Toscana – Un paese che si fa presepio

Di Gianni Marucelli

Laterina è un comune del Valdarno aretino, e un tempo il suo capoluogo fu castello degli Ubertini di Arezzo, e terra di scontro tra Guelfi fiorentini e Ghibellini aretini; la sua importanza era strategica in quanto si trovava su quella che, allora, era la via maestra in riva destra dell’Arno.

La cosa, in parte, si perpetua nel tempo, dato che nel territorio comunale transitano sia l’autostrada del Sole che la linea ferrovia ad Alta velocità.

Ai giorni nostri farebbe notizia soltanto perché è il paese natale di Maria Elena Boschi, ex ministro per le Riforme e viceministro attualmente in carica, e forse di più in quanto, nella frazione di Ponticino, è nato il popolare cantante e presentatore Pupo.

Ma, sotto Natale, da qualche anno Laterina è anche sede di una manifestazione abbastanza singolare di “presepe diffuso”, in cui viene coinvolta buona parte della popolazione. E’ la parrocchia locale a organizzare una mostra-concorso di presepi cui partecipano sia singoli cittadini che scuole del Valdarno: le creazioni vengono presentate nelle strade principali del paese, usufruendo degli spazi offerti dal Comune e dalle botteghe. Non manca, a completare la manifestazione, un “presepe vivente” e tutto il contorno usuale di bancarelle di oggetti vari e dolciumi.

Il tutto parrebbe carino, ma piuttosto banale; senonché, a fare la differenza, è proprio la fantasia dimostrata dai realizzatori dei presepi, tra cui, come detto, si segnalano molti alunni di classi delle materne e delle elementari; una fantasia “ecologicamente orientata”, perché spesso ha portato a riciclare materiali che, normalmente, finiscono nel bidone dell’immondizia.

E’ il caso, ad esempio, del presepe realizzato con i tappi di bottiglia, o di quello i cui personaggi sono bicchierini da caffè; non manca poi chi si è dilettato nel far uso (un uso dolcissimo) di bomboloni – o Krapfen, se preferite.

Difficile stabilire quale sia il più originale: i numerosi visitatori, nonostante la serata fredda e piovosa, sono stati chiamati a esprimere la propria preferenza con una votazione.

Non vi proponiamo in calce qualche foto – effettuata con luce molto scarsa… – che può esservi di stimolo per organizzare, a casa vostra, un presepe veramente alternativo…

 

 

 

 

Galleria Fotografica – © Gianni Marucelli 2017

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LUPO: LA CONFERENZA STATO-REGIONI SI RIUNISCE PER DECIDERE

Domani, 6 dicembre, dovrebbe riunirsi la conferenza Stato-Regioni per decidere se accogliere o meno le proposte di quegli Enti locali (tra cui regioni in cui il Lupo è appena tornato, quali il Trentino e la Val d’Aosta), che vedono nel Lupo più un pericolo che una risorsa ecologica, e sarebbero ben lieti di consentire abbattimenti “selettivi”.

Intorno al tema si è sviluppata negli ultimi mesi un’accesa discussione, in cui il parere fortemente negativo di tutto il movimento ambientalista, di fronte alla proposta di consentire le uccisioni di individui di questa specie, protetta dagli anni ’70 del secolo scorso, si è scontrata con le proteste degli allevatori che chiedono più protezione per le greggi.

Il Ministero dell’Ambiente ha elaborato una sua ipotesi di compromesso, che finanzierebbe uno studio approfondito, della durata di due anni, sul numero dei lupi e sui danni effettivi apportati da questo predatore, per poi – dal 2020 – “aprire” agli abbattimenti.

La risposta delle associazioni, animaliste ma anche ambientaliste, non si è fatta attendere, con un duro comunicato di cui riportiamo un brano significativo:

«I cittadini, in milioni, hanno già espresso la propria netta contrarietà alle uccisioni, ma queste sono duramente condannate anche dal mondo scientifico – che le ha definite dannose e controproducenti come nell’ultimo recente caso dello studio dell’EURAC – e anche dalle regioni stesse, che si sono in passato espresse contro. Non si comprende perché il Ministro Galletti – il quale continua a non voler coinvolgere né rispondere alle scriventi associazioni – voglia investire milioni di euro per contare i lupi mentre invece dovrebbe finanziare le misure di prevenzione – vigilanza, guardiania con l’ausilio di cani, recinzioni fisse e mobili – che se fossero obbligatoriamente applicate tutelerebbero anche gli animali da allevamento risolvendo qualsiasi conflitto. Invece, sembrerebbe cedere – forse per non perdere qualche consenso ?- a chi pretende di allevare gli animali liberi senza alcuna forma di protezione e anche a quegli allevatori che si sono trasformati in bracconieri. Non è Galletti, non è lo Stato e il suo Ministro per l’Ambiente che dovrebbe tutelare la biodiversità e proteggere gli animali selvatici, tra l’altro considerati dalla legge beni indisponibili dello Stato?».

Da parte nostra, abbiamo sempre sostenuto e continueremo a sostenere che il Lupo è un imprescindibile protagonista del ripristino degli equilibri ecologici nel nostro ambiente, senza il cui contributo il numero – già molto alto – di ungulati, quali caprioli e cinghiali, diverrebbe non più sostenibile per le colture agricole. Inoltre, il Lupo è già sotto pressione per il gran numero di uccisioni illegali che vengono perpetrate. ogni anno, senza contare gli individui vittime di incidenti vari, per lo più stradali.

Pertanto, ogni “apertura” a possibili abbattimenti di selezione sarebbe recepita come un invito a sparare indiscriminatamente a ogni Lupo, mettendo di nuovo a rischio, nel giro di pochi anni, la sopravvivenza della specie, già di per sé compromessa dalle ibridazioni con cani rinselvatichiti.

Pertanto, manteniamo decisamente il nostro “no” a ogni ipotesi di ritorno alle uccisioni di questo predatore.

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Pillole di Meteorologia – Finalmente un dicembre invernale

Di Alessio Genovese

E’ forse dal 2010 che il mese di dicembre non mostra più i veri connotati invernali così come invece dovrebbe essere fin dai primi giorni, in quanto, come più volte scritto su questa rubrica, l’inverno meteorologico inizia il 01 dicembre. Siamo ben contenti di poter confermare oggi quanto già avevamo ipotizzato nell’ultimo articolo pubblicato nei primi giorni del mese di novembre; dopo molti anni, finalmente, l’inverno sembra voler partire in maniera molto dinamica con ripetuti affondi freddi di origine prevalentemente artica che, rispetto agli anni passati, almeno nella prima parte, andranno a coinvolgere maggiormente il centro-nord della penisola. Il perchè di tutto ciò sta in una parziale modifica degli equilibri termodinamici del pianeta; in particolare mi riferisco alle anomalie delle temperature superficiali degli oceani ed all’assetto che assume il vortice polare. L’inverno 2017/2018 sembrerebbe poter essere una stagione di transizione fra gli ultimi 3-4 inverni prevalentemente miti e dominati dall’alta pressione ed i prossimi che invece, eccezioni a parte, dovrebbero essere via via sempre più freddi almeno per quanto riguarda il Mediterraneo.

Rimanendo in tema, dopo la prima perturbazione relativamente fredda che ha interessato l’Italia fra il 26 ed il 27 novembre, nei primissimi giorni di dicembre dovrebbe giungere un nuovo impulso artico, con possibilità di neve a quote collinari sul centro Italia. Purtroppo non è da escludere che in questa prima fase il nord-ovest del paese, zona maggiormente colpita dalla siccità, rimanga ancora a guardare, a causa della cosiddetta “ombra pluviometrica” dovuta alla disposizione dei venti ed alla protezione, questa volta negativa, offerta dalle Alpi. I modelli fisico-matematici per il proseguo continuano a prevedere la possibilità di ulteriori affondi di aria fredda sempre artica o comunque polare-marittima. La caratteristica di questi tipi di aria fredda è quella non tanto di portare delle temperature gelide come quelle che provengono dall’est-Europa e dalla Siberia, ma di riversare facilmente il freddo nei bassi strati, in occasione delle precipitazioni più intense. In poche parole molte montagne, ma anche colline, dovrebbero facilmente rifarsi il trucco per buona parte del mese e non è da escludere che, in alcune occasioni, con l’avanzare della stagione, la neve non arrivi anche in molte zone pianeggianti.

Tutto ciò accade in quanto quest’anno sembrerebbe che l’alta pressione delle Azzorre voglia salire a nord per i meridiani (fino oltre la Groenlandia), piuttosto che coricarsi sui paralleli, invadendo o proteggendo (a seconda dei gusti!) il Mediterraneo. Sul suo bordo orientale saranno inevitabili, per la legge della fisica, le discese di aria fredda. Fra una colata e l’altra vi saranno sicuramente dei periodi più miti, ma ad oggi non si vedono segnali di una stabilità duratura e questo è sicuramente un buon segnale per la sete di acqua che ha il nostro territorio. Volgendo lo sguardo molto in avanti, tradizionalmente nel periodo natalizio il vortice polare tende, almeno temporaneamente, a rinforzarsi e ciò determina tempo stabile nel nostro paese; noi però con spirito ancora fanciullesco proviamo ad augurare un bianco Natale a tutti i nostri lettori!!

Alessio Genovese

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Pillole di meteorologia – Dal caldo eccezionale dell’estate ad un inverno normale

Di Alessio Genovese

Dopo un’ estate rovente, che ha mandato in meteo depressione lo scrivente ed ha fatto registrare record di temperature solo di poco inferiori a quelle del 2003, dopo che i primi dieci mesi del 2017 sono stati quasi tutti superiori alle medie dei relativi periodi (solo gennaio e settembre sono stati in media o leggermente al di sotto), dopo che gli ultimi tre inverni, fatta eccezione per eventi isolati come il gelo eccezionale e le forti nevicate che hanno interessato il centro-sud Italia proprio nello scorso gennaio, sono risultati praticamente non pervenuti e sono stati caratterizzati da un’eccessiva invadenza dell’alta pressione sul Mediterraneo che ha reso monotona gran parte della stagione, dopo che la siccità sta diventando veramente uno spauracchio in tutta Italia, con le relative criticità nell’agricoltura ma anche nei bacini che riforniscono i nostri acquedotti, dopo tutto ciò finalmente si intravedono dei segnali di cambiamento.

                                              

Tanto per cominciare, finalmente, quando per il calendario meteorologico saremmo già entrati nell’ultimo mese autunnale (il 01 dicembre inizia l’inverno!), a partire dal 05 novembre sono arrivate le prime vere piogge della stagione. Tale fenomeno atmosferico non dovrebbe rimanere isolato ma, secondo i principali modelli fisico-matematici che utilizzano i meteorologi per fare le previsioni, dovrebbe persistere ancora per diversi giorni portando con sé temperature sempre più fredde e consone al mese in corso. A dire il vero, un po’ tutte le previsioni stagionali indicano delle precipitazioni sostanzialmente nella media per la fine dell’autunno e buona parte dell’inverno. La speranza è quella di riuscire, da qui alla primavera, ad aumentare in maniera consistente il livello degli invasi d’acqua e dare magari anche una boccata di ossigeno a dei ghiacciai alpini fortemente in sofferenza se non, in alcuni casi, quasi scomparsi. Chi ha già letto degli articoli di questa rubrica forse ricorda come lo scrivente sia abbastanza ottimista circa il futuro climatico del nostro pianeta e , di conseguenza, anche per il Mediterraneo, che sicuramente è una delle regioni che maggiormente ha risentito dei cambiamenti climatici degli ultimi decenni. Lo scrivente, dopo essersi documentato per alcuni anni su internet, crede molto nella teoria dei “corsi e ricorsi storici” e per questo pensa che il riscaldamento globale non sia irreversibile. Ciò non toglie che le politiche dei vari stati dovrebbero sempre tener conto dell’ambiente e della necessità di contenere l’emissione dei gas serra e per questo le recenti decisioni del Presidente statunitense Trump, che ha deciso di far uscire il suo paese dagli accordi sul clima raggiunti in precedenza da Obama con la maggior parte degli altri capi di Stato, hanno deluso anche chi firma questo articolo.

Tornando in tema, non ci si deve di certo aspettare tutto d’un tratto un inverno da era glaciale dopo 3-4 anni con inverni deludenti, in cui si è venuto a creare un tipo di circolazione atmosferica poco propenso al freddo alle medie latitudini come quella dell’Italia, ma sicuramente ad oggi dei segnali incoraggianti si incominciano a vedere. Siccome molti lettori inizieranno già ad annoiarsi in questa lettura, evito volentieri la disamina sui vari indici che vengono utilizzati in meteorologia per stabilire delle sommarie tendenze per la stagione invernale e che vengono già descritti in maniera adeguata in siti online più scientifici di questo, ad ogni modo vale la pena evidenziare come quest’anno, vuoi per la bassa attività solare (quasi pari a quella di un minimo con pochissime macchie solari) vuoi per una diversa distribuzione delle anomalie nella temperatura superficiale degli oceani, vi sono buone possibilità affinché il vortice polare (che altro non è che la grande perturbazione fredda che si forma tutti gli inverni nelle alte latitudini) possa essere meno forte e compatto e quindi in grado di dispensare più facilmente discese d’aria fredda lungo i meridiani, magari anche in Italia.

Concludendo, si può ipotizzare che novembre prosegua con diverse occasioni di pioggia e con temperature via via più fredde, in alcuni casi anche più fredde rispetto alle medie del periodo. Non è escluso, quindi, che già prima della fine del mese si possa avere almeno un’ incursione di aria fredda, tipica della stagione invernale. Per il prosieguo, la tendenza, come accennato sopra, sembrerebbe essere quella per una stagione invernale molto dinamica, con l’alternarsi di fasi più tiepide e stabili ad altre più tipicamente invernali. Questo perchè l’anticiclone delle Azzorre tenderebbe sempre più spesso a spostarsi in pieno Atlantico, lasciando maggiormente scoperto il Bel paese. In alcuni casi, per chi si è ben abituato al tepore degli ultimi inverni, potrebbe sembrare che l’inverno sia freddo. Più avanti magari, se vorrete continuare a leggere queste pagine, potremo essere più precisi su queste prime tendenze.

Alessio Genovese

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La truffa del glifosato

Comunicato stampa

LA TRUFFA DEL GLIFOSATO

Con cinque anni di proroga al diserbante l’Europa ha tradito il mandato dei cittadini

27 novembre. “La proroga di cinque anni per un erbicida sospetto di cancerogenicità è la negazione totale del principio di precauzione su cui sono nate le politiche di tutela ambientale e della salute dell’Unione Europea. Il comitato che ha esaminato la richiesta ha concesso oggi pomeriggio la proroga soprattutto grazie al fatto che la Germania si è schierata a favore dei 5 anni. Una brutta pagina anche per il governo tedesco, che lascia pensare al fatto che dopo l’acquisizione di Monsanto da parte della Bayer, il governo di Berlino pensi alla protezione dell’ambiente e della salute in maniera nettamente più tiepida che in passato”.

E’ molto dura la reazione della Coalizione italiana StopGlifosato, espressa dalla portavoce Maria Grazia Mammuccini. “Il rinnovo dell’autorizzazione all’uso del Glifosato per altri 5 anni rappresenta un’autentica truffa ai danni dei cittadini europei e dell’ambiente. Le 51 associazioni che fanno parte della Coalizione, assieme al grande movimento di cittadini che si sono mobilitati in Italia e in Europa, aveva chiesto lo stop immediato per una sostanza sicuramente dannosa, al di là delle polemiche sulla cancerogenicità. Come sappiamo, i cosiddetti Monsanto papers hanno svelato le pressioni e le interferenze della multinazionale produttrice sulle istituzioni di controllo europee”, continua Mammuccini.

“Ci pareva comunque sensata la proposta del governo italiano che proponeva un’uscita definitiva entro il 2020, una proposta che teneva conto delle esigenze dei cittadini di difendere la propria salute e della tutela degli ecosistemi naturali, garantendo i tempi necessari per l’esaurimento delle scorte. Non è andata così: la proroga non sembra contenere una clausola di cessazione per l’uso del glifosato e non introduce limitazioni specifiche in relazione alla tutela degli ambienti acquatici, in aperta contraddizione con gli obiettivi della Direttiva UE sulle acque e le Direttive UE sulla Biodiversità, Habitat e Uccelli. C’è chi spera che l’opinione pubblica dimentichi il glifosato in questi 5 anni. Non sarà così. Già ora l’impegno dei cittadini ha evitato che la proroga fosse addirittura di 10 anni, come proposto dalla Commissione Europea. Di fronte alle istituzioni UE si apre anche il problema dell’ICE, l’iniziativa dei cittadini europei contro il glifosato che ha raccolto un milione e 300 mila firme in 4 mesi. Noi – promette la portavoce della Coalizione – terremo alta la pressione sia a livello nazionale che internazionale”.

Per essere sempre informato sulle attività della Campagna StopGlifosato seguici su Facebook,
(hashtag #StopGlifosato)

Aderiscono alla Coalizione italiana #StopGlifosato: ACP-ASSOCIAZIONE CULTURALE PEDIATRI – AIAB –  ANABIO- APINSIEME – ARSIAL- ASSIS – ASSOCIAZIONE PER L’AGRICOLTURA BIODINAMICA – ASSO-CONSUM – ASUD – AVAAZ – CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali – CONSORZIO DELLA QUARANTINA – COORDINAMENTO ZERO OGM- COSPE ONLUS – DONNE IN CAMPO CIA LOMBARDIA – ECOFUTURO- EQUIVITA – FAI – FONDO AMBIENTE ITALIANO – FEDERBIO – FEDERAZIONE PRO NATURA – FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA – FIRAB – GIGA – GIROS – GREEN BIZ – GREEN ITALIA – GREENME – GREENPEACE – GUARDIA RURALE AUXILIA – KYOTO CLUB – IBFAN- ITALIA – IL FATTO ALIMENTARE- IL TEST – ISDE Medici per l’Ambiente – ITALIA NOSTRA – LEGAMBIENTE – LIFEGATE – LIPU-BIRDLIFE ITALIA – MDC-MOVIMENTO DIFESA DEL CITTADINO – NAVDANYA INTERNATIONAL – NUPA-NUTRIZIONISTI PER L’AMBIENTE – PAN ITALIA – PesticideAction Network – REES-MARCHE – SLOW FOOD ITALIA – TERRA NUOVA – TOURING CLUB ITALIANO – UNAAPI-UNIONE NAZIONALE ASSOCIAZIONI APICOLTORI ITALIANI – UPBIO – VAS-VERDI AMBIENTE E SOCIETA’ – WWF ITALIA – WWOOF-ITALIA

La Portavoce del Tavolo delle associazioni

Maria Grazia Mammuccini, 3357594514

Gli uffici stampa:
AIAB  Michela Mazzali –
m.mazzali@aiab.it– Cell. 348 2652565

Lipu Andrea Mazza – andrea.mazza@lipu.it – Cell.3403642091

WWF Antonio Barone–a.barone@wwf.it – Cell. 340.9899147

Legambiente Milena Dominici – m.dominici@legambiente.it– Cell. 349.0597187

Luisa Calderaro – l.calderaro@legambiente.it – 06.86268353

Associazione Biodinamica Francesca Biffi – f.biffi@silverback.it – cell: 333 2164430

Dott. Franco Ferroni

Responsabile Agricoltura

Specialista Senior Area Biodiversità

WWF Italia

Via Po 25/c

00198 ROMA

Email: f.ferroni@wwf.it

Cell. 329.8315744

Tel. Uff. 06.84497254

Telelavoro: 0733.694423 – 0733.694125

Skype: wwf.ercmed

Segui le attività del WWF Italia sul sito: www.wwf.it

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Recensione del romanzo Via da Sparta, il sogno del Ragno di Carlo Menzinger di Preussenthal

Una recensione di Alberto Pestelli

 

Carlo Menzinger di Preussenthal lo conosco da molti anni quando frequentavamo entrambi la storica fucina di scrittori che è Libero di Scrivere (www.liberodiscrivere). Abbiamo avuto l’occasione di incontrarci alla presentazione di un’antologia di poesie e racconti di vari amici autori di cui sono stato uno dei curatori “Il volo dello Struffello”. Quel giorno ha rappresentato una tappa importante per me… quel libro costituiva il primo lavoro serio che mi ha spinto, in seguito, a collaborare in un’altra antologia: Ucronie per il terzo millennio curato da Carlo Menzinger di Preussenthal. Quando mi fu proposto di far parte di questa nuova schiera di autori ho subito accettato perché sapevo già che cosa era la letteratura ucronica. Avevo letto in precedenza Fatherland di Robert Harris e nel 2001 il libro di Cowley e Peru intitolato La storia fatta con i sé. Non nascondo che non è stato proprio facile scrivere dei racconti ucronici ma alla fine, dopo aver ristudiato con più accuratezza la storia, sono riuscito a produrre allostoria (altro nome dell’Ucronia).

Via da Sparta. Il sogno del Ragno non è il primo romanzo di Carlo che ho letto ma credo che quest’ultimo segni un passo davvero importante (senza nulla togliere al Colombo divergente, a Giovanna e l’Angelo, al Settimo Plenilunio – scritto insieme a Simonetta Bumbi – che sono dei bellissimi lavori) nel suo “modo di scrivere”. La prima cosa che ho notato in questo romanzo è la ricerca. Carlo, da appassionato di Storia, non raccoglie la superficie del nostro passato, ma vi si addentra cercando di comprendere e riportare alla luce i “reperti” utili per la sua conoscenza. È a quel punto che interviene la mano dell’ucronista, stravolgendo completamente il vero corso della storia senza mai perdere di vista alcuni elementi che l’hanno caratterizzata. E per far questo ci vogliono delle solide basi e, per creare un romanzo in questo contesto allostorico, tanta fantasia. Via da Sparta. Il Sogno del Ragno ci proietta nel mondo di un oggi diviso in due blocchi di potere: uno è dominato dagli Spartani con le leggi dell’antichità. Un impero senza strade dove la tecnologia si basa prevalentemente sull’industria della guerra e sul miglioramento della specie guerriera. L’altro blocco è dominato dall’impero Nipponico. Una saga ben ideata e quindi ben scritta da Carlo dove s’intrecciano, nel finale di questo primo volume – sì, perché so che ci sarà un seguito – le vicende di Aracne, una ragazza ilota della provincia Vitellia (in parole povere l’Italia), e di Nymphodora una ragazza spartiate di Sparta ribattezzata Lacedemone che costituiscono entrambe il seme di una certa ribellione alle regole ferree dell’impero.

La lettura del romanzo scorre piacevole e avvincente dall’inizio al termine di questo che costituisce la prima parte della saga di Via da Sparta. Un romanzo che io consiglio a tutti.

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In viaggio con l’asino: dalla Sicilia al Piemonte

Di Carmen Ferrari

Incontriamo Nicola, un giovane piemontese, poco più che ventenne, da sette mesi in viaggio con l’asino Fefè; ospite ora, per alcuni giorni, al Ranch Margherita di Meleto Valdarno. Nicola è pronto per ripartire verso la successiva tappa, dopo aver appreso, al ranch che ospita mule, asini e altri animali, alcuni elementi utili sulla vita degli asini, il loro comportamento, come essere loro compagni, come costruire e utilizzare un basto.

Nicola, iscritto al DAMS di Torino, avverte l’esigenza di scoprire, a piedi, un’Italia minore da sud a nord, accompagnato da un asino che è diventato il fulcro del viaggio stesso, e l’asino, come dice Nicola, ha ‘tenuto’: ogni giorno hanno appreso insieme a conoscersi e a coltivare una convivenza.

Nicola percorre, con altri amici, l’entroterra della Sicilia, come le Madonie, per continuare poi il viaggio solo con Fefè.

Attraversa sentieri che cerca di mappare, per favorire quella vecchia abitudine del camminare con quella lentezza che permette l’incontro con la natura, i luoghi, le persone. Quella lentezza che l’asino gli concede nella sua indole istintiva che la specie gli ha concesso, e l’asino sa cosa fare anche se asseconda le esigenze dell’uomo con cui con-vive nel quotidiano, come in questo viaggio di Nicola.

Questo cammino apre la conoscenza, a volte inaspettata, da cui apprendere di culture antiche e spesso non valorizzate, come quando Nicola scopre siti archeologici Sanniti, nel Molisano, dove ricercatori e volontari, con il loro impegno gratuito, fanno emergere questo passato e la sua cultura. Ne è esempio Pietrabbondante con il suo complesso monumentale del Teatro-Tempio con elementi italici, ellenistico campani e latini (II secolo a.C.).

C’è volontà, passione, ricerca, desiderio, in questi uomini e donne che Nicola incontra, come quelli di riscoprire i tratturi, quelle vie della transumanza oggi quasi non più percorse, spazi a volte soffocati da cemento o attraversati da grandi arterie di comunicazione. Civiltà che il cammino di Nicola e Fefè fanno incontrare e stupiscono. Così per i luoghi della spiritualità quali il tratto da La Verna ad Assisi.

Ci sono poi molti personaggi, in questo cammino: abitanti immersi in luoghi distanti dai centri urbani; uomini e donne che accolgono i due viaggiatori con interesse, curiosità, ascolto, senza timore per l’estraneo, offrendo, nei loro diversi dialetti, dei saluti, delle conversazioni, dei racconti delle loro tradizioni che esaltano un’ospitalità autentica, affermando altresì un attaccamento ai propri territori e un’appartenenza speciale che, a fatica, oggi, si cerca di costruire nei centri più urbanizzati.

Una ricerca parallela, che Nicola scopre in questo viaggio, riguarda la vita dei giovani, che coltivano forte quel desiderio di allontanarsi dal proprio luogo per conoscere l’altrove; altri luoghi, persone, esperienze diverse che danno una libertà all’idea di costrizione, di sentirsi stretti in quei confini: e così c’è il distacco, la partenza, offerti da proposte di studio o lavoro, per poi tornare dopo aver soddisfatto nuove conoscenze ed esperienze. Il ritorno è un ritorno per lo più verso la ‘terra’ con i suoi lavori, o a idee innovative che valorizzino le caratteristiche del territorio.

Quest’Italia minore, questi sentieri, questi dialetti diversi anche fra paesi confinanti, le tradizioni culturali, la storia, la cucina e la vita quotidiana; tanti sono i volti e le voci incontrate che stanno costruendo il cammino di Nicola e Fefè.

Tutto questo permette a Nicola di coltivare un sogno-desiderio: quello di creare un documentario con gli scatti e la videocamera da cui Nicola attinge questo discorso, ora interiore, che si potrà trasformare in un documento videonarrato perché si generino ulteriori conoscenze, desideri, dentro a quel camminare a piedi che apre al pensiero, alla fiducia, al rispetto verso la natura, gli uomini, nella nostra società frettolosa.

Nicola riparte nel pomeriggio, farà sosta stanotte sui monti del Chianti, per poi dirigersi verso Altopascio, e seguire la via Francigena fino a Genova, per poi imboccare la ‘via del sale’ verso il Piemonte, sua meta finale.

 Auguri a Nicola e Fefè per questa determinazione e per il cammino che li aspetta.

                                                                         Carmen Ferrari, 7 novembre 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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NEVE, SILENZIO, ULULATI

Un ricordo eccezionale dell’etologo Duccio Berzi

Duccio Berzi è uno dei maggiori esperti circa il Lupo Appenninico. Quando ancora questo predatore era molto raro, più di venti anni fa, ne era molto difficile l’avvistamento, anche da parte degli etologi che vi si dedicavano. La magia di un incontro ravvicinato col Lupo è rievocata qui con molta sapienza ed efficacia.

È una mattina di metà gennaio del 1995, il tempo è sereno, ha nevicato da pochi giorni. Arrivo in auto fino all’inizio della strada forestale che sale ripida verso il crinale Appenninico. L’alba si è da poco dissolta e lungo la strada le impronte dei cervi, dei caprioli e dei cinghiali sono abbondanti. Non mi aspetto, purtroppo, di trovare delle tracce di lupo. Anche qui, infatti, come in tante zone del nostro Appennino, l’accoglienza nei suoi confronti non è stata delle migliori. L’anno precedente avevamo accertato la presenza di una coppia che, date le caratteristiche ecologiche della zona, aveva ottime possibilità di riprodursi. Ma una mattina di gennaio, un gruppo di cacciatori di cinghiale ci informò della presenza di un grosso canide rinvenuto morto in fondo ad un fosso non lontano da dove mi trovavo. Dopo qualche giorno di ricerche il corpo venne ritrovato. Era un bellissimo maschio di lupo appenninico puro, di circa un anno e mezzo, morto avvelenato. Si trattava purtroppo del maschio che formava la coppia appena stabilitasi. La femmina, dopo la scomparsa del compagno, rimase in zona per un certo periodo, ma poi le sue tracce si fecero sempre più difficili da incontrare, fin quando iniziammo a pensare che anche lei si fosse definitivamente allontanata. A settembre iniziammo a ritrovare delle tracce sospette. Si trattava di impronte di piccole dimensioni che sembravano appartenere più a cani che a lupi in tenera età. Qualcuno sosteneva di aver udito degli strani uggiolii provenienti da un fosso che scende incassato nella montagna verso il fondovalle del Mugello. Ma si trattava di segnalazioni troppo vaghe perché potessimo formulare delle ipotesi. Scendo di macchina, preparo gli sci con le pelli di foca e inizio a farli scivolare silenziosi sulla neve in direzione del crinale principale. È uno stradello forestale, percorso durante la stagione venatoria da molte auto di cacciatori e rappresenta per il lupo un’autostrada per gli spostamenti a lungo raggio durante i quali esplora le valli secondarie in cerca di ungulati da cacciare. Inaspettatamente incontro delle impronte nella neve fresca che appartengono ad un grosso canide. L’orma misura circa 10 centimetri e il passo, cioè la distanza tra le “pedate”, raggiunge quasi i 70 centimetri. Potrebbero essere state lasciate anche da un grosso cane come un Pastore Tedesco o un Pastore Maremmano, ma la traccia è molto rettilinea e lo scarto laterale tra le singole pedate è molto piccolo. Inoltre nel nostro Appennino è molto raro trovare cani rinselvatichiti o semplicemente cani randagi, specialmente in inverno. L’animale, lupo o cane che sia, è passato da pochi minuti, e il leggero vento tiepido che soffia da sud ancora non ne ha modificato le impronte.

Mentre inizio a ripensare a quegli strani uggiolii ascoltati ad agosto, provenienti da quella valle così vicina, mi accorgo che non si tratta di un solo animale: improvvisamente la traccia si “apre” e si capisce che appartiene ad un piccolo branco di almeno quattro animali. Camminano in fila indiana, con il dominante in testa al branco, l’uno nelle impronte dell’ altro. Giunti ad un valico il sentiero incontra una mulattiera che sale dai pascoli della Romagna. Il branco si è fermato lì per qualche istante, ha ispezionato la mulattiera e dopo aver marcato con gli escrementi un grosso ginepro coperto di neve, ha continuato a salire lungo il sentiero principale. Sono escrementi contenenti una gran quantità di peli e di ossa, lasciati in punti strategici, che corrispondono ai nostri avvisi di proprietà privata. L’analisi di queste “fatte” permette di determinare, tra le altre cose, l’alimentazione dei lupi. A differenza delle popolazioni più meridionali, è ormai accertato che sulle nostre montagne la dieta del lupo è basata quasi esclusivamente su ungulati selvatici e, per fortuna, gli animali domestici rappresentano meno del 5% degli animali predati. Continuo a salire lungo il sentiero con affanno crescente più per l’emozione che per la fatica, con la speranza di riuscire a vederli. Con gli sci da fondo-escursionismo, e un po’ di perizia, è possibile seguire le tracce dei lupi sui sentieri e sulle strade forestali, per chilometri e chilometri, in maniera molto silenziosa. È anche possibile individuare le zone di caccia del branco, osservare il loro comportamento con le prede e individuare carcasse fresche, ma in tre anni di ricerche, per la mia tesi in Scienze Forestali, non sono ancora riuscito ad incontrarli con questi attrezzi ai piedi. Il sentiero corre lungo il crinale principale, in direzione del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. A differenza di quelle zone, qui ci troviamo ancora in un ambiente dove tutto è permesso. Spesso durante la ricerca, in stagioni insospettabili, abbiamo incontrato persone armate di fucile da caccia, la notte poi si sentono spesso spari di arma da fuoco e le moto da fuoristrada si inseguono di continuo lungo le mulattiere.

I boschi sono costituiti prevalentemente da cedui, tagliati selvaggiamente senza criteri selvicolturali. Ma la selvaggina è davvero abbondante. I caprioli sono presenti ormai da anni, i cinghiali pure ed il cervo è tornato a far sentire il proprio bramito nelle notti di fine settembre. Ad un tratto la traccia cambia direzione e scende lungo un ripidissimo fosso. Più lontano le acque di questo fosso si uniscono a quelle di altri piccoli corsi d’acqua per formare una grandiosa cascata, celebrata da Dante e meta estiva di tanti gitanti. La neve non tiene, il bosco è veramente troppo fitto e sono costretto ad abbandonare la traccia. I lupi sono vicini, sicuramente. Mi appoggio ad uno dei pochi grossi faggi, mi riposo un istante e provo a chiamarli. Il mio ululato non è dei migliori. Nonostante gli anni di esercizio, non riesco a tenere la nota per molti secondi. Ripenso a tutte le notti passate in questi boschi con amici e i compagni di studio appassionati a chiamare il lupo con il registratore per il wolf-howling. Ma ora è mattina, sono quasi le dieci, le aspettative sono a zero e quando sento la risposta quasi non credo alle mie orecchie. Sono quattro o cinque, si sente chiaramente la voce del maschio dominante, cupa e profonda, accompagnata e sostenuta da quella più acuta e dolce della compagna. Ci sono anche i cuccioli, avranno circa sette mesi, ancora non riescono ad ululare come gli adulti. Le loro voci si mischiano continuamente in uggiolii, brevi ululati e schiamazzi che fanno subito pensare ai giochi imparati nella tana. Sono vicini, sicuramente a meno di cento metri, ma nonostante i tentativi non riesco a vederli. Continuano ad ululare senza sosta; ora si sentono chiaramente i cuccioli fermi da una parte ed i genitori che si avvicinano lentamente verso di me. Mentre li ascolto contento come per aver fatto una grande scoperta mi auguro che la risposta termini subito per paura che qualcuno li possa individuare, che il loro segreto sia svelato. Ma il loro canto continua sempre più forte e vivace. Ad un tratto mi viene da riflettere: sono solo, in mezzo al bosco innevato di una zona remota dell’Appennino, con i piedi legati a due strani sci e una coppia di lupi si sta avvicinando a me credendomi un lupo da scacciare dal loro territorio. Ma scopro di non provare pausa, fremo impaziente per il momento in cui spunteranno fuori dal fitto ceduo. È da tre anni che cerco di avvicinarli e gli unici incontri che ho avuto si sono sempre conclusi con una rapida fuga impaurita della famosa fiera. Ma nonostante questo, c’è ancora chi consiglia ai fungaioli di scoppiare petardi nel bosco per allontanare il pericolo e crede ancora che i lupi siano stati reintrodotti, o meglio, lanciati dal WWF o dalla Forestale con il paracadute, senza lasciar credito all’ipotesi che abbiano da soli, ricolonizzato lentamente i propri territori perduti, passo dopo passo. I due lupi sono sempre più vicini. Si sente chiaramente il rumore dei loro passi nella lettiera di faggio ghiacciata. Improvvisamente sento che si fermano. Probabilmente hanno sentito odore di uomo e hanno capito il pericolo che stanno correndo. In un secondo cambiano direzione e corrono via, veloci verso i cuccioli.

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Giornata mondiale della gentilezza

Il caro amico Carmelo Colelli ci invia un’immagine di sua creazione per la Giornata mondiale della Gentilezza.

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Quando si perde la retta via

Un articolo di Gianni Marucelli

QUANDO SI PERDE LA RETTA VIA

 

Chi non cambia la sua via

se ha sbagliato direzione

è in cattiva compagnia

o è uno stupido coglione.

 

Così recita un vecchio adagio molto popolare dalle parti di casa mia, verso gli anni ’50 del secolo scorso.

Il significato è lampante e si ritrova in molti proverbi analoghi d’ogni parte del mondo. Purtroppo, è sempre meno apprezzato, soprattutto da coloro che ne dovrebbero più tenere conto, cioè gli ignoranti e gli stupidi di cui all’ultimo verso.

Mi è sovvenuto alla memoria nel momento in cui ho letto un appello di Pro Natura Piemonte, la più partecipata e influente associazione ambientalista di quella regione, in cui, alla luce dei disastrosi incendi boschivi che hanno colpito in ottobre la Val di Susa, e in conseguenza della più generale ondata di roghi che ha devastato la penisola durante la stagione estiva, si ragiona su un argomento intorno al quale più volte siamo intervenuti sulle pagine di questa rivista. Ovvero, se e quanto ha influito la soppressione del Corpo Forestale dello Stato e la destinazione dei suoi componenti ai CC, con incarichi diversi, sulla gravità della situazione prima esposta, e soprattutto sulla inadeguatezza della prevenzione e del coordinamento dell’azione di contrasto agli incendi, cosa che ne ha ampliato gli effetti.

Scrivono gli amici di Pro Natura Piemonte:

“La Forestale sapeva gestire i movimenti degli incendi boschivi in stretta collaborazione con le squadre di Volontari antincendi, presenti in quasi tutti i Comuni montani, e conosceva la mappatura delle aree boscate dove il fuoco poteva alimentarsi e poi travalicare, con effetti incontrollabili e devastanti”. Tutto questo, e ancora altro, porta Pro Natura Piemonte “a formulare un pressante appello affinché siano restituite ai Carabinieri Forestali le funzioni di prevenzione e gestione degli incendi boschivi, prima che qualche altro gesto, probabilmente doloso, possa intaccare altre aree protette”.

Ovviamente, quanto scritto si riferisce al Piemonte, ma, se appena ci volgiamo a ripercorrere quanto è accaduto negli scorsi mesi estivi (l’enorme incendio sul Vesuvio, quello sul Monte Morrone, e centinaia di altri in tutto il Paese) non possiamo non estendere il ragionamento, e l’appello conseguente, a tutto il territorio nazionale.

Abbiamo avuto conferma diretta da alti Ufficiali in servizio presso i Carabinieri Forestali che le cose stanno proprio così, e che tenderanno a peggiorare via via che l’esperto personale proveniente dal disciolto Corpo Forestale dello Stato uscirà dai ranghi e verrà sostituito da altri militari non specificatamente preparati.

Un’indiretta conferma si è avuta di recente, con l’assunzione per concorso nei ranghi dei Carabinieri forestali di laureati in… Giurisprudenza!

Torniamo al nostro “adagio” iniziale. Con la soppressione del Corpo Forestale dello Stato, fortemente voluta e attuata dal Governo presieduto da Matteo Renzi, si è commesso un atto, idiota se involontario, molto peggiore se volontario, contro le nostre foreste e l’ambiente in generale.

Con quali risultati? Che, a fronte di qualche decina di milioni di euro di risparmio, ne sono andati in fumo, in una sola stagione, molte centinaia, da trovare se si vuol ripristinare gli ambienti forestali distrutti dalle fiamme.

Ora, se si riconosce un minimo di saggezza ai versi del nostro proverbio, ci si dovrebbe cospargere il capo di cenere e cominciare a pensare ai modi per riparare alle malefatte compiute…

Non è vero, Presidente Gentiloni? E il Ministro dell’Ambiente Galletti, ha qualcosa da dire?

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