IN DIFESA DELLA MONTAGNA

a cura di Gianni Marucelli

Si approssima l’estate, per molti è tempo di pensare alle sospirate vacanze: i più sono ancora orientati verso il classico “sole, mare e spiaggia”, ma un numero sempre maggiore di italiani si indirizza a ricercare aria buona, tranquillità e possibilità di godere di una natura ancora incontaminata sulle nostre bellissime montagne, si chiamino esse Appennini o Alpi.

Sarà per questo sempre più consistente afflusso turistico che anche gli organizzatori di eventi musicali cercano di inserirsi in questo contesto, talora vivacizzando in modo assai positivo la pace un po’ sonnacchiosa dei borghi montani, talaltra “innalzando”, in senso letterale, il proprio obiettivo a luoghi e quote che, invece, dovrebbero essere lasciati agli escursionisti e comunque a coloro che vogliono vivere la montagna nella sua essenza.

Plan de Corones d’inverno

Il caso è scoppiato sui media in questi giorni, e forse ne sarete venuti a conoscenza. Il notissimo (e bravo) cantante e autore Lorenzo Cherubini (in arte Jovannotti) ha deciso – non da solo, ovviamente – di organizzare un concerto sul breve altopiano di Plan de Corones, a circa 2000 metri, che domina da un lato la Val Pusteria e le vette di confine tra Italia e Austria, dall’altro le Dolomiti bellunesi.

Plan de Corones d’estate

Qui sorge anche uno dei Musei della montagna intitolati a Reinhold  Messner, ed è stato proprio il grande scalatore altoatesino a criticare l’improvvida scelta del musicista cortonese:, la posizione di Messner sembra essere più che giustificata, non tanto per le due ore di suoni ad alto volume che disturberebbero inevitabilmente la fauna, quanto perché la logistica dell’organizzazione e, soprattutto, l’afflusso di centinaia e centinaia di auto dal fondo valle e il loro parcheggio in quota comporterebbe un impatto ambientale di cui è difficile prevedere la mole di effetti negativi.

Un altro caso, che stavolta coinvolge un dei luoghi più suggestivi del Parco Nazionale del Gran Paradiso, lato piemontese, non ha forse suscitato la stessa attenzione delle TV e degli organi di stampa, ma è certamente molto più grave.

La tredicesima tappa del Giro ciclistico d’Italia, che prende l’avvio da Pinerolo, prevede infatti l’arrivo al Lago Serrù (mt. 2200), il prossimo 24 maggio.

Un periodo delicatissimo per la riproduzione degli animali della fauna alpina, che la pesante organizzazione logistica e l’afflusso di migliaia di tifosi e di appassionati delle due ruote potrebbe compromettere.

A segnalarlo, con una lettera al Ministro dell’Ambiente e a tutti gli Enti interessati, è stato il prof. Mauro Furlani, Presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, cui questa rivista fa riferimento.

“Ci troviamo a oltre 2.200 metri di quota e in pieno territorio del parco nazionale del Gran Paradiso – si legge nella lettera firmata dal presidente Furlani. – Il periodo previsto risulta inoltre particolarmente delicato per la fauna: quasi tutti gli animali si trovano nel periodo riproduttivo e ogni disturbo può arrecare danni gravissimi. In particolare, gli stambecchi partoriscono i loro piccoli proprio in questo periodo. Ricordiamo a tale proposito la situazione di difficoltà che sta vivendo la specie, con vistosi cali numerici”.

Il Gran Paradiso

Il rimedio sarebbe semplice quanto doveroso: accorciare la tappa di qualche chilometro, evitando così di recare danni agli ambienti più fragili del Parco.

Sappiamo, purtroppo, che niente è così scontato quando gli interessi economici in gioco (diritti televisivi ecc.) sono evidenti, ma speriamo tuttavia che le ragioni della tutela ambientale abbiano stavolta la meglio.

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EMILIA-ROMAGNA: LE ASPRE ROCCE DEL MONTE PRINZERA

La zona costituisce una delle Oasi di Pro Natura

A cura di Gianni Marucelli

Il luogo dove ci troviamo è veramente singolare. Mentre la primavera comincia a verdeggiare sui versanti dell’Appennino, tutto intorno a noi, la vetta aspra di questa montagna, di un colore bruno-rossastro, appare priva di vegetazione arborea. Eppure, è di eccezionale valore per i botanici.

Siamo quasi al confine tra tre regioni: Emilia Romagna, Liguria e Toscana.

Qui, un tempo, valicava l’Appennino, provenendo dalla Padania, il pellegrino diretto a Roma. È la via Francigena, o Romea, che oggi è stata sostituita dalla statale della Cisa. In basso, il Taro, una striscia orlata dal bianco delle ampie ghiaie lasciate in secca dalla mancanza di piogge. Più oltre, a est, il borgo di Fornovo sorge nella località dove si svolse una famosa battaglia: l’ultima che le genti italiche, unite, riuscirono a vincere prima di cadere, per secoli, sotto la dominazione straniera.

Il 6 luglio 1495, l’esercito della Lega Antifrancese, composto principalmente dai Veneziani e dai Milanesi, sotto la guida di Francesco Gonzaga, intercettarono le truppe del re Carlo VIII, reduce d’aver saccheggiato il centro e il sud del nostro Paese. La battaglia fu breve ma cruenta. Il re riuscì infine a passare, ma fu sonoramente sconfitto.

A queste rocce, però, ben poco importa delle vicende umane. Sono qui da decine di milioni di anni e qui resteranno anche dopo che la nostra razza sarà scomparsa dalla faccia del pianeta.

Sono in gran parte ofioliti, di antica origine vulcanica, emerse per erosione selettiva dal più giovane complesso di rocce sedimentarie in cui sono inglobate.

Insieme ad un’alta componente di ferro, e per contro a una notevole scarsità di sodio, magnesio, calcio, azoto, fosforo, cioè i nutrienti di base delle piante, sono presenti metalli tossici come il nichel, il cromo, il cobalto, il cadmio, il piombo, lo zinco e persino l’amianto.

Poche specie botaniche possono vivere in questo ambiente particolare, con un simile sostrato, e con  scarsità di acqua, che filtra attraverso il terreno permeabile verso gli strati inferiori.

Esse formano una vera e propria isola biogenetica, che presenta endemismi molto rari, erbe e fiori all’apparenza modesti che però sono scientificamente importanti.

È ovvio che queste piante resistono perché si sono adattate a vivere in un terreno ostile, anzi letale, data la presenza di tante sostanze velenose.

Questa particolarità rende l’area del Monte Prinzera davvero eccezionale, tanto che la Federazione Nazionale Pro Natura ne acquistò, un quarto di secolo fa, circa tredici ettari, affidandone la gestione alla locale Pro Natura Parma. L’Oasi Pro Natura del Monte Prinzera fu dotata di una serie di punti di osservazione, raggiungibili tramite il sentiero degli Zappatori, così chiamato perché tracciato, forse nella seconda metà dell’Ottocento, da un reparto del Genio del Regio Esercito.

In seguito, pur restando di proprietà della Federazione, la zona rientrò nei limiti del Parco Regionale emiliano cui è ora demandata la gestione.

In questa stagione, siamo ai primi di Aprile, la fioritura deve ancora avvenire, ma alcune delle pianticelle di cui abbiamo parlato stanno già sbocciando. Una piccola Orchidea viola sembra darci il benvenuto, così come una Globularia dal bel colore giallo.

Il terreno sembra coperto da una brughiera, m in realtà si tratta di complesso simile alla steppa, che presto lascia il posto alle rocce, nere dove percola l’acqua, rossastre dove sono asciutte.

Qualcuno di noi avvista un cervide, forse un capriolo o un daino, che si dilegua in un istante.

Infatti, qui non manca neppure la fauna, di mammiferi e uccelli, e particolarmente interessante è la presenza di rapaci come il gheppio, lo sparviero, la poiana e l’allocco.

Vi sono tracce del passaggio di un istrice, animale che ha conquistato, o riconquistato, queste latitudini in tempi abbastanza recenti, dopo che era sopravvissuto solo in Maremma e in Tuscia.

Gli ultimi cerri, ancora spogli, sono rimasti indietro. Ora le rocce, ricoperte qua e là da erbe ancora giallastre, formano un paesaggio che si potrebbe definire simile, anche per il colore, a quello che le sonde spaziali ci hanno trasmesso dal pianeta Marte.

Certo, però, i marziani non sono di così cattivo gusto da erigere in vetta (mt.700) un ripetitore vistosamente colorato di bianco e di rosso, come qui accade.

Cose che pertengono solo a noi umani, purtroppo…

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AMPLIARE IL GRUPPO DEI NOSTRI COLLABORATORI

A cura di Gianni Marucelli

È questo l’obiettivo che ci prefiggiamo di conseguire nel prossimo futuro, per coprire al meglio le varie realtà del nostro Paese, sia al nord, che al centro, che nel sud e isole.

In un momento in cui i temi ambientali divengono sempre più urgenti e la sensibilità collettiva è maggiormente orientata verso di essi, diviene fondamentale fornire un’informazione corretta, scientificamente motivata e completamente indipendente: questo lo abbiamo sempre fatto, per di più fornendo all’utenza un prodotto completamente gratuito, com’è la nostra Rivista.

Ora l’esigenza è di rappresentare al meglio anche le problematiche di quei territori, e sono tanti, per i quali ci mancano collaboratori locali.

Non possiamo offrire “vile” denaro, ma solo una “palestra” di scrittura e un mezzo con cui raggiungere facilmente migliaia di lettori: crediamo che il piacere di esprimere liberamente le proprie idee, e di “raccontare” la propria terra, possa essere un compenso sufficiente per molte persone che vorrebbero occuparsi di giornalismo ambientale.

Non solo: anche agli appassionati di fotografia naturalistica offriamo ampi spazi per far conoscere le loro opere.

Il direttore e il coordinatore di redazione riceveranno con piacere i vostri contributi e senz’altro vi risponderanno con gratitudine.

Non temete quindi di scriverci, utilizzando le seguenti mail:

iuadirettore@yahoo.it

alp.pestelli@gmail.com

E adesso, buona lettura a tutti!

Per scaricare il numero di Aprile andare sul menù e cliccare “Scarica la Rivista”. Troverete il link a fondo pagina.


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TORNA LA VOCE DI DONATELLA ALAMPRESE AL TEATRO “CESTELLO” DI FIRENZE

Il nuovo spettacolo della cantante Donatella Alamprese avrà il suo battesimo al Teatro di Cestello, a Firenze, Venerdì 29 marzo alle ore 21,00.

Il suo titolo, FA-NGO, vuol annunciare una contaminazione tra due termini di genere musicale: il Tango, tanto amato dall’artista, e il Fado.

Conserva tuttavia anche il suo significato originario, come spiega il sottotitolo dell’evento: Donne migranti dal Fado al Tango: dal cuore della terra, da dove tutto ha origine e trae nutrimento: il fango, materia umile da cui nascono e si plasmano cose preziose e la vita stessa.

O, come in sintesi direbbe Fabrizio de Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Lo spettacolo quindi si impernia su un viaggio musicale, declinato al solito al femminile, che parte dal Fado dei bordelli di Lisbona per approdare al Tango dei locali popolari di Buenos Aires e condurre infine lo spettatore, attraverso una geografia dell’anima più che una topografica, nel Mediterraneo, alla terra natìa di Donatella, la Lucania.

Ad accompagnare Donatella in questo itinerario, oltre alla consueta, mitica chitarra di Marco Giacomini, i cinque strumenti di cui sia avvale Stefano Macrillò (chitarra, mandola, cuatro, tiple e mandoloncello).

Il tutto con l’impianto scenico di Cecilia Micolano e per la regia di Marcello Ancillotti.

Viste le premesse, non mancherà il successo!

PER INFO E PRENOTAZIONI: 055294609 – info@teatrocestello.it

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Il Regno del Ragno

Chi mai tesse la tela?

Il secondo volume della saga VIA DA SPARTA di Carlo Menzinger di Preussenthal

Recensione a cura di Nadia Bertolani

Il sipario si apre sulla scena di un’epica battaglia nel delta del Gange, dove il potente Generale Archidamo Stanatis fronteggia le forze dell’Impero rivale di Nippon. A molti chilometri di distanza, nella città di Lacedemone, sua figlia Nymphodora continua a sognare una rivoluzione urbanistica e architettonica che riporti alla luce del sole le abitazioni spartane confinate nel sottosuolo. Ed è vicino a lei, nel ruolo di schiava e amante, che ritroviamo Aracne, la splendida eroina di cui abbiamo letto le peripezie nel primo volume di questa saga, “Il sogno del ragno”. Chi ha conosciuto Aracne, sa che la cifra della sua esistenza è la fuga; se però nella storia precedente il suo viaggio verso la libertà era stato “una fuga per la vita”, in questo secondo volume, “Il regno del ragno”, l’evasione dalla sua condizione di ilota è indirizzata principalmente verso la “conoscenza”. Di se stessa, del suo destino, del mondo e dei suoi sogni. Ed è proprio all’inseguimento di un sogno e alla ricerca di una vita diversa, libera dalla ragnatela intrusiva di Sparta, che Aracne, con il suo bambino nato da una violenza, con Nymphodora, e con Doukas, studente di Architettura, parte verso le terre del Nord insieme a Ingmunde, maestro di norreno. Da cosa fuggono tutti quanti? Dalla schiavitù e dall’insensatezza. Che cosa cercano? Il volo della libertà, il fuoco dell’amore, la risposta ai loro sogni.

“Non si dovrebbe morire prima dei nostri sogni” asserisce Lucius, lo schiavo di origine romana, quasi un Erodoto ucronico, incaricato di registrare le gesta di Archidamo Stanatis contro i samurai di Nippon, ma fermamente intenzionato a tramandare l’interpretazione dei fatti oltre alla loro semplice amplificazione voluta dal potere a scopi propagandistici; la frase è rivolta a un nuovo personaggio, la Seconda Educatrice, una sedicenne che, a dispetto della sua funzione, relegata nella periferia dell’Impero, ignora tutto della nascita e della morte, ignora in cosa consista il potere dell’onnipresente apparato statale di Sparta, ne fraintende persino le agghiaccianti crudeltà e conosce solo l’orizzonte ristretto dell’Isola dei Donatori, dove accudisce i bambini predestinati alla donazione degli organi e dove approdano i fuggitivi. Anche lei, lentamente e con fatica, impara che nell’isola dove è vissuta – una deformazione macabra dell’Isola che non c’è in cui i bambini sperduti vivevano una magica infanzia al fianco del bambino per eccellenza, Peter Pan – non c’è posto per nulla che non sia l’orrore. E l’orrore più grande, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, non solo nella dimensione ucronica di Sparta, è l’ignoranza di sé, delle proprie origini, del mondo e dei suoi meccanismi.
Dunque il filo rosso che collega i personaggi, i loro pensieri, i dialoghi, è la ricerca della verità in un mondo contrassegnato da letali menzogne e da un’onnipresente violenza. E questo mondo emerge dalle pagine del libro con una nettezza sorprendente: tra avventure e guerre, tra amore ed erotismo, tra colpi di scena e inseguimenti, domina incontrastata la fantasia felicemente sfrenata dell’Autore che ci dipinge un universo impensabile; come non ammirare l’invenzione dei “mutanti thalassiani”, sintesi felice di fantascienza e di classicità? Come non stupirsi per le “biobarche” trainate da delfini o per i “saltadune”? In questo macrocosmo che oscilla tra rimandi alla storia, tra allusioni al tempo presente – soprattutto per quanto riguarda la genetica e la rivoluzione informatica -, tra misteri inquietanti, non ultimo quello che riguarda le origini di Aracne, brillano di luce propria i momenti lirici e le citazioni che sono un omaggio al mondo omerico.
Un romanzo vario, avvincente, dove all’intreccio dinamico si affianca la malinconica riflessione sulla “vita derubata” dalla dittatura e sull’espropriazione dei “sogni”.
Spicca, in ogni caso, la protagonista diventata madre, questa giovane donna che ha tatuato sulla fronte il disegno di un ragno e che alla fine del libro scoprirà la verità sulle proprie origini; lei, “dagli occhi di prato”, lei che vive una sessualità senza consapevolezza, lei di cui seguiamo, passo passo, l’itinerario di formazione:
“E Aracne non sapeva più nulla. Non capiva la pioggia. Non capiva il proprio pianto e ancor meno il proprio riso. Non capiva se stessa e non capiva i sogni. Forse per questo piangeva. Forse per questo rideva.”

Di nuovo prigioniera, in una detenzione peggiore di quella di Neapolis, peggiore di quella di Lacedemone, Aracne dà un appuntamento imperdibile ai suoi lettori nella prossima storia.

Non resta che aspettare l’uscita del terzo volume della saga per verificare se anche noi moderni, come l’immaginaria Aracne, siamo intrappolati nella ragnatela dei nostri stessi sogni. O in quella che tesse per noi Carlo Menzinger.

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TOSCANA: IL RITORNO DEL… SUPERGATTO!

A cura di Gianni Marucelli

Giovane esemplare di Felis Lybica Sarda nelle campagne di Villagrande Strisaili in Ogliastra – Fonte: Autore Biddamanna
Wikipedia – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Felis_Lybica_Sarda_(Gatto_selvatico_sardo).jpg CC BY-SA 4.0

Qualche giorno fa, l’amico Duccio Berzi, biologo ed etologo molto noto in Toscana e altrove, ha postato su Facebook la foto di un felino ritrovato, purtroppo morto non si sa per quali cause, in un bosco in provincia di Firenze, in località, manco a dirlo, chiamata Gattaia. A quel che si nota dall’immagine, sembra proprio trattarsi di un Gatto selvatico (Felis Silvestris), il piccolo felino che sta al Gatto domestico più o meno come il Lupo sta al Cane.

Gli accertamenti tramite analisi del DNA, di cui è incaricata ISPRA, ci diranno se effettivamente si tratta di un esemplare di raro Gatto selvatico o di un ibrido, per ora si tratta dell’unica testimonianza “materiale” (le trappole fotografiche ne hanno immortalati molti altri) della presenza in questa zona di un piccolo predatore così elusivo da essere avvistato solo in casi veramente sporadici: eppure è presente, da sempre, nelle zone boschive dell’intera penisola, anche se, qualche decina di anni fa, era considerato pressoché estinto.

Il Gatto selvatico non si distingue tanto da quello domestico per le dimensioni, che sono più o meno le stesse, bensì per i caratteri del mantello e della coda, che in genere porta, ben visibili, degli anelli neri ed è più folta di quella dei mici di casa nostra; inoltre, il dimorfismo sessuale che caratterizza la specie è accentuato (femmine di colore più chiaro, così come i giovani).

Per fortuna, le testimonianze della presenza di questa affascinante creatura dei boschi si sono, in questi ultimi anni, moltiplicate, segno che la specie si sta numericamente riprendendo, forse per la ritrovata abbondanza di piccole prede (scoiattoli, altri roditori ecc.) come per l’ampliamento delle aree boschive in tutto il Paese. Da notare che questo predatore è presente anche in Sardegna e in Sicilia (sicuramente, per quest’ultima isola, nel Parco delle Madonie).

Se c’è una caratteristica “sociale” che accomuna il gatto selvatico e quello domestico essa è, per certo, l’accentuato individualismo. Solo nell’epoca degli amori maschi e femmine si frequentano, anzi è la femmina a scegliersi il proprio compagno. Come per i mici di casa nostra, le femmine vanno in estro tra febbraio e marzo, per poi condurre una gestazione di circa settanta giorni. I piccoli, normalmente quattro, quando nascono pesano circa 120 grammi e vengono accuditi dalla madre per l’allattamento per circa quattro settimane.

Poi, durante i mesi estivi, può verificarsi una seconda gestazione, con parto all’inizio di settembre.

Come per il cane e il lupo, così anche tra il Gatto selvatico e il Gatto domestico è possibile l’ibridazione, e questo costituisce un pericolo non da poco per la conservazione di questo raro felino.

Probabilmente, nessuno di noi avrà modo di osservare un gatto selvatico in natura, dal vivo, anche se, personalmente, io continuo a sognare un incontro del genere, così come quello con un altro animale ormai divenuto leggendario, la lontra…

Comunque sia, bentornato, Supergatto!

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CACCIA: UN INASPETTATO VOLTAFACCIA “A 5 STELLE”

a cura di Gianni Marucelli

Sta facendo scalpore, soprattutto sul web, l’iniziativa presa dal Presidente della Commissione Agricoltura della Camera, on. Gallinella (sul nome si sono sprecate le battute…), appartenente al Movimento 5 Stelle, di avanzare una proposta di Legge (sarebbe la n. 982) che, tra l’altro, prevede di estendere le attività di “controllo faunistico” a tutto l’anno solare.

Si tratta di un provvedimento in gran parte ricalcato sulla famigerata Legge Remaschi della Regione Toscana, già attuata da due anni e ora estesa per altri tre, che di fatto apre la caccia a tutti gli ungulati (cinghiali, caprioli, daini ecc.) per dodici mesi su dodici.

Ora, la proposta di legge del pentastellato, modificante la L.157/92, prevede che a sparare sia il personale autorizzato, non si sa se comprendente i cacciatori di selezione, ovvero coloro che abbiano conseguito una particolare licenza in ambito regionale per questo tipo di attività venatoria; la notizia ha stupito in quanto i “grillini”, almeno in parte, si sono sempre proposti come paladini dell’ambiente e degli animali.

Gallinella si sarebbe giustificato affermando che, come Presidente della Commissione Agricoltura, ha agito nell’interesse dei coltivatori i cui campi subiscono danni da parte degli animali selvatici (cinghiali in primis), un problema indubbiamente reale, che tuttavia pensare di risolvere solo a fucilate è illusorio e pericoloso, come dimostra l’esperienza toscana.

Infatti, pur con l’abbattimento, nei primi venti mesi di validità della legge, di più di 215.000 capi (una vera e propria strage, comunque la si pensi), i risultati, per quanto riguarda la tutela delle colture, sono stati ineguali e decisamente non risolutivi, come attesta la decisione di prolungare per altri tre anni una misura che era stata pensata con obiettivi temporali limitati.

Ma torniamo alla proposta di Gallinella e c.: questa prevede che a sparare possano essere anche i proprietari dei terreni interessati, se muniti di licenza di caccia: ciò comporterebbe, alla fine, un difficile controllo da parte degli agenti delle polizie provinciali (i cui organici, a quanto ci risulta, sono assai deficitari) e una virtuale apertura a ogni tipo di abuso (chiamiamolo pure bracconaggio legalizzato).

Per ora, nessuno ha speso una parola sulle iniziative, diverse dall’abbattimento, che, a costi limitati, possono essere messe in atto per dissuadere gli animali che danneggiano concretamente i coltivi; a dire il vero, girando per le campagne della Toscana, non è che io ne veda molte.

Eppure esistono: oltre alla dissuasione elettronica programmata mediante suoni e luci, vi sono i dissuasori olfattivi, quelli del gusto (diversi da specie a specie), le recinzioni elettrificate a bassa tensione, pensate specificatamente in base al comportamento di cinghiali, oppure caprioli e così via… e altro ancora.

Sarebbe troppo lungo elencarle tutte qui, ma possiamo rinviare a un link relativo a un articolo elaborato dall’Università di Firenze. Quindi, non possiamo essere tacciati di anti-scientificità!

Eccolo:

https://www.gesaaf.unifi.it/upload/sub/ricerca/laboratori/wildlife/download/articolo-ia-17-2015.pdf

Tutto questo, naturalmente, a prescindere dalla rifusione dei danni agli agricoltori danneggiati prevista dalle leggi regionali, che magari in qualche caso non copre interamente il costo del danneggiamento, ma è comunque non irrisoria.

Infine, lasciateci spendere due parole sincere contro chi, come l’assessore regionale toscano all’Agricoltura, Caccia e Foreste, da una parte pretende di limitare il numero degli ungulati e dall’altra vorrebbe che, nel contempo, si aprisse all’abbattimento di coloro che sono i veri, efficacissimi ed ecologici “cacciatori di selezione” di cinghiali e c.: i Lupi.

Quando si dice, un politico dalle idee limitate, ma confuse…

E le Gallinelle? Lasciamole cuocere nel loro brodo pre-elettorale…

Fonte dell’immagine: https://notizie.tiscali.it/politica/articoli/grillo-lega-caccia/
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Le balze del Valdarno

a cura di Gianni Marucelli

La strada dei Setteponti – che un tempo si chiamava Cassia Vetus, ossia Cassia Vecchia – corre lungo le suggestive pendici del massiccio del Pratomagno, che divide il Casentino dal Valdarno superiore. Ci troviamo in provincia di Arezzo, e sotto di noi si apre la vallata percorsa dall’Arno, nel tratto che, dalla città di origini etrusche, porta a Pontassieve e quindi a Firenze.

È un itinerario antichissimo, già tracciato dagli Etruschi e quindi sistemato dai Romani, che permetteva di evitare il fondovalle paludoso e infido. Un fondovalle che, nel Pliocene, era coperto da un grande lago, i cui detriti, quando esso è lentamente scomparso, sono stati solcati dal Fiume Arno e dai suoi affluenti.

Questi materiali sono stati erosi ed hanno lasciato, sul margine orientale della valle, un altopiano che è situato oggi a circa 400 mt. di altezza. Ameno, famoso per i suoi oliveti, l’altopiano ospita centri abitati di antica origine: da Reggello a Pian di Sco, a Castelfranco di Sopra, a Loro Ciuffenna (di fondazione etrusca) a San Giustino, fino a Castiglion Fibocchi, alle porte di Arezzo, tutti collegati tra loro, appunto, dalla via dei Setteponti.

La zona immediatamente sottostante, geologicamente formata da strati argillosi cui si sono sovrapposti sedimenti fluvio-lacustri di sassi e sabbie, facilmente permeabili, è stata dilavata dalle acque meteoriche e da quelle correnti, e l’erosione ha creato un paesaggio di calanchi, in Toscana chiamati “balze”, veramente particolare.

Canyon profondamente incisi tra pareti scoscese, di color giallo-ocra, pinnacoli e guglie da cattedrale gotica, prati e coltivi che si alternano a macchie intricate e a boschetti di latifoglie, tra cui si insinuano le acque dei ruscelli, talora naturalmente solforose: uno spettacolo che si ammira appieno solo percorrendo a piedi i sentieri e le mulattiere che solcano la zona, che, essendo così friabile, ospita poche costruzioni umane.

Il percorso che, tra i molti, scegliamo oggi per il nostro itinerario parte da Castelfranco di Sopra, una delle terre novae volute dalla Repubblica di Firenze nel territorio valdarnese, a lungo conteso con la città di Arezzo.

Un cartello segnala la presenza dell’ANPIL (Area Naturale Protetta di Interesse Locale) delle Balze e ci indirizza all’inizio del sentiero, che scende velocemente dalla Setteponti verso il basso, introducendoci all’ambiente dei Calanchi. La primavera, si sente, è alle porte, e il biancospino fiorisce candido, mentre alcuni peschi rinselvatichiti formano macchie rosee nel folto degli arbusti che costeggiano il torrentello dell’Acqua Zolfina. Presto incrociamo la sorgente solforosa, dall’inconfondibile odore, mentre alla nostra destra appaiono le prime pareti giallo-ocra, alte forse una ventina di metri, che delimitano piccoli piani coltivati.

I rami ancora spogli delle latifoglie, in prevalenza roverelle, ma anche carpini e ornielli, consentono di intravedere altri particolari delle Balze, pinnacoli sottili che è facile prevedere possano crollare nel giro di qualche decennio, ma che ora ci indicano imperiosamente il cielo, che sta sgombrando le nubi fino a poco fa minacciose.

Ci fermiamo nei pressi di un agriturismo, sito in una posizione stupenda: un anfiteatro delimitato dai calanchi che, nella luce del mattino inoltrato, sembrano quasi delle Dolomiti in miniatura.

Tra la macchia che circonda il sentiero è facile riconosce, benché non sia fiorita, la rosa canina come la ginestra, il prugnolo e il pungitopo. Nel pieno della primavera appariranno i fiori del cisto e quelli del garofano selvatico, insieme a tanti altri, così come si moltiplicheranno i richiami degli uccelli di macchia, dallo scricciolo alla ballerina bianca, mentre torneranno a nidificare, nei fori delle pareti delle balze, i Gruccioni multicolori. La donnola, la faina, la volpe e altri piccoli predatori, insieme a uccelli rapaci come la civetta e l’allocco, s’incaricheranno di mettere a repentaglio i nidi, mentre i cinghiali continueranno ad aggirarsi in cerca di tuberi, lasciando chiare tracce sul terreno.

Saliamo ora il versante: qualche grotta scavata dall’uomo è ancora visitabile: serviva, un tempo, come riparo per gli attrezzi, o per gli animali da cortile, ma ha avuto ben altro uso durante l’ultima guerra, quando gli abitanti vi trovarono rifugio durante il passaggio del fronte e le razzie nazifasciste. D’improvviso, appaiono sopra di noi le costruzioni di Piantravigne, un paesino che porta nel nome la sua ubicazione, isolato su una cresta che divide due zone diverse delle Balze.

Usciamo alla breve pianura tra gli uliveti, nei pressi di un vecchio lavatoio ormai privo di acqua e di una Madonnina ai margini della strada.  Da qui, il panorama è aperto: a nord-ovest le vette del massiccio del Pratomagno, di fronte a noi, al di là delle Balze, il paese di Castelfranco da cui siamo partiti. Ci restano due o tre chilometri da percorrere, rientrando sulla strada asfaltata: ma il cammino è agevole perché pianeggiante e allietato da un sole davvero primaverile

Un itinerario piacevolissimo e per tutti, anche per chi non è abituato a camminare a lungo…

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Don Milani e suo padre

La cara amica Valeria Milani Comparetti ci comunica la presentazione del suo libro a Santena, vicino Torino.

L’evento avverrà la sera del 13 marzo 2019. La mattina dopo Angelo Majello farà il suo spettacolo su Don Lorenzo Milani.

Presso Biblioteca Comunale di Santena, Piazza Visconti Venosta 1, Santena (TO).

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SCORIE NUCLEARI: DOVE IL DEPOSITO NAZIONALE?

di Gianni Marucelli

La legge prevede di stoccare le scorie radioattive ancora presenti in Italia. Pronta la Carta dei siti adeguati.

Una veemente reazione su vari media hanno suscitato le dichiarazioni di Matteo Salvini, fatte proprio dal vice-premier a Cagliari in occasione di un comizio il 24 febbraio scorso.

Il ministro leghista in realtà ha detto: “Non si può dire sempre no al nucleare”, una battuta forse infelice che ha provocato la reazione dell’altro vice-premier, Di Maio, che ha risposto, in sintesi: “Una centrale nucleare? Una follia!”.

Più tardi, Salvini ha precisato che non intendeva riferirsi a scelte future, ma soltanto a quelle passate.

Però, in un momento in cui la Sardegna è al centro delle attenzioni dei media per la questione-latte, il sospetto permane, ed è quello che il Ministro dell’Interno si riferisse non all’ubicazione di nuove centrali atomiche, ma a quella del Deposito Nazionale delle Scorie Nucleari, un piatto “bollente” che è all’ordine del giorno da anni e che nessun governo ha ancora avuto il coraggio di presentare ai “commensali”.

Della questione abbiamo parlato in passato su queste colonne, precisando che la legge prevede da molto tempo la realizzazione di un “luogo sicuro” dove stoccare tutte quelle scorie radioattive che si sono accumulate nei decenni in Italia, frutto del combustibile esausto delle Centrali nucleari esistenti in passato e ormai in disuso (Trino Vercellese, Garigliano ecc.) e delle tante attività ancora in essere, principalmente legate a alcuni settori industriali e ai reparti di Medicina nucleare. Per adesso, queste scorie sono conservate per gran parte in alcune zone del Piemonte, ma abbisognano di un impianto che le stocchi in sicurezza per i prossimi secoli (in qualche caso, millenni) finché la radioattività non sarà decaduta.

La SOGIN, società che è stata delegata a individuare i siti compatibili con i criteri di sicurezza richiesti (che sono numerosi), ha già stilato un elenco di luoghi situati sul suolo nazionale; il primo criterio tra quelli raccomandati è senz’altro la stabilità geologica, una situazione non certo facile da reperire in un paese molto montuoso e molto sismico come il nostro. Sotto questo punto di vista, sembra che la Sardegna offra le maggiori garanzie, ma, recentemente, il Ministro dell’Ambiente ha smentito le voci che circolavano, dichiarando, a margine di un Convegno svoltosi a Roma il 13 novembre scorso, quanto segue:

«Per il deposito nazionale delle scorie nucleari penso dobbiamo escludere zone. Come la Sardegna che comportino il passaggio del materiale attraverso il mare, con rischi ambientali inutilmente grandi».

Il fatto è, comunque, che una zona tra quelle individuate (gli altri criteri sono: la non presenza di falde acquifere e la lontananza da centri urbani) dovrà alla fine essere scelta, dopo una consultazione con gli Enti locali interessati. Esclusa per ora la Sardegna (ma non si sa mai) resta, tra le Regioni che avrebbero il dubbio onore di ospitare questo sito, la Basilicata (provincia di Matera). Però qualche altro outsider potrebbe materializzarsi quando sarà nota la Carta dei Siti giudicati adeguati da SOGIN.

È immaginabile che ciò avverrà in un quadro di stabilità politica (senz’altro almeno dopo le Elezioni europee): è facile prevedere che, nonostante i benefici economici previsti per chi si accollerà l’onere radioattivo, vi sarà un vera e propria esplosione di malcontento (ed è un eufemismo) tra le popolazioni interessate. Da questa notazione, è evidente che chiunque volesse riprendere nel nostro Paese il discorso sulla produzione di energia elettrica da centrali atomiche, sarebbe, da un punto di vista politico, pressoché defunto alle elezioni immediatamente successive. Destra, sinistra o centro poco importa…

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