Eran cento torri…

Le Torri di San Gimignano

Una poesia di Alberto Pestelli tratta dalla silloge “Dei Borghi Antichi” pubblicata (seconda edizione) da Ilmiolibro.it nel 2013 – © Copyright Alberto Pestelli 2013Immagine 126

 

Come dita d’una mano

A solleticare del cielo il mento,

indicano al tempo ricordi d’altre cento.

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Il giardino dei Tarocchi

Un racconto di Iole Troccoli

 

La strada è lunga, polverosa e sotto il sole. Mi rendo conto che l’idea di questa gita, con il caldo che fa, forse non è delle migliori. Ginevra tiene Elvira per mano, ma quanto durerà? Massimo ha la macchina fotografica ben stretta tra le dita, già si prepara alle foto che farà. Io trascino i piedi, sudo e penso al richiamo dell’acqua con le sue onde che accarezzano, leggere. Che stupida che sono stata.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIntanto siamo arrivati. Elvira mi corre incontro sorridendo. – Mamma, che bello. La fontana!

Ginevra la guarda come se avesse la varicella: – Mamma, Elvira è stupida, ha detto che vuole fare il bagno lì… – e indica con l’indice puntato la fontana che si trova all’ingresso del Giardino.

-No, Elvira, niente bagno, – rispondo con tono il più possibile pacato – solo guardare, guardare dappertutto. –

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Effettivamente, questo Giardino dei Tarocchi è bello, strano, bello e molto colorato, direi. Sarà difficile tenere le bambine vicine. Elvira è già salita per le scale che circondano le statue da sola, senza aspettare nessuno. Ginevra è ancora lì che guarda l’acqua, incantata. Come farei io, d’altra parte. Queste statue rappresentano gli Arcani Maggiori dei Tarocchi e sono disseminate in uno spazio grande, un vero e proprio parco… ma devo smettere di raccontare a Ginevra quel che so del Giardino perché ho completamente perso di vista Elvira e di mio marito non c’è più traccia. – Mamma, quella è la Ruota della Fortuna? – mi grida dietro Ginevra mentre corro a cercare la piccola. Scelgo la scala a destra, cammino guardando il cemento inciso di parole, segni, forse messaggi che non ho il tempo né la pazienza di leggere. C’è una gran folla che sale e scende i gradini e si raduna vicino alle statue. Non riesco a vedere Elvira, socchiudo gli occhi, cerco un abitino rosso, mi faccio largo tra la gente. C’è odore di gelato che si scioglie e crema solare, qualche zaffata di tabacco. Ma, eccola, proprio sotto il Sole, rappresentato da un grosso uccello giallo, rosso e bianco. Sorride, la monella, senza accorgersi della mia presenza. – Elvira, ma cosa fai qui? Ti avevo detto o no di aspettarci?

– Mammina, ho visto un signore che mi ha detto di stare qui ferma. Così tu mi trovavi.

– Un signore? – diomio, ho i brividi – quale signore, dov’è?

– E’ laggiù, lo vedi? Mi saluta con la mano. Mi ha detto che devo vedere la pancia dell’Imperatrice. Andiamo, mi ci porti? –

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Mi volto, fulminea, ma non vedo nessun uomo, soltanto famiglie con ragazzini che piagnucolano o adolescenti annoiati. Qualcuno sorride, a dire la verità, ma sono ragazze davanti ai cellulari che si fanno le foto.

Mi inginocchio di fronte a Elvira, la guardo negli occhi allegri, le domando con dolcezza se può mostrarmi il signore di cui sta parlando.

– Ma è lì, mamma, sei cieca? – e continua a indicarmi lo steso punto, adesso, casualmente, del tutto vuoto. Non riesco a capire ma non ne ho il tempo, perché Elvira continua a tirarmi la maglietta chiedendo con insistenza che l’accompagni. Intanto Ginevra ci ha raggiunte e ha il muso lungo. – Mi avete fatto restare impalata laggiù senza tornare a prendermi. E’ colpa tua, Elvira! – ringhia inviperita. Cerco di mettere pace come posso e annuncio a voce alta che ci stiamo incamminando verso la pancia dell’Imperatrice. Elvira saltella contenta, Ginevra segue a ruota ancora offesa.

La pancia si rivela un ambiente meraviglioso, interamente ricoperto di specchi, magico. Le bambine, riappacificate, camminano silenziose, in estasi. Io chiamo Massimo, che si è volatilizzato altrove, tra le statue. – Dove siete? Siamo qui, tra gli specchi, rispondo, abbassando il tono della voce. – Papà ci raggiunge subito – dico alle bimbe. Elvira mi guarda e mi strizza un occhio: – Antonio mi ha detto che dobbiamo andare avanti, sul ponte sopra la piazzetta!

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Antonio? Ma chi è questo Antonio? Il signore di prima, dice lei, con sussiego. Usciamo e incrociamo finalmente Massimo. Cerco di spiegargli la storia del signore ma lui non dà importanza all’accaduto. Fantasie infantili, sentenzia. Io mi avvicino a Elvira, che mi cammina davanti e parla animatamente con la sorella: – … e ha una barba lunga e brutta e la camicia abbottonata fino al collo, con questo caldo! Come lo zio Giovanni al matrimonio di Barbara, ahahah!

Ginevra la guarda e sogghigna. Lo zio Giovanni era ridicolo, davvero ridicolo anche per lei.

Io continuo a guardarmi in giro ma non vedo nessuno che ci stia seguendo o che stia appostato vicino a qualche statua in attesa del nostro arrivo. Eccoci quindi sul ponte e poi a guardare la Temperanza, Gli Innamorati. I colori brillano, le statue enormi ci osservano dall’alto, con distratta benevolenza. Le bambine bevono un succo di frutta, ridono insieme, insieme alzano la testa per guardare dove finisce la Torre. Poi, Elvira mi corre incontro e mi abbraccia: – Antonio ti ringrazia, voleva vederlo questo posto da tanto tempo ma non aveva mai trovato nessuno con cui scendere. Ora è sceso con me! Ti saluta, torna al parco guello. Lui sta lì. E’ in Spagna, ha detto. Ciao Mamma, vado a prendere il gelato con papino!

D’improvviso mi torna in mente quello che ho letto all’entrata del parco… Il Giardino dei Tarocchi è opera dell’eclettica artista Niki De Saint Phalle, che trasse ispirazione dal Parque Guell di Antoni Gaudì, a Barcellona. Gaudì, geniale e famosissimo architetto spagnolo, visse tra il 1852 e il 1926.

©Copyright Iole Troccoli, 15 aprile 2014

 

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Uno sguardo nella Firenze che fu…

di Alberto Pestelli

 

Se a sapere che sotto le case di via Torta, nel quartiere di Santa Croce a Firenze, si nasconde l’antico antiteatro romano non sono in tanti, credo che ancor di meno siano coloro che sono a conoscenza che al di sotto Palazzo Vecchio si nasconde un altro edificio dell’epoca imperiale. Infatti, il municipio gigliato è stato costruito propria sopra l’antico teatro romano riscoperto recentemente dopo i lavori per la nuova biglietteria del museo.

Il teatro fu edificato nel I° secolo d.C. nel punto dove attualmente si trovano Palazzo Gondi e, appunto, Palazzo Vecchio. La cavea era rivolta verso piazza della Signoria, mentre la scienza era rivolta verso via dei Leoni. Alla sua inaugurazione dovevano prendere posto poco più di 6000 spettatori, che aumentarono nel II° secolo a circa 15000 persone. Nel V secolo perse il suo prestigio e, con la caduta dell’impero romano, abbandonato. Secondo quanto scritto su La Nazione, si potranno visitare i resti di questo antico monumento della Firenze che fu.

© Copyright 2014 Alberto Pestelli

 

Fonte della fotografia: museicivicifiorentini.comune.fi.it

 

 

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Anfore massaliote presso il Castellaretto o Castellarodi

di Luigi Diego Eléna

(dal libro Freguje du Servu – Briciole di Cervo)

 

Che Cervo abbia anche radici greche non è solo una leggenda legata ad Atteone di cui abbiamo già scritto, ma anche un fatto reale.

Sul Castellaretto, ampia collina oltre il Ciapà, da cui si può osservare sia Capo Berta, sia Capo Mele, sono stati rilevati frammenti di colli e labbri di anfore greco massaliote (marsigliesi).

Non a caso Marsiglia è soprannominata in francese la cité phocéenne (la città focese), perché fu fondata nel 600 a.C. da marinai greci originari di Focea, e “focesi” vengono ancora detti i suoi abitanti. Citata da Strabone come “Massalìa”, da Tolomeo come “Masalìa”, Mas – Alys, potrebbe semplicemente significare “città sul mare”, “porto”.

Numerose sono altre proposte etimologiche, tra le quali la più conosciuta è quella che deriva da “Massalìa” (con due s) da mas “casa” e salya “salii”, patria dei Salii, popolazione ligure abitante nei paraggi, ma non vi è motivo che i Greci chiamassero con un nome straniero una propria colonia.

Per curiosità, anche l’arabo Marsīliyā (مرسيليا) deriva da marsa, “porto”.

Detto ciò chissà se sotto il Castellaro si celano altre testimonianze storico-culturali.

Cerchiamo di conoscere e di apprezzare questo antico e storico Castellaro con i suoi misteri.

Esso, come altri luoghi cervesi, rispecchia la tradizione, l’ingegno dei vari popoli che si affacciavano sul Mediterraneo, il senso della razionalità, l’evolversi nei secoli delle culture secondo i mutamenti politici ed economici.

Di tutto ciò Cervo ne è parte e testimone.

Facciamolo salire in cattedra per ascoltarlo ed imparare, perché la storia è un grande presente, e mai solamente un passato.

© Copyright 2014 Luigi Diego Eléna

 

fotografia: www.regione.sicilia.it

 

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Fotografando a zonzo…

Un angolo di Fiesole sul colle di San Francesco dove un tempo si trovava l’acropoli etrusca

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Immagine 103Le fotografie sono di Alberto Pestelli © Copyright Alberto Pestelli 2006

 

 

 

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Un paese dove il ricordo è impresso nel cuore dell’isola

Gairo vecchio

 di Alberto Pestelli

OLYMPUS DIGITAL CAMERANe avevo sempre sentito parlare dai miei parenti quando andavo in Sardegna per trascorrere le mie vacanze estive e, quel nome strano dal sentore “nilota”, mi era entrato insistentemente nella mente tanto da chiedere, ogni anno a zio, di accompagnarmi sul posto. Ho dovuto aspettare diversi anni prima di riuscire a ottenere un “sì, ti accompagno”.

gairo (6)Così nel 1999, per la prima volta in vita mia, visitai Gairo vecchio, nell’Ogliastra. Avevamo fatto quello che a Firenze viene definito un “giro pesca” ma utile. Partiti da Dolianova (CA) vi eravamo tornati nel tardo pomeriggio dopo aver toccato Laconi, Aritzo, Tonara (tappa obbligatoria per l’acquisto del famoso torrone) e poi Desulo, Fonni, Arzana. Da quest’ultimo paese siamo arrivati finalmente a Gairo vecchio.

gairo (7)Il paese è tristemente famoso per la disastrosa e terribile alluvione del 1951 che causò frane e smottamenti che distrussero case e vite innocenti. Successivamente fu ricostruita più a monte prendendo il nome di Gairo Sant’Elena. Ma esistono altri due paeselli con il nome di Gairo, anche questi costruiti dalla popolazione del vecchio borgo distrutto: Gairo Taquisara, dove c’è la stazione del trenino verde e Gairo Cardedu che si trova sul mare.

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Sul versante opposto della valle, di fronte al paese fantasma, c’è Ulassai e Osini vecchio dove, nel medesimo periodo avvenne una frana che la distrusse. Tornando a Gairo, una volta parcheggiata l’automobile, ci siamo addentrati tra i suoi vicoli tra scalinate e edifici mezzi distrutti che hanno mantenuto ancora i colori caratteristici blu e rosa delle pareti. Ci sono diversi segnali di pericolo che avvertono i visitatori di probabili crolli. Ci siamo mantenuti a debita distanza dalle case dove ci sono ancora finestre, scale, caminetti.

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Sembra di aggirarsi in un luogo fuori dal tempo, in una atmosfera incantata. Mio zio mi disse: “dovresti venire in inverno quando il paese è avvolto da una inquietante nebbiolina spettrale…” Beh, non nego di aver avuto un brivido. Non di paura, ovvio! Ma per essere giunto su questa montagna a respirare, anche se terribile, il profumo di un passato della terra, dell’isola di mia madre.

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© Copyright 2014 Alberto Pestelli

Fotografie di Alessandro Murru – © Copyright 2009 Alberto Pestelli
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Gli aforismi di Don Juan, Hidalgo fiorentino

220px-HidalgoHo sempre considerato l’Autunno come metafora del preludio alla fine della vita: forse per questo mi ci trovo così a mio agio.

© copyright Gianni Marucelli 2014

 

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Tra le rocche dei Signori di Camerino

di Gianni Marucelli

 rocca di caldarola 3Rocca di Caldarola

Per quasi tre secoli un vasto territorio delle Marche, in gran parte oggi compreso nella provincia di Macerata, fu dominato dalla potente famiglia dei Da Varano, il cui omonimo, imponente castello vigila ancor oggi da un’alta rupe la valle del fiume Chienti, e quindi l’importante arteria commerciale che dall’Umbria conduce ai porti dell’Adriatico. Dall’Alto medio evo fino al periodo rinascimentale la regione fu effettivamente “marca di confine”  tra lo Stato Pontificio e i territori che, almeno nominalmente, erano sottoposti all’autorità del Sacro Romano Impero, quindi in una posizione che ne determinava un’alta instabilità politica e produceva conflitti senza fine. Niente di meglio per una famiglia di milites (guerrieri) il cui capostipite (sec.XII) recava un nome che era tutto un programma: Prontaguerra da Varano.  Appoggiandosi al Papa, e quindi alla parte Guelfa, i Da Varano ottennero quei riconoscimenti formali che certamente non sarebbero venuti loro dall’Imperatore, e costituirono una dinastia che si concluse solo nel 1527, quando l’ultimo discendente morì senza lasciare eredi. Segni tangibili della loro Signoria su Camerino, una serie di possenti fortezze presidiava il territorio: parte di esse ci sono giunte in eccellenti condizioni.

rocca di caldarola 2Rocca di Caldarola

La più antica è certamente il castello di cui parlavamo in apertura: la Rocca di Varano, ardita su uno sperone roccioso, fu eretta probabilmente nel sec. XII, e su di essa, quasi certamente, la famiglia costruì le sue fortune, taglieggiando i mercanti che si portavano, costeggiando le rive del Chienti, verso l’Adriatico o, viceversa, verso i valichi appenninici.

rocca caldarola 1Rocca di Caldarola

Verso il 1380 essa fu organizzata in inespugnabile fortezza, mentre i Signori presero a risiedere stabilmente a Camerino. Per una serie di fortunate circostanze, sia che fosse stata tramutata nei secoli in casa colonica o che fosse utilizzata come punto d’osservazione e comunicazione, parte del fortilizio si è salvato, e il rimanente è stato restaurato, così che oggi può accogliere i visitatori, che, a piedi o in auto, ascendono dal fondovalle tramite una stretta stradina.

rocca d'Ajello 1Rocca d’Ajello

Sicuramente meno grifagna è, a pochi chilometri di distanza, la duecentesca Rocca d’Ajello, il cui nome sembra derivare dal latino ager (campo) tramite il diminutivo agellum (campicello). Le due torri furono erette, con scopi difensivi, da Gentile I da Varano attorno al 1260; due secoli dopo, il suo discendente Giulio Cesare Varano (massimo esponente storico della dinastia) la trasformò in villa fortificata aggiungendovi un corpo centrale. Situato su una collina boscosa, in bella posizione, il complesso appartiene attualmente ai Conti Vitalini Sacconi, che ne hanno esaltato la suggestione prendendosi cura del vasto giardino all’italiana, e aggiungendovi un magnifico “parco delle rose”, nel quale vengono coltivate anche specie antiche di questo classico arbusto.

rocca d'Ajello 2Rocca d’Ajello

Oggi il castello viene “noleggiato” per ospitare fastosi matrimoni e altre cerimonie, con centinaia di invitati. In fondo, è un lieve prezzo da pagare per mantenere intatta questa stupenda dimora. Ci corre qui il dovere di parlare un po’ di Giulio Cesare da Varano, la cui vita può essere presa ad esempio per illustrare come, per un Signore, per quanto potente, del ‘400, l’esistenza non fosse davvero…tutta rose e fiori! Appena nato (1434) si trovò coinvolto in lotte dinastiche e civili e ne scampò, ancora infante, grazie a una zia. Sempre appoggiandosi alle armi di parenti vari, a poco più di dieci anni si trovò a condividere il potere su Camerino con il fratello. Con questi presupposti, era facilmente prevedibile che il suo ruolo prevedesse più l’uso della spada e della balestra che quello di penna e pergamena. E così fu. Giulio Cesare divenne uno dei più stimati condottieri (nel senso proprio del termine) del suo secolo, un “capitano di ventura” i cui servigi venivano profumatamente pagati così dal Papa come da Mattia Corvino, re d’Ungheria, passando per la Repubblica di Venezia e per i “colleghi” Medici, signori di Firenze. Conflitti, guerricciole e baruffe varie ce n’erano sempre; quindi il lavoro non mancava certo per uno che avesse esperienza di comando e fegato in abbondanza.

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Certo, a Camerino e dintorni non dovevano vedere molto spesso il loro Signore, sempre impegnato qua e là per l’Italia, quando a dirigere imprese militari quando, invece, nelle funzioni di ambasciatore per conto, più che altro, del Pontefice. Se c’era una regola che era meglio osservare, infatti, era quella di tradire chiunque, ma non il Papa, cui i Da Varano dovevano il loro posto nel mondo.  Però, che fare quando il discendente di Pietro veste i panni del guerriero e ha un figlio che ha il tuo stesso nome e ambisce a un potere smisurato? Fu così che il nostro Giulio Cesare si trovò, in età, per l’epoca , ormai avanzata, a fare i conti con Cesare Borgia, il Valentino, che intendeva spazzar via signori e signorotti dell’Italia centrale per costituire un suo proprio regno. Detto fatto, Giulio Cesare si trovò accusato d’aver ammazzato il proprio fratello e, conseguentemente, scomunicato: una scusa come un’altra per permettere al Valentino di occupare Camerino, di attirarlo, insieme a figli e parenti, con un inganno (che era il sistema normalmente usato dal figlio del Papa per eliminare i nemici) e di farlo strangolare in una segreta. Misera fine davvero, per uno che aveva sostenuto, spada alla mano, centinaia di assalti e ne era sempre uscito con poche ammaccature! I da Varano si ripresero poi la Signoria, ma per poco, perchè, come detto, l’ultimo di loro non ebbe eredi, e Camerino passò ai vicini-concorrenti, i Montefeltro di Urbino, con i quali si erano imparentati.

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Giulio Cesare da Varano

Poco più a sud di Camerino, sulla strada che conduce a san Ginesio e ai Monti Sibillini, troviamo un altro imponente castello, quello di Caldarola, costruito nel XI-XII secolo e occupato, per un certo periodo, anch’esso dai Da Varano. La sua forma attuale risale però al XVI sec., quando, essendo venuta meno la sua funzione militare, fu trasformato in dimora estiva. E’ uno dei pochi esempi di maniero che, ancora oggi, appartiene alla stessa famiglia, i Conti Pallotta, che lo possedevano mezzo millennio or sono. L’interno è ora visitabile, e presenta una bella collezione d’armi antiche, di finimenti d’epoca per cavalli e di carrozze. In direzione opposta, cioè a nord di Camerino, nella valle del Fiume Potenza i Da Varano eressero una serie di fortificazioni, la più importante delle quali è il Castello di Lanciano, fatto costruire da  Giovanni da Varano, che aveva un soprannome non da poco, “lo Spaccaferro”, verso il 1380.  La linea difensiva è ancor oggi conosciuta come “l’intagliata”, e doveva essere davvero formidabile, in quanto composta da un fossato profondo, difeso da una palizzata lunga diverse miglia.

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Il Maniero di Lanciano fu donato da Giulio Cesare da Varano alla propria consorte Giovanna Malatesta, che lo trasformò in una dimora rinascimentale per trascorrervi il periodo estivo. Passato. poi di mano in mano, subì altre modifiche, ma è giunto fino a noi in ottime condizioni. Appartiene oggi alla Diocesi che, dal 2005, lo ha riaperto alle visite.

La nostra visita si ferma qui, anche se l’elenco delle fortificazioni, più o meno dirute, del territorio di Camerino non è certo esaurita. Vi abbiamo fornito un itinerario di massima che potrete arricchire a vostro piacimento. Ma una “dritta” ve la possiamo dare: se visiterete a sera la splendida Rocca d’Ajello, troverete lì presso “La locanda dell’Istrice”, un bed&breakfast davvero speciale che è stato concepito per accogliere anche i disabili motori e che accetta molto volentieri anche gli amici “a quattro zampe”. Se questo non suscita il vostro interesse, dovremo stuzzicare il vostro appetito confidandovi che vi si mangia splendidamente a costi ragionevoli. Inoltre, i gestori, appassionati di arte, di natura e di storia locale, possono soddisfare le vostre curiosità e le vostre domande…

© Copyright 2014 Gianni Marucelli

 

 

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Gli aforismi di Don Juan, Hidalgo fiorentino

220px-HidalgoLa fatica del poeta non è quella di stender versi su un foglio immacolato, ma quella di sopportare che qualcuno (in genere un critico) voglia dar loro un significato preciso e definitivo.

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Alla scoperta di un… Sasso.

di Maria Iorillo

Negli ultimi anni sono sempre alla ricerca di borghi, piccoli e grandi, noti ma anche sconosciuti, dove lasciare i miei sensi liberi di interagire con l’ambiente.  Esigenza che forse nasce dal desiderio di csasso1onoscere le radici dell’uomo. O, forse, perché avverto sempre più il bisogno di una vita semplice immersa nella natura e di fuggire da queste grandi città che inghiottiscono il singolo e la sua solitudine. E’, comunque, una ricerca di pace interiore e di una sorta di comunione con la natura e la storia tanto mortificate dall’uomo moderno.

E girovagando nella zona di Cerveteri, ho scoperto un borghetto medievale piccolissimo ma davvero grazioso: Castel del Sasso o, semplicemente, Sasso. Sicuramente il borgo più piccolo che abbia mai visitato.

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sasso4Al suggestivo borgo di Sasso si accede attraverso una porta merlata. Dopo un piccolo corridoio tra due case si entra nella piazza che prende il nome dalla chiesetta di Santa Croce con, all’interno, affreschi del XVI sec.. Una modesta chiesa con la facciata a capanna e il piccolo campanile a vela. Essa, essendo in origine concepita come cappella di famiglia, appartiene al complesso del palazzo Patrizi. Interessante è il Palazzo Baronale, dal quale si gode un’ampia vista sul mare. Intorno la piazza, pavimentata con tasselli di porfido disposti a spiga di grano, sono raccolte poche case dalle quali arriva sempre un profumo delizioso di tagliatelle fatte in casa e di ragù.

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sasso6Il paesino, contornato da una natura splendida, è a 300 metri sopra il livello del mare, per cui anche in piena estate si può godere di un’ arietta frizzante. Nella campagna circostante si trovano i cosiddetti Sassoni di Furbara, grandi picchi rocciosi che, per la loro conformazione e il colore, sembrano le vette dolomitiche in miniatura. Sui picchi si trovano i ruderi del Castello del XII secolo e i resti dell’eremo dei frati seguaci di S. Antonio.

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E il nome Sasso  sembra sia stato dato proprio da una rupe che affianca il borgo e chiamato anche  lo scoglio di S. Antonio.  Secondo un’altra ipotesi, invece, il nome deriverebbe dalla famiglia dei Sassoni scesi nel Lazio intorno all’anno mille a seguito dell’imperatore tedesco Ottone.

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Sasso affonda le sue radici nella preistoria come testimoniano i ritrovamenti effettuati. Infatti, nelle grotte, poco distanti dal borgo, sono state scoperte tombe risalenti all’età del bronzo. Nella località Pian della Carlotta, presso il Sasso, erano conosciute, per le loro proprietà terapeutiche, le acque termali sulfuree, denominate dai Romani “aquae ceretanae”. Con gli ultimi scavi, a opera della sovrintendenza archeologica dell’Etruria meridionale, sono ritornate alla luce magnifiche vasche con rivestimento marmoreo, strutture adornate da mosaici e monete con l’effigie di Adriano.

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Se vi trovate sulla via Aurelia, all’altezza di Furbara, fate una piccola deviazione e fermatevi in questo luogo dai suoni, dai colori e dai profumi del lontano Medioevo. Nelle vicinanze ci sono anche ottime trattorie dall’atmosfera cordiale e dai piatti tradizionali e meno tradizionali ma che sono, sicuramente, un trionfo di sapori da non perdere.

© Copyright 2014 Maria Iorillo

 
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