Sulla rocca a toccar le stelle…

Rocca di Cave

di Maria Iorillo & Alberto Pestelli

 

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Rocca di Cave. Un piccolo comune del Lazio arroccato su di una montagna a oltre 900 metri. Si trova nelle vicinanze di Palestrina, di Genazzano, non molto distante da Anagni e da Fiuggi. Nel punto più alto del paese c’è una antica rocca. Dopo il restauro è diventato un museo. La montagna dove si trova Rocca di Cave era, 100 milioni di anni fa, un’isola con tanto di scogliera. In quest’ultima si nota ancora il segno del livello del mare. Sulle rocce ci sono una infinità di conchiglie fossili. Nella torre è stato costruito un osservatorio astronomico.

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La scogliera cerca il suo mare

 

Rammenta a stento

La spuma delle onde

Infrangersi sulle rocce.

 

Adesso la scogliera

Mostra fiera

Conchiglie e mura antiche.

 

Di notte offre la sua torre

Per osservar le stelle

Cercando la via

Del perduto mare.

©  Copyright Alberto Pestelli 2005

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rocca4Dopo un mese (quando abbiamo visitato questo paesello era il 2005) siamo ritornati. Il gruppo astrofilo Hipparcos di Roma (www.hipparcos.it) ci aveva mandato tempo addietro un invito per la notte delle stelle. Protagonista principale Marte (in quei giorni si trovava alla distanza minima dalla terra, per cui visibilissimo ad occhio nudo). Abbiamo deciso all’istante che dovevamo andarci. Un’occasione del genere non doveva sfuggirci, visto che entrambi mai avevamo guardato le stelle sia servendoci di un telescopio che ad occhio nudo in un angolo Meraviglioso della nostra penisola. È stata un’esperienza incredibile, da ripetere alla prima occasione. Sembrava quasi di toccare con mano gli astri. Un dito laser indicava le costellazioni, e la voce del cielo (così abbiamo ribattezzato la persona che ci faceva da guida) raccontava dei miti legati alle figure che l’uomo credeva di vedere nella volta stellata. Insomma, è stata una serata piena di emozione, sensazioni uniche e di tanta poesia…

 

 

 

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La notte delle stelle

 

Versa il suo latte fresco il cielo

A nutrire quei sogni

Che non sanno, non osano più

Catturare la luce delle stelle.

 

Ci osservano, forse parlano

Di potere, spesso di magia.

Io vorrei credere di speranza

Per un’emozione ritrovata

E donarla a chi ormai

Non ha più occhi

Per guardarsi dentro

E ritornare indietro

All’innocenza dell’uomo

Perché oggi ha un piede

Su di uno scalino più elevato.

E si proclama falso dio o guida

Sedendosi accanto ai miti

Scolpiti nella roccia del tempo.

©  Copyright Alberto Pestelli 2005

Le poesie di Alberto Pestelli sono tratte dalla silloge “Dei Borghi Antichi” pubblicata nel 2013 da Ilmiolibro.it (seconda edizione) – © Copyright Alberto Pestelli 2013.

L’articolo (riveduto e corretto) e le fotografie (scattate da Alberto Pestelli) fanno parte di un precedente articolo apparso su di un vecchio sito web di Maria Iorillo e Alberto Pestelli © Copyright Io.Pe. 2005

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Gli aforismi di Don Juan, Hidalgo fiorentino

220px-HidalgoAntero de Quental, sommo poeta lusitano nonché grande filosofo della II metà dell’800 nonché, ancora, politico militante, nella vita quotidiana era un completo disastro. Il fatto d’appartenere ad agiata e nobile famiglia lo salvò dalla fame, anche perché era un uomo straordinariamente parco, ma non dalla solitudine e dalla depressione. Persino suicidandosi non volle smentirsi: è veramente raro il caso di uno che, per uccidersi, debba tirarsi due colpi di pistola alla testa!

© Copyright 2014 Gianni Marucelli

 

 

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Lungo la via dei mosaici (X parte)

di Alberto Pestelli

Ravenna

 

a) Sant’Apollinare in Classe

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Il treno inizia a rallentare. Sta finalmente entrando nella stazione di Ravenna. Il viaggio è stato lungo ma pieno di soddisfazioni culturali e, ma sì, anche gastronomiche; dai tortelli di patate del Mugello alle castagne di Marradi, il cocomero di Faenza e infine lasagne e piadine romagnole. Niente male! Ma non andiamo oltre: è troppo presto per sedersi a tavola. Al limite prenderò un caffè e un croissant al bar della stazione, tanto per ripassare, brevemente e senza approfondimenti, la storia di Ravenna prima di andare a scoprire i suoi luoghi d’arte. Orbene… le origini della città romagnola sono molto incerte. Pare che il primo insediamento fu costruito da un gruppo di greci provenienti dalla Tessaglia. Poi si succedettero Umbri ed Etruschi. Anche i Galli Senoni s’insediarono nella zona fino all’avvento dei Romani. L’imperatore Augusto ne fece sede della flotta militare dell’Adriatico che fece scavare, per questo scopo, la Fossa Augustea. Questa collegava il Po con un bacino a sud della città. Augusto in questa zona fondò Classe e il suo porto. Questo fece accrescere l’importanza di Ravenna. Il porto oltre a essere militare, divenne anche un importante scalo commerciale. Nel 402 d.C. la città fu scelta come residenza imperiale dopo che fu lasciata Milano per fuggire al pericolo delle orde di Alarico. Alla deposizione dell’ultimo imperatore romano, Romolo Augusto (detto Augustolo perché era una ragazzino) divenne capitale del Regno di Odoacre, re degli Eruli. In seguito passò a Teodorico re dei Goti. Con l’avvento dell’incoronazione dell’imperatore d’Oriente Giustiniano I, iniziò l’offensiva militare contro i Goti. Giustiniano fondò un protettorato con sede Ravenna dove il territorio era controllato dagli Esarchi. Sotto il dominio bizantino a Ravenna furono edificati un gran numero di monumenti e basiliche. Soprattutto si arricchì di quei superlativi tesori che tutt’oggi vediamo: i mosaici.

Usciamo dal bar della stazione e ci dirigiamo verso la fermata dell’autobus che ci porta appena fuori Ravenna. La famosissima basilica di Sant’Apollinare in Classe (Sant’Apollinare è stato il primo vescovo di Ravenna) si trova a 5 chilometri dalla stazione ferroviaria ravennate. Ci si arriva con il bus n° 4 in appena una decina di minuti. Un breve coda alla biglietteria ed entriamo con riverente silenzio all’interno di quest’antica testimonianza dell’estro, dell’ingegno umano.

La basilica è stata costruita agli inizi del VI secolo e consacrata nel 547. Dal 1996 fa parte della lista dei siti italiani patrimonio dell’umanità (UNESCO).

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L’impatto con il grande mosaico posto nell’abside è impressionante e al tempo stesso entusiasmante. Alla sua visione quasi non facciamo caso che le pareti della basilica sono spoglie. L’immenso mosaico rappresenta la Trasfigurazione sul Monte Tabor. Il volto del Cristo, dentro un cerchio, è all’interno di un grande disco che racchiude il cielo stellato.

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La guida che ci accompagna ci fa notare che ai lati del cerchio ci sono le figure di Mosè e del profeta Elia. Ci sono i simboli alati degli evangelisti: il Leone, simbolo di Marco, il Vitello che è Luca, l’Aquila che rappresenta Giovanni e l’Angelo simbolo di Matteo. Gli apostoli Giovanni, Giacomo e Pietro sono rappresentati da tre agnelli.

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Una figura con le braccia aperte come se stesse pregando sta nella parte più bassa del mosaico. Ci viene detto che costui è Sant’Apollinare mentre, in una fiorita valle verde, rivolge le preghiere al Signore a beneficio dei fedeli di cui è guida: i dodici agnelli bianchi. Siamo letteralmente rapiti dalla bellezza del capolavoro artistico che quasi non sentiamo più le parole della giovane guida. Non facciamo altro che annuire a ciò che in realtà non udiamo. A visita finita dispiace dover uscire dalla basilica. Ma dobbiamo tornare in autobus a Ravenna. Ci aspettano Sant’Apollinare nuovo, il Battistero Neoniano, il Mausoleo di Galla Placidia e San Vitale.

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© Copyright Alberto Pestelli 2014

Fotografie di Alberto Pestelli © Copyright Alberto Pestelli 2012

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La dormiente del Sannio… mi “appartiene”

di Maria Iorillo

Il monte Taburno e Frasso Telesino

Il Monte Taburno e Frasso Telesino

Strano ma, nonostante gli sforzi e le esperienze, non mi sento di appartenere a nessun luogo in particolare, forse perché, durante la mia vita, ho vissuto, per periodi più o meno lunghi, in varie città: Roma, Napoli, Firenze, Brescia. In ogni città riesco sempre a scorgere qualcosa che mi è entrato nel cuore ma il mio percorso mi ha impedito, almeno fino ad ora, di mettere radici e di aspirare linfa in un posto ben preciso al punto da dire “questa è la mia città!”. Ecco, mi sento semplicemente cittadina del mondo.

Le mie origini, però, sono ben definite e forti. Sono nata a Frasso Telesino, sul versante occidentale del massiccio del Taburno, in provincia di Benevento, e lì ho vissuto la mia infanzia. Un luogo che mi ha sicuramente insegnato l’amore per la natura e gli spazi verdi, per la tranquillità e la vita semplice dei piccoli paesi, il rispetto per le cose e le persone e il loro valore. E ricordi molto vivi riguardano anche i periodi estivi quando, in seguito, ritornavo, per trascorrere le vacanze con i miei nonni… e di quei momenti potrei raccontare tanto. Ma voglio parlarvi, invece, del gigante che sovrasta il mio paese. Anzi della Gigante, perché il massiccio del Taburno è chiamato anche “la dormiente del Sannio” per la sua forma di donna adagiata e sonnolente.

Il monte Taburno e Montesarchio

Il Monte Taburno e Montesarchio

Il massiccio dà il nome al Parco Regionale di Taburno Camposauro e separa le valli Caudina, Vitulanese e Telesina. E’ alto 1394 m e sulla sua cima fu posta agli inizi del ’900 una croce ad indicare il punto più alto della diocesi di Benevento. Fa parte dell’Appennino Campano, ma ne è fisicamente staccato. Dalla vetta del Taburno si gode di un panorama straordinario su tutta la valle Caudina. Ad ovest, dove la piana diventa più stretta, si nota una macchia bianca sul fianco di un monte: è la cava del monte Tairano nei cui pressi si ipotizza sia avvenuto nel 321 a.C. la battaglia delle Forche Caudine tra Romani e Sanniti, durante la seconda guerra sannitica. In quell’occasione i Sanniti di Gaio Ponzio Telesino sconfissero i Romani, imponendo loro l’umiliazione di passare sotto i gioghi.

Per staburno5alire sul monte si può imboccare la strada da Montesarchio oppure quella da Frasso Telesino sul versante opposto. E l’ascesa è abbastanza dolce. Man mano che si avanza, la vegetazione, ora fitta ora più rada, è attraversata da sentieri che invitano a entrare alla scoperta dei segreti del bosco, della sua fauna e flora. Dagli olivi e vigneti più a valle si passa agli aceri, roverelle, frassini. Di tanto in tanto lo sguardo si distende su immensi prati per foraggio. Continuando a salire, si distinguono boschi di faggio e infine di leccio.

taburno1Si trovano, ai margini della strada, piccole aree attrezzate per il pic-nic. E ricordo le simpatiche scampagnate. I giochi, il pranzo, e di nuovo i giochi; drogata di libertà e spensieratezza. Ma la cosa che più mi divertiva era addentrarmi nel bosco alla ricerca, a seconda della stagione, di fragole, asparagi, violette, ciclamini o altri fiori, castagne e tante emozioni piccole ma, comunque, importanti per una ragazzina col cestino vuoto da riempire di gioia, conquiste e scoperte. A volte si vedevano passare greggi di pecore o mandrie di mucche accompagnate dal pastore e da grandi cani. E tutte insieme mi incutevano un po’ paura, erano tantissime. Altre volte si scorgevano scoiattoli o martore. Mio padre mi raccontava di cinghiali, volpi e lupi. Mia mtaburno2adre invece era sempre preoccupata per le vipere. Lei ha la fobia di tutto ciò che striscia. Cinciallegre, civette, gazze ladre, pettirossi, merli, ghiandaie, corvi imperiali stavano nascosti tra le chiome degli alberi a cinguettare e a “cianciare”, e d’improvviso apparivano saltellanti tra le erbe alla ricerca di briciole.

Attraversando i boschi è facile vedere eremi, ruderi e grotte che raccontano del passato e delle genti che hanno determinato la cultura e la storia della zona. In alcuni punti è suggestivo godere degli scorci dei paesini nelle valli sottostanti, dove, ancora oggi, esistono botteghe dedite alla lavorazione del legno e della pietra e prodotti artigianali. La zona più a valle è piena di antichi frantoi dove si producono oli dalle qualità superbe. Numerose le aziende che imbottigliano vini eccellenti, come l’Aglianico, o che realizzano prodotti caseari e salumi controllati e di ottima qualità. Anche Virgilio ricordava il monte Taburno per la coltura dell’ulivo nelle Georgiche e nell’Eneide in occasione del duello tra Enea e Turno.

taburno4E’ da tanto tempo che non torno alla mia terra e al mio monte, e so che, oggi, con uno sguardo più maturo riuscirei a scoprire cose nuove e a dare una forma e un significato nuovi a cose già viste. Sì, quei posti sono gli unici che “mi appartengono”… lì ci sono le mie radici.

©Copyright Maria Iorillo 2014

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Una precisazione su Carlo Magno, Acquisgrana e la Chiesa di San Claudio di Chienti

di Gianni Marucelli

 

Forse i nostri lettori saranno stati incuriositi dalla lettura del brano dell’articolo “Tre abbazie in riva al Chienti”, recentemente pubblicato, dove si metteva in evidenza come, nella Chiesa romanica di San Claudio, fosse stata posta recentemente una grande lapide che recava la notizia che, in quel luogo, era stato seppellito, nell’anno del Signore 814, Carlo Magno. Notoriamente il grande sovrano  giace nella Cappella Palatina di Acquisgrana, in Germania, e, proprio poco tempo fa, gli studi effettuati sui suoi resti hanno confermato che il corpo risale al periodo indicato e appartiene a una persona alta (un gigante per l’epoca) e robusta quale era stato in vita Carlo. Non sapevamo, però, che la salma fosse stata traslata ben due volte, anche se le cronache antiche non specificano da quale luogo. Ciò, in effetti, può ingenerare qualche dubbio, ciò che ha portato un professore e sacerdote maceratese, Don Carnevale,  ad approfondire per anni l’argomento e a giungere alla conclusione che non solo l’imperatore era morto ed era stato tumulato proprio lì, ma che l’Acquisgrana capitale del suo regno non si identifica con la città tedesca avente questo nome, ma con la omonima località della valle del Chienti.

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Numerosi i ragionamenti e i riferimenti alle fonti portati a supporto, e talora convincenti; comunque tali da suscitare l’interesse dell’Accademia pontificia. Tutto ciò è stato reso noto in un Convegno tenutosi nel 2010 e dettagliato in un volume. Secondo Don Carnevale, sotto l’attuale pavimento si celerebbe ancora il primo sepolcro di Carlo, in  forma di parallelepipedo, la cui cavità sarebbe stata rilevata attraverso le apparecchiature.

Non solo, ma, nella vasta area archeologica della città romana di Urbs Salvia, si celerebbero anche quelle della capitale fatta costruire  dal re dei Franche e successivamente rasa al suolo. Non entreremo in ulteriori dettagli, chè abbiamo sfiorato soltanto la superficie di un mistero che, se risolto nel senso avanzato da questo storico, sconvolgerebbe l’intera prospettiva dell’alto Medio Evo. Ci rende perplessi però il fatto che non si abbiano notizie, almeno sul web, delle reazioni della storiografia ufficiale, ma solo  di qualche obiezione di singoli studiosi.  A chi volesse approfondire la notizia, consigliamo di digitare sul motore di ricerca “la tomba di Carlo Magno” ed esaminare i siti che ne risultano.

Certamente, secondo il nostro parere, una ricerca “sul campo” dissiperebbe parecchi interrogativi…

 

© Copyright Gianni Marucelli 2014

 

 

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Marche: Tre Abbazie in riva al Chienti… e un cadavere da identificare

di Gianni Marucelli

Dopo il Metauro, il fiume che vide la sconfitta e la morte del cartaginese Asdrubale, fratello di Annibale, ad opera dei Romani, durante la seconda guerra punica, il Chienti è il corso d’acqua più importante delle Marche. Anche presso le sue rive avvenne uno storico scontro, quando, nel 1815, Giacchino Murat, sconfitto a Tolentino Santa Maria al piè del Chienti1dalle truppe austriache, fallì nel suo tentativo di mantenere il proprio Regno anche dopo la debàcle di suo cognato Napoleone Bonaparte.

Ma lasciamo da parte la storia antica, e quella moderna, per concentrarci sul Medio Evo, quando il Chienti, allora ricco di acque (che oggi gli sono sottratte da vari bacini e impianti Enel), costituiva una risorsa preziosissima sia per le popolazioni residenti che per i mercanti che, lungo il suo corso, discendevano (o risalivano) dai valichi appenninici di Colfiorito e del Cornello, che collegavano, e tuttora collegano, la Valle del Tevere con il Maceratese.

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I tratti pianeggianti, vicini al fiume e ai suoi affluenti, erano prevalentemente paludosi e soggetti ad alluvioni, come attestano le cronache: perciò adatti ad ospitare abbazie e monasteri che, se da una parte vedevano assicurata la necessaria tranquillità ai religiosi,  dall’altra potevano, con il lavoro assiduo di  bonifica (ora et labora), riconquistare alla produttività agricola quei campi. Naturalmente, poi, la presenza di un’arteria commerciale apportava mutui benefici ai monaci (che ricevevano consistenti offerte) e ai viandanti (che si avvalevano dell’ospitalità dei primi).

Santa Maria al piè del Chienti2

Così, nel giro di un paio di secoli a cavallo dell’anno Mille, e su siti dove comunque preesistevano edifici di culto più modesti, sorsero qui tre notevolissime abbazie o monasteri: S. Maria al pie’ di Chienti, San Claudio al Chienti, e, infine, nella valle dell’affluente Fiastra, l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra.

Santa Maria al Piè del Chienti3Venendo dall’Adriatico, cioè da Civitanova Marche, si incontra per primo il Monastero di S. Maria al pie’ di Chienti, il cui nome intende significare (“al pie’ “) che ci troviamo presso la foce del fiume.

Del complesso monacale si è oggi conservata solo la chiesa, che sorge isolata nel piano E’ senza dubbio uno dei monumenti più belli e più suggestivi della regione: fu eretta in forme romaniche nel sec. IX (ma c’è chi la fa risalire addirittura a un’iniziativa di Carlo Magno che, come vedremo, da queste parti è considerato di casa), poi più volte rimaneggiata. La semplice facciata risale al sec. XVII, e bisogna proprio dire grazie all’architetto, che l’ha progettata, in pieno Barocco, rispettando l’essenza del Romanico. Esternamente, comunque, è la parte absidale, tripartita in absidiole, a richiamare l’attenzione, poiché segue uno schema “nordico”. Si entra nell’interno e si rimane immediatamente impressionati, incuriositi, estasiati: la basilica è a tre navate  e su due piani: un po’, per fare un esempio conosciuto da molti, come la chiesa Santa Maria al piè del Chienti4di San Miniato al Monte, a Firenze. Questa sopraelevazione è da attribuirsi probabilmente a un rifacimento quattrocentesco, ma il fascino della costruzione  senz’altro ne beneficia. La navata centrale si apre fino al tetto a capriate, per poi interrompersi in un basso presbiterio a quattro navate , attorno al quale gira un deambulatorio con tre cappelle radiali absidate. Per salire al piano superiore, s’apre a destra una stretta scala . Sopra ci sono il presbiterio e gli ambulacri riservati ai monaci. Qui, nell’abside vera e propria, le pareti erano coperte di affreschi, alcuni dei quali sopravvissuti: nel catino della parte absidale, un imponente Cristo Pantocrator ci osserva, inserito in una “mandorla” e affiancato da Giovanni Battista e dalla Madonna della Misericordia. La quasi assenza di prospettiva e la struttura degli affreschi ci fanno pensare a un periodo prerinascimentale (sec. XIII-XIV), ma più recenti studi sono propensi a spostare la data di esecuzione al ‘400. Tutto è possibile; certamente l’impressione è quella di trovarsi dinanzi a una testimonianza di spiritualità ancora medievale. Ridiscendendo al piano inferiore, ammiriamo un grande crocifisso ligneo del Quattrocento. Usciamo: ci attende, a pochi chilometri, l’altrettanto originale Abbazia di San Claudio al Chienti.

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L’architettura di San Claudio estremizza ciò che abbiamo appena osservato in Santa Maria: qui ci troviamo di fronte a due chiese  interamente sovrapposte di uguali dimensioni, ognuna con facciata e portale suoi propri. Il complesso, romanico, a pianta centrale, si può ben dire molto antico, almeno nelle sue origini. Nel luogo dove sorgeva la San Claudio al chienti1romana Pausulae, che fu distrutta dalle invasioni barbariche, sorse questo singolare edificio religioso, che fu modificato intorno al sec. XI – XII e restaurato nel ‘900. La facciata è stretta da due torri cilindriche, che ricordano quelle di San Vitale a Ravenna.  La chiesa inferiore, che ha ancora funzioni religiose,  presenta alcuni affreschi risalenti al sec. XV. Si sale alla chiesa superiore sia per un ampia scalinata esterna che per le due scalette a chiocciola all’interno delle torri. L’interno, che doveva verosimilmente servire per le funzioni vescovili o comunque dell’alto clero, è ora pressochè vuoto e destinato a un ruolo culturale.

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San Claudio ci riserva però una sorpresa. Di fianco all’entrata della chiesa inferiore vi è una cappella, dove una grande lapide, all’apparenza nuovissima, reca una scritta in latino. San Claudio al chienti3Con stupore traduco che questo è il luogo dove è stato sepolto nientemeno che Carlo Magno! Ma come! E la tomba monumentale nella Cappella Palatina di Acquisgrana, di chi custodisce i resti? Mi destreggio tra fascicoli vari e Internet per risolvere l’enigma. Apprendo che alcuni decenni fa fu rinvenuto, sepolto presso l’altare di San Claudio, il corpo di un uomo che, dallo spadino che portava al fianco e da altri indizi, poteva essere di stirpe regale. Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che si tratti delle spoglie dell’Imperatore Ottone III, altri, sulla base di una teoria ancor più recente, non solo suppongono che qui sia stato sepolto il fondatore del Sacro Romano Impero, ma addirittura che questa sia la vera Acquisgrana! Non ho letto il libro che sostiene tale, se mi consentite, un po’ singolare teoria, e quindi non mi pronuncio. Certo è che Carlo Magno, come prima sostenevo, da queste parti è molto popolare! (Per  saperne di più sul “caso Carlo Magno”, leggi l’approfondimento: “Una precisazione su Carlo Magno, Acquisgrana e la Chiesa di San Claudio di Chienti” di Gianni Marucelli).

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Ultima tappa del nostro itinerario, l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra. Come indica chiaramente il nome, vennero a fondarla dei monaci benedettini, milanesi, forse guidati da quel San Bernardo che doveva essere davvero indaffarato, oltre che a edificare monasteri, a cercar di riformare la Chiesa, promuovere la riconquista e la difesa della Terrasanta e abbazia di chiaravalle di fiastra3fondare, o almeno scrivere la Regola, dell’Ordine Templare. Comunque, si sa addirittura il giorno in cui giunsero i santi monaci: il 29 Novembre del 1142. In realtà, qui esisteva già un monastero benedettino, risalente al IX secolo, ma la generosità di Guarnerio II, duca di Spoleto e marchese di Ancona, permise all’Ordine di rifarlo nuovo e ben più imponente, in quello stile gotico cistercense che non ha molti altri esempi nell’Italia centrale (se si esclude l’Abbazia di San Galgano). Attorno, c’era una palude malsana che fu bonificata dal lavoro dei religiosi. Al giorno d’oggi, l’atmosfera mistica di quei tempi è ben lontana: qua intorno pullulano le comitive, di ragazzi in gita scolastica, di turisti, di conferenzieri presso la Fondazione Giustiniani Bandini che ha qui sede. Questa apparenza “laica” ha anche una ragione storica: per ben due secoli, dopo la soppressione dei Gesuiti che l’avevano ereditata dai benedettini, il complesso fu proprietà di privati (i Bandini). Solo da qualche anno i monaci sono tornati.

Comunque, a parte un po’ di confusione, l’Abbazia è veramente splendida. L’interno, spartito in tre navate, con archi a tutto sesto sorretti da capitelli scolpiti dagli stessi monaci su materiale tratto dalle rovine dell’antica Urbs Salvia, è vastissimo Della decorazione ad affreschi,  che un tempo doveva occupare gran parte delle pareti, residuano diversi dipinti, databili tra il sec. XIV e il XVI.

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L’altare è costituito da un’antica ara pagana, “risacralizzata” scolpendovi una croce. Accanto alla chiesa, diversamente dagli altri edifici da noi presi in esame, esistono ancora le strutture del monastero. Particolarmente notevole è il chiostro del Quattrocento, tutto in laterizio. Interessante la Sala delle oliere, dove  si conservava l’olio e dove ora è situato un piccolo antiquarium, che presenta reperti archeologici provenienti dalla romana Urbs Salvia, già citata. Vi è anche, presso l’antica foresteria, un Museo della civiltà contadina. Intorno all’abbazia, è stata istituita una Riserva naturale, circa cento ettari coperti da un bosco planiziale, relitto di quella che doveva essere la vegetazione arborea in un tempo lontano. Se non fosse per la pioggia battente, faremmo volentieri un giro per i suoi sentieri. Sarà per un’altra volta.

Articolo e fotografie © Copyright Gianni Marucelli 2014

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Un paese abbandonato ma non troppo…

Lollove

di Alberto Pestelli

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Se volete veramente capire come poteva essere nel passato un borgo rurale sardo dovete recarvi a Lollove, un minuscolo centro a pochi chilometri da Nuoro. Non è esattamente quello che si può definire un borgo fantasma perché la sua ventina di abitanti lo rendono più vitale che mai… un po’ come Civita di Bagnoregio nella Tuscia viterbese. Quando passeggiamo tra le viuzze pavimentate a pietre, non si può fare a meno di dire “…caspita, qui siamo davvero fuori dal tempo”. A parte qualche casa abitata tra quelle abbandonate o in rovina e una trattoria, a Lollove non c’è niente. Il paese è stato come riparato da un velo protettivo che l’ha tenuto lontano dalla modernità, ristrutturazioni senza ritegno e la commercializzazione dell’ambiente. Questo antico borgo è all’interno del classico forziere del tesoro al riparo dei pirati della speculazione. Tutto è rimasto com’era conservando la memoria di una Sardegna del passato per i vari turisti rispettosi di ogni suo singolo aspetto e della grande tranquillità. Girando in rete alla ricerca di fotografie e di notizie, mi sono imbattuto in una leggenda. Meglio sarebbe stato sentirla dalla bocca degli anziani del paese, ma non si può avere sempre la fortuna di parlare con chi vive in questi luoghi incantati. La leggenda narra di una maledizione lanciata da una suora che fu cacciata da Lollove dopo essere stata accusata di aver sedotto un pastore. La religiosa disse: “ Lollove as a esser chei s’abba ‘e su mare: non as a crescher nen parescher mai! Ovvero… Lollove, sarai come acqua del mare; non crescerai e non morirai mai!

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© Copyright 2014 Alberto Pestelli

Fonte delle foto: http://frompariswithlovebyparis.blogspot.it/2012/11/cortes-apertas-lollove.html – Unione Sarda.

 

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Eran cento torri…

Le Torri di San Gimignano

Una poesia di Alberto Pestelli tratta dalla silloge “Dei Borghi Antichi” pubblicata (seconda edizione) da Ilmiolibro.it nel 2013 – © Copyright Alberto Pestelli 2013Immagine 126

 

Come dita d’una mano

A solleticare del cielo il mento,

indicano al tempo ricordi d’altre cento.

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Il giardino dei Tarocchi

Un racconto di Iole Troccoli

 

La strada è lunga, polverosa e sotto il sole. Mi rendo conto che l’idea di questa gita, con il caldo che fa, forse non è delle migliori. Ginevra tiene Elvira per mano, ma quanto durerà? Massimo ha la macchina fotografica ben stretta tra le dita, già si prepara alle foto che farà. Io trascino i piedi, sudo e penso al richiamo dell’acqua con le sue onde che accarezzano, leggere. Che stupida che sono stata.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIntanto siamo arrivati. Elvira mi corre incontro sorridendo. – Mamma, che bello. La fontana!

Ginevra la guarda come se avesse la varicella: – Mamma, Elvira è stupida, ha detto che vuole fare il bagno lì… – e indica con l’indice puntato la fontana che si trova all’ingresso del Giardino.

-No, Elvira, niente bagno, – rispondo con tono il più possibile pacato – solo guardare, guardare dappertutto. –

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Effettivamente, questo Giardino dei Tarocchi è bello, strano, bello e molto colorato, direi. Sarà difficile tenere le bambine vicine. Elvira è già salita per le scale che circondano le statue da sola, senza aspettare nessuno. Ginevra è ancora lì che guarda l’acqua, incantata. Come farei io, d’altra parte. Queste statue rappresentano gli Arcani Maggiori dei Tarocchi e sono disseminate in uno spazio grande, un vero e proprio parco… ma devo smettere di raccontare a Ginevra quel che so del Giardino perché ho completamente perso di vista Elvira e di mio marito non c’è più traccia. – Mamma, quella è la Ruota della Fortuna? – mi grida dietro Ginevra mentre corro a cercare la piccola. Scelgo la scala a destra, cammino guardando il cemento inciso di parole, segni, forse messaggi che non ho il tempo né la pazienza di leggere. C’è una gran folla che sale e scende i gradini e si raduna vicino alle statue. Non riesco a vedere Elvira, socchiudo gli occhi, cerco un abitino rosso, mi faccio largo tra la gente. C’è odore di gelato che si scioglie e crema solare, qualche zaffata di tabacco. Ma, eccola, proprio sotto il Sole, rappresentato da un grosso uccello giallo, rosso e bianco. Sorride, la monella, senza accorgersi della mia presenza. – Elvira, ma cosa fai qui? Ti avevo detto o no di aspettarci?

– Mammina, ho visto un signore che mi ha detto di stare qui ferma. Così tu mi trovavi.

– Un signore? – diomio, ho i brividi – quale signore, dov’è?

– E’ laggiù, lo vedi? Mi saluta con la mano. Mi ha detto che devo vedere la pancia dell’Imperatrice. Andiamo, mi ci porti? –

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Mi volto, fulminea, ma non vedo nessun uomo, soltanto famiglie con ragazzini che piagnucolano o adolescenti annoiati. Qualcuno sorride, a dire la verità, ma sono ragazze davanti ai cellulari che si fanno le foto.

Mi inginocchio di fronte a Elvira, la guardo negli occhi allegri, le domando con dolcezza se può mostrarmi il signore di cui sta parlando.

– Ma è lì, mamma, sei cieca? – e continua a indicarmi lo steso punto, adesso, casualmente, del tutto vuoto. Non riesco a capire ma non ne ho il tempo, perché Elvira continua a tirarmi la maglietta chiedendo con insistenza che l’accompagni. Intanto Ginevra ci ha raggiunte e ha il muso lungo. – Mi avete fatto restare impalata laggiù senza tornare a prendermi. E’ colpa tua, Elvira! – ringhia inviperita. Cerco di mettere pace come posso e annuncio a voce alta che ci stiamo incamminando verso la pancia dell’Imperatrice. Elvira saltella contenta, Ginevra segue a ruota ancora offesa.

La pancia si rivela un ambiente meraviglioso, interamente ricoperto di specchi, magico. Le bambine, riappacificate, camminano silenziose, in estasi. Io chiamo Massimo, che si è volatilizzato altrove, tra le statue. – Dove siete? Siamo qui, tra gli specchi, rispondo, abbassando il tono della voce. – Papà ci raggiunge subito – dico alle bimbe. Elvira mi guarda e mi strizza un occhio: – Antonio mi ha detto che dobbiamo andare avanti, sul ponte sopra la piazzetta!

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Antonio? Ma chi è questo Antonio? Il signore di prima, dice lei, con sussiego. Usciamo e incrociamo finalmente Massimo. Cerco di spiegargli la storia del signore ma lui non dà importanza all’accaduto. Fantasie infantili, sentenzia. Io mi avvicino a Elvira, che mi cammina davanti e parla animatamente con la sorella: – … e ha una barba lunga e brutta e la camicia abbottonata fino al collo, con questo caldo! Come lo zio Giovanni al matrimonio di Barbara, ahahah!

Ginevra la guarda e sogghigna. Lo zio Giovanni era ridicolo, davvero ridicolo anche per lei.

Io continuo a guardarmi in giro ma non vedo nessuno che ci stia seguendo o che stia appostato vicino a qualche statua in attesa del nostro arrivo. Eccoci quindi sul ponte e poi a guardare la Temperanza, Gli Innamorati. I colori brillano, le statue enormi ci osservano dall’alto, con distratta benevolenza. Le bambine bevono un succo di frutta, ridono insieme, insieme alzano la testa per guardare dove finisce la Torre. Poi, Elvira mi corre incontro e mi abbraccia: – Antonio ti ringrazia, voleva vederlo questo posto da tanto tempo ma non aveva mai trovato nessuno con cui scendere. Ora è sceso con me! Ti saluta, torna al parco guello. Lui sta lì. E’ in Spagna, ha detto. Ciao Mamma, vado a prendere il gelato con papino!

D’improvviso mi torna in mente quello che ho letto all’entrata del parco… Il Giardino dei Tarocchi è opera dell’eclettica artista Niki De Saint Phalle, che trasse ispirazione dal Parque Guell di Antoni Gaudì, a Barcellona. Gaudì, geniale e famosissimo architetto spagnolo, visse tra il 1852 e il 1926.

©Copyright Iole Troccoli, 15 aprile 2014

 

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