Il Borgo e la Cetra

Il Borgo e la Cetra

(sec. XII; latino cithăra, che risale al greco kithára).

di Luigi Diego Eléna

(Dal libro Freguje du Servu – Briciole di Cervo)

Permetteteci di andare nell’immaginazione. Nel lasciarci cogliere dall’evocazione. Nel coinvolgerci all’osservare la piantina toponomastica di Cervo. Certamente ci vuole fantasia fino al sogno, e noi vi invitiamo a fare e verificare questa nostra osservazione-rivelazione. Se fissiamo quindi la mappa di Cervo appare a nostro avviso una “cetra”.

Nobile strumento (sec. XII; latino cithăra, che risale al greco kithára).

Britannica_Cithara_PhorminxUno strumento musicale dell’antica Grecia, formato da una cassa armonica di legno, da cui partivano due bracci curvati verso l’esterno e uniti in alto da una sbarra trasversale; tra questa e la cassa venivano tese le corde, il cui numero variava da 4 a 7, fino a 11 e 15. Fu uno degli strumenti fondamentali del mondo classico, suonato a pizzico o con plettro. Uno strumento d’ispirazione e attività poetica, nonché di poesia:

“Sull’Itala grave cetra derivo / per te le corde eolie” (Foscolo).

Uno strumento, come dicevamo, a corde pizzicate affine alla chitarra e al liuto, diffuso poi soprattutto nei sec. XVI e XVII. La cassa armonica aveva fondo piatto (come la chitarra), struttura piriforme e al centro un’apertura traforata detta rosa. Le dimensioni erano variabili e così pure il numero delle corde, generalmente doppie, che oscillavano da 4 a 7, fino a 11 e 15. Anche nei sec. XVI e XVII poteva essere suonata con le dita e col plettro, con una tecnica esecutiva affine a quella della chitarra. La musica destinata alla cetra era intavolata in maniera affine a quella per liuto. Forma e arte nella cetra che a nostro avviso si sposano con Cervo a tutto tondo. Cervo il Borgo della musica, dove tra le tante iniziative musicali, regna da 50 anni il Festival Internazionale di musica da Camera che ha avuto celeberrimi protagonisti quali: Michelangeli, Richter, Kempff, Annie Fisher, Pollini, Cziffra, Magaloff, Cherkassky, Boukoff, Argerich, Ciccolini, Weissenberg, Kocsis, Demus, Swann, Badura-Skoda, Thiollier, Andras Schiff, Vegh, Menuhin, Gitlis, Ughi, Accardo, Kogan, Franz P. Zimmermann, Gazzelloni, Rampal.

Cervo la “Bomboniera di Cultura” in quella cornice che i nostri avi seppero forgiare disegnando il Borgo a “Cetra”, memori a loro volta di illustri antenati quali i greci e romani. Cervo e Cetra, alias nomen omen. Amen.

© Copyright 2014 Luigi Diego Eléna

Fotografia: da wikipedia

 

 
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Lungo la strada dei mosaici (IX parte)

Faenza

di Alberto Pestelli

Faenza Piazza della LibertàFaenza si trova in provincia di Ravenna che si trova sulla via Emilia tra Imola e Forlì ai piedi dell’Appennino tosco-romagnolo. È storicamente famosa per le sue ceramiche. L’origine della città romagnola viene attribuita addirittura a dei coloni della Grecia – greci dell’Attica – gli stessi che probabilmente fondarono Ravenna. Sotto i celti e gli etruschi, Foentia (l’antico nome di Faenza) conobbe prosperità come centro commerciale. Lì convergevano l’antica via Salaria e la via Emilia. Nel II secolo a.C. fu colonia romana sotto il nome di Faventia (il nome significa “la favorita degli dei”) dove fu sviluppata l’agricoltura, l’industria tessile e, quella che diventerà la caratteristica principale della città, l’industria della ceramica. FaenzaFaenza conobbe il declino immediatamente dopo la caduta dell’impero romano e con l’avvento degli Ostrogoti. A partire dall’VIII secolo la città tornò a splendere. Dopo un periodo sotto il dominio dei vescovi, nel XII secolo diventò un Comune libero. Anche se la storia è da me molto amata, non voglio dilungarmi a parlare di quella di Faenza e delle altre città. Occorrerebbe un libro a parte tanto è ricca di episodi storici belli e brutti. Ritengo che sia sufficiente una piccola infarinatura ed è giusto che sia compito del lettore volenteroso e amante della storia documentarsi approfonditamente della questione. Parlare anche di tutti i monumenti e dei luoghi d’interesse è impresa ardua (anche se fattibile in altra sede) per un breve articolo come questo. I maggiori monumenti della città si trovano soprattutto nelle due piazze principali di Faenza che sono contigue: Piazza del Popolo – dove è si Museo della ceramica di Faenzatrovano i palazzi medievali del Podestà e quello del Municipio – e Piazza della Libertà dove sorge il loggiato detto Portico degli Orefici e, di fronte a questo, la Cattedrale e la fontana con sculture in bronzo. In questa piazza c’è la ricostruzione – dopo la seconda guerra mondiale – della Torre dell’Orologio che era stata costruita nel XVII secolo. La Torre è posta tra il cardo e il decumano dell’antica città romana. Meta di molti turisti è il Museo Internazionale delle Ceramiche. Fu fondato da Gaetano Ballardini nel 1908, lo stesso Ballardini che qualche dopo fondò il famoso Istituto Statale d’Arte per la Ceramica. Con il passare degli anni, il museo si è trasformato in un centro culturale importantissimo per la ricerca e la documentazione delle ceramiche proveniente da ogni angolo del mondo. Infatti, grazie all’aumento degli spazi di esposizione, possiamo ammirare le ceramiche precolombiane, manufatti preistorici e dell’epoca romana, ceramiche cinesi, giapponesi e del Medio Oriente. Il piano superiore del Museo è dedicato all’evoluzione dell’industria della ceramica di Faenza, partendo dal Basso Medioevo al Rinascimento.  Nel 1727 il Comune acquistò una importantissima collezione di stampe, disegni e dipinti dal Giuseppe Zauli – un artista dell’epoca – allestendo la Pinacoteca Comunale di Faenza. Nel Museo furono portate altre opere d’arte che un tempo si trovavano nei conventi e nelle chiese. Tuttavia la Pinacoteca fu aperta al pubblico oltre un secolo dopo, in seguito all’Unità d’Italia (1879) nell’ex convento dei Gesuiti adesso chiamato Palazzo degli Studi. Numerose sono le opere conservate nel museo: Dipinti del Donatello, di Benedetto da Maiano, Francesco Guardi, Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi e tanti altri. In un altro ex Convento, qPalio del Niballouello dei Servi di Maria, si trova la Biblioteca Manfrediana di Faenza. Numerose sono le persone nate in questa bella città romagnola. Dette i natali a Evangelista Torricelli (1608-1648) che fu fisico, filosofo e matematico. Fu l’inventore del barometro; Pietro Nenni (1891-1980) partigiano e segretario del Partito Socialista italiano; Benigno Zaccagnini (1912-1989) politico esponente della Democrazia Cristiana. Ha dato i natali a due personaggi attuali come Andrea Gaudenzi (tennista) e Laura Pausini (cantante). La quarta domenica di giugno si tiene la rievocazione storica del Palio del Niballo. La sfida è tra i cinque rioni di Faenza. Il Palio è preceduto da una serie di gare delle bandiere e dei musici. Questo pre-Palio è detto Bigorda. La settimana prima dell’avvenimento principale nei vari rioni si fanno cene propiziatorie. Faenza è il traguardo (nell’ultimo mese di maggio) della 100 chilometri del Passatore, una corsa impegnativa che parte da Firenze e che percorre la “via Faentina” per intero. Un tempo, dopo aver superato Firenze, la corsa del Passatore passava per la Valle del Mugnone. Ricordo con piacere il passaggio di quella miriade di corridori dilettanti e professionisti. Purtroppo sono molti anni che la corsa, una volta partiti dalla Città “gigliata”, sale per Fiesole e prende la via dei “Bosconi” per ricongiungersi con la via Faentina all’Olmo, tagliando fuori un bel tratto del percorso originario… quello della mia Valle. Sento il fischio del treno. Ci sta chiamando. È giunto il momento di partire per l’ultima stazione. Non vedo l’ora di visitare la capitale italiana dei mosaici bizantini… Ravenna.

© Copyright 2014 Alberto Pestelli

Fonte delle fotografie: Wikipedia
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San Ginesio, un balcone sui monti Sibillini

Di Gianni Marucelli

Colori, profumi e tepore della primavera incipiente penetrano nel borgo dalle porte dell’antica cinta muraria, sbocciano negli orticelli tra le case e nelle connessure delle pietre millenarie delle chiese e dei campanili. Eppure, l’inverno è ancora splendente di neve proprio di fronte a noi, sulle vette del Parco nazionale dei Monti Sibillini, che superano di gran lunga i duemila metri (il Monte Vettore, il più elevato, raggiunge i 2670). Ci troviamo a San Ginesio, nelle Marche, più precisamente nel maceratese: è una cittadina posta su un colle che la espone ai venti del vicino Adriatico, nota sia per i suoi gioielli artistici che per essere una buona stazione climatica.  Questi suoi caratteri le hanno valso, nel 2002, il titolo di “borgo più bello d’Italia” nella graduatoria stilata dall’ANCI, l’associazione dei L' Ospedale dei PellegriniComuni italiani. Va quindi gustata a passo lento, prendendo esempio dalla chiocciola in bronzo, opera d’uno scultore locale, che fa bella mostra di sé sul bordo d’una fontana pubblica. La nostra passeggiata inizia dalla trecentesca Porta Picena, e ci regala subito la visione del grazioso Ospedale dei Pellegrini, risalente alla fine del sec. XIV e caratterizzato da un bel portico con archi a sesto ribassato, su cui si regge un’ulteriore loggia. Curiosamente, un cartello, peraltro polveroso, ci annuncia che lo storico edificio è “in vendita”, come un qualsiasi volgare condominio…Risalendo la via principale, fiancheggiata da dignitosi palazzi, chiese ed ex-chiese, giungiamo al cuore del paese, la Piazza Gentili, il cui nome ricorda  Alberico Gentili, illustre giurista, professore ad Oxford,  che qui ebbe i natali alla metà del La CollegiataCinquecento e che è riconosciuto come l’iniziatore della scienza del diritto internazionale. Sulla piazza si affaccia la Collegiata, di fondazione romanica con facciata tardo-gotica, tanto più originale perchè presenta motivi decorativi d’origine germanica, forse opera di un Enrico Alemanno, come è attestato da una lapide. Anche il campanile, del resto, nella guglia “a cipolla” ricorda i suoi confratelli austriaci… Nell’interno, comunque notevole, la cosa senz’altro più suggestiva è la Cripta-oratorio di San Biagio, decorata da affreschi trecenteschi, d’ottima fattura. Proseguendo oltre la piazza Gentili, l’altra bella chiesa è quella di San Francesco, la quale conserva dell’originaria costruzione duecentesca un  notevole. portale strombato. Nell’interno, da segnalare affreschi del Trecento/Quattrocento, tra cui un Miracolo di S. Antonio, attribuito da un cartello all’eccelso Gentile da Fabriano, ma comunque di scuola fabrianese. Ancora un centinaio di metri e si giunge al Colle Ascarano, La fonta della chiocciolapunto panoramico ora sistemato a giardino pubblico, dal quale la vista spazia su mezza regione. Dovrebbe essere visibile anche l’Adriatico, ma stamani la foschia ce lo occulta. Il consiglio è di tornare a Porta Picena percorrendo i vicoli interni, ricchi di scorci molto suggestivi. Abbiamo omesso, per ragioni di tempo, la visita della sezione antica del Museo-pinacoteca “Scipione Gentili”, presso l’ex chiesetta di San Sebastiano, con reperti archeologici piceni e romani e il corredo della tomba di un principe celtico ritrovata proprio qui. Prima di ripartire, concedetevi un attimo per ammirare di nuovo i Monti Sibillini e, più a sud, i Monti della Laga: mete da tenere ben presenti per la bella stagione…

Fotografie:

  1. Panorama sui Monti Sibillini da San Ginesio
  2. L’ Ospedale dei Pellegrini
  3. La Collegiata
  4. La fontana della Chiocciola
  5. La Cripta di San Biagio (Madonna in trono con Bambino)
  6. Elementi decorativi “germanici” della faccia della Collegiata
  7. Il portale duecentesco della Chiesa di San Francesco
  8. Chiesa di San Francesco: “Miracolo di S. Antonio”, attribuito a Gentile da Fabriano
  9. Panorama sui colli
  10. Il gatto in cantina…
  11. La via principale
  12. La porta medievale s’apre sulla primavera
  13. La guglia “a cipolla” della collegiata
  14. La centrale Piazza Gentili

 

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Articolo e fotografie di Gianni Marucelli

© Copyright 2014 Gianni Marucelli

 

 

 

 

 

 
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Rivista “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente

Vi ricordiamo che è possibile fare il download gratuito del secondo numero (mese di Aprile) della nostra rivista in formato PDF. Per chi non avesse scaricato il primo numero (mese di Marzo) può ancora effettuarlo. Il download può essere fatto su questo sito, oppure sul sito www.spezialefiesolano.it del dottor Alberto Pestelli. Per i prossimi numeri cercheremo di alleggerire il carico del file per facilitarvi il download. Grazie per la vostra cortese attenzione.

La redazione

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U garbu

“U Garbu” (Il varco Bondai)

 di Luigi Diego Eléna

(Da Freguje du Servu – Briciole di Cervo)

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Il varco Bondai conosciuto come “U Garbu” non era una delle quattro porte di accesso al Borgo conosciute come: Porta di Santa Caterina, Porta Marina, Porta San Nicola, Porta Canarda.

Esso venne aperto tra le mura nel secolo XV, dando la possibilità di un nuovo passaggio più comodo a chi saliva la via Romana da ponente, consentendogli di uscire-entrare nel Borgo anche da ovest. Si evitava in tal modo la costrizione a passare, gioco forza, da Porta Santa Caterina. Da notare che l’odierna ulteriore apertura tra Piazza Castello e Piazza Santa Caterina risale a metà ‘900.

Il nome Bondai è dovuto ad una leggenda che lega tale varco all’omonimo Rio, risorsa idrica essenziale per la vita del Borgo. Non a caso esistono ancora oggi nella sua prossimità, sia una fontanella sia una vasca, un tempo punti di riferimento per le massaie cervesi sia per il rifornimento di acqua da bere sia per il loro bucato a mano.

La leggenda narra che sotto il varco ci fosse un piccolo lago sotterraneo ad ovest del Borgo, che fungeva da passaggio fino alle viscere degli inferi, ed era la sola via (U Garbu) per raggiungere il palazzo dell’inferno. Le caverne cristalline sottostanti, erano percorse da enormi cascate. Secoli fa, mostri e demoni (bazue) una volta aperto il varco (U Garbu) si dispersero nella campagna boscosa uscendo dalla loro prigionia, e i maghi del passato riuscirono a respingerli grazie al potere dell’incantesimo supremo, con cui sigillarono anche l’entrata del passaggio.

La pace fu assicurata ed il Borgo ebbe la tranquillità tanto agognata.

Oggi chi arriva col fiato sospeso fino al Garbo, dopo la lunga ascesa, può tirare un lungo sospiro, non certo per l’ansia di quella leggenda ,ma per il meraviglioso panorama che dal Garbu si gode sull’intero Golfo Dianese:

 “Videns credit” (provare per credere)

© Copyright 2014 Luigi Diego Eléna

 

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Niente più parco eolico sul crinale del Montalbano

Di Lorenzo Sandiford

pale_eoliche01Il Tirreno di Pistoia di oggi ha dato la notizia (per me buonissima) che il progetto di parco eolico sul crinale del Montalbano non sarà portato avanti. Le tipologie di energie rinnovabili vanno commisurate alle caratteristiche dei luoghi: ogni territorio deve scegliere le energie rinnovabili per cui è vocato, senza farsi condizionare dalle mode e da quanto accade in zone diverse. Anche perché, per fortuna, esistono molte opzioni sul fronte delle energie alternative. Lezioncina facile facile che le speculazioni lobbistiche cercano sempre di bypassare. In questo caso, però, stando all’articolo, sono stati gli aspiranti speculatori stessi a fare marcia indietro, non si sa fino a che punto condizionati dal comitato locale nato in difesa del Montalbano. Comunque sia, lunga vita ai tanto bistrattati comitati (una delle ultime forme concrete di democrazia dal basso) con pernacchia a chi li accusa a vanvera!

© Copyright 2014 Lorenzo Sandiford

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Quando si dice il caso… San Gusmé

di Alberto Pestelli

 

21111_1Se un bel giorno di tre anni fa non ci fossi passato per caso, non avrei mai sentito parlare di San Gusmé. Provenendo da Castelnuovo Berardenga (SI), di cui è frazione, questo piccolo borgo mi è apparso in tutta la sua semplice bellezza. Posto sul crinale di un colle, San Gusmé ha ancora (come la più famosa Monteriggioni) le sue mura che formano un cerchio quasi perfetto. Incuriosito dalla novità, lasciai l’auto al parcheggio appena fuori le mura e, dopo aver passato una delle porte, mi sono intrufolato, quasi con riverente timore, all’interno dell’antico borgo medievale. LaSan_gume_mura prima impressione che ho avuto di San Gusmé è stata la grande sorpresa: tutto è stato restaurato e rimesso a “nuovo” senza intaccare quello che doveva essere lo stile originario degli edifici (così mi è sembrato, ovvio!). ma la cosa ancor più sorprendente è stata quella di vedere intere comitive di gitanti della domenica seduti nei vari wine bar, trattorie casalinghe che, molto probabilmente sono nate con la ristrutturazione del borgo. Non ho impiegato molto tempo a girovagare per le sue stradine. In un quarto d’ora si può dire che ho visto il paesello in toto e c’è scappato resizer.jsppure un buon caffè in un circolo ricreativo. Ovviamente la mia visita non si è basata solamente all’impellente necessità di caffeina per riprendere il viaggio in automobile verso casa. Mi sono soffermato ad ammirare due costruzioni religiose. All’interno delle mura c’è la Pieve dei Santi Cosma e Damiano nota fin dall’ 867. Sempre all’interno del borgo si trova la Chiesa della Compagnia della Santissima Annunziata dove è conservata una tela dipinta (una cinquecentesca Annunciazione) con tutta certezza da Pietro Sorri.

Luca_cavaTornando al parcheggio mi sono promesso di saperne di più su questo piccolo, splendido, antico borgo fortificato. E così, spulciando alcune fonti (wikipedia e altri siti web) ho scoperto che San Gusmé fu nominata per la prima volta nel 867 in un atto di donazione: un conte senese – un certo Winigi di Ranieri – donò al Monastero di San Salvatore della Berardenga tutti si suoi bene che si trovavano nel circondario della Pieve sopra citata. Nel XII secolo S. Gusmé fu feudo dei Ricasoli (voglio ricordare che non lontano è il Castello di Brolio, possedimento dei Ricasoli). Nel 1478 fu occupata dagli Aragonesi di Re Alfonso. Nel febbraio del 1554 fu teatro di una battaglia tra senesi e l’esercito imperiale il quale, nel maggio del medesimo anno si lasciarono andare al saccheggio mettendo a fuoco il borgo. 343411-800x539-300x202In seguito, dopo aver conosciuto un periodo di autonomia, San Gusmé fu inglobato nel 1777 nel Comune di Castelnuovo Berardenga. Dal 1888 a San Gusmé esiste una curiosa tradizione locale; la Festa del Luca Cava. Questa iniziativa ebbe inizio a seguito alla costruzione, commissionata da un contadino della zona, di una statuetta di un piccolo uomo accovacciato nella tipica posizione fisiologica defecatoria. Serviva a dire a tutti che in quel luogo era acconsentito, anzi di ben accetto, farla lì. Il motivo era di utilizzare “il guano” come fertilizzante. In seguito alla derisione da parte dei paesi confinanti, la statuetta fu distrutta negli anni ’40 proprio dagli abitanti di San Gusmé. Fu ricostruita grazie all’interessamento di Silvio Gigli dopo aver conosciuto la storia di questa 260px-San_gume_piazzasingolare iniziativa. Da allora ebbe inizio la Festa in onore di Luca Cava a San Gusmé dove partecipano molti ospiti di spicco del mondo musicale italiano. Nonostante una decina di anni di interruzione, la festa esiste ancora. Si tiene i primi due fine settimana di settembre. Il culmine della festa si ha durante il premio giornalistico intitolato a Silvio Gigli. Premio che viene assegnato ogni anno ad un personaggio in vista del mondo televisivo italiano.

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Iniziativa della Fratellanza Popolare di Caldìne in favore dell’A.I.L.

La Fratellanza Popolare di Caldine in Piazza in favore dell’A.I.L. Sabato 12 aprile 2014 volontari della Fratellanza Popolare di Caldine saranno in Piazza dei Mezzadri, Caldine davanti alla Coop per sostenere l’iniziativa dell’A.I.L. (Associazione Italiana contro le Leucemie-Linfomi e Mieloma) nella lotta contro le Leucemie. Saranno vendute uova di Pasqua per far sì che la ricerca compia ancora progressi, per far sentire ai malati che gli siamo tutti vicino, per costruire certezze e speranze. Vi aspettiamo Sabato dalle 9 alle 19.

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La casa e il lavoro delle Sciasceline

La casa e il lavoro delle Sciasceline

 di Luigi Diego Eléna

(tratto dal libro Freguje du Servu)

sQuesta, in via dell’Ulivo, era la casa ed è anche la storia delle Sciasceline, le ragazze che arrivavano nel ponente ligure in migrazione stagionale dal basso Piemonte per raccogliere le olive già nel secolo XIX. Ivi venivano alloggiate con i loro umili effetti personali e quel poco frugale cibo basico della dieta mediterranea. Il soprannome dato a queste giovani donne si deve a Sassello, piccolo Borgo dell’alta val Bormida, poiché le prime ad arrivare provenivano da questo comune.

Come mondine di Liguria, le Sciasceline erano ragazze che vivevano qualche mese lontano dal paese, libere, dignitose ed emancipate ante litteram. Nella loro freschezza giovanile interpretavano in questo Borgo di mare, anche il ruolo di sirene di terra che riempivano di canti la valle cervese e i dintorni. Eco da eco. Quelle giovani donne pizzicavano con alta perizia ogni oliva caduta per terra stando chine (in cucciun) per ore e ore perché prima dell’introduzione delle reti odierne le olive venivano raccolte una ad una. Loro raccoglievano le olive “a reu”, ossia non ne lasciavano sul terreno alcuna. Il padrone del terreno esigeva che non si perdesse tempo, e che ogni angolo del suo podere fosse dragato sia lungo le fasce, sia nei “cantui” (angoli) sia nella “sprescia” (tra terreno e muro) sulle gronde e soprattutto nei terreni confinanti (e cunfine) da quelle mani leggere e ancora infantili. Un lavoro duro, al freddo, con i geloni (zeui) alle ginocchia ai piedi e sulle mani, e soprattutto lontano dal proprio paese, da casa, dai loro affetti. Le coraggiose e intrepide ragazze tornavano alla fine dell’inverno alle loro magioni, ai loro lavori, ai loro cari con pochi denari, qualche oliva, un poco d’olio e tanti sogni. Tra novembre e gennaio avevano raccolto a mano migliaia e migliaia di olive, avevano cantato, lavorato e vissuto insieme. Qualcuna rimase trovando a Cervo l’amore della vita, un avvenire di sposa e madre.

Questa casa in via dell’Ulivo, ricca di tanta storia e prestatasi a molte storie, e questi muri echeggiano ancora ricordi per riflettere su cosa sia stata la civiltà dell’ulivo e di Cervo. Un Borgo di scogli e di maxei, di mare e terra al tempo stesso. Cervo merita più di un viaggio tra gli oliveti e le caselle di sassi, per ritrovare i luoghi delle Sciasceline e visitare i ruderi parlanti e anfitrioni che ne confermano ancora oggi la storia e la leggenda in questo Borgo: Cervo.

© Copyright 2014 Luigi Diego Eléna

Fotografia: www.calvini.it

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Un angolo nascosto nella Val d’Elsa: Linari

di Alberto Pestelli

Immagine 077Qualche anno fa (27 febbraio 2005), percorrendo la via Cassia in direzione di Poggibonsi, ci apparve in lontananza un antico borgo arroccato su di un poggio tra le colline della Val d’Elsa. Spinti dalla curiosità deviammo verso questo “misterioso” e antico centro abitato che, come poi venimmo a sapere, aveva una lunga e particolare storia: Linari. Attualmente il borgo è una frazione del Comune di Barberino Val d’Elsa, posto su di una collina a 225 metri sul livello del mare. Sotto i suoi piedi scorrono i torrenti Bozzone, lo Staggia e il Drove, tutti e tre affluenti del fiume Elsa. Il nome Linari deriva dalla parola latina Linearis, che significa, in questo caso, confine (vuol dire anche limite e soglia). Infatti il luogo è ubicato proprio tra il territorio senese e quello fiorentino. Le prime notizie storiche del Castello di Linari messe Immagine 072per iscritto risalgono al 1072 quando fu “stipulato” un contratto a Badia a Passignano. Il castello, trovandosi ai confini di due potenze comunali dell’epoca, era fortificato solo da un lato mentre tre strapiombi costituivano le difese degli altri tre lati. Aveva, quindi, una grandissima importanza strategica perché riusciva a controllare le vie per San Gimignano e Colle Val d’Elsa, una diramazione della via Francigena. Per questo motivo fu a lungo contesa tra le potenze feudali e, successivamente, da quelle comunali. I primi signori del Castello furono i Cadolingi di Fucecchio. Nel maggio del 1270 i linaresi si liberarono Immagine 073dall’opprimente giogo feudale costituendo il Libero Comune di Linari. Il comune era guidato da consoli. Con tutta probabilità le regole furono dettate dal volere di modesti proprietari terrieri e contadini che venivano salariati giorno dopo giorno. Il probabile consiglio veniva convocato dai consoli nella chiesa di Santa Maria dal suono della campana del tempio e dal banditore. Non tutti potevano partecipare al consiglio. I proletari e i nullatenenti non potevano partecipare. Solo chi pagava le tasse ne aveva diritto. Al momento della creazione del Comune, Linari doveva avere più o meno 1500 abitanti. Una ventina di anni dopo la Immagine 074costituzione del Libero Comune, Linari entrò a far parte della Lega di San Donato in Poggio. Ciò garantì una buona prosperità economica e, con il tempo ebbe fama e potenza militare nella zona. Nel suo massimo splendore aveva circa 400 armati. Per quell’epoca era un’armata di tutto rispetto. Il declino di questo borgo iniziò con l’assoggettamento da parte dei fiorentini. Nel 1432 il castello fu assediato e espugnato dai senesi che uccisero tutti i prigionieri e rapirono le donne più belle per destinarle ai bordelli di Siena. Fu riconquistato da Niccolò da Tolentino che ne fece suo feudo. Nel 1500 l’importanza strategica di Linari scomparve con l’avvento dell’unità granducale medicea. Furono proprietari del borgo i Gherardini, i Guidi, i Capponi e i Bardi. Il castello fu restaurato nel XIX secolo alterando vistosamente il progetto originale. Infatti vi troviamo delle aggiunte neogotiche che hanno contribuito alla distruzione delle Immagine 075strutture medievali: la casa del signore e la sua torre e alcuni edifici della via principale lastricata che, attualmente non è percorribile per intero. La via principale collegava le due porte di Linari (non più esistenti), Porta a Salti nel versante nord (la porta fu ricostruita nei primi del XX secolo) a Porta al Perone nel versante meridionale. Le mura sono state quasi del tutto distrutte. Rimangono in piedi due torri e la base della terza. Linari ha due chiese importanti: quella di Santa Maria era all’interno delle mura, mentre la Chiesa di Santo Stefano (nel 1202 apparteneva allo scomparso Comune di Semifonte) si trova fuori dalla cinta muraria. Questo è quanto siamo riusciti a trovare, sfogliando qua e là, sulle pagine del web. I nostri ricordi risalgono a quel giorno del 2005. Non sostammo a lungo, giusto il tempo di vedere alcune case abitate, la chiesa, il castello e un mucchio di edifici diroccati. Attualmente non conosciamo la situazione del borgo. Sarebbe opportuno visitarlo di nuovo. Chissà, se a distanza di nove anni, qualcosa è cambiato… Chissà se un raggio di sole si è fermato su questo antico borgo medievale a illuminare l’ingegno e la volontà dell’uomo spingendolo a ridargli una nuova vita… chissà!

© Copyright 2014 Alberto Pestelli

Le fotografie sono di Alberto Pestelli

© Copyright 2005 Alberto Pestelli
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