Una precisazione su Carlo Magno, Acquisgrana e la Chiesa di San Claudio di Chienti

di Gianni Marucelli

 

Forse i nostri lettori saranno stati incuriositi dalla lettura del brano dell’articolo “Tre abbazie in riva al Chienti”, recentemente pubblicato, dove si metteva in evidenza come, nella Chiesa romanica di San Claudio, fosse stata posta recentemente una grande lapide che recava la notizia che, in quel luogo, era stato seppellito, nell’anno del Signore 814, Carlo Magno. Notoriamente il grande sovrano  giace nella Cappella Palatina di Acquisgrana, in Germania, e, proprio poco tempo fa, gli studi effettuati sui suoi resti hanno confermato che il corpo risale al periodo indicato e appartiene a una persona alta (un gigante per l’epoca) e robusta quale era stato in vita Carlo. Non sapevamo, però, che la salma fosse stata traslata ben due volte, anche se le cronache antiche non specificano da quale luogo. Ciò, in effetti, può ingenerare qualche dubbio, ciò che ha portato un professore e sacerdote maceratese, Don Carnevale,  ad approfondire per anni l’argomento e a giungere alla conclusione che non solo l’imperatore era morto ed era stato tumulato proprio lì, ma che l’Acquisgrana capitale del suo regno non si identifica con la città tedesca avente questo nome, ma con la omonima località della valle del Chienti.

20140126_san_claudio.jpg.pagespeed.ce.pvos2pAbyo

Numerosi i ragionamenti e i riferimenti alle fonti portati a supporto, e talora convincenti; comunque tali da suscitare l’interesse dell’Accademia pontificia. Tutto ciò è stato reso noto in un Convegno tenutosi nel 2010 e dettagliato in un volume. Secondo Don Carnevale, sotto l’attuale pavimento si celerebbe ancora il primo sepolcro di Carlo, in  forma di parallelepipedo, la cui cavità sarebbe stata rilevata attraverso le apparecchiature.

Non solo, ma, nella vasta area archeologica della città romana di Urbs Salvia, si celerebbero anche quelle della capitale fatta costruire  dal re dei Franche e successivamente rasa al suolo. Non entreremo in ulteriori dettagli, chè abbiamo sfiorato soltanto la superficie di un mistero che, se risolto nel senso avanzato da questo storico, sconvolgerebbe l’intera prospettiva dell’alto Medio Evo. Ci rende perplessi però il fatto che non si abbiano notizie, almeno sul web, delle reazioni della storiografia ufficiale, ma solo  di qualche obiezione di singoli studiosi.  A chi volesse approfondire la notizia, consigliamo di digitare sul motore di ricerca “la tomba di Carlo Magno” ed esaminare i siti che ne risultano.

Certamente, secondo il nostro parere, una ricerca “sul campo” dissiperebbe parecchi interrogativi…

 

© Copyright Gianni Marucelli 2014

 

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Marche: Tre Abbazie in riva al Chienti… e un cadavere da identificare

di Gianni Marucelli

Dopo il Metauro, il fiume che vide la sconfitta e la morte del cartaginese Asdrubale, fratello di Annibale, ad opera dei Romani, durante la seconda guerra punica, il Chienti è il corso d’acqua più importante delle Marche. Anche presso le sue rive avvenne uno storico scontro, quando, nel 1815, Giacchino Murat, sconfitto a Tolentino Santa Maria al piè del Chienti1dalle truppe austriache, fallì nel suo tentativo di mantenere il proprio Regno anche dopo la debàcle di suo cognato Napoleone Bonaparte.

Ma lasciamo da parte la storia antica, e quella moderna, per concentrarci sul Medio Evo, quando il Chienti, allora ricco di acque (che oggi gli sono sottratte da vari bacini e impianti Enel), costituiva una risorsa preziosissima sia per le popolazioni residenti che per i mercanti che, lungo il suo corso, discendevano (o risalivano) dai valichi appenninici di Colfiorito e del Cornello, che collegavano, e tuttora collegano, la Valle del Tevere con il Maceratese.

Santa maria al piè di chienti6

I tratti pianeggianti, vicini al fiume e ai suoi affluenti, erano prevalentemente paludosi e soggetti ad alluvioni, come attestano le cronache: perciò adatti ad ospitare abbazie e monasteri che, se da una parte vedevano assicurata la necessaria tranquillità ai religiosi,  dall’altra potevano, con il lavoro assiduo di  bonifica (ora et labora), riconquistare alla produttività agricola quei campi. Naturalmente, poi, la presenza di un’arteria commerciale apportava mutui benefici ai monaci (che ricevevano consistenti offerte) e ai viandanti (che si avvalevano dell’ospitalità dei primi).

Santa Maria al piè del Chienti2

Così, nel giro di un paio di secoli a cavallo dell’anno Mille, e su siti dove comunque preesistevano edifici di culto più modesti, sorsero qui tre notevolissime abbazie o monasteri: S. Maria al pie’ di Chienti, San Claudio al Chienti, e, infine, nella valle dell’affluente Fiastra, l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra.

Santa Maria al Piè del Chienti3Venendo dall’Adriatico, cioè da Civitanova Marche, si incontra per primo il Monastero di S. Maria al pie’ di Chienti, il cui nome intende significare (“al pie’ “) che ci troviamo presso la foce del fiume.

Del complesso monacale si è oggi conservata solo la chiesa, che sorge isolata nel piano E’ senza dubbio uno dei monumenti più belli e più suggestivi della regione: fu eretta in forme romaniche nel sec. IX (ma c’è chi la fa risalire addirittura a un’iniziativa di Carlo Magno che, come vedremo, da queste parti è considerato di casa), poi più volte rimaneggiata. La semplice facciata risale al sec. XVII, e bisogna proprio dire grazie all’architetto, che l’ha progettata, in pieno Barocco, rispettando l’essenza del Romanico. Esternamente, comunque, è la parte absidale, tripartita in absidiole, a richiamare l’attenzione, poiché segue uno schema “nordico”. Si entra nell’interno e si rimane immediatamente impressionati, incuriositi, estasiati: la basilica è a tre navate  e su due piani: un po’, per fare un esempio conosciuto da molti, come la chiesa Santa Maria al piè del Chienti4di San Miniato al Monte, a Firenze. Questa sopraelevazione è da attribuirsi probabilmente a un rifacimento quattrocentesco, ma il fascino della costruzione  senz’altro ne beneficia. La navata centrale si apre fino al tetto a capriate, per poi interrompersi in un basso presbiterio a quattro navate , attorno al quale gira un deambulatorio con tre cappelle radiali absidate. Per salire al piano superiore, s’apre a destra una stretta scala . Sopra ci sono il presbiterio e gli ambulacri riservati ai monaci. Qui, nell’abside vera e propria, le pareti erano coperte di affreschi, alcuni dei quali sopravvissuti: nel catino della parte absidale, un imponente Cristo Pantocrator ci osserva, inserito in una “mandorla” e affiancato da Giovanni Battista e dalla Madonna della Misericordia. La quasi assenza di prospettiva e la struttura degli affreschi ci fanno pensare a un periodo prerinascimentale (sec. XIII-XIV), ma più recenti studi sono propensi a spostare la data di esecuzione al ‘400. Tutto è possibile; certamente l’impressione è quella di trovarsi dinanzi a una testimonianza di spiritualità ancora medievale. Ridiscendendo al piano inferiore, ammiriamo un grande crocifisso ligneo del Quattrocento. Usciamo: ci attende, a pochi chilometri, l’altrettanto originale Abbazia di San Claudio al Chienti.

abbazia di chiaravalle di fiastra1

L’architettura di San Claudio estremizza ciò che abbiamo appena osservato in Santa Maria: qui ci troviamo di fronte a due chiese  interamente sovrapposte di uguali dimensioni, ognuna con facciata e portale suoi propri. Il complesso, romanico, a pianta centrale, si può ben dire molto antico, almeno nelle sue origini. Nel luogo dove sorgeva la San Claudio al chienti1romana Pausulae, che fu distrutta dalle invasioni barbariche, sorse questo singolare edificio religioso, che fu modificato intorno al sec. XI – XII e restaurato nel ‘900. La facciata è stretta da due torri cilindriche, che ricordano quelle di San Vitale a Ravenna.  La chiesa inferiore, che ha ancora funzioni religiose,  presenta alcuni affreschi risalenti al sec. XV. Si sale alla chiesa superiore sia per un ampia scalinata esterna che per le due scalette a chiocciola all’interno delle torri. L’interno, che doveva verosimilmente servire per le funzioni vescovili o comunque dell’alto clero, è ora pressochè vuoto e destinato a un ruolo culturale.

San Claudio al chienti2

San Claudio ci riserva però una sorpresa. Di fianco all’entrata della chiesa inferiore vi è una cappella, dove una grande lapide, all’apparenza nuovissima, reca una scritta in latino. San Claudio al chienti3Con stupore traduco che questo è il luogo dove è stato sepolto nientemeno che Carlo Magno! Ma come! E la tomba monumentale nella Cappella Palatina di Acquisgrana, di chi custodisce i resti? Mi destreggio tra fascicoli vari e Internet per risolvere l’enigma. Apprendo che alcuni decenni fa fu rinvenuto, sepolto presso l’altare di San Claudio, il corpo di un uomo che, dallo spadino che portava al fianco e da altri indizi, poteva essere di stirpe regale. Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che si tratti delle spoglie dell’Imperatore Ottone III, altri, sulla base di una teoria ancor più recente, non solo suppongono che qui sia stato sepolto il fondatore del Sacro Romano Impero, ma addirittura che questa sia la vera Acquisgrana! Non ho letto il libro che sostiene tale, se mi consentite, un po’ singolare teoria, e quindi non mi pronuncio. Certo è che Carlo Magno, come prima sostenevo, da queste parti è molto popolare! (Per  saperne di più sul “caso Carlo Magno”, leggi l’approfondimento: “Una precisazione su Carlo Magno, Acquisgrana e la Chiesa di San Claudio di Chienti” di Gianni Marucelli).

San claudio al chienti4

Ultima tappa del nostro itinerario, l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra. Come indica chiaramente il nome, vennero a fondarla dei monaci benedettini, milanesi, forse guidati da quel San Bernardo che doveva essere davvero indaffarato, oltre che a edificare monasteri, a cercar di riformare la Chiesa, promuovere la riconquista e la difesa della Terrasanta e abbazia di chiaravalle di fiastra3fondare, o almeno scrivere la Regola, dell’Ordine Templare. Comunque, si sa addirittura il giorno in cui giunsero i santi monaci: il 29 Novembre del 1142. In realtà, qui esisteva già un monastero benedettino, risalente al IX secolo, ma la generosità di Guarnerio II, duca di Spoleto e marchese di Ancona, permise all’Ordine di rifarlo nuovo e ben più imponente, in quello stile gotico cistercense che non ha molti altri esempi nell’Italia centrale (se si esclude l’Abbazia di San Galgano). Attorno, c’era una palude malsana che fu bonificata dal lavoro dei religiosi. Al giorno d’oggi, l’atmosfera mistica di quei tempi è ben lontana: qua intorno pullulano le comitive, di ragazzi in gita scolastica, di turisti, di conferenzieri presso la Fondazione Giustiniani Bandini che ha qui sede. Questa apparenza “laica” ha anche una ragione storica: per ben due secoli, dopo la soppressione dei Gesuiti che l’avevano ereditata dai benedettini, il complesso fu proprietà di privati (i Bandini). Solo da qualche anno i monaci sono tornati.

Comunque, a parte un po’ di confusione, l’Abbazia è veramente splendida. L’interno, spartito in tre navate, con archi a tutto sesto sorretti da capitelli scolpiti dagli stessi monaci su materiale tratto dalle rovine dell’antica Urbs Salvia, è vastissimo Della decorazione ad affreschi,  che un tempo doveva occupare gran parte delle pareti, residuano diversi dipinti, databili tra il sec. XIV e il XVI.

abbazia di chiaravalle di fiastra2

L’altare è costituito da un’antica ara pagana, “risacralizzata” scolpendovi una croce. Accanto alla chiesa, diversamente dagli altri edifici da noi presi in esame, esistono ancora le strutture del monastero. Particolarmente notevole è il chiostro del Quattrocento, tutto in laterizio. Interessante la Sala delle oliere, dove  si conservava l’olio e dove ora è situato un piccolo antiquarium, che presenta reperti archeologici provenienti dalla romana Urbs Salvia, già citata. Vi è anche, presso l’antica foresteria, un Museo della civiltà contadina. Intorno all’abbazia, è stata istituita una Riserva naturale, circa cento ettari coperti da un bosco planiziale, relitto di quella che doveva essere la vegetazione arborea in un tempo lontano. Se non fosse per la pioggia battente, faremmo volentieri un giro per i suoi sentieri. Sarà per un’altra volta.

Articolo e fotografie © Copyright Gianni Marucelli 2014

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Un paese abbandonato ma non troppo…

Lollove

di Alberto Pestelli

prosegue_autunno_in_barbagia_e_la_volta_di_lollove_e_ovodda-0-0-350216

Se volete veramente capire come poteva essere nel passato un borgo rurale sardo dovete recarvi a Lollove, un minuscolo centro a pochi chilometri da Nuoro. Non è esattamente quello che si può definire un borgo fantasma perché la sua ventina di abitanti lo rendono più vitale che mai… un po’ come Civita di Bagnoregio nella Tuscia viterbese. Quando passeggiamo tra le viuzze pavimentate a pietre, non si può fare a meno di dire “…caspita, qui siamo davvero fuori dal tempo”. A parte qualche casa abitata tra quelle abbandonate o in rovina e una trattoria, a Lollove non c’è niente. Il paese è stato come riparato da un velo protettivo che l’ha tenuto lontano dalla modernità, ristrutturazioni senza ritegno e la commercializzazione dell’ambiente. Questo antico borgo è all’interno del classico forziere del tesoro al riparo dei pirati della speculazione. Tutto è rimasto com’era conservando la memoria di una Sardegna del passato per i vari turisti rispettosi di ogni suo singolo aspetto e della grande tranquillità. Girando in rete alla ricerca di fotografie e di notizie, mi sono imbattuto in una leggenda. Meglio sarebbe stato sentirla dalla bocca degli anziani del paese, ma non si può avere sempre la fortuna di parlare con chi vive in questi luoghi incantati. La leggenda narra di una maledizione lanciata da una suora che fu cacciata da Lollove dopo essere stata accusata di aver sedotto un pastore. La religiosa disse: “ Lollove as a esser chei s’abba ‘e su mare: non as a crescher nen parescher mai! Ovvero… Lollove, sarai come acqua del mare; non crescerai e non morirai mai!

lollove 019lollove 015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© Copyright 2014 Alberto Pestelli

Fonte delle foto: http://frompariswithlovebyparis.blogspot.it/2012/11/cortes-apertas-lollove.html – Unione Sarda.

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Eran cento torri…

Le Torri di San Gimignano

Una poesia di Alberto Pestelli tratta dalla silloge “Dei Borghi Antichi” pubblicata (seconda edizione) da Ilmiolibro.it nel 2013 – © Copyright Alberto Pestelli 2013Immagine 126

 

Come dita d’una mano

A solleticare del cielo il mento,

indicano al tempo ricordi d’altre cento.

Immagine 125Immagine 090

 

 

 

 

 

 

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Il giardino dei Tarocchi

Un racconto di Iole Troccoli

 

La strada è lunga, polverosa e sotto il sole. Mi rendo conto che l’idea di questa gita, con il caldo che fa, forse non è delle migliori. Ginevra tiene Elvira per mano, ma quanto durerà? Massimo ha la macchina fotografica ben stretta tra le dita, già si prepara alle foto che farà. Io trascino i piedi, sudo e penso al richiamo dell’acqua con le sue onde che accarezzano, leggere. Che stupida che sono stata.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIntanto siamo arrivati. Elvira mi corre incontro sorridendo. – Mamma, che bello. La fontana!

Ginevra la guarda come se avesse la varicella: – Mamma, Elvira è stupida, ha detto che vuole fare il bagno lì… – e indica con l’indice puntato la fontana che si trova all’ingresso del Giardino.

-No, Elvira, niente bagno, – rispondo con tono il più possibile pacato – solo guardare, guardare dappertutto. –

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Effettivamente, questo Giardino dei Tarocchi è bello, strano, bello e molto colorato, direi. Sarà difficile tenere le bambine vicine. Elvira è già salita per le scale che circondano le statue da sola, senza aspettare nessuno. Ginevra è ancora lì che guarda l’acqua, incantata. Come farei io, d’altra parte. Queste statue rappresentano gli Arcani Maggiori dei Tarocchi e sono disseminate in uno spazio grande, un vero e proprio parco… ma devo smettere di raccontare a Ginevra quel che so del Giardino perché ho completamente perso di vista Elvira e di mio marito non c’è più traccia. – Mamma, quella è la Ruota della Fortuna? – mi grida dietro Ginevra mentre corro a cercare la piccola. Scelgo la scala a destra, cammino guardando il cemento inciso di parole, segni, forse messaggi che non ho il tempo né la pazienza di leggere. C’è una gran folla che sale e scende i gradini e si raduna vicino alle statue. Non riesco a vedere Elvira, socchiudo gli occhi, cerco un abitino rosso, mi faccio largo tra la gente. C’è odore di gelato che si scioglie e crema solare, qualche zaffata di tabacco. Ma, eccola, proprio sotto il Sole, rappresentato da un grosso uccello giallo, rosso e bianco. Sorride, la monella, senza accorgersi della mia presenza. – Elvira, ma cosa fai qui? Ti avevo detto o no di aspettarci?

– Mammina, ho visto un signore che mi ha detto di stare qui ferma. Così tu mi trovavi.

– Un signore? – diomio, ho i brividi – quale signore, dov’è?

– E’ laggiù, lo vedi? Mi saluta con la mano. Mi ha detto che devo vedere la pancia dell’Imperatrice. Andiamo, mi ci porti? –

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Mi volto, fulminea, ma non vedo nessun uomo, soltanto famiglie con ragazzini che piagnucolano o adolescenti annoiati. Qualcuno sorride, a dire la verità, ma sono ragazze davanti ai cellulari che si fanno le foto.

Mi inginocchio di fronte a Elvira, la guardo negli occhi allegri, le domando con dolcezza se può mostrarmi il signore di cui sta parlando.

– Ma è lì, mamma, sei cieca? – e continua a indicarmi lo steso punto, adesso, casualmente, del tutto vuoto. Non riesco a capire ma non ne ho il tempo, perché Elvira continua a tirarmi la maglietta chiedendo con insistenza che l’accompagni. Intanto Ginevra ci ha raggiunte e ha il muso lungo. – Mi avete fatto restare impalata laggiù senza tornare a prendermi. E’ colpa tua, Elvira! – ringhia inviperita. Cerco di mettere pace come posso e annuncio a voce alta che ci stiamo incamminando verso la pancia dell’Imperatrice. Elvira saltella contenta, Ginevra segue a ruota ancora offesa.

La pancia si rivela un ambiente meraviglioso, interamente ricoperto di specchi, magico. Le bambine, riappacificate, camminano silenziose, in estasi. Io chiamo Massimo, che si è volatilizzato altrove, tra le statue. – Dove siete? Siamo qui, tra gli specchi, rispondo, abbassando il tono della voce. – Papà ci raggiunge subito – dico alle bimbe. Elvira mi guarda e mi strizza un occhio: – Antonio mi ha detto che dobbiamo andare avanti, sul ponte sopra la piazzetta!

giardino tarocchi4

Antonio? Ma chi è questo Antonio? Il signore di prima, dice lei, con sussiego. Usciamo e incrociamo finalmente Massimo. Cerco di spiegargli la storia del signore ma lui non dà importanza all’accaduto. Fantasie infantili, sentenzia. Io mi avvicino a Elvira, che mi cammina davanti e parla animatamente con la sorella: – … e ha una barba lunga e brutta e la camicia abbottonata fino al collo, con questo caldo! Come lo zio Giovanni al matrimonio di Barbara, ahahah!

Ginevra la guarda e sogghigna. Lo zio Giovanni era ridicolo, davvero ridicolo anche per lei.

Io continuo a guardarmi in giro ma non vedo nessuno che ci stia seguendo o che stia appostato vicino a qualche statua in attesa del nostro arrivo. Eccoci quindi sul ponte e poi a guardare la Temperanza, Gli Innamorati. I colori brillano, le statue enormi ci osservano dall’alto, con distratta benevolenza. Le bambine bevono un succo di frutta, ridono insieme, insieme alzano la testa per guardare dove finisce la Torre. Poi, Elvira mi corre incontro e mi abbraccia: – Antonio ti ringrazia, voleva vederlo questo posto da tanto tempo ma non aveva mai trovato nessuno con cui scendere. Ora è sceso con me! Ti saluta, torna al parco guello. Lui sta lì. E’ in Spagna, ha detto. Ciao Mamma, vado a prendere il gelato con papino!

D’improvviso mi torna in mente quello che ho letto all’entrata del parco… Il Giardino dei Tarocchi è opera dell’eclettica artista Niki De Saint Phalle, che trasse ispirazione dal Parque Guell di Antoni Gaudì, a Barcellona. Gaudì, geniale e famosissimo architetto spagnolo, visse tra il 1852 e il 1926.

©Copyright Iole Troccoli, 15 aprile 2014

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Uno sguardo nella Firenze che fu…

di Alberto Pestelli

 

Se a sapere che sotto le case di via Torta, nel quartiere di Santa Croce a Firenze, si nasconde l’antico antiteatro romano non sono in tanti, credo che ancor di meno siano coloro che sono a conoscenza che al di sotto Palazzo Vecchio si nasconde un altro edificio dell’epoca imperiale. Infatti, il municipio gigliato è stato costruito propria sopra l’antico teatro romano riscoperto recentemente dopo i lavori per la nuova biglietteria del museo.

Il teatro fu edificato nel I° secolo d.C. nel punto dove attualmente si trovano Palazzo Gondi e, appunto, Palazzo Vecchio. La cavea era rivolta verso piazza della Signoria, mentre la scienza era rivolta verso via dei Leoni. Alla sua inaugurazione dovevano prendere posto poco più di 6000 spettatori, che aumentarono nel II° secolo a circa 15000 persone. Nel V secolo perse il suo prestigio e, con la caduta dell’impero romano, abbandonato. Secondo quanto scritto su La Nazione, si potranno visitare i resti di questo antico monumento della Firenze che fu.

© Copyright 2014 Alberto Pestelli

 

Fonte della fotografia: museicivicifiorentini.comune.fi.it

 

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Anfore massaliote presso il Castellaretto o Castellarodi

di Luigi Diego Eléna

(dal libro Freguje du Servu – Briciole di Cervo)

 

Che Cervo abbia anche radici greche non è solo una leggenda legata ad Atteone di cui abbiamo già scritto, ma anche un fatto reale.

Sul Castellaretto, ampia collina oltre il Ciapà, da cui si può osservare sia Capo Berta, sia Capo Mele, sono stati rilevati frammenti di colli e labbri di anfore greco massaliote (marsigliesi).

Non a caso Marsiglia è soprannominata in francese la cité phocéenne (la città focese), perché fu fondata nel 600 a.C. da marinai greci originari di Focea, e “focesi” vengono ancora detti i suoi abitanti. Citata da Strabone come “Massalìa”, da Tolomeo come “Masalìa”, Mas – Alys, potrebbe semplicemente significare “città sul mare”, “porto”.

Numerose sono altre proposte etimologiche, tra le quali la più conosciuta è quella che deriva da “Massalìa” (con due s) da mas “casa” e salya “salii”, patria dei Salii, popolazione ligure abitante nei paraggi, ma non vi è motivo che i Greci chiamassero con un nome straniero una propria colonia.

Per curiosità, anche l’arabo Marsīliyā (مرسيليا) deriva da marsa, “porto”.

Detto ciò chissà se sotto il Castellaro si celano altre testimonianze storico-culturali.

Cerchiamo di conoscere e di apprezzare questo antico e storico Castellaro con i suoi misteri.

Esso, come altri luoghi cervesi, rispecchia la tradizione, l’ingegno dei vari popoli che si affacciavano sul Mediterraneo, il senso della razionalità, l’evolversi nei secoli delle culture secondo i mutamenti politici ed economici.

Di tutto ciò Cervo ne è parte e testimone.

Facciamolo salire in cattedra per ascoltarlo ed imparare, perché la storia è un grande presente, e mai solamente un passato.

© Copyright 2014 Luigi Diego Eléna

 

fotografia: www.regione.sicilia.it

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Fotografando a zonzo…

Un angolo di Fiesole sul colle di San Francesco dove un tempo si trovava l’acropoli etrusca

Immagine 097Immagine 101

 

 

 

 

 

Immagine 103Le fotografie sono di Alberto Pestelli © Copyright Alberto Pestelli 2006

 

 

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button

Un paese dove il ricordo è impresso nel cuore dell’isola

Gairo vecchio

 di Alberto Pestelli

OLYMPUS DIGITAL CAMERANe avevo sempre sentito parlare dai miei parenti quando andavo in Sardegna per trascorrere le mie vacanze estive e, quel nome strano dal sentore “nilota”, mi era entrato insistentemente nella mente tanto da chiedere, ogni anno a zio, di accompagnarmi sul posto. Ho dovuto aspettare diversi anni prima di riuscire a ottenere un “sì, ti accompagno”.

gairo (6)Così nel 1999, per la prima volta in vita mia, visitai Gairo vecchio, nell’Ogliastra. Avevamo fatto quello che a Firenze viene definito un “giro pesca” ma utile. Partiti da Dolianova (CA) vi eravamo tornati nel tardo pomeriggio dopo aver toccato Laconi, Aritzo, Tonara (tappa obbligatoria per l’acquisto del famoso torrone) e poi Desulo, Fonni, Arzana. Da quest’ultimo paese siamo arrivati finalmente a Gairo vecchio.

gairo (7)Il paese è tristemente famoso per la disastrosa e terribile alluvione del 1951 che causò frane e smottamenti che distrussero case e vite innocenti. Successivamente fu ricostruita più a monte prendendo il nome di Gairo Sant’Elena. Ma esistono altri due paeselli con il nome di Gairo, anche questi costruiti dalla popolazione del vecchio borgo distrutto: Gairo Taquisara, dove c’è la stazione del trenino verde e Gairo Cardedu che si trova sul mare.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAOLYMPUS DIGITAL CAMERA

Sul versante opposto della valle, di fronte al paese fantasma, c’è Ulassai e Osini vecchio dove, nel medesimo periodo avvenne una frana che la distrusse. Tornando a Gairo, una volta parcheggiata l’automobile, ci siamo addentrati tra i suoi vicoli tra scalinate e edifici mezzi distrutti che hanno mantenuto ancora i colori caratteristici blu e rosa delle pareti. Ci sono diversi segnali di pericolo che avvertono i visitatori di probabili crolli. Ci siamo mantenuti a debita distanza dalle case dove ci sono ancora finestre, scale, caminetti.

gairo vecchia gairo nuova-agosto 2009 (13)

Sembra di aggirarsi in un luogo fuori dal tempo, in una atmosfera incantata. Mio zio mi disse: “dovresti venire in inverno quando il paese è avvolto da una inquietante nebbiolina spettrale…” Beh, non nego di aver avuto un brivido. Non di paura, ovvio! Ma per essere giunto su questa montagna a respirare, anche se terribile, il profumo di un passato della terra, dell’isola di mia madre.

gairo2gairovecchia

© Copyright 2014 Alberto Pestelli

Fotografie di Alessandro Murru – © Copyright 2009 Alberto Pestelli
Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Share Button