lutz – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27338459
  6. Spiranthes spiralis – By Luis nunes alberto – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12023048
  7. Urtica atrovirens – By Pierre AUROUSSEAU – Guy-Georges GUITTONNEAU – http://www.bium.univ-paris5.fr/sbf/activ_sardaigne.htm, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73517
  8. Teucrium marum – By H. Zell – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11188836

 

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On line il numero in PDF di Aprile 2017

Cari lettori, dal 1 Aprile 2017 è disponibile al download gratuito il numero di Aprile della Rivista “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” nel formato PDF. Dopo aver letto la prefazione del direttore, Gianni Marucelli, troverete il link per accedere alla sezione “Scarica la rivista”. Altrimenti, per accedere direttamente alla sezione download cliccate QUI

DALLE STALLE DI TRUMP ALLA STELLA TRAPPIST-1

Prefazione di Gianni Marucelli

3. La Gorgona

Tanti i focus che dovremmo trattare nell’introduzione di questo numero: dal completamento, deciso dall’ineffabile Trump, dell’oleodotto che collega in U.S.A. il nord e il sud, attraversando i territori dei pellirossa, senza rispettare minimamente i diritti di questo popolo già vessato dalla storia; la notizia, ugualmente negativa e non del tutto estranea alla precedente, che il trend del riscaldamento globale del pianeta continua senza requie, assegnando al 2016 il poco ambito titolo di anno più caldo dal 1850; poi le tante oscenità nostrane, dalla modifica della Legge nazionale sui Parchi e Aree protette, all’esame del Parlamento con un testo di molto peggiorativo rispetto alla precedente, contestato dalle associazioni ambientaliste; il tentativo di reintrodurre la caccia al Lupo, dopo quasi mezzo secolo di stretta tutela (ne parliamo più oltre); il massacro di ulivi secolari in Puglia per costruire l’ennesimo metanodotto, e così via.

Preferiamo, invece, porre l’accento sul brillante articolo del nostro nuovo collaboratore, lo scrittore Carlo Menzinger, che prende spunto dalla scoperta di un nuovo sistema planetario, forse adatto alla vita, a soli trenta anni-luce dalla Terra, per ipotizzare come il futuro dell’umanità possa essere legato ai viaggi. infrastellari, delineando le tappe di un’affascinante avventura che, finora, conosciamo solo attraverso i romanzi e i film: quando ero bambino, si pensava a essa come a un modo per appagare la sete di conoscenza della nostra specie; ora, si tratterebbe dell’estremo tentativo di salvarla dall’agonia di un pianeta morente.

Qualcuno potrebbe obiettare che, visti i risultati fin qui ottenuti da noi uomini, sarebbe decisamente meglio lasciar perdere: ma il futuro è ancora, per nostra fortuna, tutto da scrivere, e non sulle colonne della nostra rivista.

Buona lettura!

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TOSCANA: LUPO-ULULA-LÌ… MA L’ASSESSORE HA IL FUCILE PRONTO!

Di Gianni Marucelli

La citazione dal film di Mel Brooks è divertente… il resto molto meno – report dal Consiglio Regionale della Toscana

Dopo che da un paio di mesi si è innescata a livello nazionale la questione relativa al Lupo e all’accrescimento così rapido di questa specie in buona parte d’Italia (40 anni fa era sull’orlo dell’estinzione) da proporre, in casi particolari, l’abbattimento di alcuni capi (comunque contenuti in una percentuale pari al 5% degli esemplari); e dopo che la Conferenza Stato-Regioni ha rinviato la discussione del problema, visto anche che la grande maggioranza degli Enti Regione (e le Associazioni ambientaliste) sono in totale disaccordo con la proposta di uccidere i Lupi, non poteva che essere la Toscana, terra un tempo conosciuta per le sue posizioni protezionistiche e ora salita alla ribalta (grazie all’Assessore Mauro Remaschi, responsabile del settore Agricoltura e Foreste) come luogo in cui è consentito sparare in ogni luogo ed epoca dell’anno (agli ungulati), a “rilanciare” sulla “caccia al lupo”, predisponendo una serie di audizioni conoscitive in sede di Commissione.

Lupo

L’indagine, infelicemente titolata “Proliferazione del lupo in Toscana”, parte dal presupposto che i lupi siano troppi e che si rendano responsabili di danni intollerabili agli allevatori (in prevalenza di ovini), insieme agli ibridi cane-lupo e ai cani rinselvatichiti (che costituiscono entrambi una parte del problema, di cui non si ha forse l’esatta percezione).

Nella prima riunione della Commissione, l’Assessore Remaschi si è espresso senza peli sulla lingua, dichiarando (come attestano i verbali) che, sul territorio della Toscana, attualmente il numero dei Lupi è di circa 550/600 esemplari, e che bisogna riportarne la consistenza a circa 100. Il sottinteso – e nemmeno tanto – è che si debba abbattere almeno l’80% delle bestiacce (la locuzione è nostra).

Consensi, in varia misura, dei presenti, che forse non si sono resi ben conto di quanto la proposta di Remaschi fosse in completa contraddizione con le sue note posizioni di “Terminator” degli ungulati, cinghiali in primis, ma anche caprioli ecc., accusati di danneggiare l’agricoltura non meno che di provocare incidenti stradali. In effetti, i Lupi sono i peggiori nemici dei cinghiali, che costituiscono il piatto principale della loro dieta, e ne limitano naturalmente la diffusione. Per cui, più lupi ci sono, meno cinghiali (e caprioli, e daini) scorrazzano liberi per i boschi e i campi. Ma, forse, chiedere coerenza a un politico è davvero troppo…

Alla seconda seduta della Commissione regionale, tenutasi un paio di settimane più tardi, sono stati invitati a partecipare i rappresentanti delle Associazioni ambientaliste (tra cui l’estensore del presente articolo), delle categorie economiche interessate (agricoltori e allevatori), delle forze dell’ordine (Carabinieri Forestali e Polizie Provinciali).

Presenti i delegati di Pro Natura Toscana, Legambiente, WWF, Ass. Canis-Lupus, quelli di Confagricoltura, Coldiretti, CIA, il Tenente Colonello dei CC Forestali Alessandra Baldassarri (anche a nome del Comando Regionale), i funzionari delle Polizie Provinciali di Pisa e Livorno, Valeria Salvatori in rappresentanza del Progetto Life Medwolf attivo in provincia di Grosseto dal 2012.

Infine, non invitata ma ammessa a intervenire dal Presidente della Commissione, Mariangela Corrieri in rappresentanza del Comitato Coordinamento Associazioni Animaliste Toscane.

La discussione ha evidenziato un elemento su cui tutti concordano: i lupi, in effetti, sono aumentati di numero, costituiscono più di 100 branchi che popolano l’Appennino (in pratica, alcuni di questi si muovono tra il versante emiliano-romagnolo e quello toscano, sconfinando a sud nel Lazio e in Umbria, a nord in Liguria), la Maremma, i Monti del Chianti ecc. Inoltre, circa un terzo dei raggruppamenti di lupi vedono la presenza di ibridi, incroci tra lupe e cani vaganti; gli ibridi, avendo genericamente una maggiore predisposizione nei confronti della presenza umana, possono aver meno timore nei nostri confronti.

Pare poi accertato che alcuni branchi si aggirino in zone periurbane, talora predando cani di piccola taglia non sorvegliati dai loro proprietari. Però, non costituiscono pericolo reale per l’uomo.

Un secondo punto su cui sia le Associazioni ambientaliste che quelle di categoria (allevatori ecc.) si trovano d’accordo è il seguente: i danni eventualmente provocati dalla presenza del lupo vanno rapidamente accertati e refusi, come prevedono le leggi in vigore; così come va combattuto il randagismo dei cani che costituisce da una parte un elemento di minaccia per il Lupo, tramite l’ibridazione, dall’altro una causa di predazione delle greggi.

Quasi tutti concordano anche sul fatto che l’attuale normativa regionale in vigore (L. 26/2005) deve essere aggiornata e migliorata.

Più complessa diviene la questione se si entra nel merito degli accertamenti delle predazioni, che devono essere effettuati da personale tecnico e veterinario debitamente formato; non è semplice infatti “indagare” sulla scena dell’uccisione di pecore o simili, anche se oggi la tecnica dell’analisi del DNA consente di stabilire chi si stato il “colpevole”. Ma, quando si tratta di moltissimi casi, è ovvio che questa non può essere sistematicamente utilizzata.

I contrasti emergono quando si inizia a parlare di prevenzione degli attacchi; per le categorie economiche, infatti, queste, che si identificano principalmente in recinti dove sistemare le greggi durante la notte e nell’uso di “dissuasori” per eccellenza, quali i cani da guardia opportunamente addestrati (pastori maremmani ecc.), non sono assolutamente sufficienti e comunque paiono economicamente non sostenibili, anche se in parte finanziati dalla Regione; le associazioni ambientaliste sono del parere opposto, ovvero che ancora non si è diffusa tra gli allevatori la cultura della prevenzione ovvero della convivenza con i predatori, e che quindi tali mezzi o non vengono utilizzati o sono usati solo parzialmente e in modo inadeguato. Pro Natura Toscana sottolinea come troppo spesso le greggi vengono lasciate allo stato brado, senza la presenza del pastore “umano” che sarebbe già di per sé un elemento forte di dissuasione.

Gli allevatori ribattono che negli ultimi due-tre anni la prevenzione è aumentata, ma gli attacchi sono cresciuti di circa il 10%, però ammettono che la cultura della convivenza è ancora estranea a molti dei loro associati. Perciò, seppur con i dovuti distinguo, sono in accordo con l’Assessore Remaschi per quanto riguarda la limitazione, anche mediante abbattimento, dei lupi, tanto più di quelli che danno problemi.

Una voce un po’ fuori dal coro, per quanto riguarda l’accrescimento numerico dei lupi in Toscana, è quella di Francesca Ciuti, tecnico addetto al monitoraggio di questi animali, che parla in rappresentanza dell’Associazione Canis-Lupus. Infatti, dice, in realtà il numero dei lupi si è negli ultimi anni assestato, e le misure di prevenzione, anche se valide, non sono state messe in atto in modo specifico, “ritagliato”, per così dire, sulla realtà di ogni azienda allevatrice. L’esperta auspica anche la cattura degli ibridi e dei lupi “problematici” e la loro detenzione in appositi spazi.

L’intervento del Tenente Colonnello, dei Carabinieri Forestali, che si occupa del problema in provincia di Grosseto, è particolarmente interessante e documentato. L’ufficiale ricorda come il bracconaggio nei confronti dei lupi sia un dato da non trascurare, sia sotto la forma della classica fucilata, che con trappole o avvelenamento. Ultimamente, vicino a Pitigliano (GR) è stato trovato il corpo di un lupo atrocemente mutilato, “incidente” che fa seguito alle stragi di lupi compiute negli anni scorsi per ritorsione alle predazioni, sempre nel grossetano. Molti individui, inoltre, muoiono per investimento stradale. Il dato più rilevante presentato dai Carabinieri Forestali è però un altro: quanto la prevenzione è ben fatta, e seguita da tecnici competenti, come in aziende pilota della Provincia di Grosseto, la predazione crolla del 70%.

Assessore Marco Remaschi

I funzionari di Polizia provinciale tornano su un punto che dovrebbe essere ben noto a tutti, ma che, nella discussione, non è stato ripreso con la dovuta forza: l’uccisione dei lupi è e rimane, per la Legge italiana, un delitto, in quanto la specie è protetta dal 1971. Il messaggio che invece sta passando tramite le istituzioni – e il riferimento all’Assessore Remaschi è tanto evidente quanto sottinteso – è che il lupo si può anche ammazzare, tanto, prima o poi, la sua uccisione verrà legalizzata. E concludo testualmente: “Ci piacerebbe che la Regione comunicasse informazioni tese ad allentare la tensione, anziché ad aumentarla”.

Un ultimo elemento, ma di folklore politico, lo fornisce il Consigliere della Lega Nord Salvini, su richiesta del quale sono state convocate le audizioni, quando chiede agli esperti presenti se i lupi che scorrazzano in Toscana presentino ibridazione con lupi nord europei o slavi. Gli rispondono di stare tranquillo: i nostri lupi, come accertato dal DNA, sono razzialmente puri!

 

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L’ISOLA DI GORGONA, UN GIOIELLO NATURALISTICO DELL’ARCIPELAGO TOSCANO – Prima parte

Di Guido Moggi

Prof. Guido Moggi

Il prof. Guido Moggi, illustre botanico dell’Università di Firenze e, con i suoi 90 anni, decano dei Soci di Pro Natura Firenze, pubblicò nel 1990 il saggio che qui riproponiamo, con l’intento di rendergli il dovuto omaggio in occasione della visita dell’isola programmata per il prossimo Aprile da questa rivista e dall’Associazione citata. La Redazione ha apportato qualche marginale modifica al testo originale, adeguandolo alle mutate circostanze storiche. Il saggio verrà pubblicato in due parti sia sul nostro sito sia nella rivista scaricabile in PDF. Inoltre, entro breve sarà pubblicato un mini-e-book scaricabile gratuitamente direttamente dal sito della nostra rivista.

3. La Gorgona

L’ISOLA DI GORGONA, UN GIOIELLO NATURALISTICO DELL’ARCIPELAGO TOSCANO – Prima parte

1. Cartina dell’Arcipelago Toscano

Le isole sono, com’è noto, insieme con le montagne, le grandi distese forestali ecc., alcune tra le zone di maggior significato naturalistico a causa del loro isolamento, della loro storia geologica ecc., e quindi del loro peculiare popolamento floristico e faunistico. Anche l’Arcipelago Toscano rientra fra le aree insulari italiane di maggior interesse dal punto di vista biologico (e non solo biologico).

Tuttavia la conoscenza naturalistica delle isole dell’Arcipelago è molto discontinua, tanto che proprio negli ultimi decenni si sono sviluppati o si stanno sviluppando studi e ricerche sulla flora, la fauna, la geologia, la biologia marina in quasi tutte le isole.

Fra queste, un aspetto particolare riveste l’isola di Gorgona, la più settentrionale di tutto l’Arcipelago, fino a non molto tempo fa poco conosciuta dal punto di vista naturalistico a causa del suo isolamento e della difficoltà di accesso, dovuta alla presenza di un penitenziario da circa un secolo e mezzo.

Le ricerche sulla flora dell’isola hanno messo in evidenza alcuni aspetti molto significativi della sua composizione floristica, in molti casi assai diversa da quella delle altre isole dell’Arcipelago.

Piccolo e aspro scoglio di appena 2,3 km quadrati di superficie, la Gorgona si rivela un interessante concentrato di flora mediterranea, specialmente in quella flora fugace che caratterizza ampiamente i territori circummediterranei. A ciò va aggiunto che l’isola è stata da molti secoli assoggettata all’azione dell’uomo, anche se limitata e moderata, ciò che ha contribuito a modificare parzialmente alcuni aspetti, specialmente in seguito agli interventi avvenuti negli ultimi tre secoli.

2. La Gorgona

4. La Gorgona

Cenni storiciNonostante la sua posizione isolata nell’alto Tirreno e il suo scarso interesse dal punto di vista strategico e logistico, l’isola è stata certamente abitata fin dall’epoca romana (l’antica “Urgon” di Plinio), come testimoniano alcuni resti di muro a “opus reticulatum” presenti presso il porticciolo, e il relitto di una nave su un fondale a Cala dei Giunchi. Intorno al IV secolo, sembra che essa fosse abitata da alcuni eremiti; fra questi va ricordato S. Gorgonio, martire romano del III sec., che si dice fosse vissuto qui a lungo in solitudine, tanto che anche oggi un grosso anfratto sul lato sud dell’isola (non sappiamo con quanta veridicità) porta il nome di “grotta di San Gorgonio”.

Dopo queste sporadiche presenze, i primi insediamenti di un certo rilievo si ebbero solo alla fine del VI sec. Per opera di monaci della diocesi di Luni, che vi furono inviati per le gravi infrazioni commesse durante la loro attività sacerdotale. Intanto, su invito di San Gregorio Magno, i monaci benedettini, che già possedevano proprietà in Corsica, decisero di stabilirsi a Gorgona e lì s’insediarono stabilmente (restandovi per più di sette secoli), dando inizio alle prime costruzioni e coltivazioni dell’isola. Nel 1074, infatti, sotto il pontificato di Gregorio VII, fu costruita la prima chiesa, i sui resti esistono tuttora nel cosiddetto Pian de’ Morti (oggi Villa Margherita). A quell’epoca sembra che si possa far risalire anche un’area coltivata, che ha conservato fino al secolo scorso il nome di “Giardin de’ Frati”, situata presso Casa Colonica.

Nel sec. XI la Chiesa, per iniziativa del Papa Alessandro II, annesse l’isola ai possedimenti ecclesiastici, e ciò provocò i risentimenti della Repubblica di Pisa, che vedeva nell’isola un possibile avamposto dei suoi territori.

Nel secolo successivo, durante le guerre tra Pisa e Genova gli Abati dell’isola si adoperarono, anche se inutilmente, come mediatori; successivamente, intorno alla metà del Trecento i pisani, per contrastare l’egemonia genovese, decisero di creare un baluardo difensivo a Gorgona, costruendo il Castello di Torre Vecchia, massiccia costruzione situata sul lato occidentale, che esiste tuttora – anche se in parte rovinata – a dominare il paesaggio circostante e il mare, anche a grande distanza.

7. La Torre Vecchia

Si giunge infine al 1284: il 6 agosto, alla battaglia della Meloria, la Repubblica di Pisa viene sconfitta dalla rivale. Ciò rappresentò, anche per Gorgona, l’inizio di un periodo di declino, legato in parte anche alla presenza di una guarnigione militare. Infatti, il permanere dei soldati pisani, se da una parte era malvisto dai monaci perché creava ovvi motivi di disturbo, dall’altra contribuiva a difendere l’isola stessa da attacchi esterni, soprattutto di tipo piratesco. Dopo quella data, infatti, diventano sempre più frequenti le incursioni dei pirati saraceni, tanto che alla fine i benedettini furono costretti, nel 1373, da abbandonare l’isola. La Chiesa, tuttavia, non voleva rinunciare al possesso e pertanto già l’anno dopo Papa Gregorio XI affidava Gorgona alla Certosa di Calci (PI); immediatamente i Certosini vi si insediarono stabilmente e attivamente, tanto che, nell’autunno del 1375 visitò l’isola S. Caterina da Siena, per portare ai monaci la sua voce e il suo spirito animatore.

6 Puta Cala Maestra

La permanenza dei Certosini durò, con alterne vicende e in modo saltuario, fino al 1777, tuttavia i primi secoli del loro insediamento appaiono molto burrascosi a causa, principalmente, dei frequenti attacchi dei Saraceni. Già nel 1425 i monaci furono costretti ad abbandonare l’isola, quando erano più di quaranta e avevano avviato ampie coltivazioni e costruito un convento, dei mulini ecc., che però vennero interamente distrutti dalle scorribande piratesche.

Nella seconda metà del ‘400 la Repubblica Fiorentina preso possesso di Gorgona e, con grandi contrasti con l’autorità ecclesiastica che non rinunciava alla proprietà, vi insediò una guarnigione, che fu poi confermata sotto la dinastia medicea. Intorno alla metà del ‘500 Cosimo I cedette l’isola ai monaci basiliani, ma la loro permanenza durò pochi decenni.

Durante il secolo successivo sembra che l’isola fosse poco abitata: è certo però che verso la fine del ‘600 vi tornarono alcuni certosini, i quali però si trovarono presto in contrasto con i pochi pescatori che risiedevano saltuariamente a Gorgona e con i militari della guarnigione granducale.

Agli inizi del 1700 Cosimo III dava l’avvio alla costruzione della Torre Nuova, elegante edificio quadrato in mattoni posto sopra lo Scalo Maestro, che domina l’accesso all’isola da est.

La presenza sempre più massiccia del Granducato aumentò tuttavia il malcontento dei monaci e il risentimento della Chiesa, che ne rivendicava la proprietà, mai ceduta; alla fine si giunse a un accordo tra il Prore della Certosa di Calci e il Granduca, in seguito al quale quest’ultimo riconosceva alla Chiesa la proprietà dell’isola e di tutti i suoi beni e quindi autorizzava il rientro dei monaci e la ripresa della loro attività, mentre i certosini si assoggettavano ad una serie di disposizioni a vantaggio del governo granducale, dei soldati e dei pescatori.

9. Cala dello Scalo

In seguito a questo accordo l’isola rifiorì grandemente: aumentò la popolazione dei monaci e dei pescatori, i quali riuscirono a convivere con la guarnigione, che era autorizzata all’uso di una parte del terreno e a utilizzare il legname per i suoi scopi (“jus lignandi”). In questo periodo, i monaci dettero l’avvio a nuove costruzioni ed estesero, migliorandole, le colture: fu eretta la chiesa, che esiste tuttora; fu abbandonato il vecchio Monastero al Pian de’ Morti e ne fu costruito uno nuovo ai lati della chiesa; furono costruiti nuovi magazzini a Le Capanne e sopra la Cala dello Scalo; furono eretti altri magazzini e fu perforato un pozzo di acqua potabile a Cala Martina. Inoltre, dopo un adeguato trattamento del terreno, furono piantati al Pian de’ Morti, alle Capanne e nella valle dello Scalo viti, alberi da frutto e olivi, i quali ultimi nel 1707 dettero il loro primo frutto consistente in ben diciannove fiaschi di olio.

Durante il XVIII sec. L’isola godette di un periodo di prosperità inconsueto: le colture dettero buoni risultati, la pesca delle acciughe era una florida attività, i contatti con la terraferma erano frequenti, la popolazione si accresceva. Intorno alla metà del secolo, gli abitanti erano una settantina e nel 1740 l’Arcivescovo di Pisa giunse in Gorgona per cresimare sette giovani.

Tuttavia col passare del tempo il mantenimento delle attività agricole si rivelò fortemente dispendioso; inoltre nel 1767 una fortissima tempesta si abbatté sull’isola, distruggendo quasi tutte le coltivazioni e danneggiando molti edifici. Ma i monaci non si dettero per vinti: riparati i danni, tentarono di estendere le colture anche ad altre zone dell’isola, con risultati però poco soddisfacenti.

Va aggiunto inoltre che la Certosa di Calci attraversava un grave periodo di crisi, avendo perduto i possedimenti che aveva in Corsica e avendo dovuto provvedere alla riparazione dei danni di Gorgona. Per cui, dopo molte trattative, l’isola venne ceduta dalla Chiesa al Granducato di Toscana nel marzo del 1777. Terminava così, dopo undici secoli, il dominio ecclesiastico, caratterizzato per la maggior parte del tempo dalla presenza dei monaci certosini.

10. Cala Martina

Il Granduca Leopoldo, con la lungimiranza che lo contraddistingueva, tentò subito di valorizzare l’isola, emettendo nello stesso anno un editto che garantiva numerose facilitazioni a chi avesse voluto trasferirvisi ed esercitare l’attività di pescatore o di agricoltore. Nonostante le condizioni allettanti, pochi furono da allora gli abitanti dell’isola, e questa rimase abbandonata sia durante il periodo napoleonico che sotto Ferdinando III e Leopoldo II, Risulta che per alcuni anni il Granduca abbia ceduto Gorgona in affitto ad alcune famiglie, ma con scarso successo.

Finalmente nel 1860 l’isola, come il resto della Toscana, viene annessa al Regno d’Italia. Era il periodo della lotta al brigantaggio e il nuovo governo non trovò di meglio che inviare a Gorgona in domicilio coatto alcuni dei fuorusciti catturati, autorizzando il lavoro agricolo dove esistevano coltivazioni in atto. Visto il buon esito dell’iniziativa, nel 1869 fu istituita ufficialmente la Colonia Penale Agricola, dapprima come succursale di quella di Pianosa, poi, dal 1871, come penitenziario autonomo.

L’istituzione della Colonia Penale, tuttora esistente, modificò radicalmente la struttura dell’isola e ne permise un uso coordinato che è rimasto pressoché invariato fino a oggi, se si escludono temporanei avvicendamenti avvenuti in coincidenza con le due guerre mondiali. Durante la seconda guerra, ad esempio, Gorgona fu temporaneamente abbandonata e i detenuti trasferiti in continente; nel 1943 fu occupata dai tedeschi e successivamente dagli Alleati, che vi sbarcarono nel 1945 annientandovi la guarnigione tedesca e insediandovi per breve tempo un presidio militare. Infine, nel 1946, fu ripristinata la Colonia Penale, che dal 1996 convive con il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, di cui Gorgona è parte integrante.

Continua…

Galleria fotografica

Fonte delle fotografie

  1. Arcipelago toscano – tuscanywalkingfestival.it
  2. Mappa della Gorgona – ufficioguide.it
  3. La Gorgona – firenzeformatofamiglia.it
  4. La Gorgona – ondamica.it
  5. Mappa della Gorgona – http://ripadiversilia.uoei.it
  6. Cala Maestra – intoscana.it
  7. La torre vecchia – http://irintronauti.altervista.org/isola-di-gorgona
  8. Gorgona – http://www.sicilyrentboat.com/en/itineraries/escursione-su-isola-di-gorgona.html
  9. Cala dello scalo – http://blog.tuscanyholidayrent.com/2016/03/the-penal-colony-island-gorgona-is-to-open-up-to-tourists/
  10. Cala Martina – http://irintronauti.altervista.org/isola-di-gorgona/
  11. Cala Scirocco – panoramio.com
  12. Il borgo – http://mapio.net/a/72687288/
  13. Torre nuova – https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Nuova_(Gorgona)
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RECENSIONE: 100 VOCI PER AMATRICE

Di Alberto Pestelli

Scrivere una recensione non è mai stato semplice per me che sono più abituato a leggerle – e nemmeno tanto spesso – sui miei lavori letterari. Ma quando si tratta di un libro nato dall’iniziativa di alcune persone per scopi umanitari, la musica cambia e la linea “melodica” da comporre diventa più semplice anche se il libro di cui si vuole parlare è paragonabile alla più bella sinfonia che abbia mai ascoltato.

Che cos’è 100 Voci per Amatrice? Grazie al caro amico Carmelo Colelli, che spesso ha collaborato (e collabora tutt’ora) con la rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” (www.italiauomoambiente.it), sono venuto a conoscenza di questa nobile iniziativa nata grazie all’Associazione culturale barese “Virtute e canoscenza” di cui la professoressa Santa Vetturi è presidentessa e curatrice dell’opera. L’Associazione pugliese non è la prima volta che usa questa formula di successo. Già una decina di anni fa ha chiamato un gran numero di Artisti di ogni parte d’Italia (fotografi, pittori, poeti, scrittori) che si sono autotassati per compilare un’antologia il cui ricavato è andato in beneficenza.

Con il presente lavoro l’intero ricavato e diritti d’autore serviranno per la ricostruzione della biblioteca di Amatrice, distrutta dal recente terremoto.

Ma sfogliamo le prime pagine… impossibile non notare l’acrostico composto con la parola – scusate la ripetizione… – PAROLE: doPo drammAtici tRamonti risOrgono aLbe serEne. Ed è proprio leggendo la poesia della prima autrice dell’antologia, Angela Accarrino, che siamo di fronte al sorriso di un’alba serena.

100 Voci per Amatrice non è solo poesia in lingua italiana, ma anche, come nel caso di Carmelo Colelli poesia in lingua locale riscoprendo le tradizioni da tenere gelosamente nello scrigno della cultura di tutta la nostra nazione.

La biblioteca di Amatrice prima e dopo il terremoto

Ma non c’è solo poesia… tanti racconti e tante immagini. Anche qui un acrostico: aiutIamo rinoMati voluMi A rinconGiungersi In uNa biblIoteca. Disegnatori, pittori e fotografi professionisti e non si avvicendano nelle pagine dell’antologia mostrando la loro anima, la loro fantasia per amore della cultura e della bellezza dell’arte.

Mi perdonino tutti gli autori se ho menzionato solamente due dei loro amici di Antologia in questa breve recensione della LORO opera… forse è il caso di dire che è un’opera di tutti noi per tutti noi, un’iniziativa di solidarietà nei confronti di una popolazione che ha perso tutto nella distruzione del terremoto. E per la ricostruzione servono solidi mattoni, certo, ma serve anche la cultura ad aiutare il cemento a tenere salda la volontà di andare avanti. 100 Voci per Amatrice costituisce quel collante, quel catalizzatore utile per far ritornare la speranza. Come scrive nella quarta di copertina Sergio Serafini, Bibliotecario della Biblioteca Comunale di Amatrice, “Ricostruire quello che c’era è appena una speranza parziale, certo, ma c’è rimasta solo quella, e quindi ce la dobbiamo tenere stretta e curarla e coltivarla, quale leva per un futuro migliore”.

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UNA QUESTIONE DAVVERO SCOTTANTE

Di Gianni Marucelli

Nessuno parla più del Deposito Nazionale delle scorie nucleari in Italia e della sua ubicazione: ma è solo questione di tempo…

Rischia davvero di cadere nel dimenticatoio collettivo, ma la patata è così bollente che non si può lasciarla cadere nelle mani del popolo italiano prima di una tornata elettorale, e del resto è senz’altro difficile individuare, nel nostro Paese, un periodo che non sia pre-elettorale; quello che sembra certo è questo: qualsiasi governo prenderà le decisioni definitive, rischia di perdere immediatamente qualche milione di voti.

Ci riferiamo alla definizione del “Progetto nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi” e all’individuazione del sito dove realizzare il deposito delle scorie nucleari che si sono prodotte, e si continueranno a produrre, in Italia, nonostante la rinuncia a questo tipo di fonte energetica con il noto referendum svoltosi nel 1987.

Infatti, oltre che nelle centrali nucleari, scorie radioattive, seppure in modesta quantità e di basso-medio livello di emissioni, si producono ovunque siano in funzione macchinari che utilizzino componenti radioattive: in medicina, ad esempio (TAC, radioterapia ecc.), ma anche nell’industria e nella ricerca.

Al momento, tutti i rifiuti radioattivi sono “conservati” in prevalenza nei luoghi dove sorgono le centrali nucleari non più attive; in questo, fa la non invidiabile “parte del leone” il Piemonte (Trino Vercellese), che custodisce il 73% circa dei residui; tra Campania e Basilicata è ubicato un altro 20% del materiale. Tali depositi non sono e non possono essere definitivi, perché non sono stati concepiti a questo scopo. Anzi, i rischi relativi alle loro deficienze sono stati più volte segnalati e preoccupano le comunità locali.

In tutti gli altri paesi europei, del resto, è stata già definita la proceduta di realizzazione di un unico deposito per le scorie radioattive, e in alcuni casi -come in Inghilterra – è già stato individuato il luogo dove ubicarlo, assicurando al contempo la massima sicurezza alle popolazioni coinvolte e incentivi tali da rendere sopportabile, se non appetibile, la disponibilità ad ospitare – nei secoli dei secoli – un tale fardello.

A che punto si è in Italia? L’ISPRA (Istituto per la sicurezza ambientale) ha stabilito dei criteri di esclusione e di inclusione nella lista dei siti possibili – ad esempio, tutte le zone sismiche, o quelle soggette a frane, o quelle situate a oltre 700 metri. di altezza, oppure vicinissime al mare, sono di fatto tra i luoghi esclusi. Nei fatti, la stragrande maggioranza del territorio della penisola rientra nella lista delle zone escluse. Rimangono alcuni lembi di territorio, localizzati nella pianure alluvionali, in Toscana, nel Lazio, in Basilicata, in Campania e in qualche altra regione. Non si parla, per ora, di Sardegna e di Sicilia: la seconda perché ovviamente sismica, la prima, invece, per conformazione geologica particolarmente stabile, presenterebbe dei siti molto interessanti, e la sua esclusione quindi non sembra definitiva.

Quel che sappiamo, è che la SOGIN, azienda che gestisce nei fatti i rifiuti radioattivi, ha già pronto da tempo l’elenco dei 100 siti adatti alla bisogna (CNAPI); sembrerebbe intenzionata a comunicarli subito dopo l’estate, in un periodo che si suppone tranquillo dal punto di vista politico: ma non si sa per certo.

La procedura prevede poi che si svolga un ampio dibattito, con veri e propri seminari-conferenze destinati allo scopo, tra tecnici, governo, rappresentanti delle Regioni interessate, una consultazione da cui dovrebbero emergere località le cui amministrazioni manifestino la non contrarietà a ospitare il Deposito Nazionale. Per addolcire la pillola, il progetto prevede che, nel luogo prescelto, sia realizzato anche un grande Parco Tecnologico, dove si faccia ricerca sulle tecniche di “decomissioning”, ossia di smantellamento delle strutture nucleari. Un Centro Studi a livello europeo che dovrebbe assicurare la creazione di molti posti di lavoro.

Le previsioni di realizzazione del Deposito parlavano, fino a un paio di anni fa, del 2019; ma la data ormai pare davvero dover slittare a chissà quando.

Per il momento, segnaliamo le fondate e reiterate proteste delle Associazioni ambientaliste piemontesi, che vedono ampliarsi i depositi “temporanei” ubicati in Piemonte…

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Così si uccidono i parchi

Parco del Gran Paradiso

Ventisei anni fa, nel 1991, veniva approvata dal Parlamento la Legge n. 394, comunemente chiamata “Legge sui Parchi”, che introduceva una moderna normativa per la gestione delle Aree protette del nostro Paese. Un successo per la Natura e per chi la ama, un documento fondamentale che però, dopo un quarto di secolo, aveva necessità di una revisione.

“Mai ristrutturare il pollaio lasciando libere le galline – dice un vecchio adagio campagnolo – la volpe è lì, pronta a papparsele”. Una cosa del genere è accaduta in Commissione Ambiente della Camera, dove, nonostante i vari avvertimenti e le proposte delle Associazioni ambientaliste, la “manutenzione” della L. 394 è divenuta l’occasione per redigere e approvare, a colpi di maggioranza, una vera e propria “controriforma”, dove nella Legge si introducono elementi tali da portare allo sfascio quel poco che della Bella Italia ha potuto essere salvato dallo scempio compiuto nell’ultimo mezzo secolo.

Si conferma così quella linea – esiziale per l’ambiente – che è stata seguita dai vari Governi succedutisi in questi ultimi anni, che hanno portato ad approvare lo smembramento del Parco Nazionale dello Stelvio, la soppressione del Corpo Forestale, il tentativo di trivellare ovunque i nostri mari alla ricerca di idrocarburi (proprio il contrario della scelta a favore dello sviluppo delle fonti energetiche alternative, he apparentemente era da tutti sostenuta)…

La Vicepresidente della Commissione ambiente della Camera, on. Serena Pellegrino (Sinistra Italiana), oggi ha denunciato, con un suo documento inviato alle Associazioni e ai Media, quanto accaduto durante i lavori, auspicando che il testo che andrà poi discusso alla Camera dei Deputati venga riportato sui binari della correttezza ambientale, cancellando lo scempio che ne è stato appena fatto.

Crediamo opportuno riportare integralmente quanto scritto dall’on. Pellegrino, per informare i nostri lettori su questo nuovo, gravissimo, attentato all’Ambiente.

Il direttore, Gianni Marucelli

§

Proposta di legge C. 4144, recante “Modifiche alla legge 6 dicembre 1991, n. 394 e ulteriori disposizioni in materia di aree protette. La Camera dovrà discutere di uno scempio normativo, la maggioranza di questo Governo consegna con una vera e propria contro riforma le parchi e aree protette alle bramosie delle lobbies che governano i Governi. Dopo 26 anni dalla approvazione della rivoluzionaria legge n. 394/91 che istituiva i parchi nazionali e le aree protette, oggi sappiamo bene come dovrebbe essere riformato questo fondamentale strumento normativo di gestione del territorio e dell’ambiente. Attraverso le norme della 394, pur tra le tante criticità che non abbiamo mai mancato di evidenziare, è stata sostenuta la sfida di conservare la natura del nostro Paese, tutelare gli ecosistemi, introdurre concrete possibilità di sviluppo armonioso e rispettoso dell’ambiente e delle identità culturali e sociali per le comunità che vivono dentro e accanto le zone protette. Che fosse necessaria una manutenzione della stessa legge era opinione comune, tant’è che fin dal 2002 è stata richiesta in modo corale, ma senza risposta, la Terza Conferenza Nazionale delle aree protette.

Oggi, con le ultime votazioni sugli emendamenti alla contro-riforma della legge quadro sui parchi L.394/91, la Commissione Ambiente della Camera ha licenziato per il dibattito alla Camera uno scempio normativo che consegna alle bramosie delle lobbies che governano i Governi uno dei beni più preziosi del nostro Paese: le aree protette, ovvero il 10 per cento del territorio italiano. La nuova legge si rivela lo strumento dove le competenze e le garanzie dello Stato sul patrimonio collettivo vengono cedute al sistema delle clientele politiche locali e contemporaneamente i criteri scientifici e le buone pratiche di gestione sono messe all’asta nella contrattazione della spartizione di poltrone e incarichi. Alle proposte emendative delle associazioni per la conservazione della Natura e alle motivate proteste di tutto il mondo ambientalista il Presidente Realacci, in osservanza delle strategie del Partito Democratico, ha risposto in Commissione con tempi forzati nella discussione e con votazioni a raffica: una fretta sospetta. Non è un decreto in scadenza. Non c’è l’urgenza, non ci sono gravi questioni di emergenza da risolvere.

Invece di lanciare nuove politiche di conservazione della biodiversità, delineare forme innovative di gestione dei Parchi e aumentare le risorse ad essi destinate, si rende commerciabile, attraverso il sistema delle compensazioni finanziarie, il patrimonio naturale italiano, si consente che la crisi crescente delle piccole comunità venga risolta con la svendita del territorio ai “sovrani” delle fossili o dell’energia, etichettando lo scempio come “nuova economia”.

Così come si va definendo, anche nel dibattito in Commissione ambiente, la nuova legge è una vera e propria contro riforma e non centra il suo fondamentale obiettivo: quello della tutela e di una seria, non strumentale, valorizzazione del patrimonio naturale italiano, nella consapevolezza che da essa dipende il benessere economico e sociale delle future generazioni. Solo preservando la funzione primaria della protezione della biodiversità possiamo garantire la trasmissione intergenerazionale di beni, valori e tradizioni caratteristici dell’identità territoriale e necessari alla convivenza sociale.

Abbiamo proposto le modifiche per rendere questa riforma degna di questo nome ma dispiace vedere il Partito Democratico portare a termine un disegno di occupazione e di mala gestione degli Enti Parco che li renderà sempre più subalterni agli interessi locali. Enti che saranno governati da Presidenti e direttori succubi della maggioranza di turno.

Dopo i regali alle lobby delle trivelle e delle fonti fossili, dopo i passi indietro nello sviluppo delle fonti rinnovabili, ecco un’altra dimostrazione delle non-politiche ambientali di questa maggioranza.

Un’occasione mancata. Avremmo dovuto, con questa legge, preservare la conservazione degli irripetibili ecosistemi promuovendo davvero la Bellezza che contraddistingue il nostro Paese e che ci viene riconosciuta in tutto mondo. Ma il dibattito non è finito, alle pressioni delle Associazioni si aggiunge e si manifesta sempre più forte la consapevolezza dell’opinione pubblica, ci auguriamo che durante la discussione in Aula ci possano essere sani ripensamenti.”

 

 

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