Grazzano Visconti…

Il Borgo di Luchino Visconti

a cura di Maria Iorillo

Pur girando in largo e in lungo per lo Stivale, non finisco mai di sorprendermi. C’è sempre un posto nuovo da scoprire, dove immergersi, commuoversi e imparare… e che mi conferma che il nostro bel Paese non ha nulla da invidiare a nessun altro luogo del mondo. Non a caso, l’Italia è il Paese, insieme alla Cina, che nel 2019 detiene il record di maggior numero di Patrimoni Unesco. Mare, monti, laghi, panorami, città d’arte, borghi, monumenti… e tanta, tantissima storia.

Ѐ il giorno di Santo Stefano e ci dirigiamo verso Grazzano Visconti, un borgo medioevale in provincia di Piacenza, del quale avevo visto alcune immagini nel web e che avevano catturato la mia curiosità.

Parcheggiata la macchina fuori dal borgo, varchiamo l’ingresso di Grazzano ed… eccoci catapultati in un mondo apparentemente antico. Costruzioni affrescate, piazzette, vivaci botteghe artigianali, statue e fontane… avvolte dalla nebbia che, ahimè, ha caratterizzato tutto il periodo delle mie vacanze natalizie a Parma.

Un’atmosfera quasi surreale, suggestiva. Mi lascio guidare dall’istinto del viaggiatore, dalle sensazioni di donna. Attraverso le viuzze, entro nelle botteghe di ferro battuto e di ceramica, ammiro gli affreschi sulle mura delle case.

Seguo le indicazioni per il castello… ma un grande cancello ne impedisce l’accesso. Peccato che proprio oggi sia chiuso. Ho letto che è incantevole nelle sue forme e nella flora e fauna del suo parco. Mi accontento degli scorci… e proseguo entrando in una corte antica, dove è allestito il museo degli attrezzi agricoli. Alcuni li riconosco, di altri ne immagino l’uso, mentre di altri ancora non riesco a intuirne la funzione. Tanti vecchi utensili e macchine arrugginite che avranno lavorato per molti anni prima di mettersi da parte per far spazio ai “più aitanti cugini moderni”.

In quella nebbia, spesso mi sembra di scorgere l’ombra di Aloisa, il fantasma che si racconta si aggiri per il borgo e il castello “a portare Amore e profumo alle belle donne che donano il loro sorriso a Grazzano Visconti”. Aloisa era una donna morta di gelosia in seguito al tradimento del marito, un capitano di milizia. Le tante statue, che la rappresentano e sparse in ogni angolo, mi suggestionano non poco e mi portano sovente al suo dolore… ma il freddo, per fortuna, mi incita ogni volta ad andare avanti.

In un pozzo, posto in un angolo della piazzetta principale, lancio una monetina. Così fan tutti… ed emulo il gesto nella speranza di… chissà cosa!

“Al tocco”, come direbbero i miei amici fiorentini, entriamo in uno dei tanti locali del borgo, quello che, leggendo le recensioni, ci ha più ispirato. E, in effetti, in un ambiente caldo nei colori e nell’arredamento, gustiamo piatti tipicamente piacentini: salumi e gnocco fritto, tortelli, pancetta arrosto con patate e una deliziosa sbriciolata. Sì, abbiamo esagerato, lo so… ma la colpa è del freddo, del desiderio di scaldarsi!                  

Tra la visita al museo delle cere e a quello delle torture anche il pomeriggio scorre piacevolmente.

Prima di uscire da Grazzano, mi volto indietro per racchiudere in un ultimo sguardo le sue forme e i suoi colori a 360 gradi e… per immaginare Luchino Visconti bambino aggirarsi per quelle stradine del borgo fatto costruire dal padre, il duca Visconti, agli inizi del ‘900, intorno all’antico castello del XV secolo. Lo vedo giocare con le sorelle mentre organizza “i teatrini”, sistemando luci, realizzando scenografie, insomma anticipando quello che poi sarebbe diventato il suo lavoro, il registra cinematografico.

E prima che il freddo di quella giornata d’inverno ci congeli completamente, lasciamo Grazzano Visconti portando con noi una gradevole sensazione di sazietà negli occhi e nel cuore… e non solo.

P.S. I colori del borgo sono offuscati dalla nebbia, vi consiglio di cercare nel web immagini di Grazzano Visconti nei giorni di sole… ne rimarrete folgorati!

Maria Iorillo

 

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Tangosolo

a cura di Gianni Marucelli

PER GLI APPASSIONATI DEL TANGO, UN APPUNTAMENTO ECCEZIONALE AL TEATRO DEL CESTELLO DI FIRENZE

Il 26 e 27 ottobre Donatella Alamprese torna a cantare il suo genere preferito, il Tango, in uno spettacolo ad esso dedicato al Teatro del Cestello di Firenze. Il titolo dell’evento, “Tangosolo”,non lascia dubbi, così come la straordinaria presenza di un bandoneonista quale Toni Pezzanov, che affiancherà Marco Giacomini e la sua chitarra.
Il bandoneon è uno strumento tipico del Tango, ma non sempre è facile trovare nel nostro Paese uno strumentista che lo proponga in concerto a questi livelli: in genere viene infatti sostituito dalla fisarmonica. Questa impronta “filologica” sarà per certo apprezzata dal pubblico, in una serata (replicata nel pomeriggio del giorno seguente) già resa affascinante dalla voce splendida della Alamprese, che del Tango è sicuramente la migliore interprete italiana. Il concerto proporrà brani sia del tango “classico” che “nuevo”, presentando dunque una sorta di “spaccato” storico di questo genere musicale.


La presenza in scena di due Maestri del tango ballato quali Nicola Campinotti e Annalisa Bonechi,
che impreziosirà la coreografia, non sarà che un “aperitivo” per i tangueri che certo non mancheranno tra il pubblico, i quali dopo lo spettacolo della domenica pomeriggio, potranno partecipare gratuitamente alla Milonga a loro dedicata sulla bellissima Terrazza panoramica e nel Foyer del Teatro.
Un appuntamento, quindi, da non mancare assolutamente.

Spettacoli: sabato ore 20,45 – Domenica ore 16,45

Info e prenotazioni: Teatro del Cestello 055 294609

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CALABRIA: PENTEDATTILO, LA MANO DEL DIAVOLO

a cura di Gianni Marucelli

È una mattinata di settembre, calda e serena. La strada sale ripida dalla costiera jonica, in un paesaggio brullo, punteggiato da fichidindia dai frutti maturi, che nessuno raccoglie, nonostante siano dolcissimi, per non riempirsi la mano di spine, come è capitato a me, inguaribile goloso.

Piccoli gruppi di cani randagi, o comunque sfuggiti alla tutela del proprietario, percorrono queste aride pendici, che sono il preludio dell’Aspromonte, in cerca di cibo.

Sullo sfondo, ormai vicina, appare quella straordinaria formazione rocciosa che è conosciuta con due nomi, un ossimoro permanente, Calvario/Mano del Diavolo, come del resto è questa terra, di selvaggia bellezza e di sconfortante povertà.

Le cinque vette che costituiscono il complesso montuoso, apparentemente assai simili a quelle dolomitiche, hanno dato il nome al borgo arroccato sulle pendici, Pentedattilo, in greco “cinque dita”.

Antichissima colonia calcidese, fondata nel 640 a.C., Pentedattilo conservò grande importanza per tutto il periodo greco-romano, in quanto presidio militare su una fiumara che scende dall’Aspromonte, per gran parte dell’anno asciutta e quindi facilmente percorribile da eserciti invasori; benché fortificato in seguito il paese venne più volte devastato dagli attacchi dei Saraceni, da quelli di vicini potenti e aggressivi e da un nemico subdolo, ma molto più terribile: il terremoto.

Nei secoli, la popolazione lo ha quindi progressivamente abbandonato, rendendolo di fatto un “paese-fantasma”, non dissimile da altri che esistono in Calabria; non mancano però, ormai da qualche decennio, gli sforzi per recuperarlo alla fruizione turistica, tramite l’ubicazione di negozietti che vendono artigianato locale, il restauro della strada principale del borgo e importanti iniziative culturali come il Pentedattilo Film Festival, dedicato ai cortometraggi.

La strada finisce in un ampio parcheggio, da cui, a piedi, si percorre un breve tratto che conduce al borgo. Siamo proprio di fronte ai pinnacoli di roccia, di estrema suggestione, che dominano l’abitato. Ci accoglie il proprietario del primo dei negozietti, che si è assunto il ruolo di cicerone dei gruppetti di visitatori, ma che è anche il promotore di un’iniziativa che ci piace assai, in quanto amici degli animali: accanto alla bottega, ha organizzato una colonia felina per i tanti mici randagi, con casette e ciotole. Un’idea inusitata per queste terre, come abbiamo più volte avuto modo di constatare.

Ma il nucleo della storia, terribile eppure storicamente reale, che il bottegaio ci narra, ha poco a che fare con i gatti. È localmente ben conosciuta, è narrata nei documenti e in alcuni libri, ma nessuno di noi la conosceva. Ve la riproponiamo con parole nostre.

Corre l’anno del Signore 1686. Tutta l’Italia meridionale appartiene alla Corona di Spagna, che vi esercita il potere tramite un Viceré residente a Napoli.

Il feudo di Pentedattilo, dopo essere stato per molto tempo di proprietà degli Abenavoli, baroni di Montebello Jonico, per varie vicende è passata nelle mani dei marchesi Alberti, che risiedono nel castello le cui rovine sono ancor oggi visibili. Da poco è morto il vecchio marchese Domenico, e adesso è a capo della dinastia il figlio, Lorenzo Alberti, il quale, dovendo prender moglie, decide di legarsi a una famiglia spagnola molto vicina al potere centrale, domandando la mano di Caterina, figlia del Consigliere del Viceré, Don Pedro Cortez.

La sposa giunge a Pentedattilo scortata da amici e parenti, tra cui il fratello, don Petrillo Cortez.

Quest’ultimo, dopo le nozze, si ammala ed è costretto a prolungare la permanenza al Castello, dove ha modo di frequentare la cognata Antonietta. I due giovani si innamorano e hanno l’approvazione e la benedizione del marchese Lorenzo. Tutto bene, dunque? Niente affatto. Antonietta Alberti era ugualmente concupita dal barone Abenavoli, il potente vicino la cui famiglia un tempo aveva governato anche Pentedattilo. Forse era stata spesa qualche parola tra i due nobili, forse la fanciulla aveva mostrato una certa disponibilità… chissà. Come dimostra il Manzoni, a quei tempi l’orgoglio e il puntiglio degli aristocratici spagnoli si erano diffusi anche tra la nobiltà italiota, perciò non c’è da meravigliarsi se, alla notizia dell’imminente matrimonio tra Don Petrillo Cortez e Antonietta Alberti, il barone Bernardino Abenavoli si infuriasse oltre ogni limite e meditasse tremenda vendetta.

Sì, ma come penetrare nel ben munito castello? Serve un traditore, i Giuda del resto non mancano mai, che viene trovato nella persona di Giuseppe Scrufari, uomo di fiducia del marchese Lorenzo.

La notte del 16 aprile 1686 tutti, al castello, dormono. Il barone ha selezionato una pattuglia di fedeli armigeri e con loro attende pazientemente nei paraggi. La mano dello Scrufari apre una porticina, e ha inizio la strage. Bernardino Abenavoli in persona si incarica di entrare nella camera di Lorenzo Alberti. Lo ferisce con due colpi di archibugio, poi lo finisce con 14 pugnalate.

Gli armigeri si incaricano di terminare l’opera, uccidendo i servi fedeli e gli uomini presenti.

Il fratellino di Lorenzo, nove anni, si sveglia, certo piange. Qualcuno, forse lo Scrufari, lo afferra e lo scaglia contro le rocce, fracassandogli la testa. Scampa al massacro Don Petrito Cortez, che viene portato via in ostaggio, assieme alle donne, tra cui naturalmente Antonietta.

La comitiva fa ritorno in fretta a Montebello Jonico, dove il barone si sente relativamente al sicuro, avendo Don Petrillo come prigioniero. Non si fa scrupolo, dunque, di costringere Antonietta a sposarlo, di lì a poco.

Ma, per citare De Andrè, una notizia un po’ originale/non ha bisogno di alcun giornale./Come una freccia dall’arco scocca/corre veloce di bocca in bocca.

Tanto veloce che, nel giro di poche settimane, da Pentedattilo giunse alle orecchie di Don Pedro Cortez e a quelle del Viceré, a Napoli. Il quale dimostrò una dote che spesso, ai funzionari d’alto rango dell’epoca, mancava: determinazione e rapidità nelle decisioni. Un delitto di tal portata, del resto, poteva essere considerato un affronto diretto alla Corona!

Detto fatto, un vero e proprio piccolo esercito fu inviato a Montebello Jonico. L’ordine, prendere il Castello, salvare don Petrito e tagliare la testa al Barone e ai suoi accoliti.

Per Bernardino Abenavoli c’è poca scelta: morire difendendo le sue terre oppure tentare la fuga, recandosi appresso la giovane e recalcitrante moglie. Come si è visto, l’uomo era furbo e feroce: scelse questa seconda soluzione, combattendo e rompendo l’assedio con pochi uomini, per poi raggiungere il mare. Fece vela per Malta, sede dell’Ordine dei Cavalieri omonimi e perciò del tutto al di fuori delle competenze del Viceré spagnolo.

Prima, però, lasciò Antonietta, che gli sarebbe stata d’impiccio, anche come testimone a suo carico, in un monastero.

Don Petrillo e gli altri rapiti furono salvati e ricondotti a casa, le teste dei fedeli del Barone furono esposte sugli spalti del castello di Pentedattilo.

Noi non sappiamo cosa fece e disse il barone, per giustificarsi davanti al Gran Maestro dell’Ordine.

Sappiamo solo che infuriava la lotta tra l’Impero Turco e i Cristiani e che una buona spada, meglio se manovrata da un uomo coraggioso, faceva maledettamente comodo.

Così, qualche anno dopo ritroviamo quel furfante dell’Abenavoli a Vienna, davanti all’Imperatore.

Non doveva cavarsela male nemmeno con le parole, il Barone, perché, pur ammettendo le sue colpe, raccontò la vicenda inserendo molte attenuanti e concluse che, forse, sarebbe stato più utile alla Cristianità morendo sul campo di battaglia invece che sotto la scure del boia. Il sovrano lo ascoltò e… gli commutò la pena, nominandolo ufficiale del suo esercito.

Sia come sia, stavolta l’Abenavoli fu di parola: morì di lì a poco, colpito da una cannonata degli infedeli.

La vittima vera di tutta la storia, però, rimase Antonietta, il cui matrimonio fu annullato poco dopo dalla Sacra Rota: restò in Convento fino alla morte, incolpandosi di aver determinato, senza averne alcuna responsabilità, la distruzione della propria famiglia.

Oggi, della strage degli Alberti, rimangono le leggende, e l’inquietante Mano del Diavolo che, come quella insanguinata del Barone, continua a protendersi sul borgo…

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Animal Day 2019

Giardino dell’Orticoltura, Via Vittorio Emanuele II, FIRENZE

Domenica 13 Ottobre

Letteratura per l’Ambiente

Romanzi, Libri di Racconti, Libri di Poesie

degli scrittori soci di PRO NATURA FIRENZE

Associazione di promozione sociale

I proventi saranno devoluti per attività di educazione al rispetto della Natura e degli Animali e al sostegno della  “Corte dei Mici” il gattile di PRO NATURA VALDARNO

ALLE ORE 17,15 NEL TEPIDARIUM

Il presidente Pro Natura, Gianni Marucelli, parlerà sul tema:

La narrativa ambientale come strumento di sensibilizzazione ai temi ecologici

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Pillole di Meteorologia: Autunno 2019

a cura di Alessio Genovese

Gentili lettori, ben ritrovati all’appuntamento periodico della rubrica meteorologica de “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”, appuntamento che giunge all’inizio della stagione autunnale (01 settembre – 30 novembre) ed al termine di una stagione estiva che si è rivelata sicuramente più calda rispetto alle nostre aspettative. I periodi di caldo intenso hanno di fatto avuto una durata maggiore rispetto a quanto avevamo ipotizzato ad inizio giugno mentre le precipitazioni, in buona parte del paese, sono state tutto sommato nella norma, come correttamente avevamo previsto. Il numero delle estati “calde” sta sicuramente crescendo in maniera importante e tale fenomeno, ad oggi ancora difficile da spiegare scientificamente, non va assolutamente trascurato. Le configurazioni bariche, che si realizzano nell’emisfero nord, sono più o meno le stesse e di fatto vedono il Mediterraneo in posizione sfavorevole, ovvero il nostro territorio è una delle zone dello stesso emisfero nord che risulta più colpita dalle risalite di aria calda. Tali correnti calde negli ultimi anni hanno portato a delle isoterme via via sempre più calde, come se la potenza di un ipotetico phone risultasse sempre maggiore. In altri articoli avremo modo di tornare su tale argomento che risulta essere sicuramente molto importante.

Autumn landscape with country road in orange tone. Nature background

Diciamo subito che l’autunno partirà dando un importante segnale di discontinuità rispetto alla stagione estiva. In effetti, dal 02 settembre è previsto un importante ricambio d’aria in quasi tutto lo stivale a causa di un’imponente discesa di aria atlantica, che dovrebbe essere in grado di dispensare temporali anche intensi, forte ventilazione e discesa della colonnina di mercurio per diversi gradi soprattutto al centro-nord tra il 03 ed il 04 del mese di settembre. All’estremo sud non giungerà tutta l’aria fredda, che dovrebbe colpire per lo più l’alto ed il medio Adriatico, ma le temperature non saranno certamente elevate. A seguire, gli ultimi aggiornamenti dei modelli fisico-matematici vedono la possibilità di un’ ulteriore discesa di aria atlantica in grado di alimentare le condizioni di maltempo, almeno fin verso la fine della prima decade del mese. Ampliando il nostro orizzonte temporale è lecito attendersi una stabilizzazione del tempo, in quanto ad oggi non vi sono elementi tali che facciano pensare ad un autunno particolarmente freddo; caso mai è più facile attendersi temperature ancora superiori alle medie del periodo, anche se con delle anomalie non molto marcate. Le precipitazioni dovrebbero continuare a mantenersi nella norma. Tale trend dovrebbe proseguire per quasi tutto l’autunno anche perché il prossimo inverno, in base ai dati oggi in nostro possesso, dovrebbe risultare più facilmente a trazione posteriore piuttosto che anteriore, senza andare quindi a compromettere l’autunno con precoci irruzioni di aria fredda.

Alessio Genovese

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Dischi

a cura di Gianni Marucelli

Questo è un ricordo di famiglia del quale non ho mai parlato, tanto meno scritto.

Risale all’estate del 1947, un’epoca in cui probabilmente ero già presente, ma allo stadio di feto, nella pancia di mia madre, e perciò non posso essere definito testimone oculare…

Riporto quindi, soltanto, quanto mi fu raccontato, qualche anno dopo, sia da mio padre che da mia madre, che furono molto precisi nel situare l’evento e le circostanze.

Dunque: Guido Marucelli e Teresa Mauri si erano sposati nella primavera precedente, a Firenze, città nella quale lui era nato e aveva sempre vissuto e lei si era trasferita, da Torino, ancora adolescente. Non erano più molto giovani: la guerra e quel che comportava aveva ritardato la loro conoscenza e il loro matrimonio, come per molte altre coppie, era avvenuto nel momento in cui, passata la bufera, si cominciava a ricostruire; magari il futuro non era in realtà così radioso ma, per chi aveva vissuto i momenti funesti del conflitto, dei bombardamenti, dell’occupazione nazista, doveva apparire per lo meno dipinto di un rosa acceso.

Quell’estate, la prima dopo le nozze, e forse proprio per questo, erano andati a “villeggiare” non lontano dalla città, in un paesino che si chiama Montepiano, posto a ottocento metri di altezza sull’Appennino tosco-emiliano, nell’alta valle del fiume Bisenzio. Una località che forse aveva conosciuto tempi migliori, se è vero che era frequentata già verso la fine del XIX secolo dalla buona borghesia fiorentina e pratese; comunque le strade, dopo la guerra, erano malmesse e anche il viaggio di poche decine di chilometri sui vecchi e scomodi pullman di linea poteva essere considerato una piccola avventura.

Non so dove alloggiassero; se in una pensioncina o, come spesso a quei tempi capitava, presso una famiglia che affittava una camera per brevi periodi; dalla mia esperienza personale, fatta nella primissima fanciullezza, posso però indovinare che si trattava di una sistemazione semplice, senza bagno privato (si trovava solo negli Hotel di gran lusso) e senza acqua corrente in camera. Un lavabo con la classica catinella di ferro smaltato e una brocca piena era il massimo delle comodità consentite in un borgo appenninico.

Vi erano però, e in abbondanza, aria buona, boschi e verdi panorami, cibo magari modestamente cucinato ma, almeno, non più strettamente razionato. Praticamente, il paradiso, per chi era scampato ai lutti e agli orrori e aveva trovato per giunta l’amore.

Teresa aveva 32 anni, era snella, coi capelli scuri e ondulati, molto carina anche per i canoni attuali.

Guido, trentaseienne, non ancora toccato dalla pinguedine che lo avrebbe poi contraddistinto, già un po’ stempiato, faccia da bonaccione che non lo avrebbe mai abbandonato, non aveva certo un fisico atletico, ma il fatto che fosse ancora vivo e integro non era affatto da sottovalutare.

Chissà se Teresa sapeva di essere già incinta, seppur da pochissimo, e se glielo aveva rivelato: voglio sospettare che conservasse quel piccolo segreto – enorme per lei che aveva perso il padre appena dopo la nascita e aveva subito molte angherie dalla sorte, tra le quali un patrigno questurino e manesco – per farne dono al marito proprio durante quella loro prima vacanza insieme.

Penso – e spero – che quei giorni a Montepiano siano stati davvero felici : presto il destino, oltre alla gioia per la mia nascita, avrebbe riservato alla coppia sventure a iosa e una vita davvero difficile.

Però, su quei monti si stava al fresco, si camminava mano nella mano, si scambiavano quattro chiacchiere coi paesani e con le altre coppie venute a villeggiare; dopo il tramonto, e la cena che immagino piuttosto parca, si andava ad ammirare il sorgere delle stelle, così diverse, allora, perché non ancora offuscate dall’inquinamento luminoso.

Fu in una di queste sere tranquille che accadde. Riporto, quasi parola per parola, ciò che mi è stato narrato più volte durante l’infanzia e l’adolescenza.

A un tratto, nell’oscurità incombente, una gran luce si accese: un oggetto a forma di piatto rovesciato, roteante lento sul proprio asse, la emanava, sospeso nell’aria all’altezza degli occhi di quei pochi giovani innamorati che si trovavano sul luogo. Nessuno sapeva di che si trattasse, nemmeno per sentito dire, e nessuno si immaginava che di lì a qualche mese quel fenomeno si sarebbe ripetuto più volte, in Italia e nel resto del mondo, e avrebbe affascinato l’immaginario collettivo. Rimasero dunque a guardare, più stupiti che sgomenti: di cose brutte ne avevano viste e provate sulla propria pelle fin troppo, negli ultimi anni, ma questa… questa era bella!

A quale distanza si trovasse, quali fossero le dimensioni dell’oggetto, a nessuno venne in mente di stimare. Forse Teresa si strinse al marito, a cercare protezione, ma soltanto perché in un angolo della sua mente c’ero io, il suo bambino di cui ancora nessuno sapeva…

Durò pochi secondi, un minuto, molti: non me lo hanno precisato. Si cronometrano i miracoli?

Poi il disco luminoso ebbe una vibrazione e, a velocità inconcepibile, sparì dietro le montagne.

Probabilmente le coppie presenti si guardarono, forse scambiarono qualche breve commento, ma nessuno, almeno così pare, ne parlò nei giorni successivi. Niente di niente apparve sui giornali locali, e la radio aveva ben altre notizie da comunicare.

 

La coppia tornò alla sua stanza. Vorrei immaginare che la notizia del mio concepimento sia stata data a mio padre proprio quella notte, fra un bacio e l’altro, così da potermi considerare, un po’, anche figlio di altri mondi… ma non lo saprò mai.

Nota:

In quello stessa estate accadde – se è vero – negli USA il famoso “incidente di Roswell”, nel quale un UFO andò a schiantarsi a terra coi suoi occupanti. Materiale e corpi furono recuperati dall’Esercito e dall’Aviazione degli Stati Uniti, e da allora hanno costituito uno dei più grandi enigmi del nostro tempo.

Un secolo innanzi – esattamente il primo novembre del 1864 – la Contessa Gertrude Baldelli si trovava sul terrazzo della sua villa di Montespertoli. Alle 22,53 (la contessa era evidentemente una persona precisa) avvistò “un bianco globo di fuoco molte volte più grande della luna piena”, immobile nel cielo. Scomparve dopo circa un minuto. La notizia fu riportata qualche tempo dopo dalla rivista inglese “Astronomical Register”.

Il 27 ottobre del 1954, nel pomeriggio, si giocava, allo Stadio Comunale di Firenze, l’incontro Fiorentina-Pistoiese, alla presenza di diecimila spettatori. All’inizio del secondo tempo, un oggetto voluminoso si materializzò sopra la Torre di Maratona. “Era scuro”, precisa il terzino della Fiorentina e poi della nazionale Ardico Magnini. Tutti volsero lo sguardo al cielo, compresi i giocatori e l’arbitro. La partita fu sospesa. Dopo un po’, l’oggetto scomparve a gran velocità.

Quella sera, ricaddero sulla città e sui dintorni filamenti argentei, silicei.

Una splendida tavola di Walter Molino, sulla Domenica del Corriere, immortalò l’avvenimento.

 

 

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UN GRAVE LUTTO PER LE DISCIPLINE ARCHEOLOGICHE

Articolo a cura di Gianni Marucelli

 

È morto nei giorni scorsi, ad Orvieto, il nostro amico e collaboratore Giovanni Feo.

Non voleva essere chiamato “archeologo” né “etruscologo”, ma soltanto “studioso delle antiche civiltà mediterranee”; in realtà, nei fatti, col suo lavoro pluridecennale ha rivoluzionato la comprensione della civiltà etrusca, spingendosi nel tempo ancora più addietro, alle antiche popolazioni italiche che abitavano il centro della nostra penisola molto prima dei Rasenna.

Decine di volumi rimangono a testimoniare il suo impegno di ricercatore “non accademico”, anzi, spesso ostacolato da quegli ambienti universitari italiani ancorati a supposizioni e idee che risalgono a mezzo secolo fa. Non vi è da stupirsi, quindi, che gli studi di Feo siano più apprezzati all’estero che nel nostro Paese.

Io, però, oltre allo studioso, debbo ricordare l’amico impareggiabile, che mi ha guidato alla scoperta di luoghi archeologici di eccezionale valore in Maremma e in Tuscia, siti che lui stesso, munito solo della sua immensa cultura e del suo eccezionale intuito, aveva localizzato.

Giovanni, invero, non amava solo le discipline storiche, ma anche la natura, e pensava, come me, che i popoli antichi come gli Etruschi cercassero di vivere in armonia con l’ambiente: le loro convinzioni religiose e i loro rituali sicuramente lo attestano.

Non ci frequentavamo spesso, negli ultimi anni davvero poco, ma ci sentivamo ogni tanto per telefono: una impresa difficile, con lui che, almeno fino a poco tempo fa, non utilizzava il cellulare.

Non so dove sia, ora: non certo in un asettico Paradiso al quale non credeva, pur essendo un uomo che guardava oltre, che sapeva, per parafrasare Eugenio Montale, che la realtà non è solo quella che si vede.

Buon riposo, Giovanni, tu che hai camminato con le tue gambe percorrendo ogni sentiero e forra dell’Etruria, e con la tua mente itinerari per noi inconcepibili nel tempo e nello spazio, in cerca solo della Verità.

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IL CANE

Chi è il nostro amico più fedele. Che non sempre trattiamo in modo adeguato.

a cura di Mariangela Corrieri

 

Il cane, Canis lupus familiaris, ha, fra tutti gli animali, una posizione a sé. Fra L’uomo e il cane esiste una relazione affettiva molto forte dovuta a una storia assai lunga vissuta insieme, una storia di coevoluzione. Il loro lungo sodalizio è infatti iniziato decine di migliaia di anni fa.

 

Ma chi è il cane?

Eccolo, con le parole di Jeffrey Masson, psicoanalista, etologo, sanscritista e scrittore (Libri: Il cane che non poteva smettere di amare, I cani non mentono sull’amore).

“Molto prima della domesticazione di qualsiasi altro animale o pianta cominciammo la nostra domesticazione del lupo in cane. Ebbe inizio fra i 130mila anni fa, quando l’uomo raggiunse il livello evolutivo di Homo sapiens e 150mila anni fa.

Questa domesticazione potrebbe benissimo non essere stata un processo a senso unico bensì una reciproca e profonda trasformazione per entrambe le specie. Questa mutua domesticazione è unica in natura.

C’era qualcosa di diverso in una specie animale, qualcosa che essa aveva condiviso con noi più di quanto non avesse fatto con alcuna specie di animale non umana. Quella specie era il cane e quel che esso aveva condiviso con noi in modo così unico era la sua capacità di amare.

Di conseguenza l’uomo e il cane sono anche le uniche due specie che fanno facilmente amicizia con altri animali, al di là della barriera che divide le specie. Cani e uomini si coevolsero, i cani contribuirono a renderci umani.

Nessun altro animale si comporta come un cane. Com’è possibile che questo animale dall’aspetto così diverso dal nostro, dorma sul nostro letto, si alzi con noi al mattino e venga a spasso con noi al pomeriggio? Che ci guardi con amore? La verità è che solo i cani continueranno ad amarci quando nessuno ci amerà più.

Questo amore è in realtà un fenomeno molto notevole. In realtà è uno dei fenomeni più notevoli del nostro universo. Com’è possibile che due esseri appartenenti a due specie totalmente separate possano provare un amore tanto profondo uno per l’altro? Nel mondo naturale non c’è alcun’altra cosa che sia simile a questa.

Con i cani abbiamo cominciato il lungo processo che conduce al riconoscimento della fondamentale identità di tutti gli esseri senzienti. E questo riconoscimento non sarebbe venuto da Cristo, da Mosè o dal Buddha, bensì da quel piccolo amico che cammina fiducioso accanto a noi e che non ci abbandonerebbe mai, per nessuna cosa al mondo. Da lui e solo da lui abbiamo imparato che possiamo varcare la barriera della specie e amare altre forme di vita.”

Secondo Konrad Lorenz, premio nobel 1973 in riconoscimento della sua opera fondatrice di una scienza che rivela sempre più la sua enorme portata, l’etologia, nel suo libro “E l’uomo incontrò il cane”, afferma:

“Io credo che il cane sia superiore anche alle grosse scimmie antropoidi per quanto riguarda la comprensione del linguaggio umano, anche se queste possono essergli superiori in determinate altre prestazioni intellettuali. Sotto un particolare aspetto infatti il cane è indubbiamente più simile all’uomo che la scimmia più intelligente; anch’esso è come l’uomo un essere addomesticato e, come l’uomo, deve a questo processo due proprietà fondamentali: primo la liberazione dai rigidi vincoli del comportamento istintuale che, anche a lui come all’uomo, apre nuove possibilità d’azione; secondo, però, quella permanente giovinezza che nel cane è alla radice di un persistente bisogno di amore, mentre all’uomo conserva quella giovanile freschezza di animo grazie a cui può rimanere, fino a tarda età, un essere in divenire”.

E anche: “La fedeltà di un cane è un dono prezioso che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano. Il legame con un cane fedele è altrettanto ‘eterno’ quanto possono esserlo, in genere, i vincoli fra esseri viventi su questa terra”.

 

I cani, come tutti gli animali (art.13 del Trattato di Lisbona dell’Unione europea), sono esseri senzienti, amano, soffrono, provano gioia, paura, stress, sono quindi capaci di avere sentimenti, di elaborare pensieri spesso articolati e di manifestare una particolare intelligenza. La Dichiarazione di Cambridge, stilata dai maggiori scienziati mondiali, afferma che gli animali non solo hanno emozioni ma anche coscienza. In particolare i cani che condividono con l’uomo le cure parentali ossia tutti quei comportamenti messi in atto dai genitori per crescere, educare e difendere la prole sino al raggiungimento di una piena autonomia.

 

Il cane ha una grande capacità di comunicare, è utente di un linguaggio affinato e adattato proprio in funzione della vicinanza con l’uomo utilizzando le stesse regioni del cervello: una capacità acquisita durante l’evoluzione e la domesticazione. I cani capiscono le parole e le distinguono, in un modo molto simile a come l’uomo comprende quello che dicono i suoi simili. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Science.

Secondo Stanley Coren, psicologo dell’Università canadese British Columbia i cani conoscono 165 termini con picchi di 250 per gli esemplari più intelligenti e riconoscono i numeri in sequenza fino a cinque.

“L’evoluzione e la convivenza con l’uomo hanno reso questi animali più intelligenti” .“Per intelligenza possono essere paragonati a un bambino di due anni, due anni e mezzo e si avvicinano agli umani molto più di quello che noi crediamo”. I cani sono come i bambini: la relazione che viene a formarsi con i loro proprietari, infatti, sarebbe identica a quella che i bimbi sviluppano con i loro genitori. A confermarlo una ricerca scientifica pubblicata su Plos One, condotta dal Messerli Research Institute di Vienna. Sono consapevoli della propria identità e sanno riconoscere pensieri e stati d’animo altrui. La notte sognano, sanno mentire imbrogliando altri cani e persino i padroni per ottenere qualcosa.

 

Il cane può diventare aggressivo, ma molto raramente uccide, quando gli umani lo allontanano, lo abbandonano, lo affamano, lo perseguitano, lo maltrattano in tutti quei modi che la cronaca ci espone. Quando non viene visto come soggetto di una vita ma come strumento, mezzo, macchina. Allora quel grande compagno e amico inseparabile che ci considera un dio, perde l’equilibrio, si ammala di stress o di terrore, violenta le sue caratteristiche etologiche e si trasforma in aggressore innocente.

Valerio Pocar, ex professore ordinario di sociologia del diritto e di bioetica ci ricorda che “occorre non dimenticare mai che tenere un animale è anzitutto un’assunzione di responsabilità, beninteso lieve e fonte di gioia. Il rapporto con gli animali passa attraverso una comunicazione empatica che s’instaura con un soggetto, non in quanto esemplare di una specie, ma come individuo in sé”.

 

Ciò che afferma anche Roberto Marchesini, veterinario, etologo e saggista che negli anni novanta ha introdotto in Italia la neonata zooantropologia ovvero lo studio dell’interazione uomo animale. Questo rapporto crea il terzo soggetto: la relazione. La zooantropologia si differenzia dalle altre discipline che si occupano di tale rapporto perché introduce una nuova partnership con l’animale di tipo relazionale (l’animale “con”) diversa da quella zootecnica (l’animale “da”).

 

Il 7 luglio 2012, un prominente gruppo di neuroscienziati cognitivi, neurofarmacologi, neurofisiologi, neuroanatomisti e neuroscienziati computazionali si sono riuniti presso l’Università di Cambridge per rivalutare i substrati neurobiologici dell’esperienza conscia e relativi comportamenti in animali umani e non umani.

Hanno dichiarato quindi quanto segue:

“L’assenza di una neo-corteccia non sembra precludere ad un organismo l’esperienza di stati affettivi. Evidenze convergenti indicano che gli animali non-umani hanno substrati neuro-anatomici, neurochimici e neurofisiologici di stati di coscienza insieme con la capacità di mostrare comportamenti intenzionali. Di conseguenza il peso dell’evidenza indica che gli umani non sono gli unici a possedere i substrati neurologici che generano la coscienza.

Anche gli animali non-umani, compresi i mammiferi e gli uccelli, e molte altre creature compresi i polpi, posseggono questi substrati neurologici”.

La Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza è stata redatta da Filippo Basso e curata da Jaak Panksepp, Diana Reiss, David Edelman, Bruno Van Swinderen, Filippo Basso e Christof Koch. La Dichiarazione è stata pubblicamente proclamata a Cambridge, Inghilterra, il 7 luglio 2012, al Francis Crick Memorial: Conferenza sulla Coscienza di animali umani e non-umani, al Churchill College, Università di Cambridge, da Low, Edelman e Koch. La dichiarazione è stata firmata dai partecipanti alla conferenza la sera stessa, in presenza di Stephen Hawking, nella camera di Balfour all’Hotel du Vin a Cambridge. La cerimonia della firma è stata immortalata da CBS 60 Minutes.

Un cane educato è un cane felice ovvero un cane felice è un cane educato.

Da quando è stato accettato l’assunto per cui anche il cane prova emozioni e sentimenti per certi versi assimilabili ai nostri, è stato possibile comparare i risultati degli studi sui rispettivi comportamenti e si è scoperto che spesso alcuni dei suoi bisogni coincidono con i nostri mentre non è detto il contrario. La Piramide di Maslow messa a punto dall’omonimo psicologo americano nel 1954, è un utile punto di riferimento per conoscere i bisogni del cane e comprendere come soddisfarli.

Brian Hare, professore di Neuroscienze cognitive alla Duke University (Carolina del Nord), nonché noto divulgatore scientifico americano e autore di best seller di successo sugli animali domestici, afferma nelle pagine web di Business Insider, uno dei più importanti e aggiornati siti di informazione generalista, confermato da un gruppo di ricercatori del Massachusetts General Hospital, che i cani sono gli unici animali in grado di stabilire un rapporto con l’uomo guardandolo negli occhi. Un contatto visivo che attiva la liberazione di mediatori (ossitocina) implicati in un vero e proprio “rapporto d’amore” tra soggetti di specie diverse (fonte Innovet 2016).

 

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances spiega come i ricercatori guidati da Bridget vonHoldt dell’ateneo di Princeton analizzando le differenze di comportamento tra cani e lupi hanno stabilito che il DNA dei cani ha subito nel corso dei millenni 4 mutazioni genetiche. Questo ha portato i cani ad avere una condotta sociale simile a quella di un bambino, estremamente aperta agli altri e in continua ricerca della nostra attenzione e approvazione (fonte Huffpost.it luglio 2017).

Forse è utile ricordare a chi ha dimenticato, che i cani sono i nostri compagni di vita, vivono nelle nostre case, alleviano la nostra solitudine, ci regalano emozioni ed esperienze altrimenti sconosciute. Il cane ci soccorre, ci guida, ci difende. Dal recupero nei terremoti ai salvataggi in mare e sotto le valanghe, alla guida dei ciechi, all’aiuto ai disabili, dalla ricerca delle droghe a quella dei dispersi, alla pet therapy. I cani fiutano il cancro, le crisi diabetiche e ancora tanti altri sono i servizi che compiono per noi.

Abbiamo anche la spietatezza di usarlo nelle attività cruente legali o illegali, come la vivisezione, i combattimenti, la caccia al cinghiale, lo sminamento, la guerra, la pellicceria, l’alimentazione… Ne abbiamo perfino inviato uno, Laika, a morire nello spazio.

Noi non sapremo mai amare come ci ama un cane perché “I cani sono una somma incalcolabile di amore e di fedeltà” Konrad Lorenz e ”Chi non ha avuto un cane non sa cosa significhi essere amato” Shopenhauer ma il nostro compito è salvarlo dalle crudeltà.

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Pillole di Meteorologia

ESTATE MEDITERRANEA O AFRICANA?

a cura di Alessio Genovese

 

Gentili lettori, rispondo subito alla domanda posta nel titolo dell’articolo, in modo tale che chi si annoiasse a leggere queste poche righe può subito decidere di chiudere la pagina senza per forza offendere chi scrive. Io dico estate più mediterranea che africana!!

Dopo un maggio insolitamente freddo e piovoso, i lettori non si lascino spaventare dalle giornate soleggiate e calde che ci accompagneranno fin poco oltre la metà del mese. Quest’anno vi sono alcuni fattori, primo fra tutti la disposizione delle anomalie delle temperature superficiali dell’Oceano Atlantico, che inducono a ritenere che le ondate di calore non siano così persistenti come in occasione delle ultime estati. In poche parole le belle giornate ci saranno, così come il caldo, ma questo dovrebbe essere per lo più sopportabile, ovvero senza troppi eccessi di afa ed umido; soprattutto, i periodi caldi potrebbero essere spesso interrotti da altri periodi con tempo perturbato caratterizzati da temperature più fresche e giornate di pioggia nella norma rispetto alle medie del periodo. In sostanza, sembra che si possa confermare quanto ipotizzato nell’ultimo articolo di questa rubrica in cui avevamo ritenuto troppo azzardate delle tendenze meteo, uscite addirittura nel mese di marzo, che prevedevano un’estate torrida. Potrebbe quindi delinearsi un’ estate che possa accontentare un po’ tutti quanti, con l’augurio che ognuno possa far coincidere le proprie vacanze con i periodi di tempo più stabili. Sembra ad ogni modo scongiurata anche un’estate all’opposto, ovvero solo piovosa e fredda e che alla fine va a scontentare i più e non consente di poter vivere delle vacanze serene all’aria aperta. Considerate le anomalie ampiamente negative del mese di maggio e le ipotesi di un’estate “normale”, sembra tramontare, almeno per il Mediterraneo, la possibilità di individuare nel 2019 uno degli anni più caldi dell’era moderna, come paventato da alcuni durante l’ultimo inverno.

 

Buona estate a tutti i lettori de L’Italia l’Uomo l’Ambiente

 

 

Alessio Genovese

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EHI, LORENZO, MA ALLORA LO FAI APPOSTA!

Jovannotti e gli ambientalisti di nuovo a confronto

A cura della Associazione Naturalisti Ferraresi

Federata della Federazione Nazionale Pro Natura

Di nuovo. Se non lo conoscessimo come persona seria e amante della natura, oltre che come cantante e compositore di grande successo, ci parrebbe che Lorenzo Cherubini di Cortona, in arte Jovannotti, si stia mettendo d’impegno per contribuire a danneggiare le location in cui si esibisce, ovverosia, per essere più chiari, a scegliere, o a lasciare che altri scelgano per lui, luoghi caratterizzati da delicati equilibri ambientali per mettere in scena i propri concerti.

Poco tempo fa, e lo segnalammo ai nostri lettori, era stato il Plan de Corones, altopiano sommitale posto a più di 2000 metri di altezza sopra Brunico (BZ), a essere oggetto di attenzioni non certo opportune da parte degli organizzatori di eventi musicali jovannottiani, adesso è un tratto di spiaggia adriatica ancora caratterizzato da splendide dune sabbiose, non lontano dal Lido degli Estensi, nei pressi del Paco del Delta del Po. La cosa è stata segnalata alla Federazione Pro Natura dall’Associazione Naturalisti Ferraresi, ma ancor prima era stata Legambiente a porsi di traverso alla concessione di un’area pubblica a fini privati da parte del Comune di Comacchio.

L’evento in effetti attirerebbe decine di migliaia di persone in piena estate, il 20 Agosto, e ovviamente i mezzi di trasporto relativi.

Immaginatevi trentamila persone stipate in poche centinaia di metri di spiaggia libera, per gran parte della notte… che ne resterebbe di quel poco di dune sabbiose caratterizzate da vegetazione psammofila e dalla nidificazione di specie rare di uccelli? Diciamo, qualche centinaio di migliaia di lattine, escrementi in quantità industriale e altre cose che è facile immaginare…

Per fornire ai nostri lettori una panoramica più dettagliata, lasciamo però la parola agli amici della Associazione Naturalisti Ferraresi, di cui pubblichiamo la relazione in merito, specificando che la Federazione Nazionale Pro Natura è già intervenuta indirizzando una lettera al Comune di Comacchio. Per quanto ci riguarda, facciamo appello alla sensibilità di Jovannotti perché si rifiuti a un tale scempio!

 

 

Già dal gennaio scorso siamo a conoscenza del progetto di realizzare, quest’estate, un concerto di Jovanotti sulla spiaggia libera del Lido degli Estensi, un’area adiacente al porto canale e a quello che è di fatto un geotopo-biotopo. Tale manifestazione, denominata Jovabeachparty, è una iniziativa sostenuta da Parley for the Oceans, che si definisce “uno spazio d’incontro per accrescere la consapevolezza riguardo la bellezza e la fragilità dei nostri oceani …“Tale organizzazione ha anche chiesto a Legambiente Comacchio la collaborazione per un evento di pulizia di una spiaggia pubblica, che possa ottenere un risalto sia mediatico, sia in termini di quantità di rifiuti raccolti.”

 

         Legambiente Comacchio, che da anni va pulendo tutte le spiagge ferraresi e nel merito non ha niente da imparare, ha ovviamente rifiutato la collaborazione e già dal gennaio, assieme a questa Associazione Naturalisti Ferraresi, alla Lipu, a gruppi di studiosi e cittadini (Asoer e Movimento 5 stelle), ha chiesto agli organizzatori e al Comune di Comacchio che tale concerto sia spostato in una zona ove possa avere un impatto minore. Ma sia Parley for the Ocean che il Sindaco di Comacchio sono stati irremovibili e ora comunicano di aver fissato il concerto per il 20 agosto.

 

         Sia chiaro che non abbiamo niente contro Jovanotti, ma numerose considerazioni ci portano ad essere contrari a questa iniziativa:

 

1 – il luogo progettato è a ridosso di un sistema di dune scampate alla distruzione effettuata già da decenni per far posto agli stabilimenti balneari, e più recentemente sacrificate anche all’esagerato allargamento del portocanale di Portogaribaldi;

2 – tali dune sono ancora caratterizzate dalla presenza di interessanti specie floristiche, di avifauna e di varie specie di fauna minore, che vanno ad arricchire la biodiversità del Parco Regionale E.R. del Delta del Po (pur non essendo comprese nel relativo perimetro);

3 – da anni la spiaggia antistante il suddetto campo di dune è sede di nidificazione del Fratino, specie tutelata perché in via di estinzione (quest’anno ne sono presenti 5 coppie – dati ufficiali Asoer). Proprio in quest’area dovrebbe svolgersi il suddetto spettacolo, allestendo un palco di 100 metri x 50, con gli altoparlanti rivolti verso il mare; gli spettatori dovrebbero assistere al concerto sulla spiaggia compresa tra il suddetto palco e il mare, ma se dovessero veramente venire, come previsto dagli organizzatori, almeno 35.000 persone, dubitiamo che ci possano stare comodi e in buon ordine;

4 – il lato nord dello spazio per gli spettatori sarebbe costituito dal porto canale, e dubitiamo che la prevista collocazione, su tale lato, di alcuni banchetti di servizio possa rappresentare una barriera di sicurezza per il pubblico;

 

5 – per il concerto è previsto che le dune, attualmente non protette da alcuna recinzione, siano circondate da transenne mobili alte un metro, che assai probabilmente non basteranno per evitare invasioni da parte di spettatori intemperanti;

6 – le dune dovrebbero comunque essere attraversate da mezzi meccanici o per l’allestimento del palco o per l’allontanamento dei rifiuti raccolti;

7 – le aree dunali sono tutelate dallo Stato e quindi non si capisce perché sia stata data l’autorizzazione per un evento a pagamento, privatizzando l’area per diversi giorni;

8 – non esistono sufficienti spazi per il parcheggio di automobili in prossimità dell’area del concerto;

9 – concordiamo infine con Legambiente Comacchio che la raccolta dei rifiuti sarebbe possibile prima del concerto, ma dopo potrebbe essere eseguita solo con mezzi meccanici, asportando anche notevoli quantità di sabbia.

 

         Ricordiamo che:

  • la convenzione di Ramsar ha riconosciuto le zone umide del Delta del Po (e nelle aree umide sono comprese anche le dune) quali aree di grande pregio per una notevole varietà di specie ornitiche,
  • l’Unesco ha classificato Ferrara ed il territorio del Delta come bene mondiale da preservare,
  • la stessa Unesco ha riconosciuto le aree umide del Parco Veneto ed Emilia-Romagna quale riserva Mab “Po Delta Biosphere Reserve”.

 

         Ricordiamo altresì che questi riconoscimenti non sono premi da ritenere incassati definitivamente, bensì da meritare giorno per giorno, impegni da vivere costantemente, e ci sembra inopportuno che, in un territorio ove quel poco che resta di Natura è già preso d’assalto da altri ingiustificati sviluppi edilizi, iniziative di questo tipo, anche se mosse dall’intento di rendere più popolari questi ambienti, debbano svolgersi proprio a sacrificio degli stessi.

 

L’Associazione Naturalisti Ferraresi

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