RECENSIONE: 100 VOCI PER AMATRICE

Di Alberto Pestelli

Scrivere una recensione non è mai stato semplice per me che sono più abituato a leggerle – e nemmeno tanto spesso – sui miei lavori letterari. Ma quando si tratta di un libro nato dall’iniziativa di alcune persone per scopi umanitari, la musica cambia e la linea “melodica” da comporre diventa più semplice anche se il libro di cui si vuole parlare è paragonabile alla più bella sinfonia che abbia mai ascoltato.

Che cos’è 100 Voci per Amatrice? Grazie al caro amico Carmelo Colelli, che spesso ha collaborato (e collabora tutt’ora) con la rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” (www.italiauomoambiente.it), sono venuto a conoscenza di questa nobile iniziativa nata grazie all’Associazione culturale barese “Virtute e canoscenza” di cui la professoressa Santa Vetturi è presidentessa e curatrice dell’opera. L’Associazione pugliese non è la prima volta che usa questa formula di successo. Già una decina di anni fa ha chiamato un gran numero di Artisti di ogni parte d’Italia (fotografi, pittori, poeti, scrittori) che si sono autotassati per compilare un’antologia il cui ricavato è andato in beneficenza.

Con il presente lavoro l’intero ricavato e diritti d’autore serviranno per la ricostruzione della biblioteca di Amatrice, distrutta dal recente terremoto.

Ma sfogliamo le prime pagine… impossibile non notare l’acrostico composto con la parola – scusate la ripetizione… – PAROLE: doPo drammAtici tRamonti risOrgono aLbe serEne. Ed è proprio leggendo la poesia della prima autrice dell’antologia, Angela Accarrino, che siamo di fronte al sorriso di un’alba serena.

100 Voci per Amatrice non è solo poesia in lingua italiana, ma anche, come nel caso di Carmelo Colelli poesia in lingua locale riscoprendo le tradizioni da tenere gelosamente nello scrigno della cultura di tutta la nostra nazione.

La biblioteca di Amatrice prima e dopo il terremoto

Ma non c’è solo poesia… tanti racconti e tante immagini. Anche qui un acrostico: aiutIamo rinoMati voluMi A rinconGiungersi In uNa biblIoteca. Disegnatori, pittori e fotografi professionisti e non si avvicendano nelle pagine dell’antologia mostrando la loro anima, la loro fantasia per amore della cultura e della bellezza dell’arte.

Mi perdonino tutti gli autori se ho menzionato solamente due dei loro amici di Antologia in questa breve recensione della LORO opera… forse è il caso di dire che è un’opera di tutti noi per tutti noi, un’iniziativa di solidarietà nei confronti di una popolazione che ha perso tutto nella distruzione del terremoto. E per la ricostruzione servono solidi mattoni, certo, ma serve anche la cultura ad aiutare il cemento a tenere salda la volontà di andare avanti. 100 Voci per Amatrice costituisce quel collante, quel catalizzatore utile per far ritornare la speranza. Come scrive nella quarta di copertina Sergio Serafini, Bibliotecario della Biblioteca Comunale di Amatrice, “Ricostruire quello che c’era è appena una speranza parziale, certo, ma c’è rimasta solo quella, e quindi ce la dobbiamo tenere stretta e curarla e coltivarla, quale leva per un futuro migliore”.

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UNA QUESTIONE DAVVERO SCOTTANTE

Di Gianni Marucelli

Nessuno parla più del Deposito Nazionale delle scorie nucleari in Italia e della sua ubicazione: ma è solo questione di tempo…

Rischia davvero di cadere nel dimenticatoio collettivo, ma la patata è così bollente che non si può lasciarla cadere nelle mani del popolo italiano prima di una tornata elettorale, e del resto è senz’altro difficile individuare, nel nostro Paese, un periodo che non sia pre-elettorale; quello che sembra certo è questo: qualsiasi governo prenderà le decisioni definitive, rischia di perdere immediatamente qualche milione di voti.

Ci riferiamo alla definizione del “Progetto nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi” e all’individuazione del sito dove realizzare il deposito delle scorie nucleari che si sono prodotte, e si continueranno a produrre, in Italia, nonostante la rinuncia a questo tipo di fonte energetica con il noto referendum svoltosi nel 1987.

Infatti, oltre che nelle centrali nucleari, scorie radioattive, seppure in modesta quantità e di basso-medio livello di emissioni, si producono ovunque siano in funzione macchinari che utilizzino componenti radioattive: in medicina, ad esempio (TAC, radioterapia ecc.), ma anche nell’industria e nella ricerca.

Al momento, tutti i rifiuti radioattivi sono “conservati” in prevalenza nei luoghi dove sorgono le centrali nucleari non più attive; in questo, fa la non invidiabile “parte del leone” il Piemonte (Trino Vercellese), che custodisce il 73% circa dei residui; tra Campania e Basilicata è ubicato un altro 20% del materiale. Tali depositi non sono e non possono essere definitivi, perché non sono stati concepiti a questo scopo. Anzi, i rischi relativi alle loro deficienze sono stati più volte segnalati e preoccupano le comunità locali.

In tutti gli altri paesi europei, del resto, è stata già definita la proceduta di realizzazione di un unico deposito per le scorie radioattive, e in alcuni casi -come in Inghilterra – è già stato individuato il luogo dove ubicarlo, assicurando al contempo la massima sicurezza alle popolazioni coinvolte e incentivi tali da rendere sopportabile, se non appetibile, la disponibilità ad ospitare – nei secoli dei secoli – un tale fardello.

A che punto si è in Italia? L’ISPRA (Istituto per la sicurezza ambientale) ha stabilito dei criteri di esclusione e di inclusione nella lista dei siti possibili – ad esempio, tutte le zone sismiche, o quelle soggette a frane, o quelle situate a oltre 700 metri. di altezza, oppure vicinissime al mare, sono di fatto tra i luoghi esclusi. Nei fatti, la stragrande maggioranza del territorio della penisola rientra nella lista delle zone escluse. Rimangono alcuni lembi di territorio, localizzati nella pianure alluvionali, in Toscana, nel Lazio, in Basilicata, in Campania e in qualche altra regione. Non si parla, per ora, di Sardegna e di Sicilia: la seconda perché ovviamente sismica, la prima, invece, per conformazione geologica particolarmente stabile, presenterebbe dei siti molto interessanti, e la sua esclusione quindi non sembra definitiva.

Quel che sappiamo, è che la SOGIN, azienda che gestisce nei fatti i rifiuti radioattivi, ha già pronto da tempo l’elenco dei 100 siti adatti alla bisogna (CNAPI); sembrerebbe intenzionata a comunicarli subito dopo l’estate, in un periodo che si suppone tranquillo dal punto di vista politico: ma non si sa per certo.

La procedura prevede poi che si svolga un ampio dibattito, con veri e propri seminari-conferenze destinati allo scopo, tra tecnici, governo, rappresentanti delle Regioni interessate, una consultazione da cui dovrebbero emergere località le cui amministrazioni manifestino la non contrarietà a ospitare il Deposito Nazionale. Per addolcire la pillola, il progetto prevede che, nel luogo prescelto, sia realizzato anche un grande Parco Tecnologico, dove si faccia ricerca sulle tecniche di “decomissioning”, ossia di smantellamento delle strutture nucleari. Un Centro Studi a livello europeo che dovrebbe assicurare la creazione di molti posti di lavoro.

Le previsioni di realizzazione del Deposito parlavano, fino a un paio di anni fa, del 2019; ma la data ormai pare davvero dover slittare a chissà quando.

Per il momento, segnaliamo le fondate e reiterate proteste delle Associazioni ambientaliste piemontesi, che vedono ampliarsi i depositi “temporanei” ubicati in Piemonte…

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Così si uccidono i parchi

Parco del Gran Paradiso

Ventisei anni fa, nel 1991, veniva approvata dal Parlamento la Legge n. 394, comunemente chiamata “Legge sui Parchi”, che introduceva una moderna normativa per la gestione delle Aree protette del nostro Paese. Un successo per la Natura e per chi la ama, un documento fondamentale che però, dopo un quarto di secolo, aveva necessità di una revisione.

“Mai ristrutturare il pollaio lasciando libere le galline – dice un vecchio adagio campagnolo – la volpe è lì, pronta a papparsele”. Una cosa del genere è accaduta in Commissione Ambiente della Camera, dove, nonostante i vari avvertimenti e le proposte delle Associazioni ambientaliste, la “manutenzione” della L. 394 è divenuta l’occasione per redigere e approvare, a colpi di maggioranza, una vera e propria “controriforma”, dove nella Legge si introducono elementi tali da portare allo sfascio quel poco che della Bella Italia ha potuto essere salvato dallo scempio compiuto nell’ultimo mezzo secolo.

Si conferma così quella linea – esiziale per l’ambiente – che è stata seguita dai vari Governi succedutisi in questi ultimi anni, che hanno portato ad approvare lo smembramento del Parco Nazionale dello Stelvio, la soppressione del Corpo Forestale, il tentativo di trivellare ovunque i nostri mari alla ricerca di idrocarburi (proprio il contrario della scelta a favore dello sviluppo delle fonti energetiche alternative, he apparentemente era da tutti sostenuta)…

La Vicepresidente della Commissione ambiente della Camera, on. Serena Pellegrino (Sinistra Italiana), oggi ha denunciato, con un suo documento inviato alle Associazioni e ai Media, quanto accaduto durante i lavori, auspicando che il testo che andrà poi discusso alla Camera dei Deputati venga riportato sui binari della correttezza ambientale, cancellando lo scempio che ne è stato appena fatto.

Crediamo opportuno riportare integralmente quanto scritto dall’on. Pellegrino, per informare i nostri lettori su questo nuovo, gravissimo, attentato all’Ambiente.

Il direttore, Gianni Marucelli

§

Proposta di legge C. 4144, recante “Modifiche alla legge 6 dicembre 1991, n. 394 e ulteriori disposizioni in materia di aree protette. La Camera dovrà discutere di uno scempio normativo, la maggioranza di questo Governo consegna con una vera e propria contro riforma le parchi e aree protette alle bramosie delle lobbies che governano i Governi. Dopo 26 anni dalla approvazione della rivoluzionaria legge n. 394/91 che istituiva i parchi nazionali e le aree protette, oggi sappiamo bene come dovrebbe essere riformato questo fondamentale strumento normativo di gestione del territorio e dell’ambiente. Attraverso le norme della 394, pur tra le tante criticità che non abbiamo mai mancato di evidenziare, è stata sostenuta la sfida di conservare la natura del nostro Paese, tutelare gli ecosistemi, introdurre concrete possibilità di sviluppo armonioso e rispettoso dell’ambiente e delle identità culturali e sociali per le comunità che vivono dentro e accanto le zone protette. Che fosse necessaria una manutenzione della stessa legge era opinione comune, tant’è che fin dal 2002 è stata richiesta in modo corale, ma senza risposta, la Terza Conferenza Nazionale delle aree protette.

Oggi, con le ultime votazioni sugli emendamenti alla contro-riforma della legge quadro sui parchi L.394/91, la Commissione Ambiente della Camera ha licenziato per il dibattito alla Camera uno scempio normativo che consegna alle bramosie delle lobbies che governano i Governi uno dei beni più preziosi del nostro Paese: le aree protette, ovvero il 10 per cento del territorio italiano. La nuova legge si rivela lo strumento dove le competenze e le garanzie dello Stato sul patrimonio collettivo vengono cedute al sistema delle clientele politiche locali e contemporaneamente i criteri scientifici e le buone pratiche di gestione sono messe all’asta nella contrattazione della spartizione di poltrone e incarichi. Alle proposte emendative delle associazioni per la conservazione della Natura e alle motivate proteste di tutto il mondo ambientalista il Presidente Realacci, in osservanza delle strategie del Partito Democratico, ha risposto in Commissione con tempi forzati nella discussione e con votazioni a raffica: una fretta sospetta. Non è un decreto in scadenza. Non c’è l’urgenza, non ci sono gravi questioni di emergenza da risolvere.

Invece di lanciare nuove politiche di conservazione della biodiversità, delineare forme innovative di gestione dei Parchi e aumentare le risorse ad essi destinate, si rende commerciabile, attraverso il sistema delle compensazioni finanziarie, il patrimonio naturale italiano, si consente che la crisi crescente delle piccole comunità venga risolta con la svendita del territorio ai “sovrani” delle fossili o dell’energia, etichettando lo scempio come “nuova economia”.

Così come si va definendo, anche nel dibattito in Commissione ambiente, la nuova legge è una vera e propria contro riforma e non centra il suo fondamentale obiettivo: quello della tutela e di una seria, non strumentale, valorizzazione del patrimonio naturale italiano, nella consapevolezza che da essa dipende il benessere economico e sociale delle future generazioni. Solo preservando la funzione primaria della protezione della biodiversità possiamo garantire la trasmissione intergenerazionale di beni, valori e tradizioni caratteristici dell’identità territoriale e necessari alla convivenza sociale.

Abbiamo proposto le modifiche per rendere questa riforma degna di questo nome ma dispiace vedere il Partito Democratico portare a termine un disegno di occupazione e di mala gestione degli Enti Parco che li renderà sempre più subalterni agli interessi locali. Enti che saranno governati da Presidenti e direttori succubi della maggioranza di turno.

Dopo i regali alle lobby delle trivelle e delle fonti fossili, dopo i passi indietro nello sviluppo delle fonti rinnovabili, ecco un’altra dimostrazione delle non-politiche ambientali di questa maggioranza.

Un’occasione mancata. Avremmo dovuto, con questa legge, preservare la conservazione degli irripetibili ecosistemi promuovendo davvero la Bellezza che contraddistingue il nostro Paese e che ci viene riconosciuta in tutto mondo. Ma il dibattito non è finito, alle pressioni delle Associazioni si aggiunge e si manifesta sempre più forte la consapevolezza dell’opinione pubblica, ci auguriamo che durante la discussione in Aula ci possano essere sani ripensamenti.”

 

 

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Come arrivare su Trappist-1

Un articolo di Carlo Menzinger di Preussenthal

Di ESO/E. Jehin - http://www.eso.org/public/images/jehin_trappist_5269/, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29385395

 C’è stato un certo entusiasmo, giustificato, a fronte della scoperta che intorno alla stella denominata Trappist-1 ci sono ben tre pianeti che somigliano alla Terra. Ho già affrontato alcune riflessioni sul tema nel numero di marzo di “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”, ma vorrei ora farne delle altre.

Trappist-1 in termini astronomici è piuttosto vicino, ma non lo è per nulla in termini umani. Affrontare un viaggio interstellare attraverso uno spazio di 39 anni luce, tale è la distanza che ci separa, presenta al momento una serie di problemi che sembrano ancora insormontabili alla luce delle conoscenze e della tecnologia attuali. È davvero così?

Tutti i problemi derivano dalla distanza. Fare un viaggio di 39 anni, se fosse possibile viaggiare alla velocità della luce, sarebbe già molto impegnativo.

Purtroppo, tale velocità non è raggiungibile e tanto meno superabile in base alle teorie fisiche, salvo ipotizzare cose come salti nell’iperspazio, attraversamento di whorm-hole o buchi neri e altre ipotesi solo immaginarie.

Il primo dato di fatto di cui dobbiamo prendere atto è che 39 anni luce equivalgono a 369 mila miliardi di chilometri.

New Horizons, al momento la sonda più veloce mai lanciata dall’uomo, è arrivata oltre Plutone nel 2015 e ora è in viaggio fuori dal Sistema Solare, a una velocità di 14,31 chilometri al secondo, ovvero circa 51.499 Km/h. Avanzando a questo ritmo, New Horizons impiegherebbe circa 817mila anni per raggiungere TRAPPIST-1!

La fantascienza ha immaginato una serie di metodi per superare queste distanze. Cominciamo con escludere quelli più comodi ma anche meno praticabili come, appunto, scorciatoie che ci permettano di viaggiare più veloci della luce. Se mai un giorno saranno praticabili, sarà come aver vinto alla lotteria, ma al momento credo che le probabilità siano ancor più sfavorevoli di altre ipotesi.

Il primo problema da superare è rendere il tempo di viaggio ragionevole. Partiamo dall’idea che per ora ci vogliono almeno 817.000 anni.

800.000 anni fa cominciavamo a lavorare la pietra. La civiltà umana, da quando è nata la scrittura e un minimo di tecniche, ha solo circa diecimila anni. Immaginare una sorta di città spaziale che viaggi per un tempo simile, a parte l’usura della medesima, sarebbe socialmente impensabile la sua sopravvivenza. Avremmo il tempo di sprofondare in medioevi distruttivi centinaia di volte o di estinguerci o di distruggere la nave in qualche guerra fratricida, lasciando a parte eventi esterni, come essere colpiti da un meteorite.

Occorre allora ridurre i tempi di percorrenza di almeno mille volte. Abbiamo, insomma, almeno bisogno di una nave che viaggi a 50 milioni di chilometri orari! Sembra impossibile.

Ammettiamo per ora che ci si riesca. Come potremmo attraversare lo spazio per 800 anni? La fantascienza ha immaginato le cosiddette “navi generazionali”, ovvero delle città spaziali che viaggiano attraverso lo spazio portandosi dietro un gran numero di persone che nascono e muoiono all’interno, generazione dopo generazione, per ottocento anni! Il rischio che questa società imploda è un insegnamento fin troppo facile della storia. Basta tornare indietro di 800 anni o, magari, di altri 800.

Durante questo viaggio la popolazione umana potrebbe essere addormentata. Le tecniche di congelamento umano stanno facendo progressi. Alla fine del 2016 pare che nel mondo ci fossero già 377 persone crioconservate. Si occupano a oggi di ibernazione umana tre società l’Alcor, in Arizona, il Cryonics Institute sempre negli Stati Uniti, vicino a Detroit e fondato da Robert Ettinger, ‘padre’ della crionica, e la KryoRus, nata nel 2006 in Russia. I costi variano da 36.000 a 200.000 dollari per l’intero corpo. Ci sono tariffe più basse per conservare solo il cervello. Il primo uomo ibernato della storia è stato lo statunitense James Bedford, professore di psicologia dell’Università della California, congelato dal 1967 e ancora sottozero. La crionica consiste nell’abbassamento graduale ma rapido, in fasi, della temperatura corporea di persone dichiarate legalmente morte, fino al raggiungimento della temperatura dell’azoto liquido. Se lo si fa entro mezz’ora dalla morte la decomposizione si ferma. C’è solo un “piccolo” problema: le tecniche non permettono di riportare in vita i corpi crioconservati. Chi decide di farsi ibernare dopo la sua morte, spera in futuro di essere ‘risvegliato‘ e curato dalla malattia che gli è costata la vita, grazie a presunte nuove competenze mediche acquisite dopo anni di ricerche. Si parla, insomma, di defunti e la resurrezione è per ora territorio della religione più che della scienza!

Peraltro, alcuni campioni biologici sono già stati criopreservati, cioè portati e mantenuti alla temperatura dell’azoto liquido (fermandone la decomposizione) e riportati in vita. Fra questi interi insetti, certi tipi di anguille, molti tipi di tessuti umani (fra i quali quelli cerebrali), embrioni umani e alcuni organi di mammiferi.

Ammesso che un giorno si trovi il modo di risvegliare un uomo crioconservato, il mio dubbio in proposito riguarda il numero di anni o mesi in cui sarà possibile conservare la possibilità di risveglio. Penso banalmente che gli alimenti in freezer non dovrebbero essere consumati dopo essere rimasti congelati troppo a lungo.

Il foodsafety.gov, il portale per la sicurezza alimentare del governo degli Stati Uniti, e il U.S Food and drug administration, per esempio, sconsigliano di consumare un hamburger o una zuppa vegetale congelati da più di 3 mesi, mentre un pollo intero o una bistecca possono durare un anno e il pesce 6 mesi.

Se questo è vero per organismi morti, a maggior ragione ci dovrebbe essere un limite per organismi “viventi”. Dubito che l’ibernazione permetterà mai di riportare in vita un uomo dopo 800 anni!

Si è detto però che sono stati riportati in vita embrioni umani. La crioconservazione degli embrioni costituisce parte essenziale dei trattamenti di riproduzione assistita, poiché consente di conservare gli embrioni per utilizzarli in un secondo momento.

La crioconservazione degli embrioni è una tecnica consolidata sia per gli embrioni allo stadio di zigote, come allo stadio di cellule, pur esistendo anche l’opzione di crioconservarli allo stadio di blastocita.

La crioconservazione degli ovociti è un’altra metodica attualmente usata per permettere una gravidanza futura, per esempio a una paziente oncologica giovane che deve essere sottoposta a trattamenti chemio/radioterapici tali da compromettere in maniera significativa la riserva ovarica. Questa tecnologia ha consentito di ottenere in tutto il mondo buoni risultati clinici in termini di gravidanza. Il loro utilizzo può avvenire anche dopo molti anni. Gli ovociti sopravvissuti allo scongelamento potranno essere inseminati mediante la tecnica di iniezione dello spermatozoo nel citoplasma dell’ovocita. Il recupero funzionale degli ovociti dopo scongelamento è attualmente di circa il 70%.

La crioconservazione del liquido seminale dà la possibilità all’uomo di utilizzare i propri spermatozoi nelle situazioni che mettono a rischio la sua fertilità anche solo per un periodo temporaneo e offre alle coppie la possibilità di accedere successivamente a tecniche di procreazione medicalmente assistita. Nei campioni crioconservati si ha comunque un peggioramento della qualità del seme dovuta sia a una riduzione della motilità che a possibili danni ultrastrutturali a livello della membrana cellulare, dei mitocondri e a un aumento del grado di denaturazione del DNA. Leggo nel regolamento di una banca del seme, che questo può essere conservato “praticamente per sempre”, ma poi specifica che l’interruzione della crioconservazione può avvenire per usare il campione per qualsiasi terapia; se il donatore indica che non desidera più conservare il campione; se sospende il pagamento del canone (nel caso esaminato sono € 200 l’anno per ogni campione); in esecuzione del testamento del donatore. Dunque, “per sempre” è forse da intendersi in connessione con la durata della vita umana, una sorta di “finché morte non vi separi”. Quanto a lungo potrebbe essere conservato oltre tale scadenza? Leggo altrove che alcuni studi hanno dimostrato che una conservazione fino a 30 anni non altera la qualità del seme. La tecnica è forse relativamente troppo nuova perché si possa immaginare cosa succederebbe in alcuni secoli.

Insomma, oltre all’ibernazione umana, ci sono già tecniche che consentirebbero di trasportare nello spazio embrioni, ovociti o sperma umano, consentendo la nascita degli individui in un momento successivo.

Il dubbio è per quanto tempo questi potrebbero essere conservati? Oggi queste sono tecniche per consentire gravidanze future, dunque, ne è previsto l’uso nell’arco della vita di una persona. Funzionerebbero dopo mille anni?

La loro durata dipende dalla tecnica e questa potrebbe essere migliorata oppure embrioni, ovociti e spermatozoi hanno una “vita massima” anche in crioconservazione?

Possono esserci altre tecniche per preservarli nei secoli?

Ammettiamo di essere riusciti a superare le prime due difficoltà: creare una grande nave che viaggi sufficientemente veloce da ridurre sotto i mille anni i tempi di viaggio dalla Terra a un altro pianeta e disporre di tecniche di ibernazione e crioconservazione abbastanza evolute da conservare esseri viventi (non solo uomini, ma anche altri animali e piante), embrioni, ovociti o spermatozoi per un tempo almeno pari a dieci secoli, chi potrà aiutare i “passeggeri” a risvegliarsi?

Risvegliare esseri umani adulti e preparati dovrebbe essere più semplice e si potrebbe disporre subito di gente operativa e pronta a entrare in azione. Probabilmente dei sistemi robotizzati come si vedono in tanta fantascienza, vedi per esempio il recente film “Passengers”, potrebbero essere sufficienti allo scopo. Sempre che riescano a mantenersi in funzione per un tempo sufficiente. È sempre il tempo il nostro nemico! Se saremo riusciti a conservare la vita per un periodo così lungo, conservare dei computer o dei robot, probabilmente sarà una sfida minore.

Il sospetto, però, è che ibernare degli esseri umani sarà più difficile che crioconservarli in stato embrionale o addirittura preservare il loro seme e i loro ovociti.

Oltretutto, trasportare un’intera colonia (dalle 500 alle 5000 persone), più animali e piante in proporzione, necessiterebbe una nave immensa, con una massa non meno colossale e, quindi, con dispendi energetici enormi per effettuarne l’accelerazione. Immagino che dovremo puntare sulla crioconservazione, con evidente risparmio di spazio ed energia. Ci dovranno dunque essere degli incubatori per completare lo sviluppo degli embrioni e delle macchine per effettuare la fecondazione di ovociti e spermatozoi. Anche questo potrebbe essere gestibile. Con animali e piante i problemi successivi sarebbero ridotti, ma gli esseri umani impiegano molto tempo per raggiungere la piena efficienza (lo stesso, in misura minore, vale per tutti i mammiferi e molti altri animali). Occorrerà qualcuno che li allevi, li nutra e li educhi. Alcuni umani risvegliati dall’ibernazione? Se sarà possibile farli vivere tanto. Magari si potrebbe immaginare un gruppo di persone che trascorra una serie di periodi in ibernazione, risvegliandosi per un certo tempo, accoppiandosi e avendo figli ed educandoli per il compito futuro. Questi figli e i loro figli e i figli dei loro figli potrebbero continuare ad alternare periodi di ibernazione a periodi di veglia, in modo da arrivare a percorrere mille anni con una numero di generazioni sufficientemente ridotto da non decadere nella barbarie. Le ultime generazioni dovranno attivare gli embrioni o effettuare l’inseminazione degli ovociti. Saranno all’altezza del loro compito? Rispetteranno ancora le regole della nave?

In alternativa, potrebbero essere le strutture della nave, con alcuni robot umanoidi a formare la generazione che scenderà sul pianeta. Presumibilmente la formeranno sulla nave stessa, in orbita attorno al mondo target, su cui altre macchine nel frattempo scenderanno a predisporre l’ambiente per la colonizzazione. Dopo una trentina di anni, la prima generazione potrà scendere sul pianeta, nelle strutture predisposte dagli automi. La nave probabilmente, per ragioni spazio, potrà risvegliare solo piccoli gruppi per volta. Quando il primo gruppo sarà abbastanza grande, sarà risvegliato il secondo, quando il primo sarà maturo, per esempio, si sveglierà il terzo e così via, fino a che tutto il patrimonio genetico non sarà riattivato.

Insomma, raggiungere un nuovo pianeta potrebbe essere possibile solo superando alcune difficoltà tecniche ancora piuttosto lontane dal trovare una soluzione.

C’è poi da dire che, a meno di non aspettare ancora migliaia di anni che varie sonde vadano in giro per la Galassia alla ricerca del pianeta ideale, impiegando migliaia di anni prima di dare qualsiasi risposta, e partendo solo con la certezza di aver trovato il pianeta perfetto, identico alla Terra, l’alternativa sarà partire un po’ alla cieca, fidandosi delle rilevazioni dei telescopi, sperando che il nuovo mondo abbia già un buon numero di caratteristiche positive. Arrivati sul nuovo mondo, con buona probabilità, saremo solo all’inizio di un difficilissimo processo. Non sarà come l’arrivo degli Europei in America. Probabilmente non si tratterà solo di costruire le nostre abitazioni e coltivare la terra. Si dovrà terraformare il pianeta. Si comincerà, come vorremmo ora fare con Marte, creando delle strutture isolate, con aria propria e sistemi di riciclo dell’acqua, al cui interno vivere, allevare animali e coltivare piante. Solo con il tempo (millenni a esser fortunati) potremo cominciare a vivere all’esterno.

C’è una cosa al mondo che fa girare tutto: i soldi. Finora vi abbiamo appena accennato per alcune delle fasi. Non ho idea di quanto un simile progetto costerebbe nel suo insieme. Di sicuro moltissimo. Molto di più di quanto possiamo immaginare. Chi lo finanzierebbe? Un’associazione di Stati, una di privati? Compagnie di colonizzazione come quella inglese delle Indie? Quante opposizioni incontrerebbero simili investimenti, soprattutto se pubblici? Già oggi c’è chi si oppone a viaggi spaziali considerandoli inutili, eppure quest’impresa sarebbe molto più onerosa.

Dobbiamo per questo arrenderci? Sicuramente no. Questa è la nostra grande sfida. Questo è il motivo per cui la natura ha creato una razza tecnologica come la nostra: diffondere la vita tra le stelle. Ma non avremo un pianeta sostitutivo prima di molto, moltissimo tempo. Quello che è abbiamo è prezioso. La Terra è preziosa. La Terra è la nostra casa e lo resterà ancora per molto. La nostra sola casa. È nostro dovere raggiungere nuovi pianeti, ma è anche nostro dovere difendere questo mondo, il terzultimo pianeta viaggiando verso il Sole.

CARLO MENZINGER DI PREUSSENTHAL

Carlo Menzinger di Preussenthal, nato a Roma il 3 gennaio 1964, vive a Firenze, dove lavora nel project finance. Ama scrivere storie e ha pubblicato varie opere tra cui i romanzi ucronici “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”, i thriller “La bambina dei sogni” e “Ansia assassina”, i romanzi di fantascienza del ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” e il romanzo gotico – gallery novel “Il Settimo Plenilunio”. Ha curato alcune antologie, tra cui “Ucronie per il terzo millennio” e pubblicato su riviste e siti web.

Il suo sito è           www.menzinger.it

(https://sites.google.com/site/carlomenzinger/)

I suoi blog sono     https://carlomenzinger.wordpress.com/

                           https://pianeta3.wordpress.com/

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PILLOLE DI METEOROLOGIA: OSCILLAZIONI CLIMATICHE: COSA CI DOBBIAMO ASPETTARE?

Di Alessio Genovese

Dopo l’illusione del mese di gennaio, che ha fatto registrare nel nostro paese delle temperature di quasi 2° inferiori alle medie del periodo, il mese di febbraio è tornato in maniera prepotente a far registrare un sopra media piuttosto pronunciato. In realtà, a livello globale anche lo stesso mese di gennaio è stato nel complesso piuttosto caldo, con un aumento rispetto a quanto registrato a dicembre ’16. Le previsioni stagionali elaborate dai più importanti centri di calcolo mondiali, fra i quali l’europeo ECMWF che a breve trasferirà la sua sede dall’Università di Reading in Inghilterra a Bologna, prevedono una prima parte di primavera con ulteriori surplus termici. Tutto questo avverrebbe nonostante oramai siano già stati smaltiti quasi del tutto gli effetti dell’importante El Nino che si è avuto nel 2016. Come già più volte ribadito in questa rubrica, chi scrive non nega l’esistenza del global warming, ma vuole essere fiducioso rispetto alla possibilità che già dai prossimi anni se non mesi possa quanto meno essere contrastato il surriscaldamento. A livello scientifico, pur essendo forse prevalenti le tesi del surriscaldamento di origine antropica, sono sempre più numerosi gli scienziati che sostengono la ciclicità del clima sul pianeta terra e danno poco peso all’influenza antropica attribuendone molto, invece, alle dinamiche solari. Ad esempio alcuni scienziati russi di un ente di ricerca sostengono la teoria che il surriscaldamento globale sia il risultato di fluttuazioni climatiche e sia causato da fattori naturali e non collegato con l’attività umana. Essi inoltre, come già sottolineato in queste pagine negli anni passati, mettono in risalto come la temperatura dell’aria nell’emisfero settentrionale si sia stabilizzata dal 1998 ed in alcune zone del pianeta, tranne l’Artico, abbia già iniziato a scendere.

In tale luogo il calo dovrebbe avvenire a partire dai primi anni ’20. Il sito online attività solare.com evidenzia la possibilità di un collegamento fra l’attività solare (dinamo) e l’oscillazione fra i grandi pianeti; tale relazione porterebbe ad un nuovo importante minimo solare (tipo Dalton) a partire dal 2025. Anche il sito climatemonitor, dove scrive il noto meteorologo dell’aeronautica Guido Guidi, evidenzia un sistema caotico e di difficile previsione, collegato ai minimi spostamenti ciclici dei più grandi pianeti che girano attorno al sole. Tale variabilità potrebbe essere la variante impazzita che potrebbe far saltare il banco delle previsioni.

C’è addirittura chi sostiene che la prossima era glaciale potrebbe iniziare entro i prossimi 100 anni, rilevando in tal senso già alcuni segnali quali l’aumento delle precipitazioni intense in estate, la frequenza degli tsunami lungo le zone costiere e nevicate più abbondanti in inverno. Lo spostamento dei continenti, che costringe la Groenlandia a spostarsi verso nord e l’Europa verso est, in relazione ad un inclinazione dell’asse terrestre determinerebbe lo spostamento dell’acqua calda verso il mare polare artico, contribuendo allo scioglimento dei ghiacci (fatto questo già ampiamente riscontrabile). E’ però a questo punto, come già scritto in passato anche da noi di Italia Uomo Ambiente, che si verrebbe ad instaurare l’inversione climatica secondo una logica di ciclicità. L’imponente immissione di acqua fredda nell’Oceano Atlantico non sarebbe quindi causata dall’aumento di temperatura, ma proprio dallo scioglimento dei ghiacci. L’immissione di acqua dolce nell’Oceano determina un processo di desalinizzazione che non consente più alla Corrente del Golfo di raggiungere l’Artico. I periodi interglaciali (come quello in cui viviamo noi) terminano quando l’Artico si scioglie e si crea un grande gap termico tra temperatura degli oceani e temperatura atmosferica. I lettori più fedeli della nostra rubrica si ricorderanno come, ad inizio inverno, avevamo messo in risalto come il notevole freddo accumulato quest’anno in tutto l’est europeo potesse proprio essere dovuto a questo gap provocato dal notevole scioglimento dei ghiacci.

Potremmo quindi essere già a buon punto rispetto al processo appena descritto. Tale evoluzione potrebbe trovare poi un valido alleato nel prossimo minimo solare, che si preannuncia molto importante e prolungato negli anni. Abbiamo più volte ricordato come una prolungata bassa attività solare possa portare fra le sue conseguenze più importanti un aumento della nuvolosità che determina ovviamente un raffreddamento delle temperature; alcuni recenti studi ipotizzano anche la possibilità di un incremento delle eruzioni vulcaniche che potrebbero immettere nella stratosfera importanti quantità di cenere, che a loro volta costituirebbero un ulteriore filtro ai raggi solari. Il prossimo minimo dovrebbe iniziare all’incirca nel 2019, ma già adesso abbiamo dei valori molto prossimi a quelli di un normale minimo e proveniamo da un ciclo solare piuttosto debole. In conclusione, almeno secondo le teorie appena esposte, è molto probabile che entro i primi anni ’20 assisteremo ad un ridimensionamento delle temperature globali che potrebbe diventare via via più importante fino al 2050. Sarà vero? A breve le prime risposte!!

Alessio Genovese

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CON PRO NATURA A GORGONA, PERLA DELL’ARCIPELAGO – sabato 8 aprile 2017

Cari Amici, eccoci a comunicarvi il programma dettagliato della più volte annunciata Gita all’Isola di Gorgona, ultima isola-carcere del nostro arcipelago. I dettagli sono scrupolosamente elencati, i posti disponibili sono molto limitati. E’ quindi indispensabile che vi iscriviate rapidamente, seguendo le istruzioni in calce al programma. Grazie a tutti, e buon divertimento

7.45: Ritrovo partecipanti e imbarco al porto di Livorno
.

8.00: chiusura imbarco


8.15: partenza per Gorgona

9.25: circa arrivo a Gorgona, disbrigo delle formalità di accesso alla Casa di Reclusione
Sbarco e introduzione alle peculiarità dell’isola

9.45-10.00: sosta presso lo spaccio e Mensa agenti, dove si trovano i servizi.
 Inizio della visita storico-naturalistica. 
Pranzo al sacco
. Proseguimento della visita, rientro al paese. È possibile sostare per il tempo rimanente nella spiaggetta del paese dove, a discrezione dell’Amministrazione, potrà essere possibile fare il bagno.

17.00 (oppure alle 18.30 nel caso che la che la nave sia di ritorno da Capraia e prosegua per Livorno), imbarco per Livorno

18.30 (19.40) arrivo indicativo previsto.

Orari e informazioni sono indicativi di una visita tipo, l’effettivo svolgimento e gli orari dipenderanno da fattori climatici e relativi alle esigenze della Casa di Reclusione ospitante. È indispensabile avere con sé un documento d’identità valido
Non sarà consentito sbarcare con apparecchi fotografici, telefoni cellulari, videocamere, qualsiasi altro apparecchio di riproduzione, coltellini e dovremo rispettare il regolamento della casa di Reclusione.
 L’escursione avviene all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e contemporaneamente nell’area compresa della Casa di Reclusione, non sarà quindi possibile in nessun caso allontanarsi dal gruppo che dovrà rimanere compatto. In caso di condizioni di mare avverso, su decisione del comandante della motonave, l’attività sarà rimandata ad altra data o rimborsata ai partecipanti.

Quote di partecipazione: € 65,00 Soci* – € 70,00 NON Soci

Bambini al di sotto dei 12 anni: € 35,00

* I Soci devono essere in regola con il pagamento della quota per il 2017 (E. 20,00)

La quota comprende: motonave per e da Gorgona, biglietto d’ingresso al Parco dell’Arcipelago, compenso per la Guida storico-ambientale che ci accompagnerà.

 

Modo di iscrizione:

Gli interessati dovranno telefonare al Presidente Gianni Marucelli (in orario cena, preferibilmente) al n. 3488738314, comunicando nome e numero dei partecipanti. Per ogni iscritto

dovranno essere comunicati: 
Nome, cognome, città, via, cellulare/recapito, mail (per recapito), Luogo e data di Nascita, Codice Fiscale.

Immediatamente dopo, è necessario che gli iscritti versino l’intera quota di 65 (70) euro a persona mediante bonifico bancario sul Conto Corrente dell’Associazione, specificando nella causale “In conto Gita Gorgona”. L’ IBAN su cui fare il versamento è il seguente:

IT 57 R 03589 01600 010570691080, intestato al Presid. Gianni Marucelli

 

Le iscrizioni si accettano fino a esaurimento posti, che attualmente sono previsti in 25, e comunque entro il 25 Marzo.

In caso di esuberi, si compileranno apposite “liste di attesa”, cui attingere in caso di rinunce.

 

Note:

Essendo l’isola di Gorgona una Casa di reclusione, i dati sono verificati dalla polizia penitenziaria che non autorizzerà lo sbarco a persone con carichi penali pendenti, per questo motivo la lista dovrà essere presentata, completa, entro il 29 marzo 2017. I posti sono limitati alla prenotazione effettuata da Pro Natura e al numero contingentato di accessi giornalieri nell’area protetta, per questo motivo, per disdette oltre il 24 marzo, non sarà possibile rimborsare l’importo versato se non con sostituzione del nominativo che dovrà comunque avvenire prima dell’invio delle liste all’amministrazione penitenziaria.

Dati Tecnici dell’escursione:

Escursione facile, parzialmente ombreggiata. Terreno: strade bianche, ciottolato. Il gruppo dovrà rimanere compatto e insieme alla guida di riferimento. Dislivello in salita 250/280 metri.

Lunghezza: 6 Km. Durata 3 ore più le soste. Sono indispensabili scarpe da escursionismo o da ginnastica adatte a camminare su sentieri. Ai visitatori privi di calzature idonee NON sarà consentita la visita. Cibo e bevande sufficienti per la giornata. Eventuale cappellino da sole.

Considerazioni finali

È ovvio che l’appuntamento al molo del Porto di Livorno alle ore 7,45 comporti, un po’ per tutti, qualche difficoltà, perché (per riferirsi a Firenze) il solo treno utilizzabile per raggiungere, via Pisa, Livorno, parte alle ore 5,35 da S. M. Novella e giunge alle ore 6,50. (costo € 9,60) Dalla stazione poi si può prendere il bus cittadino per avvicinarsi al porto. Non esistono invece problemi per l’orario di ritorno.

Prima alternativa è organizzarsi in gruppi di auto, che possono poi trovarsi al molo di Livorno all’ora stabilita. Bisogna comunque calcolare di partire (da Firenze) entro le 6,00, per non trovarsi in ritardo.

Ultima alternativa, che stiamo valutando: abbiamo chiesto un preventivo per il noleggio di un pullman da 25-30 posti. Il costo non sarà ovviamente basso, ma se si dovesse aggirare intorno ai 25 euro a persona, per andata e ritorno, potrebbe essere accettabile e, soprattutto, comodo.

Spero di poter far sapere subito a chi mi chiederà di iscriversi alla gita se questa possibilità è realistica. Cordiali saluti.

Il Presidente

Gianni Marucelli

 

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Numero di Marzo de “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”

Informiamo i nostri amici lettori che il numero di Marzo 2017 scaricabile nella versione PDF uscirà con qualche giorno di ritardo a causa di alcuni problemi tecnici. Grazie per l’attenzione.

La Redazione

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TOSCANA: IL CASTELLO E PARCO DI SAMMEZZANO (FIRENZE) VINCE IL CONCORSO “I LUOGHI DEL CUORE” INDETTO DAL F.A.I.

Non era assolutamente facile pronosticarlo, ma l’impegno assiduo del Movimento “Save Sammezzano”, supportato da tanti Enti e Associazioni, tra cui possiamo includere la nostra rivista (vedi i vari articoli pubblicati sull’argomento) hanno sbaragliato qualsiasi ostacolo. L’ormai prestigiosissimo riconoscimento al “luogo del cuore” più votato, è andato al Castello e Parco di Sammezzano, che ha “sbaragliato” la concorrenza (costituita da altri 33.000 zone o monumenti sa salvare), raccogliendo più di 50.000 preferenze.

Va da sé che questo risultato porterà nel tempo benefici non solo “virtuali”: infatti, il F.A.I. (Fondo per l’Ambiente Italiano) destinerà per i primi interventi di “tamponamento” della situazione di grave degrado alcune decine di migliaia di euro. Poi, come sempre succede in questi casi, arriverà l’interesse concreto di Enti, Organizzazioni e privati a livello internazionale.

Insomma, pare che finalmente stia per cominciare la nuova vita del complesso architettonico ideato nella prima metà del sec. XIX dal Marchese Panciatichi Ximenex, e, cosa che ci sta particolarmente a cuore, il recupero del bellissimo “Parco delle Sequoie” che lo circonda.

Ciliegina sulla torta per i nostri lettori: insieme all’Associazione Pro Natura Firenze abbiamo organizzato una visita guidata al Parco delle Sequoie, che si svolgerà il prossimo 7 Maggio (domenica). Continuate a seguirci e avrete tutte le informazioni per partecipare a questa iniziativa.

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LA SCOPERTA DEL NUOVO SISTEMA SOLARE DI TRAPPIST-1 DIMOSTRA CHE SIAMO STUPIDI

Il comitato di Redazione e il direttore della rivista l’Italia, l’Uomo, l’Ambiente salutano il nuovo amico e collaboratore Carlo Menzinger di Preussenthal ringraziandolo per il suo bellissimo articolo.

LA SCOPERTA DEL NUOVO SISTEMA SOLARE DI TRAPPIST-1 DIMOSTRA CHE SIAMO STUPIDI

di Carlo Menzinger di Preussenthal

La scoperta del sistema solare di Trappist-1 ha generato in me, come in molti altri, innanzitutto un senso di felicità e soddisfazione.

La visione antica di una Terra come unico luogo abitabile, al giorno d’oggi, infatti, è drammaticamente desolante e triste. Quando credevamo che questo pianetucolo su cui viviamo fosse il centro dell’universo e, anzi, la sola e unica terra in cui vivere poteva forse ancora sembraci grande.

Oggi, però, sappiamo tutti che è solo un granello infinitesimale nel sistema solare, nella galassia e nell’universo.

Se questo fosse il solo mondo abitabile tra miliardi e miliardi di galassie, vorrebbe dire che siamo solo un errore della natura, che la vita è qualcosa di ancor più fragile di quanto già sappiamo, qualcosa che se finisse qui non si ripeterebbe mai più altrove.

La scoperta della piccola nana rossa e del suo codazzo di pianeti con dimensioni e composizione simile al nostro, con ben tre di loro in una fascia di temperatura in cui l’acqua non gela e non evapora, in cui dunque i medesimi meccanismi che hanno dato origine alla vita da noi potrebbero duplicarsi apre nuove prospettive.

La speranza, dunque. È di poter un giorno avere notizia di altre forme di vita. Come saranno? Simili a noi o del tutto diverse? Si baseranno sulla stessa biochimica o su altre? Quesiti affascinanti.

L’anno scorso, però, avevo anche fatto delle considerazioni in senso opposto, che questa scoperta mi pare possano corroborare.

Mi ero chiesto, infatti, come mai, se i pianeti sono così tanti, non riusciamo a entrare in contatto con civiltà aliene. La risposta che mi ero dato era qualcosa che non mi piaceva affatto: non riusciamo a trovare altre civiltà tecnologiche, perché queste sono errori dell’evoluzione, qualcosa che la natura cancella nel giro di pochi secoli. Insomma, civiltà come la nostra finiscono per autodistruggersi o per infettare l’ambiente in cui vivono annientandolo e così perendo esse stesse.

Riporto, allora le considerazioni che avevo fatto in tal senso, aggiungendo che la presenza di un intero sistema planetario forse abitabile, per giunta attorno a una stella tanto diversa dalla nostra, fa pensare che le opportunità per sviluppare civiltà tecnologiche siano persino maggiori (e di molto) rispetto a quelle che avevo ipotizzato.

La visione dell’universo, negli ultimi anni, grazie all’uso di telescopi sempre più potenti, è radicalmente cambiata.

Sappiamo ora che nella nostra galassia, la Via Lattea, ci sono dai 200 miliardi ai 400 miliardi di stelle. Sappiamo anche che nell’universo c’è un numero almeno altrettanto sconfinato di galassie, dai 300 ai 500 miliardi o, secondo stime ancora più recenti, 2.000 miliardi, ma qui la stima è ancora più difficile, anche perché sembrerebbe che di queste stelle noi si riesca a vedere solo il 10%.

Non m’interessa qui stabilire un numero esatto e neppure un ordine di grandezza preciso, mi basta sapere che di sicuro, le stelle nell’universo sono migliaia di miliardi di miliardi ovvero un numero sterminato.

Stiamo ora scoprendo anche un gran numero di pianeti, sia giganti, sia delle dimensioni del nostro. Sembrerebbe quindi che la formazione di un sistema planetario attorno a una stella sia più la norma, che non l’eccezione.

Inoltre, i meccanismi con cui si forma la vita non sembrerebbero poi così irripetibili e rari, anche se non abbiamo ancora prove concrete e sperimentali di questo. Forse questo è il punto debole dell’intero ragionamento che segue.

Con un così gran numero di mondi, parrebbe, anzi, strano che su molti di loro la vita non si sia sviluppata. Vogliamo immaginare che nella nostra galassia possano esserci, per esempio, 50 miliardi di pianeti simili al nostro? Probabilmente, anche alla luce della scoperta del sistema di Trappist-1, sono molti di più, ma accontentiamoci di questa stima. Possibile che a parità di condizioni di elementi, temperatura e atmosfera, la vita non si sia sviluppata almeno sull’1% ovvero su mezzo miliardo di pianeti?

Se i processi evoluti seguono le stesse regole che conosciamo qui, su almeno l’1% di questi mondi, non potremmo aspettarci, che, in un dato periodo, si sviluppi una razza con un’intelligenza confrontabile con la nostra? Sarebbero 5 milioni di mondi e sono stime al ribasso. 5 milioni solo nella nostra galassia. Da moltiplicarsi per il numero delle galassie, per 2.000 miliardi, magari. Ovvero 10 miliardi di miliardi di civiltà aliene!

Insomma, sembrerebbe che l’universo sia alquanto affollato di razze intelligenti. Perché non le abbiamo ancora incontrate? Forse semplicemente perché il limite della velocità della luce è davvero insuperabile e per raggiungere la stella più vicina a questa tecnologicamente improbabile velocità ci vogliono 4,367 anni. Figuriamoci le stelle più lontane o altre galassie. Da Andromeda, la più vicina, ci separano 2.537.000 anni luce. Tornando indietro di tanto tempo, ancora eravamo poco più che scimmie!

Comunque la nostra tecnologia è ancora ben lontana da queste velocità. Lo Space Shuttle viaggiava a 29.000 km orari. New Horizon, nel suo viaggio verso Plutone ha toccato 58.338 km orari e la sonda Juno ha viaggiato a 265.000 km orari. Velocissime, eppure la luce viaggia a 299.792.458 metri al secondo ovvero 1.079.252.848,8 km orari. Insomma, siamo ancora piuttosto lenti ed è probabile che questo valga anche per altre civiltà.

Ci sono, però, le trasmissioni radio, televisive e altri tipi di onde che il nostro pianeta emette ormai da vari decenni. Si pensa che lo stesso dovrebbero fare varie altre civiltà.

Stiamo cercando questi segnali. Per esempio, il SETI, acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence, è un programma, iniziato negli anni ’60 del secolo scorso, dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, abbastanza evoluta da poter inviare segnali radio nel cosmo. Il programma si occupa anche di inviare segnali della nostra presenza a eventuali altre civiltà in grado di captarli.

A eccezione del “segnale Wow!” del 1977, gli esperimenti SETI condotti fino ad ora non hanno rilevato nulla che possa somigliare a un segnale di comunicazione interstellare. Per dirla con le parole di Frank Drake, del SETI Institute: “Ciò di cui siamo certi è che il cielo non è ingombro di potenti trasmettitori a microonde”.

Tra gennaio e febbraio 2011, il SETI segnala però la ricezione di 2 segnali “non naturali” e “di probabile origine extraterrestre”, puntando le antenne su 50 candidati pianeti scoperti pochi mesi prima dalla Missione Kepler. Non essendosi più ripetuti i segnali, si suppone che fossero dovuti a interferenze terrestri. Tuttavia il SETI continuerà a osservare quella regione di cielo su altre frequenze radio.

Il fisico Enrico Fermi osservò nel 1950 che se ci fosse una civiltà interstellare, la sua presenza ci sarebbe evidente. Ciò è noto come il paradosso di Fermi.

E qui vengo al punto: forse Fermi aveva ragione. Se ci fosse una civiltà “tecnologica”, dovremmo già aver colto segnali della sua esistenza. Forse non ci sono altre civiltà “tecnologiche”. Forse altre razze intelligenti hanno capito che la tecnologia non è la strada corretta per il bene della propria specie e del proprio mondo.

C’è, però, un altro fattore da considerare: il tempo. Da quanto l’uomo è in grado di trasmettere e ricevere segnali radio? In termini di vita dell’universo, da un istante appena.

Se immaginiamo che l’intera esistenza dell’universo dall’inizio a oggi sia racchiusa in un anno terrestre, vedremmo che le prime forme di vita sono comparse solo qualche giorno dopo l’equinozio di primavera e che il sistema di calcolo occidentale che si basa su ciò che avvenne prima e dopo la presunta nascita di Cristo prevede come anno 1 qualcosa che è accaduto un paio di minuti prima del nuovo anno (ore 23,59,54 del 31 dicembre). Dunque 2016 anni reali terrestri corrispondono agli ultimi 6 secondi di vita dell’universo in questa scala che la ricomprende tutta in un solo anno. Da quanto tempo c’è la radio? Gli esperimenti di Tesla e di Marconi sono del 1891 e 1895. Nel 1901, Marconi rivendicò di aver ricevuto segnali transatlantici in radiofrequenza. In quel periodo, certo non stavamo inondando il cosmo di segnali, ma immaginiamo il 1901 come momento iniziale. 115 anni su 2016 ovvero il 5,70% di tale periodo, cioè il 5,70% dei 6 secondi finali del nostro anno cosmico immaginario, dunque 0,34 secondi.

Bene. Provate a telefonare, sul fisso, a qualcuno che sta in casa sua solo 0,34 secondi all’anno! Che probabilità avreste che vi risponda?

Beh, però, a noi non interessa parlare proprio con quel dato signore. A noi basterebbe parlare con uno dei 5 milioni di individui (le presunte civiltà della nostra galassia di cui sopra). Anche così, però, le nostre probabilità sarebbero piuttosto ridotte: 19,81 giorni all’anno. Ammesso che ogni civiltà abbia trasmesso per gli ultimi 0,34 secondi di questo anno immaginario e che ciascuna l’abbia fatto in momenti diversi, avremmo solo una ventina di giorni su 365 in cui trovare qualcuno, uno chiunque dei nostri 5 milioni di vicini della galassia, in casa! Magari però molti erano a casa nello stesso momento, in un periodo in cui noi non li stiamo cercando.

Forse è per questo che ancora non abbiamo colto segnali della loro presenza.

Ma scusa, direte voi, ti stai sbagliando del tutto. È vero che abbiamo la radio solo da poco più di un secolo, ma probabilmente continueremo a trasmettere ancora per centinaia e centinaia di anni, magari per migliaia o milioni di anni. Se anche le altre civiltà lo fanno, allora sarebbe assai più facile sentirli.

Avete ragione. Dovrebbe essere così. Ma perché non li sentiamo?

Forse la risposta è molto semplice. Il conteggio di prima non è poi così sbagliato. Magari i “giorni cosmici” non saranno 20, ma 40, ma più o meno è così.

In che senso? Nel senso che la nostra civiltà magari ha davanti a sé solo un altro secolo prima di collassare e che lo stesso vale per le altre civiltà che hanno fatto l’errore evolutivo di creare una civiltà tecnologica. Insomma, su questi 5 milioni di mondi, le civiltà tecnologiche non durano a lungo!

Personalmente amo la scienza e la tecnologia e sono affascinato dai loro risultati, ma siamo sicuri che non ci stiano portando in una via senza uscita?

L’avere reso la vita più facile e lunga a tanti miliardi di persone parrebbe un bene, ma che effetti ha sul pianeta? Che effetti ha sulle risorse grazie alle quali la nostra razza (e le altre della Terra) si sostentano? Non sarà che tanta tecnologia sta esaurendo il nostro pianeta e che ci sta scavando un baratro sotto i piedi? Non può essere che presto la civiltà tecnologica che ha caratterizzato gli ultimi due secoli della nostra storia si esaurisca?

Segnali in tal senso non mancherebbero solo guardando il nostro mondo, ma non è di questi che voglio parlare ora. La conclusione che la nostra civiltà possa essere prossima alla fine, potrebbe derivare proprio dalla risposta al quesito: se ci sono tante stelle e tanti pianeti nell’universo e, probabilmente, tante razze evolute, perché non ne scorgiamo le tracce? La risposta è, magari, che forse

Radiotelescopio di Arecibo

l’anomalia della Terra esiste davvero. Per secoli abbiamo creduto nella centralità del nostro pianeta e nella nostra superiorità. Forse ragionando così commetto, al contrario lo stesso errore di geocentrismo, ma il quesito che mi pongo è: non sarà che la nostra è una delle razze “evolute” più stupide della galassia? Non è che l’umanità è davvero un errore evolutivo, un cancro di questo pianeta da cui la maggior parte degli altri mondi è esente o che ha già guarito. Non sarà che sulla Terra l’evoluzione ha preso la strada sbagliata?

In passato, mi dicevo che il senso “evolutivo” di una razza tanto dannosa come la nostra, che ha depauperato e devastato l’ambiente, ridotto la biodiversità assassinando intere specie animali e vegetali, portate all’estinzione totale, fosse nella tecnologia.

Credevo, e vorrei poter credere ancora, che se l’uomo esiste, secondo una logica evolutiva, è per portare la vita dove ora non c’è. Se la vita ha potuto tollerare che migliaia di specie fossero distrutte dalla nostra, deve essere perché così l’evoluzione può coprire nuovi spazi finora non raggiunti.

Lo scopo dell’umanità è il viaggio spaziale e la terraformazione di altri mondi, la trasformazione di pianeti sterili in mondi vitali.

Certo questo non è un compito solo della nostra razza. Dovrebbe esserlo almeno per altri 5 milioni di razze nella galassia. Magari solo una minima parte di loro ci riuscirà, ma è questo il senso della tecnologia e di razze come la nostra.

Eppure intorno a noi c’è solo il silenzio. Eppure sembra, ogni anno di più, che questa galassia sia priva d’intelligenza tecnologica.

Più lo spazio attorno a noi si riempie di stelle e di mondi, più ci appare vuoto e più sembriamo soli. Più sembriamo un errore. Più sembriamo la più sciocca delle razze senzienti del cosmo.

Firenze, 04/12/2016- 25/02/2017

CARLO MENZINGER DI PREUSSENTHAL

Carlo Menzinger di Preussenthal, nato a Roma il 3 gennaio 1964, vive a Firenze, dove lavora nel project finance. Ama scrivere storie e ha pubblicato varie opere tra cui i romanzi ucronici “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”, i thriller “La bambina dei sogni” e “Ansia assassina”, i romanzi di fantascienza del ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” e il romanzo gotico – gallery novel “Il Settimo Plenilunio”. Ha curato alcune antologie, tra cui “Ucronie per il terzo millennio” e pubblicato su riviste e siti web.

Il suo sito è www.menzinger.it (https://sites.google.com/site/carlomenzinger/)

Il suo blog è https://carlomenzinger.wordpress.com/

 

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In punta di Toscana – Scrittori toscani del terzo millennio

Il nostro caro amico Angelo Rossi, Presidente dell’Associazione dei Toscani in Friuli Venezia Giulia ci invia il programma dell’iniziativa IN PUNTA DI TOSCANA, Scrittori del terzo millennio, che si terrà a Udine dal 9 all’11 marzo 2017. La locandina può essere visionata direttamente su questa pagina oppure scaricata nel formato PDF.

 

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