Dove la Sardegna accarezza il Tramonto

di Alberto Pestelli

Qualche tempo fa postai un articolo tratto dalla nuova edizione di una mia silloge (la prima edizione è stata pubblicata anni fa) dal titolo “L’Isola di mia madre”. Parlai della Roccia dell’Elefante nel territorio di Castelsardo, un bellissimo paese sul mare dell’Anglona (sub-regione a nord dell’isola).

Già al momento della pubblicazione on line del brano avevo già deciso di postarne un altro entro breve, ma tra una storia e l’altra, ho sempre rimandato la faccenda perché non sapevo quale capitolo scegliere. Avevo intenzione di parlare di un luogo della parte occidentale della Sardegna… ma quale? Dovevo scegliere se parlare della grotta di Su Mannau, delle vecchie Miniere abbandonate a nord di Iglesias e di Masua e Porto Flavia… Tre luoghi magici. Quale dei tre?

Mi sono detto alla fine: o tutti o niente. Ho quindi assemblato i tre piccoli capitoli cercando di fare un lavoro godibile e simpatico. Andiamo a cominciare…

Laveria_Brassey,_Naracauli,_Ingurtosu. Wikipedia by Ezioman CC BY 2.0

Facciamo finta di aver appena visitato l’est dell’Isola e con un balzo, dopo aver sorvolato l’Ogliastra con i suoi spettacolari “Tacchi” di roccia, la Barbagia di Seulo e il Medio Campidano, di arrivare dalle parti dell’Arcuentu verso le località minerarie di Ingortosu, Montevecchio e Naracauli…

Naracauli… già! Mi torna in mente una canzone dei Nomadi. Non una delle più famose ma quella, a parer mio, più vera, toccante…

Il testo racconta grosso modo che nelle poche case ci sono, quando cala il sole, poche luci in una terra dove la miniera non vive più ed a smesso di produrre. Il minatore vorrebbe urlare ma ha stanca la voce. La gola è infiammata e il petto è continuamente messo a dura prova dai colpi di tosse a causa della silicosi. Il male di chi vive e ha vissuto per tutta la vita in una galleria buia, umida dove il pericolo si cela dietro ogni pietra estratta.

Ma non è solo all’interno della terra che si soffre. C’è rabbia nei boschi, sulla sabbia che brucia il mare.

Nelle osterie si cerca far fronte all’improvvisa povertà e si beve e si cantano inni antichi gettando acqua su quel fuoco che incendia ogni buon proposito, ogni speranza… anche il pastore non dorme afflitto dal pensiero del lavoro perduto e dal fantasma della fame che lo terrorizzava da piccolo.

Naracauli è una piccola e grande storia questa raccontata dalla poesia dei Nomadi. Versi che tutti dovreste leggerli e ascoltarli. Non posso inserire il suo testo in queste pagine per ovvi motivi di copyright. Cercatela e vivetela fino allo sfumare dell’ultima nota. Sono sicuro che comprenderete che cosa poteva significare vivere nella zona mineraria più famosa di tutta Italia: L’Iglesiente e il Sulcis.

1280px-Piscinas,_mine_trolleys_on_the_beach. Wikipedia by ezioman CC BY 2.0

In questo angolo di Sardegna, un tempo considerato il più povero, si sono consumate vite, generazioni intere di uomini all’interno di uno stretto budello scavato nella roccia dell’Isola estraendo carbone, rame, piombo e tanti altri minerali. Tutte miniere che hanno chiuso i battenti anche se c’è ancora qualcosa da estrarre. Purtroppo pare che non sia conveniente per le imprese riaprire i cancelli e scavare sotto terra. Potrebbe essere, invece, un’occasione per dare lavoro a tanta gente… ma vorranno i disoccupati seppellirsi nel cuore della madre terra? Una domanda oserei dire scontata a cui molti potrebbero rispondere con parole altrettanto scontate…

Resteranno, quindi, chiuse le vecchie miniere non solo del Sulcis-Iglesiente, ma anche tutte le altre sparse per tutta la Sardegna.

Rimangono in piedi le vecchi strutture. Alcune cadono letteralmente a pezzi. Altre sono state recuperate per farci musei dove come guide ci sono anche i vecchi minatori che non sono mai andati via dalla zona.

Allora seguitemi e andiamo a percorrere le… Strade rosse

Tortuose strade rosse

fiumi di rame

dalle miniere al mare

Il cervo dell’Arcuentu

le attraversava per ascoltare

dei minatori il canto

Dell’uomo ricordano

le facce stanche

all’uscita del pozzo

Dei suoni son rimaste tracce

arrugginite, abbandonate

tra gli schiaffi del vento

Scendono le strade sulle dune

per godersi la malinconia

del tramonto del tempo.

Grotta di Su Mannau – © Alberto Pestelli

Il tempo… il tempo! Pare che sia… no, è proprio l’argomento portante di questo viaggio per i sentieri più intimi dell’isola. Forse perché è terra geologicamente più antica del continente stesso ed ha da raccontare tanta più storia di qualunque altro luogo.

Per questo motivo ho deciso di portarvi qui, in questa valle vicino a Fluminimaggiore dove c’è una spettacolare grotta che io considero una delle grotte più belle della Sardegna meridionale.

L’antro si trova in una zona molto particolare. In parole povere fa parte di un grande teatro carsico che si è formato nel Cambriano.

Il suo ingresso si trova in posizione più elevata rispetto al centro di accoglienza e alla struttura di ristorazione e biglietteria.

Grotta di Su Mannau © Alberto Pestelli

Pertanto dobbiamo salire il pendio servendoci di un sentiero abbastanza agibile. Sicuramente, una volta all’ingresso, attenderemo il proprio turno per entrare. Non è possibile affollare la grotta. Ma vi assicuro che non aspetteremo molto… adesso schiocco le mie dita. Eccoci dentro.

La grotta di Su Mannau è composta da due parti principali che si trovano in due livelli diversi.

Pare che la lunghezza di tutta la grotta sia di ben otto chilometri. I due tronchi hanno avuto origine da due fiumi sotterranei: il Placido e il Rapido che formano laghetti e cascatelle suggestive.

Non tutta la grotta è visitabile ma sono convinto che un giorno lo sarà. Sempre che vengano superate le difficoltà soprattutto economiche… eh sì, perché tutto sta nel trovare i fondi necessari!

Quel che è possibile visitare è composta da molte sale impreziosite da concrezioni, da cristalli di aragonite, da stalattiti e stalagmiti. Alcune si sono fuse dando origine a colonne alte fino ad una quindicina di metri.

Ogni passo all’interno di Su Mannau – che in lingua significa il buio, o l’uomo nero – ci riserva una sorpresa.

Una emozione dietro l’altra. Un brivido dietro l’altro… beh, è normale anche d’estate perché qui dentro c’è un tasso di umidità che sommato alla temperatura costante di 16°C non è che sia una cosa esattamente simpatica. Quindi è meglio mangiare dopo altrimenti c’è il rischio che si blocchi la digestione.

Ma adesso bando alle ciance ed entriamo… Nel tempio del Tempo a Su Mannau

Calarsi nel buio

del tempio di roccia.

Una goccia cade

dalla volta del tempo

nel silenzio d’un laghetto.

Nascono cerchi perfetti,

eterno tuffarsi in libertà,

magia di millenni

prima di scivolare

nel vuoto d’una cascata.

Un guizzo veloce

impercettibile, impaurito

al mio lento sognare.

Un proteo fugge…

cerca la luce

nel ventre della madre.

Grotta di su Mannau © Alberto Pestelli

La madre ha un grande ventre. Ne visiteremo un altro angolo tra qualche attimo. Il tempo di arrivare a Buggerru.

Ci fermeremo brevemente per ricordare l’eccidio avvenuto in questo paese che fu chiamato la La Petit Paris, ovvero la Piccola Parigi…

Buggerru © Alberto Pestelli

Ma perché fu chiamata proprio così? Perché la società mineraria era francese, ovvio, e i dirigenti si erano trasferiti a Buggerru creando un particolare ambiente culturale, appunto, transalpino.

Buggerru © Alberto Pestelli

Nel 1903 fu chiamato a dirigere il centro minerario un greco, Achille Georgiades. Costui inasprì le condizioni di lavoro dei minatori sardi che erano già molto critiche.

Gli incidenti sul lavoro erano molto frequenti. Le condizioni di lavoro erano disumane e i lavoratori mal pagati.

Nel 1904 Georgiades inasprì ulteriormente il trattamento disumano nei confronti dei minatori. Quest’ultimi, che aveva costituito una fattispecie di sindacato, si rifiutarono di lavorare presentando richieste per un trattamento più umano alla società francese.

Georgiades chiamò l’esercito. Il 4 settembre del 1904 i militari passarono subito alle vie di fatto facendo fuoco sugli operai. Tre minatori furono uccisi e molti altri rimasero feriti.

Per l’eccidio di Buggerru fu fatto il primo sciopero generale in Italia…

Vorrei aggiungere altro. Qualcosa di improvvisato mentre scrivo questa nuova edizione per ricordare un avvenimento che sicuramente pochissime persone ricordano.

Eppure è storia della nostra terra. Storia che serve per non dimenticare ciò che abbiamo subito.

Ma Antonio Gramsci ci insegna che la Storia purtroppo non ha allievi… tutto viene dimenticato. Allora ho scritto questi pochi versi…

Se bastasse un verso o due,

Come se fossero dei fiori,

da portare alla polvere dei ricordi

sul sagrato del nostro passato,

vorrei scriverne mille e mille ancora

ogni giorno, anno dopo anno…

Forse, la storia potrà insegnare

A questi studenti svogliati la verità!

Buggerru © Alberto Pestelli

Sono versi semplici, come fiori di campo che nessuno degna di uno sguardo. Che nessuno mai coglierà…

Ma credo che adesso sia il caso di andare ad incontrare un altro vecchio minatore che sta seduto su di un gradino nei pressi di un porto molto particolare.

“Ma tu conosci sul serio un minatore?”, mi state domandando.

“Sì, certo che lo conosco…”. È un mio personaggio. Frutto della mia e della vostra fantasia. Lo sento talmente vero che immagino pure i colpi di tosse causati da anni di esposizione al biossido di silicio.

Buggerru è alle spalle. Dopo aver transitato nei pressi di Cala Domestica, scenderemo a Masua.

Masua © Alberto Pestelli

È un vecchio centro minerario ormai abbandonato.

Mi domandate che cos’ha di caratteristico. Un porto. Ma non uno scalo marittimo come tutti conoscono. È qualcosa di molto particolare. Si trova sotto una falesia proprio di fronte al famoso Pan di Zucchero dove spunta una galleria della miniera.

Le navi si accostavano alla falesia e caricavano il materiale che veniva dalla galleria.

Masua © Alberto Pestelli

Questo scalo ha il nome di una donna… porto Flavia. Forza, seguitemi che proprio da lì vi farò ammirare uno spettacolare… Tramonto sul porto

 

Di quella scogliera

conosco i colori d’agosto

le onde lievi

che si rincorrono

e accarezzano i suoi piedi

Di Nebida conservo,

all’alba del mio scoprire il mondo,

le case colorate

di minatori smessi

sotto l’occhio di pietra

della montagna assorta

alla magia del mare

E poco più in la Masua

che del suo porto

è rimasto impresso

solo il nome d’una donna

ricordo d’un malinconico vecchio

che visse nel ventre

dell’antica madre

Siede sui gradini alla spiaggia

E osserva…

Dal Pan di Zucchero

sorge al tramonto il sole

Si colora in rosso

il cuore della roccia.

Galleria Fotografica

© Alberto Pestelli

Testo e galleria fotografica di Alberto Pestelli

L’Isola di mia Madre © Copyright 2008 Alberto Pestelli – Prima Edizione www.ilmiolibro.it

L’Isola di mia Madre © Tutti i diritti riservati all’autore – Prima Edizione digitale 2014 www.youcanprint.it – Codice ISBN: 9788891174468 – Qualsiasi tentativo di utilizzo senza l’approvazione dell’autore sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941

L’uso gratuito del testo in questo articolo e delle fotografie a favore della rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” è stato autorizzato dall’autore della Silloge sopra citata che è l’autore stesso del lavoro letterario in questione.

Alberto Pestelli

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Scrivere per l’ambiente…

Sabato 21 Aprile 2018, alle ore 17,30, il nostro direttore Gianni Marucelli sarà ad Anghiari

per la presentazione dei suoi libri “Toscana, donne e misteri” e “Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti”

in occasione dell’evento Scrivere per l’ambiente: quando narrare è anche agire. Il realismo magico nella letteratura ambientale

 

La locandina può essere anche scaricata tramite il link sottostante

 

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Vaghe stelle dell’Orsa

A cura di Gianni Marucelli

Chi ce le ha portate via?

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea

Tornare ancor per uso a contemplarvi

Sul paterno giardino scintillanti,

E ragionar con voi dalle finestre

Di questo albergo ove abitai fanciullo,

E delle gioie mie vidi la fine.

Orsa maggiore

Così cantava Giacomo Leopardi, ne “Le ricordanze”, quasi due secoli fa, ricordando il “paterno ostello” di Recanati e il cielo luminoso sulla sua testa, nelle notti di tarda primavera.

Adesso, al poeta sarebbe negata anche la consolazione di ammirare le costellazioni notturne, in quasi tutte le medie e grandi città italiane e nei loro pressi.

Se osservassi infatti le immagini della nostra penisola, prese dal satellite nelle ore in cui essa è immersa nell’oscurità, bisognerebbe che mi rimangiassi subito questa locuzione.

Infatti, più che a un lembo del pianeta, assomiglia a una vetrina natalizia, tanto i centri urbani e le grandi conurbazioni (Milano, Roma, Napoli e via dicendo) risplendono occultando ogni altro particolare.

D’altra parte, dal suolo non è più possibile assistere all’accendersi delle stelle nelle notti serene: è già tanto vederne qualcuna dalle campagne delle estreme periferie, se non si è troppo occupati a evitare aggressioni, cumuli di rifiuti o semplici ma micidiali buche nel manto stradale.

Per questo motivo, gli storici Osservatori astronomici ubicati nelle città hanno dovuto chiudere i battenti o riciclarsi in altre attività che non comportino l’uso dei telescopi.

Inquinamento luminoso in Italia

Se proprio uno vuol godersi le costellazioni, deve cercare luoghi abbastanza remoti, preferibilmente in zone montuose ove non giunga se non il riflesso delle illuminazioni urbane.

L’inquinamento luminoso, così si chiama, non ha solo ricadute, per così dire, “estetiche”.

Pensiamo al costo economico relativo alle illuminazioni notturne totalmente inutili, come quelle delle facciate degli edifici privati, dei campi e degli impianti sportivi inutilizzati ai lati delle strade, e così via. Il nostro paese spende, per illuminazione notturna, un totale di un miliardo di euro l’anno, con una spesa pro capite doppia rispetto alle altre nazioni europee.

Passiamo poi ai “danni collaterali”, che non sono affatto secondari: “difficoltà o perdita dell’orientamento per diverse specie animali, dagli uccelli migratori ai pipistrelli, alle tartarughe marine, alle falene; alterazione del fotoperiodo in alcune piante; alterazione di ritmi circadiani nella vegetazione, negli animali e nell’uomo.”

L’aumento dei disturbi relativi all’insonnia è sicuramente dovuto anche a questo fenomeno, così come la perdita di concentrazione per chi viaggia di notte sulle strade.

L’argomento della lotta all’inquinamento luminoso è sul tappeto delle questioni ambientali per le quali troppo poco si agisce; giunge però la notizia che, finalmente, sulla spinta delle richieste delle associazioni ambientaliste, il Consiglio regionale del Piemonte ha approvato, in data 9 febbraio 2018, una legge che cambia, in senso restrittivo, una precedente normativa in materia che risale all’anno 2000. In sintesi, la nuova legge prevede che non si può disperdere la luce nell’ambiente e indica gli strumenti per ridurre l’inquinamento luminoso. In particolare, provveder alla protezione delle zone sensibili (Parchi, Osservatori e simili).

Una norma, quindi, sacrosanta, che riduce gli sprechi di elettricità e, di conseguenza, anche l’inquinamento atmosferico.

Non vi è che da augurarsi che ogni Regione prenda al più presto provvedimenti di questo tipo, rinnovando e adeguando tecnicamente, in particolare, i sistemi di illuminazione pubblica.

Fonte: Obiettivo ambiente – Notiziario di Pro Natura Piemonte – Aprile 2018

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Al traverso…

Di Federico Soffici

Quasi una lettera scritta con l’inchiostro fatto di acqua di mare e olio di scarto di sentina e in po’ di nausea.

 

Al traverso

Quante volte abbiamo avuto il vento al traverso.

Quante volte abbiamo sentito le vele tirate come pelli di tamburo quasi gemere dal dolore provocato dal vento, è come una pedata nella schiena data con un calcio cattivo inaspettato.

Quante volte abbiamo serrato le cime, spinte sotto raffiche che ci hanno permesso pero’ di cavalcare le feroci spume d’acqua , come antichi cavalieri ubriachi ed impazziti di gioia.

Bestemmiatori forti, amici di scaricatori portuali, controllori alle merci sverginati dalle balle di cotone rotte in stiva. Non ti avevo mai visto pregare, sapevo che lo facevi di nascosto, ma così forte era la prima volta che ti osservavo come un fedele dalle mani indurite e giunte. Quel tuo parlare a voce alta verso la Divinità era a dir poco imbarazzante. L’imprecare, il conversare con il Padrone di ogni cosa, era strano, simbolico, percepivo qualcosa di mitico, storico, antico. Vederti così spinto dalla Fede o meglio dalla paura, mi prese al cuore un tuffo, mi bloccai come congelato. Tiravi le cime, e pregavi, avevi uno sguardo di sfida. Ma quando imprecasti verso il fratello del tuo Dio scandendo bene il suo nome , mi si mossero le sopracciglia, stavi pregando Poseidon e bestemmiando Zeus, e già; il tuo Padrone… il nostro Padrone assoluto, potente quanto Giove stesso, feroce e vorace, capace di far girare gli scafi tre volte come disse Dante. Eri li con il tuo cappello grondante acqua, con le cime tese, le vele in preda al terrore in compagnia del tuo Signore urlante. Tra bestemmie e preghiere, urla, parolacce e lusinghe e promesse, tante promesse.

Nave al traverso

Dai, confessa, il mare in burrasca ti piaceva. Il mare in tempesta ti attirava, come il bianco che è attirato dal nero, come il bene che va naturalmente verso il male.

Confessa che quel vento che avevi storto , tempo prima ti era stato di poppa, che ti aveva spinto verso tutti i Sud diversi, quelli popolati di ali colorate, di palme e finti ombrelloni con l’odore di vaniglia e di mango maturo, dove camminare sulla sabbia, guardando il tramonto arancione è la cosa più bella che possa capitare ad un navigante, sempre se non ti prende il mal di terra.

E oggi ?

Ti ha, anzi, scusa ci spinge verso il largo. E dopo aver mollato rapidamente gli ormeggi, ci ha aiutato ad allontanarci dalla riva evitando il pericolo degli scogli scuri come l’inferno. È come se quel vento aiutasse una madre a partorire invece di un corpo, uno scafo lucido, teso e sicuro, dalle forme eleganti e femminili.

Quante volte abbiamo scherzato sul sesso delle navi e delle barche? Lavorando di fantasie erotiche parlavamo per ore delle forme dei culi di donne mitiche e degli scafi, mescolando linee e curve in un’insalata di mare profumata all’odore di lavanda dei nostri cassetti, e l’odore nauseante delle scarpe tolte dopo tre giorni e per non parlare delle ascelle degne di Ade e non dei suoi fratelli nobili. E raccontavamo a noi stessi : sono tutte femmine ma non donne, femmine ingorde, vogliose di mare e di uomini, e ti ricordi quando ho definito le navi, le barche con le vele a spazzare il mare: discinte baldracche orgogliose di fottersi le onde! Ti ricordi? La femmina ti tradisce, la donna no, le nostre donne ci aspettano silenziose e orgogliose e tristi, ma donne! E noi, a fare Hold Cleaning, ma non tradisci nessuno quando quando fai pulizia stive… lo svuotamento naturale dei doppi fondi… con con un’altra femmina, dietro una tendina lercia di una camera singola a basso costo vicino al porto, così fai prima a tornare a bordo, non puoi di farti la doccia, troppo poco tempo prima che salpano le ancore. Ti ricordi quando alla fonda di fronte Nuhu Hiva, le piroghe arrivavano insieme ai canti polinesiani, cariche di femmine e di frutta tropicale. Quelle soste erano giovani, senza pensieri, il cielo il mare e i seni piccoli come coppe gelato ci facevano vivere a mille e a respirare a diecimila. Non mi ricordo più se era a Samoa o a Tonga, rimasi per quasi un giorno intero sulla spiaggia dietro i cespugli di fiori di Lei profumati di sesso giovane e per niente sporco anzi. E al ritorno ti ho ritrovato che avevi nei capelli ancora paglia e conchiglie. A ridere come matti a mostrarci reciprocamente con orgoglio il pacco, possedevamo la Terra il Cielo, magari Poseidone ancora no, ma navigavamo tra legnami e olio combustibile in bidoni e corpi femminili figli delle ninfe di Oceano.

Nuku hiva

Quel vento amico, ci accompagnerà un giorno verso l’orizzonte a confonderci tra cielo e terra. Dove la burrasca termina e dove l’imbuto dei destini attende i vecchi e nuovi Ulisse. Per ora il tuo incazzato Poseidone ci strapazza come coralli rotti.

Il soffiare, che improvvisamente si calmerà e che ci permetterà di riempire la nostra fame con un po’ di tonno in scatola e pomodori, tra due fette di pane. Così, sereni, con il gomito a gomito, a dare morsi felici e bere birre veloci, a sparare cazzate sul Mondo che è vicino a noi ma lontano, estraneo: la politica, il traffico, le banche, ma cosa sono?

Quella terribile onda anomala che iniziò poco sopra Good Hope, e che ci prese di poppa alle 15 del pomeriggio. Preparati si, pronti si, ma quando arrivò tremarono lo stesso le giunture della nave, i miei femori si mossero nei muscoli , sentii che quel grand bastardo di Poseidon era veramente incazzato con tutti gli uomini, l’onda arrivò annunciata, cattiva, feroce e potente alta e mostruosa, si abbattè con estrema violenza su di noi, e per fortuna che il Comando aveva messo la nave con la prua a Nord Ovest, così ci prese da Sud Est, passandoci sopra con tutti i nervi scoperti del tuo Dio. Spazzò tutto, non rimase un cazzo sul ponte, i due scaladroni divelti, le torrette, gli idranti, e il carico sul ponte di camion Tir olandesi… tutto a mare, mi venne in mente una vomitata al contrario, il mostro si era preso in meno di un minuto tutto quello che poteva strappare dai fianchi, dal ponte, da noi. Sì… confesso quel pomeriggio ho pregato e in cabina da solo non visto dagli altri, mi sono messo a piangere, credo paura, il pensiero dei cari a terra, mi sono seduto sul bordo del letto e finalmente le lacrime uscirono, e uscirono per qualche minuto.

Capo di Buona Speranza

Sai la morte non mi spaventa, forse il dolore, ma quello che mi fece paura fu la fragilità, sentirmi un pezzetto di vetro o di corallo in mano ad un gorilla dal dorso argento. Per due giorni, fu stilato l’inventario dei danni, minuzioso elenco di oggetti materiali morti, e quando il terzo ufficiale ci disse: e adesso sentiamo i vostri danni… fragilità e inutilità di questo mestiere?

E ora? Quel mare che è in burrasca, prima o poi bastardo, si calmerà. Te lo giuro, te lo prometto magari puntando i miei occhi inferociti verso lo sguardo cattivo del tuo Poseidone.

Come figlio di un mare blu qualunque, ti chiedo solo di metterti al riparo dal traverso per un po’: vai a prendere le carte e guarda la rotta per una una baia larga, protetta e sicura. Punta la prua verso il ventre marino liscio e accogliente.

Sai… ve ne sono a centinaia, nascoste nei colorati portolani giù in saletta. Sono tutti messi in ordine di data nella libreria di bordo. Lasciati anche accogliere dal tepore della saletta, metti il bollitore dell’acqua sul fornello a sospensioni cardaniche, prepariamoci il the alla menta, imbardate permettendo, godiamoci il caldo nella pancia.

Basta aspettare, tendere le cime, cazzare di più ed aspettare che passi la burrasca. Timone fermo tra le mani, lo sai! Non ti innervosire, il tuo Dio non ti ascolta.

Durante questa navigazione difficile, io posso stare anche tra la cambusa e la saletta, e quando scenderai giù, sotto coperta, ti toglierai il vento dai capelli, strofinererai gli occhi brucianti e ti siederai con me, altro navigante di mare e di vita, a mangiare pane e capperi o se preferisci i fagioli o i ceci in scatola tiepidi! Il tuo Dio non ti ascolta. Meglio il the, no meglio la birra. Ho chiuso l’oblò e tirato la tendina, la boccaporta serrata garantisce intimità e calore, ma qui rotola tutto, non puoi mica mettere qualcosa sul tavolino a scomparsa, vola a destra o a sinistra a secondo l’umore del tuo antico Dio.

Il mal di mare, terribile regalo del tuo cazzo di Poseidone, un volgare ascensore di nausea che sconvolge il petto e le natiche, ti obbliga a stare sdraiato o in piedi a vomitare quello che non c’è più, il nostromo, che veniva con le gallette in cabina e le acciughe salate da ingurgitare per poter prendere subito il turno di guardia… Ehi… guarda che devi pulire in terra, sul vomito si scivola, poi sono cazzi tuoi… e mentre salivo in plancia percorrendo la scala che da basso portava al comando, gli odori di scarpe, di sudore, di cambusa e frittata di ieri, il caffè, e l’acqua di colonia del terzo ufficiale Ukraino si rimescolavano come i miei tre quattro stomaci in tempesta, e un altro conato, e

Poseidon di Milo

ancora acqua verde, e via con il binocolo a guardare lontano. E, cazzo quando con un pollice nero per una martellata, la diarrea, la nausea, il prurito da eczema, il turno di notte, la nebbia, due maledetti tubi che mollarono l’imbragatura, tutto insieme, incrociai te e il piccolo di camera a poppa che vomitavate le anime del Purgatorio e ridevi e piangeva di paura il piccolo. Nessuno ci potrà mai rubare questi nostri ricordi nemmeno Zeus, Ade e Posidone messi insieme. Nessuno!

Ti prometto che la burrasca passerà, ti prometto anche che il vento al traverso, si sfiancherà di fatica fino a diventare una brezza marina, tropicale, profumata di costa thaitiana e ruffiana.

Mentre chiudo e serro meglio gli armadietti, il gemere dello scafo mi riporta con la mente alla Balena di Pinocchio, onde ondulate e respiro di fantasia. Ma il tuo Dio conosce Pinocchio?

Mi stendo in cuccetta, vestito di tutto punto anche il berretto di lana, gli scarponi antiscivolo, i guanti caldi… il maglione, la maglia a pelle, i calzini, pensa che far mettere i calzini a me vuol dire che il tuo Posidone è proprio incazzato nero, tiro sul il cappuccio, mi metto di fianco con la retina a bloccare una mia logica caduta all’indietro e…

E vedrai che nonostante tutto, il sonno verrà.

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Senza confine

Una poesia di Iole Troccoli

© Iole Troccoli 6 aprile 2018

 

Senza confine

 

È lì che si difende

– sul confine –

un rasoterra d’onda

a dire: io non ci credo

che questa sia la terra

e quello il mare.

 

È tutto un fuggi fuggi

di parole e schizzi

 

di là, di qua

 

eppure mescoliamo

insieme i chicchi

arsi e i pesci

radici che si sforzano

di accettare la lampada del cielo

occhi di lucciole marine

Dipinto da Alberto Pestelli – Il mare d’inverno – olio su pannello telato 18×24 aprile 2016

un gesto di tovaglie al vento

e la battigia

creatura imperscrutabile notturna.

 

Dov’è il confine

mi ripete l’acqua contorta

dalle alghe

dov’è il confine

ribadisce la terra

rivoltata in falde larghe.

 

E l’onda piccola si muove

confusa tra una spiga

le pietre bianche consolate

dal sole pallido di marzo

 

e una distesa vana, bellissima

così a guardarla

senza la linea che separa

 

senza confine.

Onde o nuvole.. dov’è il confine tra cielo e mare – Dipinto di Alberto Pestelli, olio su tela

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Segesta ovvero il Teatro ovvero io…

di Federico Soffici

Segesta ovvero il Teatro ovvero io e le recite, ovvero come emozionarsi senza far vedere di essere emozionato, ovvero costume o una tuta scura e una maglietta nera, ovvero la Grande Magia che mi ha avvilupato, io piccolo insignificante attore in Teatro Amatori.

Quando i turisti prendono l’ultimo autobus ti regali un po’ di solitudine. Teatro di Segesta, in alto su di una collina montagnosa. Estate fonda alle 21, la sera si è spogliata degli abiti diurni per poter uscire all’aperto, discinta come una Dama notturna, e il caldo che accarezza ancora la faccia. Non c’è pericolo, si puo’ scendere a piedi camminando sulla strada che porta verso il parcheggio. È tutta in discesa. Questa sera ho anche la luna, si è messa il vestito buono. Il Teatro all’aperto di Segesta, è un luogo magico, dove già nel III secolo avanti Cristo una concezione nuova del Teatro viene messa in scena. Il Coro, l’hypocritès, ovvero l’attore, i corèuti che si tirano un po’ da parte a forma di semicerchio, lasciando l’altro terzo dello spazio per la tenda da cui l’attore esce a declamare la tragedia. Testi come Medea, importanti nuovi attuali anche oggi con la condizione della donna sempre in eterno conflitto con la giustizia umana. Nel silenzio rotto solo da leggeri sbuffi di vento siciliano prestando bene l’orecchio si possono sentire ancora le armonie del Dramma Greco o dell Tragedia. L’anfiteatro di Segesta è costruito a nord, verso il Golfo di Castellammare, sfrutta come scenografia lo splendido panorama del mare e delle colline a perdita d’occhio. Con un fondale degno di un Presepe Napoletano. Che gusto nel sentire il sapore dolciastro della Storia che ti si scioglie in bocca come una caramella al miele.

Teatro : dove sei tu ma nelle vesti di un altro e quell’altro puo’ dire la verità di Euripide alle genti di oggi. Che bella la libertà di raccontare quello che non ti piace. Piangere è più difficile che ridere, usi meno muscoli facciali, ma attenzione devi scavare non nell’intimo dei ricordi, ma devi cercare nelle emozioni, nella commozione, magari ricordando una canzone, un brano di Mahler, una poesia e il gioco è fatto; Cechov, il suo Lopachin, che si riscatta verso gli inutili del mondo, lui povero che compra la villa più bella del mondo circondata dai ciliegi. Sei vestito con un gilet chiaro e con un mazzo di chiavi in mano.

Dopo aver dato un ultimo sguardo al teatro di Segesta inondato da una luce lattea azzurrina, come Dio comanda, mi metto alle spalle quel luogo e scendo. Alla memoria riaffiora il personaggio di Tennessee Williams che urla “la casa è di chi è padrone… e che, chi è padrone puo’ fare quello che gli pare” aggredendo la vecchia zia della moglie, il testo è nei Blues: atti unici scritti da un americano che più europeo di cosi’ si muore… crudi come una lama di rasoio, moderni, iper moderni. Archie Lee mi fa compagnia ei suoi doppi chi che, fino a che ruzzola e da’ posto a Grigorin de il Gabbiano, o a l’Uomo di Pirandello. Quanta gente, una folla di personaggi che mi hanno regalato il vero Teatro. Non ho più l’età per recitare Arlecchino, serve un atleta, sciolto giovane e casinaro di animo ma deciso e serio nell’interpretare il furbo personaggio a colori. Una volta a scuola di Libera Interpretazione ho indossato la maschera di Arlecchino, di cuoio, lavorata dal sudore degli altri. Consiglio a tanti di indossare una maschera della Commedia dell’Arte… si entra nello spazio infinito, viaggi nel corpo e nel tempo.

Il Teatro Elisabettiano era a ferro di cavallo a cielo aperto, il Teatro della Scala a Milano è per l’Opera, ma il Piccolo è per Pirandello, l’Eliseo di Roma: quante lacrime uscirono quando Edoardo annunciò il suo ritiro dalle scene. Te piace o’ Presepio????… e giù a piangere sul serio. Come spettatore ho pianto per Eduardo, e ho pianto pesantemente guardando di sguincio in una sala da concerto, dove la musica va a Teatro: Claudio Abbado dirigere Tchaikovsky, soffrire con lui e per lui.

Alla seconda curva della strada notturan, appare maestoso il Tempio di Segesta, prezioso padrone dell’intera area archeologica, tutto il territorio di Calatafimi racconta la sua commedia con gli attori dalle camicie rosse o da un coro delle Troiane. È notte, silenzio possente, lo scalpiccio dei miei passi è musica come la voce in falsetto del querulo personaggio maschile, pedante e ebreo colto di sinistra di Woody Allen in “Io e Annie”. Mi viene da ridere, quando ero in scena a recitarlo: guai a ridere, guai alla ridarola, o peggio alla grattatina, all’aggiustatina del ciuffo di capelli, o alla leggera stropicciata dell’occhio, o… orrore alla sistemata sul culo delle mutande… tutta roba da teatranti, invece la dura scuola ti obbliga a muoverti pochissimo, ad essere misurato nelle pose, guai alla posa, deve essere naturale, si ebbene mi è capitato di essere il Duca di Borgogna, attraverso sforzi inauditi rimanere fermo, con il diaframma a mille, con le maledette mani che non sai mai dove metterle, sempre con lo sguardo nobile, fiero e da padrone. Il contrario esatto di Demetrio in “Sogno di una notte di mezza estate” che semi spogliato e scalzo corre e scappa inseguito da Elena che vuole letteralmente farselo, su di una zolla di erba. Che esperienza, che meraviglia. Mani e piedi di un attore toccano la terra, la madre terra, è un segno di nascita di radici, dal terreno, verso il terreno nasce e muore l’energia del Teatro, un qualcosa che gli antichi ci hanno lasciato in eredità.

Spesso, molto spesso si recita a piedi nudi, io non mi sento comodo con le scarpe in Cechov, o Ibsen, preferisco Max Aub e i sui delitti esemplari.

Durante alcune lezioni, nel ripasso di Voci e atteggiamenti, Capitan Fracassa, roboante e onomatopeico personaggio presuntuoso con la voce grave, e i passi in iperbole, un fantoccio parlante, se non sei scalzo, non ti viene da dire “ingurgito vipere e serpente” con la voce roca, bassa, grave, graffiata e con tono e volume alto.

E come si pronuncia il numero tre? La è aperta; la é chiusa; la ò aperta; la ó chiusa; la i …etc. Se sei di Milano, Torino, Verona, pronunci trè (aperta) , se sei di Roma pronunci tré (chiusa). Il Sud le e sono aperte e Nord e Sud si ricongiungono nel dramma della cattiva pronuncia teatrale.

Zucchero è con la zeta dolce come: zucchero, zucca, zucchina, zuccotto, zinco, zoccolo, zecca, mentre la zeta dura aspra italiana e per : pazzia, dizione, razzia, agenzia, polizia, pulizia, vizio, tizio, razionale, anziano, divorzio, grazia, grazie, dazio, strazio, malizia, Lucrezia, ozio, astuzia…

Mancano ancora qualche centinaio di metri prima di arrivare alla macchina al parcheggio, approfitto e ripeto mentalmente e a voce bassa scandendo con i passi il suono della mia voce con un monologo di Aub, fra tre mesi saremo in scena, porca miseria, il testo devo saperlo a manetta, poi mettero’ il carattere, poi mi divertirò a giocare con la voce. Gira ancora qualche turista nel parcheggio, spaventato qualcuno mi guarda con aria sospetta : uno che parla da solo raccontando di caffellatte che gira e gira e gira e rigira…

Poi… poi, e sono arrivato all’auto. Il motore ronza silenziosamente, i fari nella notte sono ad indicare la strada del ritorno.

Guido meccanicamente nella testa però risuona: Ipocrita – Falso, che finge… Etimo dal greco: (ypo) sotto e (krinein) spiegare. Nell’antica Grecia l’ypokrites era l’attore, colui che fingeva. Ma giuro, quando fingo non fingo per niente, non sono un ipocrita di carattere, sono uno studente Hypokrites, tutto qua !

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TESTO UNICO FORESTALE: LA POSIZIONE DELLA FEDERAZIONE PRO NATURA

Qualche settimana fa, un Governo ormai dimissionario si è preso la briga di licenziare un provvedimento legislativo assai importante, in quanto riguarda tutti i boschi italiani, pubblici e privati, situati in aree protette (Parchi ecc.) o meno.

Si tratta del Testo Unico Forestale, su cui si è scatenata subito un’accesa polemica, all’interno stesso sia del mondo scientifico che di quello ambientalista.

Il Testo è molto tecnico, quindi decifrabile interamente solo da chi possiede le dovute competenze; non perciò ci asteniamo dal dire che, a nostro parere, è piuttosto pasticciato, e comunque emendabile in vari punti. Quel che più ci ha colpito, comunque, è la persistenza di una visione economicistica che sottende buona parte del Testo, a scapito di una moderna concezione naturalistica, tanto più opportuna in quanto i boschi costituiscono anche una difesa nei confronti dei cambiamenti climatici.

La Federazione Nazionale Pro Natura, nostra associazione di riferimento, ha emesso sull’argomento un documento, pacato e ponderato come di consueto, che esprime anche la nostra perplessità.

Lo pubblichiamo qui di seguito integralmente, richiamando l’attenzione dei nostri lettori su questo tema che, in tempi di elezioni e di post-elezioni, è rimasto indubitabilmente un po’ “nascosto” all’opinione dei cittadini.

Il testo può essere anche scaricato nel formato PDF direttamente da questa pagina. Il link si trova al termine dell’articolo.

Gianni Marucelli

 

Alberto Pestelli: Cascatelle nel bosco di Dovenonsisa – Olio su tela 50×70

 

 

DECRETO FORESTE: OCCORRE UNA VISIONE OLISTICA E NON LIMITATA ALL’ASPETTO PRODUTTIVO

Il decreto legislativo sulle foreste, approvato dal Consiglio dei Ministri benché in scadenza, ha suscitato numerose polemiche e ha contrapposto in modo anche molto accentuato persone e Associazioni che pure appartengono allo stesso settore, da quello accademico a quello ambientalista.

Sul Decreto è stato detto tutto ed il contrario di tutto, con affermazioni a volte poco aderenti alla realtà o che, all’opposto, sembrano soprattutto una difesa corporativistica delle proprie attività. L’idea di predisporre uno strumento normativo in grado di definire in modo univoco gli elementi di base della materia è condivisibile: ad esempio, al momento esistono numerosissime definizioni di bosco, spesso in contrasto tra di loro, ed è necessario fare in modo che un bosco sia riconosciuto tale sia a Bolzano che a Palermo. Anche l’armonizzazione delle modalità di gestione delle foreste potrebbe rappresentare un buon risultato. Oggi sono note tecniche di utilizzazione delle risorse forestali meno impattanti rispetto al passato e la loro applicazione potrebbe portare indubbi vantaggi. Non dimentichiamo, inoltre, che i boschi italiani hanno subito quasi tutti modificazioni più o meno profonde da parte dell’uomo e non è detto che in queste condizioni l’evoluzione naturale porti sempre e necessariamente ad ambienti più pregevoli e ricchi dal punto di vista naturalistico e funzionale. Inoltre, è documentato come l’attuale espansione delle aree boschive in ambienti aperti collinari e montani, ormai abbandonati dalle pratiche agricole e di allevamento brado, possa comportare una forte perdita di biodiversità vegetale ma anche animale, e perfino microbica.

Tuttavia, i boschi non devono essere visti unicamente dal punto di vista dei diretti benefici economici che se ne possono trarre. Certo, la funzione produttiva delle foreste (intesa non solo come generazione di legna o biomasse, ma anche di altri beni, quali frutti, funghi, ecc.) non va trascurata, ma non può e non deve essere l’unica ad essere presa in considerazione. Le foreste sono ecosistemi molto complessi, costituiti da una miriade di organismi che interagiscono tra di loro. Svolgono un ruolo fondamentale nella protezione idrogeologica del territorio e creano ambienti e paesaggi con una forte connotazione naturalistica e quindi di grande valore ecologico, conservazionistico (una foresta matura ospita migliaia di specie diverse) e anche spirituale, nonché di attrazione nei confronti del turismo. Le foreste, inoltre, regolano le temperature ed i cicli di numerosi elementi, acqua in primo luogo, e contribuiscono a ridurre gli effetti di numerose forme di inquinamento, da quello atmosferico a quello acustico. Infine, sono i più efficienti accumulatori di biossido di carbonio conosciuti e quindi indispensabili per ridurre l’entità dei cambiamenti climatici di cui siamo attoniti testimoni.

I boschi vanno quindi protetti e la loro utilizzazione deve essere considerata in un ruolo subalterno, concessa solo laddove e con modalità tali da non pregiudicarne lo stato di conservazione.
E su questo aspetto il decreto fornisce risposte insoddisfacenti. Non è sufficientemente rimarcato, ad esempio, il concetto di zonazione e modulazione degli interventi in base alle caratteristiche e alle potenzialità dei vari ambienti: un bosco che svolge una funzione protettiva o paesaggistica dovrebbe essere gestito in modo ben diverso da un bosco di neo-formazione insediatosi su terreni incolti o abbandonati. Anche il concetto di “bosco abbandonato” è definito in modo eccessivamente estensivo. Solo raramente un bosco non gestito è causa di problemi, ma può anzi evolvere verso forme ecologicamente più complesse e ricche di biodiversità; un ceduo ha bisogno di molti anni di crescita per potersi consolidare ed evolvere verso stadi più maturi, creando suoli meno poveri. Considerare quindi “sempre” abbandonati boschi nei quali non si siano effettuati interventi selvicolturali negli ultimi anni (variabili a seconda della forma di governo: ceduo oppure fustaia) è una generalizzazione erronea. Per non parlare della possibilità, che deve essere in ogni caso riconosciuta alla proprietà, di gestire un bosco in senso naturalistico, sottraendolo al taglio periodico.

Non convince poi il fatto che vengono previste, anzi agevolate, tutta una serie di infrastrutture finalizzate a consentire, per l’appunto, la gestione delle foreste. L’esperienza insegna che di solito tutto ciò si limita a prevedere l’apertura di strade e piste, anche laddove questo crea enormi problemi per la stabilità dei versanti montani e crea orrende ferite nonché facili vie di penetrazione per innescare ulteriori fenomeni degradativi (si pensi ad esempio a cacciatori, fuoristradisti, piromani, ecc.). Spesso, queste strade, realizzate in economia e quindi prive di interventi per mitigarne l’impatto, presentano un bilancio economico del tutto negativo: il loro costo di realizzazione e manutenzione risulta cioè molto più alto dei ricavi che potranno consentire di ottenere. Appare quindi paradossale e fuori luogo la norma che prevede l’utilizzo dei fondi previsti per compensare l’utilizzazione forestale proprio per realizzare opere di questo genere.

In conclusione la Federazione ritiene necessaria una riconsiderazione di vari aspetti del testo forestale ora approvato, ed auspica che nel nuovo quadro politico che si è aperto si possa rapidamente giungere a un tavolo di confronto fra le diverse posizioni e opinioni degli esperti e dei diversi portatori di interessi.

Il Consiglio Direttivo

Torino, 26 marzo 2018

 

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Northen Light ovvero Aurora Boreale, in attesa di vedere i fili silenziosi colorati in cielo.

Di Federico Soffici

Mani in tasca e cammino. Porto con me la terribile responsabilità di rispettare il territorio, questo avanposto del Mondo quasi polare, dove la tundra si abbandona al freddo.

Ho voglia di silenzio ma il rumore incessante del cervello mi disturba. Norvegia e il suo spettacolo di una natura esuberante a volte esagerata per me abituato al Mediterraneo del Mondo con le piante basse al mare tutte spettinate sfuggenti. Qui il caldo è un pensiero sfuggevole, il tepore è solo quello di una tazza di thè fumante tra le mani.

Merletti di ghiaccio e bucaneve azzurro pallido. Un territorio incontaminato, sdraiato tra ghiacci e verde di licheni.

Ringrazio il destino che mi ha dato la possibilità di perdermi nel panorama di questo fjord norvegese. L’aria fredda scivola sulla faccia come acqua minerale mentre intorno a me tutto è tranquillo. Con la coda dell’occhio, osservo quella casa con la luce accesa all’esterno: sembra un piccolo presepio con il fumo che esce dal caminetto. È il mio faro nella notte polare; smarrire il viottolo in mezzo a questi boschi colorati da rami bianchi potrebbe essere letale. Potrebbe nascere un’avventura, scivolare in un fosso, perdersi in una buca, smarrirsi tra i rami di betulle.

Cerco da molto tempo l’armonia, un viaggio dietro l’altro, una valigia in più da fare, dietro tutti i timbri colorati sul passaporto conviene cercare di più. A volte mi assale la malinconia, mescolata alla voglia di ridere. Quanto mi piace ridere! Forte da non respirare, come quando a scuola, non visti dal professore, ingurgitavi sotto il banco pezzi di pizza bianca bassa e croccante, rubata a morsi e strozzata in gola tra Matematica e Ulisse.

Fiordi norvegesi – fonte: www.giverviaggi.com

Il cielo è scuro profondo , il silenzio è magico ed anche il tintinnio di un campanello sembra provenire da molto lontano. Fa buio presto, fa freddo presto qui in Norvegia.

Ho cercato l’armonia nelle strade di Calcutta. Ho trovato la dignità e molto egoismo. Nessuna coerenza, nemmeno di fronte alla statua del Dio decorato di fiori giali. Occhi poveri e stracci che camminano con i sorrisi a sei denti, intorno odore di spezie e urina di vacca. I bambini sono belli, ti guardano con aria da furbi sorridenti.

E nel fjord i colori si attenuano velocemente, sbiadiscono. Questo è il Nord Europa. Ma ecco allora il ricordo: gli aquiloni, gialli, verdi, blu, nel cielo dell’Oregon. Fili neri, sottili radici che tengono legati fogli di velina variopinti pronti a scappare, prigionieri di un berretto messo al contrario con la visiera sulla nuca. Spalle larghe e sorriso bianco.

Rivedo le fiammelle sul mare buio del Sud del mondo a Rio, galleggiare verso un destino di preghiere mai esaudite. “Fammi vincere la lotteria” dicono i bambini carioca, scalzi e denutriti invocando la cattiva divinità brasiliana sempre pronta a chiedere e mai a dare.

Solo sabbia di Copacabana e cieli pieni di pappagalli brasiliani.

Copacabana – fonte: www.hilton.com

Occhi pieni di lacrime, mentre esplode il cielo al tramonto nella Valle della Morte, quando la silenziosa sabbia rossa s’incendia al cospetto del sole morente. Ultimo fuoco, coerenza con la morte solo per pochi istanti. Il giorno dopo ricomincia l’inesorabile su e giù di un astro mai stanco.

Mi sto ragionando addosso, mi racconto ricordi senza freno. Guardo il cielo ora: è nero e pieno di stelle; essere stelle significa fare parte della giostra matematica, tutto si regge per miracolo del calcolo, il calcolo sub-atomico. Castel del Monte e là il suo geometrico mistero, raccoglie i calcoli e li fa propri in un dignitoso silenzio di Storia vera.

Norvegia, quella siepe con dietro l’orizzonte, non è di casa. Orizzonte, ma di che? Fine e non fine. Splendore e miseria dell’animo umano diretto verso la fisica moderna.

Mi parlo addosso.

Un grosso mucchio di ghiaccio, scolpito da acqua e vento, bianco come cristallo opaco, poco più accanto un altro e poi un altro e un altro ancora fino a perdermi.

Con un grosso camion simile a un bruco di 20 tonnellate sono salito alla sorgente del fiume Columbia al confine tra il Canada e gli Usa; lasciato indietro un circo colorato di giapponesi numerosi come i visitatori al Palio di Siena mi allontano dai suoni e dai rumori dei turisti, per entrare con gli stivaloni di gomma nell’acqua nel primo vagito del fiume che crescerà, si ingrosserà e andrà a sfociare nelle sabbie della California.

Il lago di Bracciano ad Anguillara Sabazia Foto di Alberto Pestelli, Gennaio 2005

Acqua e simmetria: ho messo le dita della mano a sentire scorrere il Nilo all’ombra del papiro e al riparo dalla sabbia. Il lago di Bracciano, il Trasimeno, le Fonti del Clitumno le acque con la storia a lettere maiuscole sorgenti di poesia. Le cascate del Niagara dimostrazione presuntuosa della Natura gigante.

In Norvegia, l’acqua è ovunque. Montagne di ghiaccio incombenti che strangolano un mare a sessanta chilometri dall’Oceano Atlantico. Il potere dei Fjords.

Un taxi di Milano, le strade di Genova, le vie di Roma, vicoli di Trapani, le viuzze di Bari profumate di pasta fresca in vendita sotto gli archi stracolmi di uomini, donne, bambini, foto a colori e mani sulla fronte come a richiamare un aiuto che non verrà. Fierezza di popolo. Ma la fine del mese, la politica bollita, sogni finiti e stanchezza storica. Amori puliti e sesso

Le fonti del Clitumno, foto di Alberto Pestelli 2006

corrotto. Le nostre civiltà tecnologiche che finisco a tavola tra silenzi e video ditelefoni da digitare, ormai le lettere non si suonano più, si palpano su vetrini unti.

Il cielo ormai è nero: non manca molto alla Northern Light. Scaccio un ricordo scomodo, un rimorso che attanaglia la mente e cerco di sgombrare il cervello da ogni cosa negativa, pugni in tasca e occhi al cielo, ma un odore intenso di spezie si fa ancora vivo. Le Piramidi che mi scrutano furbe dall’alto dei loro secoli, e il Partenone, e San Pietro. E le Cattedrali e le spiagge e… quanta roba. Troppa.

Provo a fermare la mente su due occhi, verdi. Mi piacciono come il primo giorno che li ho visti. Mai sopito il mio amore, mai stanco di lei. Amo, forse a modo mio, ma amo con tutto me stesso. Con tutto il mio corpo, con tutta la mia anima.

Guardo quello sguardo.

Annuso il suo profumo.

Sento cosa sente. Lei.

 

Devo stare attento a dove metto i piedi, qui è buio e il terreno scivoloso non perdona. Questa vita è avara di Northen Light, è un po’ tirchia di luci. Poche fiammelle accese subito spazzate via dal vento dell’egoismo.

Sdraiato sulla stuoia fatta di muschio verde intenso le braccia dietro la testa ignaro del freddo, cerco di carpire la bellezza profonda di un cielo mai meschino. Il reticolo si forma, la convenzione astronomica entrata in me, mi permette di vedere le costellazioni e il Mito. Ma corrono troppo veloci nello spazio, cosi’ lontane, e tutte a distanza diverse… Sirio in inverno e Cassiopea d’estate , i disegni di fantasia con la tavola da surf tra Mito e Pasta con le acciughe. Pizza prosciutto e fichi. Villa Sciarra con i suoi vialetti e gli archi decorati da piante di rose: ehi! Northern Light… ti aspetto, sono qui, in quest’avamposto di geografia spinta.

Norvegia, tutto pulito, tutto in equilibrio, come ghiaccio al sole Ho difficoltà a comprendere il mondo, le sue violenze e discriminazioni come se un cassonetto romano o i bidoni di Palermo, Bari, Tokyo non avessero lo stesso odore. Lezzo di consumismo e di non cultura. I libri dovrebbero essere resi obbligatori come l’ossigeno. Leggere e viaggiare, apprendere a condividere e amare sarebbe la diretta conseguenza.

La pioggia silenziosa di luci della Northern Light ormai non arriva più: benedetta Aurora Boreale non ti sei fatta vedere neanche questa sera. Egoista e senza cuore.

Cammino di nuovo sui ciottoli, i pugni in tasca cigolando con le ossa al freddo polare mi incammino verso l’hotel, ho fame, sonno e sete.

Aurora boreale – fonte: www.zingarate.com

 

Galleria fotografica a cura di Alberto Pestelli e Carmelo Colelli

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TRENTINO: LA CHIESETTA DI PEGAIA, PICCOLO GIOIELLO IN MEZZO AI PRATI

Di Gianni Marucelli

Altre volte abbiamo condotto i nostri lettori nella magnifica Val di Pejo, che si dirama verso nord dalla più vasta Val di Sole. Ci troviamo nella parte trentina del Parco Nazionale dello Stelvio, la più grande area protetta italiana, che, purtroppo, come alcuni ricorderanno, ha subito di recente una incredibile quanto inaccettabile suddivisione amministrativa tra le province di Trento, Sondrio e Bolzano.

Ma, lasciando da parte le polemiche, vorremmo presentarvi una piccola ma antichissima chiesa, che sorge isolata poco oltre il paese di Cogolo, oggi il maggior centro urbano della valle.

Nonostante l’edilizia residenziale e turistica, che ha di molto ridotto l’estensione dei prati nel fondovalle, l’edificio sorge ancora, isolato, in mezzo al verde, lungo la strada carrozzabile che conduce ai 2000 metri di Malga Mare, dove inizia il sentiero per il Rifugio Larcher e il ghiacciaio (o quel che ne resta) del Cevedale.

Qui, quasi sei secoli or sono, nel 1431, sorgeva un villaggio, che aveva nome Pegaia, i cui abitanti erano probabilmente dei minatori. Il paese fu distrutto da un disastro, provocato da una frana o valanga caduta dal versante del Monte Vioz, su cui sorge l’attuale abitato di Pejo. Pare che si salvasse solo una cappella, che nei decenni successivi fu ricostruita e ampliata, fino a che, nell’agosto del 1512, fu solennemente consacrata e dedicata ai Santi Bartolomeo, Paolo e Tommaso.

L’attuale chiesetta di Pegaia, orientata secondo l’asse est-ovest, è stata in seguito più volte restaurata. Presso di essa sorgeva, circondato a un muretto di pietre, l’antico cimitero, anche se i defunti della vicina Cogolo trovavano il loro eterno riposo presso la più ampia parrocchiale del paese.

Ma il culto dei morti di Pegaia non si è mai spento, tanto che da qualche anno il luogo di sepoltura è stato rinnovato e ampliato. Per la verità, ha perduto così molta della sua avita suggestione, anche se la piccola chiesa conserva tutto il suo fascino particolare.

L’esterno presenta numerosi affreschi risalenti all’epoca della ricostruzione; anche qui, come in altre località della valle, la figura di San Cristoforo, il santo viandante, campeggia in grandi dimensioni.

È probabile che il culto di questo Santo, sempre raffigurato col bordone in mano e il piccolo Gesù sulle spalle, vada ricollegato al fatto che la valle, fin da tempi remoti, era luogo di transito, lungo il cammino impervio che conduceva, tramite gli alti passi alpini, in Valfurva e in Val di Solda. E davvero i viaggiatori, per uscire indenni dall’avventura montana, aveva bisogno di un aiuto dal Cielo! Altre immagini, che affiancano quella di S. Cristoforo, sono quelle della Madonna in trono col Bambino e di S. Agostino in cattedra.

Si entra dal lato meridionale: l’interno è illuminato da una finestra a oculo che si apre nella zona del presbiterio, quella forse identificabile con la primitiva cappella. La volta è a crociera; una balaustra in legno separa il presbiterio dalla navata. Sulle pareti, alcuni affreschi dedicati ai tre santi cui l’edificio è dedicato, cui si aggiunge S. Antonio Abate: il dipinto è datato, in latino, “luglio 1513”.

L’altare, di legno intagliato e dorata, reca una pala rappresentante una Sacra Conversazione.

Lo spazio, semplice ma gradevole, molto silenzioso quest’ora che volge al tramonto, induce alla meditazione e, per chi è credente, alla preghiera.

Nei prati qua fuori, all’alba e alle ultime luci del sole, spesso echeggiano i latrati dei caprioli al pascolo, così simili a quelli dei cani. Al mattino presto, presso la vetta del Vioz (mt. 3645) volteggia l’aquila reale e, da alcuni anni, anche il grande Avvoltoio degli Agnelli, reintrodotto sulle Alpi dopo quasi un secolo.

I corvi reali intrecciano i loro voli, il torrente Noce scorre portando l’acqua dei ghiacciai, tra i larici e gli abeti…

E i morti, qui, riposano davvero in pace.

 

 

 

Galleria fotografica a cura di Gianni Marucelli

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Parole dall’Elba

Il 21 marzo è la Giornata mondiale della Poesia. In occasione di questo evento culturale il nostro direttore, Gianni Marucelli ha inviato una sua lunga composizione inedita dal titolo “Parole dall’Elba”. Il nostro direttore ci tiene a precisare che questa poesia è stata iniziata più di quarant’anni fa ed anche gli ultimi versi risalgono a quell’epoca.

Punta Fetovaia

Parole dall’Elba

 

Perché al tramonto scagliano le acacie

ombre più lunghe e dagli scogli basso

risponde al vento il volo del gabbiano,

perché il silenzio è teso sopra il mare

come un filo di rame e la mia mano

ha venature pallide e sottili,

ancora torneranno le parole

lontane, su navigli di ricordi

solcheranno l’oblio…

 

Cavo

Sono rimasta sola nell’altana

che nemmeno rammenti. O forse il vento

d’occidente e le rondini han portato

di quando in quando l’odore del lentisco

e dei fiori di cisto nella bolla

dove hai vissuto, larva senza attese.

Anni o decenni: quanti son passati

o passeranno per te che sei terragno.

Io libera mi specchio in quell’azzurro

che Montecristo incide a meridione,

qualche ruga di salso reco in volto

ma la spera, per ora, niente ha tolto.

 

Marciana marina

Fuggii un tempo da te e dalle rive

delle mie estati, a macerarmi al tedio

di studi affatto insonni. Mi giungeva

di quando in quando – oblunga busta azzurra –

un tuo afflato, sapeva di limone

la tua grafia sottile ed ordinata,

ma altre donne di te molto più scaltre

mi chiedevano urgenza ed attenzione,

ad ardite metafore inducevo

la mia poesia neppure laureata.

Per te solo due righe poi più niente,

sbiadì il sorriso tuo nella mia mente.

Portoferraio

T’ho amato? Non lo so. Conservo ancora

l’istantanea a colori ormai virati

verso il seppia. Di tanto in tanto passa

un traghetto, affannando sopra l’onde.

L’uva è matura, le agavi turchine

spuntano dai vapori della nebbia

presto al mattino. S’involano gli stormi

di canapiglie volpoche marzaiole –

flatus vocis per te stento poeta –

verso gli stagni della costa, ad est.

Galleggio anch’io sulla mia vita, piana

come suona al tramonto la campana.

Enfola

Io di te neppur l’ombra di una foto

ho nel cassetto. Resta quel vermiglio

di labbra adolescenti nella vaga

concupiscenza d’un meriggio tardo.

Nel bozzolo di nebbia in cui s’avvolge

la mia lenta vecchiaia non penetra

altro segno. C’è neve sopra i gioghi

del Pratomagno; s’erge un cirro bianco –

un’isola nel cielo che rammenta

quella che già vedemmo dall’altana.

Non mi guardo allo specchio, ho già vissuto:

e ciò che appare è questo labbro muto.

Le ghiaie

M’immagino – o mio amore malvissuto –

che il tuo doppio persista in qualche proda

dell’isola che vedo sulla linea

separante l’azzurro da altro azzurro,

raro come fu ancora il bue marino

che rompeva le reti ai pescatori

e le cernie rubava e le donzelle.

O nuoti forse a Punta Fetovaia

giù tra gorgonie rosse e praterie

di posidonie…Credo che sia accanto

a te pure il mio doppio, e le due ombre

si troveranno, se la notte incombe.

 

Rio marina

La neve trascolora nel tramonto,

ma primavera luce già nel cisto

che timido s’affianca al rosmarino…

E qui il fanello il suo cantare ha sciolto…

Il profumo del vento è così dolce

e la risacca porta la tua voce…

Così forse sarà l’ultimo approdo

quando il tempo cadrà, come la brezza

che nei vicoli ciechi del paese

muove azzurre lanterne, ripetendo

sulla pietra le danze degli uccelli

con ali alacri remiganti al sud.

 

© Gianni Marucelli

(Firenze, 1972  – Cavriglia, 2016)

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