Cartolina dal Portogallo: Cascais, l’esilio dei re

Articolo e fotografie di Gianni Marucelli

A poco più di mezz’ora di treno da Lisbona, affacciata sulla costa atlantica poco al di fuori del grande estuario del Tejo (Tago in spagnolo), la cittadina di Cascais porta un nome che risuona familiare agli italiani della mia generazione (e a coloro che conoscono la storia recente del nostro Paese in particolare). Vi andò esule il Re di Maggio Umberto II di Savoia, così chiamato perché, appunto, il suo periodo di regno fu limitato al quinto mese del 1948, e terminò col fatidico referendum del 2 giugno, con il quale l’Italia scelse, a maggioranza, la forma istituzionale della Repubblica.

Allora, Cascais era già nota per esser divenuta un luogo di villeggiatura piuttosto frequentato dal bel mondo, ma, certo, non era ancora meta di un turismo di massa che ancora non esisteva.

Adesso, assieme alla confinante Estoril, famosa in primis perché vi si svolge il Gran Premio del Portogallo di F 1, costituisce un ameno e frequentatissimo punto d’attracco per il naviglio da diporto, e insieme una stazione di balneazione elegante e visitatissima.

Sinceramente, dubitiamo che i sovrani esiliati la sceglierebbero nuovamente come loro sede: troppa confusione, troppa gente di tutti i ceti sociali, troppo esigue le possibilità di sfuggire alla persecuzione dei mass media.

Per i comuni mortali, invece, è un luogo in cui è piacevole passeggiare, magari restando al di fuori delle affollatissime vie – due o tre – del centro storico, colme di ristoranti e negozi, spesso gestiti da famiglie italiane, giunte qui quando la presenza dell’ex re costituiva un polo d’attrazione per i pellegrinaggi dei monarchici.

A proposito, dobbiamo ricordare che Umberto di Savoia risiedeva in una grande villa che portava – e non si poteva dubitarne – il nome di Italia; i suoi discendenti l’hanno alienata a una società che ne ha fatto un Hotel di gran lusso – più di cento stanze, compresa, ovviamente, la suite reale…

Ci aggiriamo per le vie del paese, senza una meta precisa, in quanto abbiamo poco tempo e non possiamo visitare il paio di musei locali che varrebbe la pena di vedere: il Museo do Mar (reperti archeologici) e il Museo Conde de Castro Guimaraes; quest’ultimo, però, è interessante soprattutto per la bella villa dei primi del ‘900 che lo ospita, una costruzione in stile composito, noi forse diremmo un Liberty assai spinto, che potrebbe ricordare, in piccolo, il Castello di Sammezzano (Firenze). L’industriale irlandese del tabacco, che lo fece costruire, di certo vi spese una fortuna, se s’include il grande bellissimo parco, oggi pubblico, che lo completa sul retro.

È una sosta assai piacevole quella in mezzo al verde, costituito in larga parte da piante esotiche e rallegrato dalla presenza di animali domestici quali galline (con corteo di relativi pulcini) e pavoni, nonché germani reali nei laghetti.

Non distante dalla Villa Conde de Castro, sulle rive dell’Atlantico si erge il faro di S. Marta, a strisce bianche e rosse, e, immediatamente nell’interno, un’altra villa delle stessa epoca della precedente, il Palacio da Pena, in cui colpiscono gli alti camini in stile anglosassone. Davanti e più oltre, una bella pista ciclabile inviterebbe a pedalare verso la Praya do Guincho e il Cabo da Roca, il punto più occidentale del continente europeo. Di fronte, l’oceano immenso per migliaia di chilometri, fino all’isola di Madeira, a mezza strada tra il Vecchio continente e l’America.

Noi, invece, ce ne torniamo verso il centro, passando davanti alla grande fortezza (oggi ospita alberghi) che difendeva la costa. Sulla spiaggia, nei pressi del porto, molti prendono ancora il sole o si tuffano nelle acque (siamo ai primi di Ottobre), invero più gelide di quelle cui siamo abituati noi mediterranei. Qui sarà forse il caso di sottolineare che Cascais si trova più o meno alla stessa latitudine di Reggio Calabria, quindi non è il caso di meravigliarsi più di tanto.

A ricordare che questa cittadina è stata, ed è ancora oggi, terra di pescatori, accanto ai bagnanti riposano centinaia di gabbie, forse destinate all’allevamento e al trasporto delle aragoste o di qualche altra creatura marina.

Abbiamo appena il tempo per proseguire verso la stazione, dove ci attende il treno per Lisbona, e di rivolgere un pensiero a quei sovrani in esilio che con ogni probabilità hanno contribuito a far le fortune di questo ex modesto villaggio, senza riceverne in cambio nessun ricordo visibile – forse una lapide su qualche muro, ma non è certo – prima di lasciare Cascais. Se andrete in Portogallo, una visita è comunque consigliata…

Galleria fotografica – Foto di Gianni Marucelli

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La caccia

 

Viene definita sport, arte, cultura, tradizione, amore… L’accademia della Crusca sarebbe d’accordo ad attribuire questi significati a comportamenti inversi e contrari alle parole usate? Non credo.

Tanti sono stati i comportamenti umani accettati come tradizione: lo schiavismo, la servitù della gleba, la crocefissione, la ghigliottina, le lotte dei gladiatori, l’impiccagione. Ma ora non esistono più, sono superati, almeno in occidente. La caccia dovrebbe essere fra questi. Uccidere per divertimento esseri viventi è inconcepibile.

I cacciatori, in calo costante negli ultimi anni, nel 2017, secondo la recente valutazione di Federcaccia, hanno avuto un crollo improvviso rinnovando la licenza in soli 410.000. A loro stesso dire stanno diventando sempre più marginali. Infatti, che ruolo possono avere in una società che diventa sempre più sensibile agli animali e all’ambiente, sempre più attenta, più etica, più evoluta e che per oltre l’80% è contraria alla caccia?

I cacciatori, pochi o tanti, hanno il ruolo che hanno sempre avuto: uccidere milioni di animali ogni anno per loro uso e consumo; disperdere piombo veleno potentissimo nell’ambiente (già a partire dagli anni 70 in Europa sono state adottate misure per regolamentare i livelli di piombo nella benzina, nelle vernici, nelle lattine per alimenti, nelle tubature, non nelle munizioni ma la Conferenza di Quito del novembre 2015  http://www.regionieambiente.it/biodiversita-e-conservazione/caccia/1617-caccia-bando-delle-munizioni-al-piombo.html?jjj=1447163368167 ha adottato un provvedimento che prevede “l’eliminazione graduale dell’uso di piombo nelle armi nel corso dei prossimi tre anni indipendentemente dall’ambiente in cui viene praticata la caccia”); rinchiudere uccelli in gabbiette e tenerli al buio affinchè portati alla luce attirino col canto i loro simili che verrranno fucilati dai comodi capanni; bracconare con trappole, lacci, reti, tagliole, armi illegali, richiami acustici…ecc. (l’80% dei cacciatori è bracconiere); entrare liberamente nella proprietà privata e non pagare neppure il contributo dovuto, giusto per confermare che la legge non è uguale per tutti (l’Art. 842 del C.C. del 1942, epoca fascista, lo permette e nessun Governo finora è stato capace di abrogarlo, rappresenta l’insulto alla Legge e al Diritto perché, parafrasando Orwell, si può affermare con realismo che, per questo articolo, che: “tutti gli uomini sono uguali ma alcuni uomini sono più uguali degli altri”); distruggere la biodiversità (vedi lupo portato all’estinzione negli anni ’70 e ora protetto in tutta Europa ma con Province e Regioni italiane che emanano leggi incostituzionali per eliminarlo); introdurre specie alloctone come il cinghiale dell’est Europa più prolifico, più grande e confidente e  il silvilago o minilepre del Nordamerica, ecc.ecc.; infine provocare ben 114 vittime umane, di cui 30 morti nella sola stagione venatoria 2017/18 (punta dell’iceberg) per non parlare degli animali domestici uccisi.

I numerosi dossier di raccolta dati dell’Associazione Vittime della Caccia http://www.vittimedellacaccia.org dal 2009 attestano di centinaia di casi di feriti e morti umane. Bambini uccisi, feriti, traumatizzati da pallini che li hanno sfiorati, dal vedere ammazzati a pochi metri da casa i loro amici animali, dal non poter giocare serenamente sulle loro altalene con la paura che possa arrivare un cacciatore. Bambini oltraggiati. Tutto ciò non rappresenta alcuna esagerazione, basta leggere le notizie puntualmente riportate.

Tali incidenti vengono passati sotto silenzio, giudicati dai cacciatori come: fatalità, errori, imponderabile sfortuna, effetti collaterali, congenito rischio della caccia. Noi vorremmo considerarli alla stregua degli omicidi stradali: omicidi venatori.

La Toscana, in questa vergognosa esperienza, contende il primato italiano ad altre Regioni.

Tra le varie forme di caccia https://www.gabbievuote.it/caccia-al-cinghiale—relazione.html

ce n’è una particolarmente spietata: la braccata al cinghiale che impiega decine di cani e decine di cacciatori. Spietata nei confronti dei cinghiali uccisi con fucili equiparabili a quelli da guerra, assaliti e morsi dai cani e spietata nei confronti dei cani feriti dai cinghiali

http://laverabestia.org/play.php?vid=1045

Questi cani vivono un’orrenda vita, non sono cani come gli altri.

La legge 281 del 14 agosto 1991 chiama i cani “animali d’affezione”. Non li distingue in categorie: cani da caccia, cani da compagnia, cani da guardia, cani  da valanga, ecc.

Ma i cani dei cacciatori di cinghiali non sono animali d’affezione, sono soltanto e semplicemente strumenti.

Strumenti per uccidere come i fucili, le battute e l’organizzazione di una squadra di caccia. In quanto strumenti e non esseri viventi, il rispetto è una categoria a loro non dovuta.

Le leggi di tutela, nazionali, regionali, comunali, non vengono applicate per i cani dei cinghialai.

Il maltrattamento è diffuso, standardizzato, sclerotizzato al punto che questi cani nessuno li vede, sono invisibili o, meglio, tutti li vedono ma come parte inamovibile del paesaggio.

Nei boschi, in campagna, ovunque ci si muova, si faccia una passeggiata, si passi in macchina, ai bordi dei paesi, alle periferie delle città, in mezzo ai campi, nelle pinete e nella macchia, isolate, nascoste, si incontrano baracche di legno putrido e lamiere, protette da cancelli, circondate da reti, oscurate da teli verdi, inaccessibili alla vista se non fosse per le fessure e gli squarci.

In ognuno di questi canili abusivi, che sono centinaia e centinaia, vengono rinchiusi cinque, dieci e anche più cani, soprattutto piccoli segugi, spinoncini e meticci di questi. Cani lasciati soli, prigionieri di gabbie di un metro e mezzo per due con tre o quattro animali, costretti al letargo forzato tutto il giorno e tutti i giorni per l’intero periodo di chiusura della caccia. Ci sono cani rinchiusi in box completamente al buio, come murati vivi. Nutriti con pane secco buttato tra gli escrementi.

I cacciatori pretendono di intervenire per riorganizzare l’equilibro delle popolazioni selvatiche e tutelare gli agricoltori dai danni che gli animali producono ignorando, o fingendo di ignorare, che gli animali sono governati dalla legge biologica della “capacità portante”. Nascondono inoltre quanto da tempo viene affermato da ricercatori, studiosi, biologi, zoologi, istituti scientifici: la caccia è un meccanismo che si autoalimenta. Come si potrebbe quindi conciliare l’interesse degli agricoltori con quello dei cacciatori? I primi chiedono addirittura l’eradicazione del cinghiale (e del capriolo), gli altri ne vogliono quantità sempre maggiori per soddisfare il loro condizionante piacere.

Per quanto riguarda gli uccelli, in Europa, su 28 Paesi della Comunità, la palma della caccia la detiene la Francia con 25 milioni di animali uccisi ogni anno. Segue la Gran Bretagna con 22 milioni e terza l’Italia con 17 milioni.

Ogni anno in Italia possono venire uccisi legalmente 464 milioni di animali, circa 5 milioni per ogni giornata venatoria, 500.000 per ogni ora, 139 al secondo!

In Costa Rica dal 2012 la caccia è vietata. Vietata anche in Kenya (da oltre dieci anni),  Tanzania e  Botswana.

Il Governo potrebbe accogliere alcune proposte eque che arrivano dalle associazioni e dai cittadini:

  

Mariangela Corrieri

Presidente Associazione Gabbie Vuote Onlus Firenze

info@gabbievuote.it

www.gabbievuote.it

Membro del CAART – Coordinamento Associazioni Animaliste Regione Toscana

“Verra il tempo in cui l’uomo non dovrà più uccidere per mangiare, ed anche l’uccisione di un solo animale sarà considerato un grave delitto”

Leonardo Da Vinci

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Sardegna – Il castello della Fava a Posada

A cura di Gianni Marucelli

Gallerie fotografiche a cura di Gianni Marucelli e di Alberto Pestelli

Chi giunge in questo angolo della Sardegna, non lontano da uno dei porti più frequentati, quello di Olbia, ha modo di ammirare un panorama spettacolare, sulla pianura percorsa da due fiumi e sul mare, dall’alto della torre più alta di un antico castello. Parliamo di Posada e della sua rocca, detta il Castello della Fava in forza di un antico evento, probabilmente leggendario, ma chi può dirlo?

Insomma, all’inizio del 1300 la fortezza, cinta da tre cerchie di mura, fu posta sotto assedio dai Saraceni. Anche perché la conformazione del terreno, in gran parte palustre, non favoriva un assalto diretto, e quindi la scelta di far cadere per fame il castello poteva essere adeguata, purché agli assediati mancassero adeguate provviste per resistere fino all’arrivo di rinforzi. In effetti, la popolazione del borgo fu presto ridotta allo stremo, tuttavia i Saraceni non potevano saperlo e anch’essi, in quei luoghi per loro infidi, non dovevano passarsela molto bene. A qualcuno degli assediati venne infine una luminosa idea, che oggi archivieremmo sotto la voce “depistaggio”: con i pochi legumi rimasti, delle fave, rimpinzarono un piccione, che, dopo essere stato opportunamente e lievemente ferito a un’ala, fu lasciato libero. Il povero animale, subito stremato, cadde nelle mani degli assedianti, i quali, per metterlo arrosto, dovettero aprirlo: accortisi che aveva abbondantemente mangiato, I Saraceni dovettero così ragionare: ma se questi hanno ancora cibo per nutrire con tanta dovizia i loro piccioni, noi qui che ci restiamo a fare? Così, tolti gli ormeggi, ripresero il largo e scomparvero.

A noi sarebbe parso più giusto intitolare il Castello al piccione, anziché alla fava: ma quando mai la Storia, e tanto più la leggenda, fu onesta con le vittime?

Ma torniamo ai luoghi, quali sono oggi. Posada in spagnolo vuol dir “stazione di posta” (in sardo, Pasada) e non stentiamo a credere che questo nome abbia avuto un senso, perché il borgo è situato là dove la strada piega a occidente, verso l’interno, in direzione di Nuoro e della costa opposta. La via più diretta verso sud è infatti aspra, occlusa dai Monti della Barbagia.

Anche il turista odierno, come noi, può farvi agevole tappa in uno dei tanti B&B, trovando anche ottimo pasto a base di pesce freschissimo a costi contenuti nei ristoranti locali. La parte più antica del borgo è abbarbicata intorno al colle che fu abitato fin dalla preistoria; le viuzze assai suggestive aprono scorci indimenticabili sul serpeggiare del Fiume Posada nella pianura alluvionale, e sulla costa bordata da dune sabbiose che qui stanno tentando in tutti i modi di ricostituire oltre che di preservare, consci che sono sede di vegetazione psammofila (mi scuso per il termine scientifico, ma esatto: amante della sabbia), tra cui i bianchi Gigli delle dune. Così, si cerca di difendere anche gli stagni costieri con la loro ricca avifauna.

Mentre camminiamo per le stradine, oggi abbastanza tranquille dopo il comprensibile affollamento estivo, ci colpiscono due particolari: un’antica dimora, il Palazzo delle Dame perché un tempo abitato da quattro ricche signore, oggi sede di un attivo Centro di Educazione Ambientale che opera con le scuole locali, e la via dedicata a Grazia Deledda, la grande scrittrice nuorese cui fu conferito negli anni Venti del secolo scorso il Nobel per la Letteratura. I muri della viuzza recano citazioni di grandi poeti, pannelli di ceramica su cui sono raffigurati gatti e cani con versi a loro dedicati. Uno ritrae la Deledda insieme a un bellissimo bracco, o segugio, non so bene… Si comincia a salire per raggiungere il mastio dell’antico castello, che è stato in parte ricostruito. Bisogna pagare un minimo di biglietto, ma ne vale davvero la pena, per lo spettacolo che si gode da quella che doveva essere la piazza d’armi, cinta dall’ultima serie di mura. Non crediate però che l’ascesa sia terminata: all’ingresso del torrione una guida vi indirizza ai piani superiori, dove dai pertugi delle finestrelle potrete scattare altre istantanee. All’ultimo piano, però, vi aspetta la prova più ardua: per una scaletta in ferro, verticale, bisogna infilarsi nel vano della botola che dà accesso alla sommità della torre. È necessario aver conservato un po’ d’agilità e di… magrezza, perché il vano è assai stretto. Da lassù, però, la vista a 360°, sulla costa e sulle aspre montagne a sud-ovest, lascia davvero senza fiato.

Infine, un ultimo enigma: i testi affermano che questo castello era in realtà poco difendibile (però, dico, su questo picco dirupato cinto da mura possenti, un pugno di uomini avrebbe potuto resistere per chi sa quanto e infliggere danni terribili, con pece bollente e altro, agli assalitori), mentre la guida ci ammonisce, per ben tre volte, ripetendocelo mentre ci allontaniamo, in aperta evidente polemica con la storiografia ufficiale, che il Castello della Fava non venne mai espugnato.

A chi dobbiamo credere?

Tutto sommato a lei, e al povero piccione…

Galleria fotografica di Gianni Marucelli

Galleria fotografica di Alberto Pestelli

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La follia sul Monte Serra

Di Gianni Marucelli

L’ultimo rogo è stato spento poche ore fa. Rimangono più di mille ettari (e invito tutti quelli che si fossero scordati, dai tempi della scuola, quanto è un ettaro, a fare i conti) ridotti in cenere: mille ettari di bosco, di macchia, di uliveti, di altri coltivi, la “casa” di migliaia e migliaia di animali grandi e piccoli, moltissimi dei quali sono periti nelle fiamme. La risorsa e l’orgoglio di tanti coltivatori, il diletto di gitanti ed escursionisti, il fondale perfetto in cui sono inseriti tanti monumenti del passato, come la Certosa di Calci.

Tutto distrutto. E a rischio di ulteriore degrado, se la pioggia cadrà, dilavando le pendici non più protette dalla vegetazione…

Centinaia di vigili del fuoco e di volontari che hanno rischiato la vita per contrastare le fiamme.

Famiglie che hanno perduto loro averi, altre sfollate e in grave difficoltà.

Occorreranno decine di anni per ripristinare l’ambiente boschivo; e gli ulivi secolari nessuno ce li potrà restituire.

NO, non possiamo parlare solo di gesto criminale, pensato, studiato e attuato da chissà chi, per motivi che resteranno forse oscuri.

NO, non possiamo ancora una volta dire semplicemente: ricominciamo, ricostruiamo, col denaro pubblico e con i sacrifici dei privati.

NO, non accettiamo, né dobbiamo accettare, che i colpevoli, qualora vengano individuati, rischino solo qualche anno di blanda galera, nella migliore delle ipotesi.

Questa è follia, che va al di là di ogni umana comprensione, e anche di ogni perdono.

Come tale va trattata.

Non si processino i responsabili. Si rinchiudano in una clinica, si curino, si faccia sì che prendano coscienza di quel che hanno fatto. E, una volta guariti, vengano costretti, per il rimanente della loro vita, a lavorare sodo sul monte che hanno devastato. Ogni giorno, col sole, con la pioggia, col gelo.

Anno dopo anno. Si valuti attentamente non se stanno espiando, ma se stanno cambiando la loro visione del mondo.

Quando avranno compreso l’enormità del loro gesto, se mai accadrà, si chieda loro di raccontare la propria storia. E di continuare a narrarla finché avranno vita.

Non ci servono tre o quattro carcerati in più, che usciranno dalla galera più delinquenti di prima.

Ci servono degli esempi. Di espiazione e di riscatto.

Perché oramai, sul crinale fiammeggiante della montagna, i tomi inutili dei Codici legali sono scomparsi anch’essi nel rogo.

Va ricreata una coscienza civile, altrimenti la follia spazzerà via ogni legge. E non mi riferisco solo agli incendi. Basta che vi guardiate intorno.

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Firenze: Donatella Alamprese canta “Le voci di Eva” all’Istituto Tedesco

FIRENZE: DONATELLA ALAMPRESE CANTA “LE VOCI DI EVA” ALL’ISTITUTO TEDESCO

La cantante fiorentina di origine potentina Donatella Alamprese propone un ulteriore passaggio del suo progetto “Le voci di Eva”, teso a omaggiare grandi donne, interpreti musicali del secolo scorso. Dopo Josephine Baker, Amalia Rodriguez, Dalida, Eladia Blasquez, e molte altre, verranno presentate in scena altre voci-simbolo della canzone del ‘900: Lotte Lenya, ispiratrice di Kurt Weill e appassionata interprete delle sue composizioni; Cathy Berberian, rivoluzionaria interprete che creò un nuovo ponte fra musica colta e popolare; Amelita Baltar, che rivoluzionò la visione del Tango, cantando il “tango nuevo” di Ferrer e Piazzolla e contribuendo alla diffusione nel mondo di questo genere, adesso tanto popolare; infine, la folk singer Joan Baez, una personalità a tutto tondo della lotta contro le ingiustizie d’ogni genere, ancora in attività.
La straordinaria e poliedrica voce di Donatella e la sua mitica presenza scenica saranno accompagnate da due strumentisti di gran classe come il chitarrista Marco Giacomini e il clarinettista Andrea Tinacci.
Il concerto avrà luogo venerdì 28 settembre alle ore 20,30, presso l’Istituto di Lingua e Cultura Tedesca di Firenze, in Via Borgo Ognissanti 9.
Non perdetevelo!

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QUANDO UN LIBRO CAMBIA LA VITA A TAVOLA

Recensione a cura di Carlo Menzinger di Preussenthal

A volte qualcuno dice che un libro gli ha cambiato la vita. Non posso dire che “Se Niente Importa” me l’abbia cambiata, ma la sensazione che si ha leggendolo e che smuova qualcosa in noi. L’ho letto ormai da vari anni (era il 2012). Magari non mi ha cambiato l’esistenza, ma un po’ ha contribuito a cambiare il mio modo di mangiare. Se l’avessi letto un anno prima, forse me l’avrebbe cambiato di più, perché già allora avevo ridotto i miei consumi di carne al minimo e non per motivi morali, ma solo per questioni di salute e di dieta (la carne alza la pressione, diceva il mio medico).

Se Niente Importa” di Jonathan Safran Foer sottotitolo “Perché Mangiamo gli Animali?”, edito da Ugo Guanda, è un saggio sull’alimentazione e l’industria zootecnica americana, scritto da un ebreo americano (riferisco che è ebreo per il suo rapporto, citato nel volume, con la cucina Kosher, che richiede una grande attenzione alla qualità e alla preparazione del cibo).

Forse in Italia le cose non stanno come le descrive lui, che parla dell’America, ma non sarei troppo ottimista.

Nonostante l’autore dichiari di non essere né vegetariano (che non mangia carne e pesce), né vegano (che non mangia neppure latticini e uova), dopo aver letto il suo libro, nutrirsi di carne penso possa essere almeno un po’ più problematico per tutti.

In sostanza, con abbondanza di esempi e di documentazione, Foer ci spiega che gli animali negli allevamenti industriali americani soffrono molto più di quanto si possa immaginare, che vengono macellati in modi molto più violenti di quanto si possa pensare e sono molto meno sani di quanto si possa credere. Come se questo non bastasse sono fonte di molte più malattie di quanto si supponga comunemente.

L’autore esamina la produzione di carne aviaria, ovina, bovina e ittica, mostrando come nessuna di queste industrie si salvi (ma i polli sono messi proprio male!).

Il volume è piuttosto corposo e a volte anche un po’ ripetitivo, con trascrizione di dialoghi con addetti ai lavori, esempi personali e dettagli raccapriccianti, ma merita senz’altro una lettura.

Credo che sintetizzare qui il trattamento dei polli da carne (per quelli ovicoli è un’altra – brutta – storia), possa aiutare a dare una vaga idea di quello che si racconta.

I polli sono animali geneticamente modificati e quindi incapaci di vivere in natura o di sopravvivere molto di più dei 36-43 giorni che vivono in allevamento. Vengono stipati a decine di migliaia in capannoni industriali, in gabbie stratificate, con superfici pro-capite pari a quella di un foglio di carta A4, con gli escrementi dei polli ai piani superiori che ricadono su quelli di sotto. Quando si dice che hanno “accesso all’esterno” c’è una porticina minuscola attraverso la quale possono andare in un quadrato di un metro quadro o poco più. Quando sono “allevati a terra”, semplicemente non hanno altri polli che gli cagano in testa. Sono così malati (oltre il 90% ha l’escherichia coli e hanno, in percentuali minori, varie altre malattie), che il loro mangime comprende costantemente farmaci e antibiotici (che in modo indiretto i consumatori assorbono, riducendo la propria resistenza alle malattie). Vengono trasportati al mattatoio appesi a testa in giù e in preda al panico. Lì sono uccisi con sistemi che non ne garantiscono la morte istantanea (taglio automatico della gola, successivo frettoloso taglio manuale dove non ha funzionato) quindi vengono fatti bollire (a volte sono ancora vivi, se qualcosa non ha funzionato nei passaggi precedenti) in acqua, dove rilasciano microbi, sangue, feci e urine. In tal modo assorbono dai pori dilatati percentuali di acqua sporca e infetta che superano l’8% del loro peso. Questa carne insapore viene “migliorata” con iniezioni di soluzioni saline e di brodi.

I virus mutati dai polli (o dagli altri animali macellati) a volte si adattano all’uomo, avviando pandemie aviarie. Non credo sia noto a tutti che persino la terribile Spagnola del 1918 pare sia nata così. Si attende il prossimo ciclo di aviaria, che s’immagina almeno altrettanto letale.

Considerato che produrre carne comporta un utilizzo di terre assai maggiore che la coltivazione e che (secondo i nutrizionisti intervistati) nelle verdure ci sono tutte le proteine di cui abbiamo bisogno in ogni fase di crescita, dall’infanzia, alla maternità, alla vecchiaia, l’autore si chiede se non sia possibile un allevamento meno violento e pericoloso per la salute umana e animale. Sostiene di sì e ne porta esempi.

Il problema rimane però che con una popolazione mondiale crescente e con richieste pro-capite di carne in ulteriore aumento (specie nei paesi emergenti), la produzione di carne con metodi “civili” rischia di non avere nessuno spazio.

Vedi anche https://carlomenzinger.wordpress.com/2013/04/27/quando-un-libro-cambia-la-vita-a-tavola/

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I TRE COMPARI DEL PASSO PORDOI

Uno scellerato patto contro il Lupo, di Toscana, Trentino e Sudtirolo

a cura di Gianni Marucelli

All’inizio di Agosto, pare al Passo Pordoi ma questo a poca importanza, si sono incontrati gli Assessori all’Agricoltura e Foreste, con poteri sull’attività venatoria, della Regione Toscana (Mauro Remaschi, un nome, una garanzia anti-ambiente), dell’Alto Adige (Schuler) e del Trentino (Dallapiccola), non per fare una salutare escursione e rinfrescarsi le idee con l’aria delle Dolomiti, ma per accordarsi circa una richiesta, da presentare all’Unione Europea, per gestire in autonomia i Lupi presenti sui propri territori, decretandone anche l’abbattimento in casi particolari.

Su questa tematica ci siamo espressi più volte, e non amiamo ripeterci. Ma ci corre l’obbligo di segnalare ancora che il Lupo è una specie altamente protetta, in campo nazionale ed europeo, e un accordo tra assessori per violare nei fatti la legge è quanto di più ripugnante possa esistere.

Ma veniamo alla situazione: di Lupi, in Trentino e soprattutto in Alto Adige, ce ne sono davvero pochi, tornati in queste zone dopo essere stati sterminati entro l’inizio del ‘900.

Altra la situazione numerica della Toscana, regione nella quale i lupi sono alcune centinaia, ibridi compresi, diffusi un po’ su tutto il territorio. Ciò ha determinato un conflitto d’interessi con gli allevatori di ovini (raro il caso che questo predatore assalga animali di dimensioni maggiori); i danni subìti da questi pastori sono però risarciti dalla Regione, in massima parte, e comunque è da tempo che si sta agendo per dotare gli allevatori di tutti i presidi (cani da guardia compresi) per minimizzare il problema. D’altra parte, la presenza del Lupo ha contribuito a tenere sotto controllo gli ungulati (specie i cinghiali) contro cui è risultata inutile anche la deroga, voluta dall’Assessore Remaschi, che ha consentito di sparare a questi animali per tutto l’anno. È superfluo sottolineare come i danni inflitti dagli ungulati alle colture siano di gran lunga maggiori di quelli provocati dai Lupi alla pastorizia.

Torniamo in fretta al Trentino e all’Alto Adige: perché gli amministratori si espongono in questo modo per un problema che ancora non si è creato? Il sospetto è che, in questo modo, Schuster e Dallapiccola vogliano tutelarsi anche contro un altro predatore che non sta a loro simpatico: l’Orso bruno. Mille polemiche ha suscitato, poche stagioni fa, l’uccisione dell’orsa Daniza, rea di aver difeso i propri cuccioli da un escursionista sventato, che ha riportato solo qualche ferita. Dato che l’Orso, dopo lo sterminio cui è stato sottoposto, fu reintrodotto nella vallate del Trentino occidentale pochi anni or sono, e rischia di mettere il naso anche in Provincia di Bolzano, è probabile che i due sunnominati Assessori sperino di creare un precedente, nei confronti del Lupo, che consenta loro, poi, di abbattere anche gli Orsi, che certo non costituiscono attualmente un pericolo per nessuno (i plantigradi sono al 90% vegetariani).

Quale logica contorta seguano Schuster e Dallapiccola non ci è dato di sapere.

Ci consola però il fatto che il Ministro dell’Ambiente, Costa, abbia risposto subito seccamente, all’inedito trio incontratosi al Passo Pordoi, che il Lupo non si tocca.

Le associazioni ambientaliste e animaliste hanno preso subito posizione molto netta contro le proposte degli ineffabili politici. Remaschi lo conosciamo e speriamo sinceramente che alle prossime regionali tolga il disturbo (cosa altamente probabile, a meno che non voglia darsi allo sport del “salto della quaglia”). Agli altri due consigliamo di star zitti e di evitare inutili figuracce a livello internazionale.

Infine, riportiamo in calce (potete scaricare il documento direttamente da questa pagina – il link si trova a fondo pagina) la posizione ufficiale in merito dal Presidente della Federazione Nazionale, prof. Mauro Furlani.

 

Accordo tra Province di Trento, Bolzano e Regione Toscana contro il Lupo

La Federazione Pro Natura ha preso nota del singolare accordo, in tema di lupi, tra le province autonome di Bolzano e di Trento e addirittura la regione Toscana, aree geografiche che poco hanno in comune in termini faunistici, soprattutto per quanto riguarda la presenza e la diffusione del Lupo.

L’accordo prevederebbe una richiesta comune da inoltrare all’Unione Europea di deroga della Direttiva Habitat (92/43 CEE) recepita dall’Italia con DPR dell’8 Settembre 1997 n.357 che inserisce il Lupo nell’allegato D, specie prioritaria che richiede norme di protezione rigorosa; il lupo, per altro è inserito anche nelle convenzioni di Berna (allegato II: specie particolarmente protetta) e Washington (allegato II: specie potenzialmente minacciate).

Un eventuale piano di controllo che possa prevedere anche gli abbattimenti contrasta decisamente sia con le normative nazionali (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e del prelievo venatorio) 157/92, che comunitarie e internazionali che l’Italia ha firmato. Confligge, inoltre, con l’attribuzione che la Costituzione riserva allo Stato in merito alla proprietà e alla gestione delle specie faunistiche, non delegabile dunque ad amministrazioni periferiche.

Nelle Province autonome di Trento e Bolzano la presenza del Lupo è ancora abbastanza sporadica e di recente colonizzazione: dunque si tratta di una specie che al momento non produce impatti significativi sul patrimonio zootecnico o su altri settori.

In Toscana il Lupo è ben diffuso e stabile; tuttavia, è proprio grazie alla diffusione e stabilità che perdura da decenni che ha favorito in alcune aree, come quelle delle Foreste Casentinesi, una convivenza con l’uomo e le sue attività, grazie a misure in grado di limitare l’impatto sulle specie allevate abbassando così il livello di conflittualità.

La politica di gestione faunistica della Regione Toscana non è nuova a iniziative eclatanti, prive di fondamento scientifico. La legge obiettivo del 2016 di contenimento del numero di ungulati non ha certo dato i risultati propagandati dall’Amministrazione e in particolare dall’Assessore Marco Remaschi; infatti, in 20 mesi di applicazione della Legge, a fronte di un numero di abbattimenti rilevante (184.774 cinghiali, 27.135 caprioli, 993 cervi, 2456 daini e 217 mufloni, per un totale di 215.575 capi) non è riuscita a contenere il numero e neppure a limitare la loro diffusione. Non si trascuri di considerare che il Lupo è uno dei principali predatori di ungulati e che una sua eventuale riduzione avrebbe ricadute anche sul numero di questi ultimi.

L’impressione che si trae da questo accordo è che prevalga l’attenzione alle prossime elezioni regionali assecondando le richieste dei settori di opinione pubblica più ostile, alimentando il livore e lo schiamazzo di piazza a vantaggio di un approccio razionale e condiviso.

La Federazione nazionale Pro Natura si appella pertanto alla competenza tecnica e alla sensibilità del Ministero dell’Ambiente perché si opponga con gli strumenti in suo possesso per contrastare questa scellerata richiesta che, qualora accolta, non potrà essere in grado di risolvere alcun problema faunistico ma al contrario creerà ulteriore lacerazioni all’interno dell’opinione pubblica, inducendo reazioni estremiste, prive di qualsiasi validità e supporto scientifico.

                                                                                                 Il Presidente

                                                                     (prof. Mauro Furlani)

 

 

 

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Recensione: Maldifiume di Simona Baldanzi

Recensione – a cura di Carmen Ferrari

Simona Baldanzi, Maldifiume, acqua, passi e gente d’Arno

Portogruaro, Ediciclo editore, 2016. E. 15,00

Il libro è vincitore del 1° Premio “Sergio Maldini” per la Letteratura di Viaggio (2018)

Dalla copertina, suggestiva e surreale, dove le case sembrano inondate dall’acqua in una sorta di coabitazione serena, si snodano narrazioni inaspettate, con quel senso della scoperta che accompagna tutti i capitoli.

E’ un Arno che segue la vita; le numerose vite apparse sulle rive nei secoli, con i loro segreti, leggende, tradizioni accumulati a strati, nel tempo, i cambiamenti imposti al corso del fiume, ai suoi abitanti e ai lavori che da esso nascevano.

Ne esce un amore euristico per il fiume e per la sua sostanza acquosa, metafora più volte presente nel suo scorrere, dalla sorgente alla foce. Un nobile quanto bizzarro, a volte lento o agitato percorso di quell’acqua che segue il ciclo della natura, rispuntando dalle cavità rocciose del Falterona, dopo che il mare, con la complicità dell’aria, partorendo le piogge, ha ridato vita alle sorgenti.

Lì, dal monte Falterona, comincia questo viaggio a piedi, ogni volta iniziatico, come per le sue particelle d’acqua, così come è per chi lo ha navigato, attraversato, vissuto per scelta o per obbligo, in una vita non sempre lineare e semplice.

Ma, anche così, ogni volta, il fiume lascia o porta via qualcosa.

Man mano che procede la scrittura, una compagnia numerosa di uomini, donne, bambini, si aggiunge in un’acqua che accomuna le storie che si ascoltano, come quelle delle case, i palazzi, le chiese, gli affreschi, i canneti, le capanne, la mota, la rena, i sassi, le imbarcazioni.

E’ un Arno testimone silente e laborioso che parla a chi lo sa ascoltare. Vi si intravedono affetti particolari che lo legano agli uomini, la cura, la dedizione, giorni e anni passati in sua compagnia, scoperte, ed anche le nuove riscoperte degli abitanti, con il desiderio di viverlo come risorsa naturale perché rinasca la sua cura.

Sono storie che l’acqua ha legato e che fa riemergere per non perderle, così che le loro voci possano ridare linfa a un’umanità che si sta perdendo nelle sue solitudini al posto della socialità che il fiume aveva sviluppato nei luoghi del suo percorso. Una umanità che, fiaccata dalla odierna complessità, spesso si adagia, rinuncia, o diventa impaziente nella sua fretta.

Qui, invece, in questa ricca narrazione la strada percorsa è lenta, senza affanni, aperta alla conoscenza e all’altro, ospitando sentimenti, emozioni, storia antica e contemporanea, bellezza, paura, coraggio e illusione, rinunce e vittorie come nelle genti incontrate: uomini e donne, singoli o nelle voci corali dei gruppi, delle associazioni che cercano di riprendere questa identità fluviale, scoprendo nuove comunanze che sollecitano riflessioni sociali, politiche, economiche.

Diventa a tratti, questa narrazione, un   movimento autobiografico dove l’autrice racchiude parte della sua formazione e questo suo divenire partecipe di una natura che accoglie, rispetta differenze, aspira ad un futuro che apre, probabilmente, a nuove sfide sociali e comunitarie.

Una lettura che avvolge e sazia occasioni di autentico ascolto del fiume, dei luoghi e delle sue genti.

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Il coniglio

IL CONIGLIO

A cura di Mariangela Corrieri

Chi è? Noi tutti crediamo di conoscerlo soltanto perché ne vediamo le immagini ma, in realtà, sappiamo poco del suo carattere e della sua vita.

Allora, ispirandoci al titolo di una collana di libri per bambini di parecchi anni fa, “Conoscere per amare”, ecco una sintetica ma illuminante descrizione di questo animale: chi è e come vive. Per conoscerlo e poi per amarlo.

Il coniglio può vivere fino a 12 anni. È un animale intelligente, estremamente docile e timoroso, in condizioni naturali vive in gruppo, ama saltare e scavare tane per nascondersi e allevare i propri piccoli. Si nutre di erba e verdura fresca. È un amante della corsa e per questo non sopporta le gabbie. Ha un carattere diffidente, ma appena rotto il ghiaccio rivela tutto il suo lato socievole, giocherellone e curioso e molti sono i giochi che possiamo fare con lui. Riesce anche a riportare la palla, come un cane.

Il coniglio ci comprende, se chiamato arriva immediatamente in corsa e quando rientriamo a casa è pronto ad accoglierci con affetto aspettando di essere accarezzato sulla testa, sul nasino, sulle guance. Ma ognuno di loro, essendo un individuo, ha naturalmente le sue preferenze.
Dopo il cane e il gatto è al terzo posto come animale d’affezione nelle scelte degli italiani. Nel nostro Paese sono infatti circa un milione i conigli che vivono in casa ma, mentre cane e gatto hanno varie leggi a loro tutela, il coniglio non ne ha nessuna.

La destinazione finale dei conigli allevati, se si escludono i pets, è il consumo alimentare, la produzione di pellicce, di feltro, di angora e la vivisezione.

I conigli nascono, vivono la loro breve vita e muoiono negli allevamenti intensivi e nella miriade di allevamenti familiari (secondo il Ministero dell’Agricoltura sarebbero 20.000 piccoli e piccolissimi, 8.000 intensivi, mentre non esistono dati sulla miriade di piccoli allevamenti familiari sparsi nel paese). Questi allevamenti sono definiti dalla FAO, Food and Agricolture Organization, a nome delle Nazioni Unite, “un vivaio di malattie emergenti”, e sono responsabili dello sviluppo di pandemie e altri episodi di straordinaria gravità.

Negli allevamenti intensivi i conigli sono rinchiusi in gabbie di batteria, stipati fino a sette nella stessa gabbia, con uno spazio per coniglio pari a meno di un foglio A4. Con le zampe che non possono mai toccare terra e che spesso s’incastrano nella rete ferendoli. Non possono stendersi su un lato e neanche fuggire dagli attacchi dei loro simili. Gabbie sovrapposte una sull’altra con gli escrementi che cadono sugli animali delle gabbie inferiori, forti esalazioni di ammoniaca dannose per la salute degli animali. In queste condizioni allucinanti, i conigli sono afflitti da turbe del comportamento e da gravi problemi fisici che possono provocare anche deformazioni della colonna vertebrale.

Le fattrici vengono inseminate artificialmente circa otto volte all’anno a 10-15 giorni dal parto e durante tutta la durata della loro vita. Possono generare, in un anno, 80 figli. Con questi ritmi intensivi dopo soli due anni, quando la fertilità inizia a calare, vengono abbattute.  I conigli di batteria invece vengono tolti precocemente alla madre e poi, a circa 3 mesi, trasportati al macello.

Quindi, a 80-90 giorni di età il coniglio esce finalmente dalla sua gabbia per l’unico viaggio della sua vita. Purtroppo viene messo in un’altra gabbia ancora più piccola e affollata e caricato sul camion. Dopo un lungo viaggio al sole o sotto la pioggia, esposto ai bisogni dei compagni delle gabbie superori, il coniglio giunge infine a destinazione esausto, quando vivo. Se è fortunato viene stordito con una scossa elettrica, appeso a testa in giù e poi sgozzato, spesso quando è ancora cosciente, ma succede anche che gli animali vengano uccisi spezzando loro il collo a mani nude.

Sono state svolte varie video investigazioni sotto copertura in questi agghiaccianti allevamenti incredibilmente tollerati, investigazioni che hanno permesso di vedere ciò che viene tenuto nascosto. Conigli allevati senza regole e senza controlli. La realtà tragica mostra cuccioli morti e gettati a terra, altri lasciati morire di fame, animali tra pelo sporcizia e mosche, comunemente malati di micosi, encefaliti, infezioni oculari, enteriti, parassitosi alle orecchie, che non ricevono cure adeguate e quando queste vengono somministrate avviene da parte dell’allevatore e quasi mai dal veterinario. La mortalità in questi luoghi è del 30%.

Nell’Unione europea vengono macellati 350 milioni di conigli ogni anno e 900 milioni nel mondo.  L’Italia è uno dei principali produttori di conigli a livello mondiale con 20 milioni di animali allevati, seconda solo alla Cina.

È anche il maggior importatore di pelli per la pellicceria (il 47% delle pelli importate nell’intera UE) anche se le pelli di coniglio generano in Europa solo il 2% del fatturato del settore pellicceria e servono solo come guarnizione. Un coniglio vive tre mesi d’inferno per poi, da morto, decorare il collo di una giacca.

Dopo l’esposizione delle sofferenze che questo pacifico, docile, affettuoso pet subisce dalla violenza e dall’indifferenza umana, la notizia positiva è che il consumo della sua carne è in forte calo. Noi consumatori finali abbiamo la capacità e il potere di indirizzare il mercato e quindi la sorte degli animali d’allevamento.

Inoltre il Parlamento Europeo nel marzo 2017, con un’ampia maggioranza, ha votato a favore della realizzazione di una legge specifica che garantisca standard minimi di protezione ai conigli. La Commissione Europea dovrà legiferare in merito. Questa risoluzione incoraggia a dismettere l’allevamento in batteria (quindi vieta le gabbie), sostituendolo con strutture alternative, come i sistemi in recinto. Verrebbe ridotta la sofferenza degli animali nonché l’uso eccessivo di antibiotici per prevenire il problema dell’antibiotico resistenza che, si prevede, causerà 10 milioni di morti umani nel 2050 in tutto il mondo, più che per i tumori.
In questo campo l’Italia è maglia nera d’Europa dopo la Grecia. L’antibiotico-resistenza provoca attualmente ogni anno nel nostro continente 4 milioni di infezioni da germi e 37.000 morti.

In Grecia, Italia e Romania è stata isolata la maggior quantità di batteri resistenti agli antibiotici.
In Italia, i migliori allevamenti sono a Treviso (20% dell’intera produzione nazionale) con un’attenzione sempre maggiore al benessere degli animali come l’uso di gabbie di nuova concezione con una superficie di 3800 cm2, larghe e profonde, dotate di soppalco, di un gioco, di un tappeto di plastica che evita rotture e problemi alle zampe e due linee d’acqua con ricircolo costante. All’interno abitano le nidiate al massimo di 8 coniglietti per il periodo dello svezzamento e sono concepite per far vivere e crescere insieme il gruppo familiare per almeno 80 giorni.

Il Belgio, antesignano di una politica più attenta al benessere dei conigli, ha abolito le gabbie che ha sostituito con i sistemi alternativi proposti dal Parlamento Europeo, chiamati “park”. Sono recinti con pavimento in plastica confortevole in cui gli animali possono saltare, stendersi e non ferire le zampe; arricchiti di tubi per nascondersi e permettere così l’espressione dei comportamenti naturali della specie. In questi allevamenti i conigli non sono trattati con antibiotici di routine, vengono curati solo se si ammalano e la mortalità scende al di sotto del 10%.

Anche la Germania ha intrapreso questa direzione grazie alla pressione dell’opinione pubblica e all’iniziativa di allevatori virtuosi e di alcuni supermercati.

Noi auspichiamo che le nuove politiche italiane aprano gi occhi, guardino a 360 gradi l’ambiente che ci circonda, la nostra casa, i nostri compagni di viaggio e imitino quei Paesi che rifiutano la barbarie sugli animali innocenti capaci di soffrire. Per approfondimenti:

www.coraggioconiglio.it

http://www.marchesinietologia.it/2016/03/02/il-coniglio/

Fonte delle fotografie:

https://www.mondocarota.it/il-coniglio/

https://www.focusjunior.it/animali/lo-sapevi-che-perche-i-conigli-muovono-sempre-il-naso/

http://www.greenstyle.it/conigli-gabbia-europa-nuove-prospettive-219848.html

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ALL’ATTACCO DEL LUPO, DELL’ORSO… E POI?

a cura di Gianni Marucelli

 

Prosegue, senza alcun pudore e senza un riferimento a un partito politico preciso, la campagna tesa a consentire gli abbattimenti delle specie protette di Lupo e Orso.

La provincia autonoma di Trento ha varato un suo proprio dispositivo di legge che permetterebbe l’uccisione di lupi e di orsi “problematici”, dove per “problematico” si intende l’animale che interferisca come le attività economiche umane, e non certo “pericoloso” per l’uomo.

Tale decisione della Provincia è in aperto contrasto con le leggi nazionali, e perciò destinata a decadere, come ha dichiarato pubblicamente il Ministro dell’Ambiente, Costa.

Di concerto con il provvedimento trentino, la Provincia di Bolzano sta per emanare una legge simile, con l’aggravante che i lupi, in Sudtirolo, sono ancora rarissimi.

In Veneto, ovviamente, si sta pensando di fare lo stesso, mentre in Toscana è notissima la posizione dell’Assessore all’Agricoltura e Foreste, Mauro Remaschi, che da anni chiede il permesso di abbattimento dei Lupi (nella regione non esistono orsi, altrimenti si sarebbe attivato anche contro i plantigradi…).

Da notare come i fautori di questi provvedimenti appartengano, in maggioranza, al PD e alla Lega.

Come a dire, l’intolleranza non conosce confini politici…

Di fatto, solo in Toscana vi è una situazione delicata per quanto riguarda il conflitto tra Lupi e greggi, dato che l’allevamento ovino è ampiamente praticato nell’ambito della regione. Dobbiamo però ripetere, ancora una volta, come i danni economici inferti alla pastorizia dai predatori vengano rifusi dalla Regione, anche se, in qualche caso, non totalmente.

Accenneremo in queste righe solo di sfuggita al valore naturalistico del Lupo, che è l’unico grande predatore che possa limitare il numero, ormai considerevole, degli ungulati (daini, caprioli, cinghiali ecc.) prevenendo o limitando i danni da essi provocati alle colture.

La disastrosa gestione della politica ambientale da parte degli ultimi Governi nazionali ha aggravato la situazione e consentito che si rafforzassero le posizioni estreme dei fautori degli abbattimenti ad ogni costo. Adesso, che il Ministero competente è retto da un autorevole ex comandante dell’estinto Corpo Forestale dello Stato, però, essi non avranno vita facile, soprattutto se l’associazionismo ambientalista continuerà a fare il proprio dovere.

A tal proposito, in calce all’articolo trascriviamo la lettera che il Presidente della Federazione nazionale Pro Natura ha oggi inviato al Ministro Costa. Condividiamo totalmente il suo contenuto. Potete scaricare il documento nel formato PDF cliccando il link al termine della pagina.

 

Fonte delle immagini:

 

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