Giornata mondiale del rifugiato

Pubblichiamo un bellissimo contributo poetico del caro amico Carmelo Colelli in occasione della Giornata mondiale del rifugiato

Il piccolo immigrato

 

Era di notte e la barca partì,

notte senza luna e senza stelle,

cielo nero,

mare nero, più del cielo,

calmo prima, poi la tempesta.

Onde alte, sempre più alte,

mare sempre più nero,

barca carica di disperati

sbattuta di qua e di là.

Lotta impari nel buio della notte.

Sommessi lamenti,

occhi spalancati,

dolore e paura,

terrore e speranza.

Il mare vinse la lotta, rovesciò la barca.

Uomini, donne e bambini,

dispersi come fiori sull’acqua.

Urla squarciarono il silenzio.

Mia madre piangeva.

Il mare si calmò,

la luce del nuovo giorno

rischiarò la notte.

Molti i fiori risucchiati dal mare.

Mia madre piangeva,

Sentivo il suo dolore.

Un angelo vestito di verde,

con un bimbo tra le mani

le si avvicinò

i suoi occhi si spalancarono

mi guardò per la prima volta,

mi tenne stretto al petto.

Sentii il suo dolore

Sentii la sua gioia.

Aveva lasciato la sua terra,

la sua gente,

scappava dalla guerra,

ricercava pace e libertà.

Piansi, piansi forte,

volevo gridare:

Fermate la guerra.

 

Carmelo Colelli

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A TORINO, I FESTEGGIAMENTI PER IL 70° ANNIVERSARIO DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE PRO NATURA

A cura di Gianni Marucelli

 

Quel giugno del 1948 costituì veramente l’alba del movimento ambientalista italiano, ed è giusto e doveroso che, settant’anni dopo, si sia voluto ricordarlo in un Convegno apposito tenuto presso l’ottocentesca Aula Magna dell’Orto Botanico di Torino.

Ne ho già parlato ai lettori dell’Italia, l’Uomo, l’Ambiente nell’editoriale del numero di Giugno, ma ora è necessario che mi ripeta, per una chiara comprensione.

Settanta anni or sono l’Italia era appena uscita da una guerra catastrofica, voluta dalla dittatura fascista, i cui effetti erano visibili a chiunque: nelle città bombardate, nelle vie di comunicazione semidistrutte, nella faticosa opera di rimozione delle macerie e dei campi minati, nella miseria della vita quotidiana pur dignitosamente affrontata, nelle decine di migliaia di uomini che ancora mancavano all’appello, dispersi sui vari fronti oppure ancora detenuti in qualche campo di concentramento.

Per l’ambiente naturale non andava meglio: per secoli era stato depauperato, e la lenta opera di riforestazione avviata dallo Stato tra la fine dell”800 e l’inizio del ‘900 non era stata ancora completata; anzi, il passaggio del fronte aveva determinato grandi danni e anche le poche zone protette che allora esistevano, i Parchi Nazionale del Gran Paradiso, dello Stelvio, di Abruzzo, del Circeo, erano abbandonate a se stesse, prive di mezzi economici e assediate dai bracconieri.

Specie preziose, quali lo Stambecco alpino, l’Orso, il Camoscio d’Abruzzo e molte altre erano ormai sull’orlo dell’estinzione definitiva.

In questo difficile contesto, pochi uomini, alcuni dei quali reduci dai campi di prigionia tedeschi, trovarono in sé la forza, la determinazione di reagire allo sfacelo, fondando il primo nucleo di un movimento per la salvaguardia dell’ambiente. A guidarli, fu una personalità d’eccezione: Renzo Videsott, docente nella Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Torino e Direttore soprintendente del Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove gli ultimi Stambecchi esistenti cadevano sotto i colpi dei bracconieri.

Il 25 Giugno del 1948 dodici persone, dopo alcuni mesi di corrispondenza e una riunione preparatoria, si riunirono nella Sala dei Trofei del Castello di Sarre, in Valle d’Aosta, dando vita al Movimento Italiano per la Protezione della Natura (M.I.P.N.), che di lì a dieci anni sarebbe divenuto Federazione Nazionale Pro Natura. Renzo Videsott, nella lettera di invito ai partecipanti a quella lontana riunione, sottolineando l’importanza di diffondere l’idea della protezione della natura nel campo sociale, per due ragioni: il salvataggio delle risorse naturali e l’levazione spirituale dell’umanità, scriveva: È una visione che va al di là di ogni confine politico, tanto più al di là delle mie forze e della mia vita.

E ancora: Questo sforzo dovrà essere difeso da una troppo elevata concezione poetica, da una troppo angusta profondità scientifica, dalla impaludante retorica, dal formalismo, dall’oppio della burocrazia, dalla piovra delle speculazioni della bassa concezione politica, dalla tisi della miseria economica, dalla peste della faciloneria, dal mare dell’ignoranza, dagli oceani dell’indifferenza umana

Tali parole, scritte settant’anni fa, sembrano ancora del tutto attuali.

Rimando i lettori che volessero saperne di più, sia sulla fondazione del M.I.P.N., sia sul suo sviluppo successivo, alla relazione che il prof. Franco Predrotti, presidente del Comitato Scientifico della Federazione Pro Natura, ha presentato nel corso del Convegno di Torino, il 10 giugno scorso, e che può essere liberamente scaricata cliccando al termine di questo articolo; aggiungerò che nello stesso Convegno si è concentrata l’attenzione sulla figura di Renzo Videsott e dell’altro grande co-fondatore, Bruno Peyronel, nonché sui 70 anni di storia della Federazione Pro Natura. Nella sessione pomeridiana, dalla storia si è passati all’attualità, tramite la relazione di Pier Lisa Di Felice, vicepresidente della Federazione, sull’importanza delle aree protette; del dr. Antonello Provenzale, direttore dell’Istituto Geoscienze e Georisorse del CNR, su I cambiamenti climatici e il loro impatto sugli ecosistemi naturali; del dr. Alessandro Mortarino su Il consumo del suolo; del prof. Ettore Randi (Università di Bologna) su La conservazione della biodiversità in ambienti terrestri.

La realtà fondata da Renzo Videsott è stata la prima organizzazione nazionale italiana per la tutela ambientale e per circa vent’anni restò anche l’unica. Ad oggi la Federazione Pro Natura conta circa 100 associazioni aderenti, ubicate dalla Sicilia al Piemonte, e prosegue la sua opera nello spirito del suo fondatore.

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Dopo le rose

Una poesia di Iole Troccoli

 

Dopo le rose

Dopo le rose tu, papà.
Ti metteresti qui seduto
e mi diresti: cinque minuti
mi fanno male un po’ le gambe
tu non sei stanca?
Nei sogni mi sorridi
una camicia coloniale
gli occhiali che ti scivolano
sul naso, il tuo mezzo sorriso
onnipresente.
Come ti va, papà?
Io sono sola in mezzo alla pianura
e tu non sei un gigante, o un angelo
o l’unico tesoro.
Ricordo quando tornavi
e reclamavi un bacio dalle figlie.
Nel tuo salotto acceso, il valzer dei tuoi fiori,
le tue letture di storia, il calcio
un piatto di spaghetti al dente.
Ritorniamo in Calabria anche quest’anno?
Non preoccuparti, io tengo stretto tutto.
Sempre.
Aspetta ad alzarti, poi ti vengo dietro.
Con questo caldo una bibita, come dicevi tu.
Bella ghiacciata, e dopo sai che ce ne importa.
Un mare verde, per fare due bracciate.

Iole

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Ricordando alcuni eventi passati: Film col… tè, una simpatica esperienza da replicare

a cura di Paola Capitani

Alla Mediateca regionale toscana (www.mediatecatoscana.net) e alla Libreria Libriliberi (www.libriliberi.com) in via San Gallo a Firenze, alcuni anni fa si ebbe una interessante iniziativa: il ciclo di film con il tè. Non solo la visione del film, ma un’atmosfera calda e accogliente, un ottimo tè con pasticcini, le candeline sui tavoli, le teiere dalle fogge strane, le tazzine abbinate con gusto, ma soprattutto l’accoglienza affettuosa. Coccolati nello spirito e nell’anima, nel cuore e nella testa: questa proposta culturale aiuta ad andare avanti e dà una forte scossa emotiva. Un angolo di quiete dove si trova il Teatrino del Gallo (www.teatrinodelgallo.it), un angolo di tranquilla meditazione, che ispira a pensieri positivi, alla qualità di vita. Uno spaccato imprevisto e sconosciuto a molti fiorentini, ignari e smaniosi di spendere ai Gigli e agli Ipermercati, dove trascinano bambini attoniti e straniti invece di portarli in questo angolo di quiete, serenità e cultura. Molti non sanno che a due passi dal Duomo, a Firenze, in una nicchia di libri e sapere, si possono fare tante attività, in uno spazio senza tempo e senza fretta, che contribuisce al miglioramento della persona e della conoscenza.

Vittorio Rossi

Vittorio Rossi, (titolare della Libreria Libriliberi) che ci ha lasciati solo fisicamente ma ci tiene per mano e per la testa nei suoi multicolori progetti di libri e fantasie, è stato l’animatore di tali progetti culturali.

Dalla libreria si accede, attraverso il cortile, al Teatrino dove anni fa fu celebrato un genetliaco in collaborazione con i Pupi di Stac (www.pupidistac.it), famosi interpreti di amene rappresentazioni (Giovannin senza paura, La melina, ecc.), per animare momenti ludici e formativi, nati sui testi di Laura Poli, incantatrice di radioascoltatori su Rai3 con il fratello Paolo e con Giulio Casati che ancora interpreta il lupo in Cappuccetto Rosso o la Capra Ferrata.

Uno spazio particolare, dove la fantasia si intreccia con la creatività, la meditazione giocosa intriga con il gioco e il passatempo, aiutando a recuperare la parte più vera e intima di ciascuno, in una “isola che non c’è” dove torniamo fortunatamente bambini!

Recentemente presso un altro spazio di Firenze poco noto, la Libreria Todo Modo, in via dei Fossi, viene offerto ai clienti e ai visitatori, tutta una serie di eventi (N.d.R.). Quando si entra, appare come una normale libreria, ma appena ci intrufoliamo fra libri e scaffali e si procede verso il fondo, scopriamo una intima saletta in legno, accogliente e calda, con proposte di cibi e dolci, bevande e tramezzini per intercalare la piacevolezza della lettura. Un altro panorama accoglie il curioso di turno che dalla saletta per tè e light lunch arriva all’auditorium, dove tempo fa I Pupi di Stac, con Paola Capitani, hanno presentato la fiaba Magiccat e il cane mascherato (Firenze, Polistampa, 2013) in versione italiana e inglese per essere compresa da un pubblico di varia appartenenza linguistica.

    “C’era una volta un re o meglio c’erano una volta Aladino e Dulcinea, incontrati per caso nella terra senza nome, piena di fiori e di musica classica, dove cresceva l’albero dell’amicizia, un grande baobab nascosto in un boschetto di querce, lontano da occhi indiscreti e da meschini viandanti. Un luogo magico dove per entrare occorreva pronunciare la parola magica… Amicizia e Empatia… con le quali si entrava in un paesaggio dolce e rilassante che trasformava i sentimenti in  serenità e complicità, affetto e amore.. ma gli indesiderati venivano subito scoperti e trasformati in pietre che giacciono nei tre fiumi che bagnano il piccolo giardino. Larga la foglia, stretta la via, dite la vostra che ho detto la mia.”

Paola Capitani

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L’Isola di Capraia

A cura di Claudia Papini

Articolo apparso nella rivista Toscana, l’Uomo, l’Ambiente – marzo 2006; revisionato nel maggio 2018 per l’Italia, l’Uomo, l’Ambiente

L’antica fortezza

Narra la leggenda che sette perle della collana di Venere caddero in mare e si trasformarono nelle isole dell’Arcipelago Toscano; l’origine di Capraia conferma la leggenda: l’isola emerge dal mare originata da un’eruzione vulcanica.

La prima eruzione sembra risalire a circa 9 milioni di anni fa. È questo il vulcano che ha originato le più compatte rocce latitiche che compongono la maggior parte dell’isola. Rimase attivo per circa due milioni di anni, formando con frequenti traboccamenti di lava una superficie ampia quasi il doppio dell’attuale. Circa 5 milioni di anni fa, a causa di nuovi terremoti, si verificarono due fenomeni determinanti per la morfologia dell’isola. In corrispondenza dell’estremità meridionale si aprì un più piccolo ma attivo centro eruttivo, di cui è ancora ben visibile l’interno del cono alla punta dello Zenobito e contemporaneamente, in seguito a conseguenti assestamenti, ebbero origine episodi di abbassamento e collasso del versante occidentale del vulcano originario che, facendo sprofondare quasi metà dell’isola, le conferirono l’attuale aspetto ellittico.

Il vulcano dello Zenobito, non rimase in attività a lungo, ma fu soggetto di potenti e frequenti eruzioni con esplosioni di lapilli, ceneri e nubi ardenti caratterizzando il territorio circostante con rocce basaltiche di origine piroclastica.

Punta dello Zenobito, costa meridionale

Capraia oggi si presenta con una dorsale montuosa, lungo l’asse Nord-Sud, decentrata verso Ovest dove sono presenti i principali rilievi tra cui cito il più alto, Monte Castello (445m) e il Monte Forcone (366m) che si suppone corrisponda al cratere del primo vulcano.

Il versante orientale degrada dolcemente verso il mare, mentre a Ovest troviamo un versante a picco sul mare, solcato da ripidissimi valloni torrentizi.

La costa è estremamente frastagliata, quasi ovunque rocciosa e inaccessibile, ma ricca di insenature in corrispondenza dei vadi (torrenti) e di grotte scavate dall’erosione marina. In corrispondenza delle dirupate scogliere occidentali, i fondali presentano una profondità maggiore. Escludendo Cala della Mortola, sabbiosa per la maggior parte dell’anno, le calette si presentano rocciose o ciottolose.

L’osservazione della costa dell’isola, possibile solo via mare, rappresenta un’esperienza unica, un alternarsi di formazioni rocciose diverse in un arcobaleno di colori, che, grazie all’opera di erosione delle correnti marine, rivelano la loro origine vulcanica.

In una depressione, tra Monte Forcone e Monte Rucitello, si trova lo Stagnone, il piccolo lago che rappresenta una delle numerose aree degne di nota.

Sono presenti numerosi, ma brevi e ripidi torrenti, chiamati vadi. Il principale e l’unico perenne, è il Vado del Porto, seguito dal Vado del Ceppo nella cui bellissima e isolata vallata si possono spesso osservare coppie di corvi reali.

Le vicende storiche hanno fortemente caratterizzato lo sviluppo naturalistico dell’isola. Da sempre la posizione lontana ma strategica di Capraia l’ha resa alternativamente territorio conteso tra coloro che volevano dominare o commerciare nei mari circostanti e isola abbandonata dalla legalità in preda alla pirateria. Fin dal 2600 a.C. si avvicendarono al potere i vari popoli navigatori tra cui gli Umbri, gli Etruschi e i Greci. Già con questi primi insediamenti iniziò l’opera progressiva di deforestazione che ha privato nei secoli, insieme a numerosi incendi, l’isola della originaria vegetazione arborea.

Dal II secolo a.C. si hanno notizie delle dominazioni romaniche. Vicino all’attuale porto sono stati rinvenuti i resti di una domus e di un’interessante statua marmorea raffigurante una Venere risalente all’età imperiale. Dopo un periodo iniziale durante il quale tutto l’Arcipelago fu soggetto alla pirateria, il dominio romano garantì la tranquillità e di conseguenza portò il rifiorire dei commerci.

Dalla Sella dell’Acciatore

Con la decadenza dell’impero, Capraia perse di nuovo importanza commerciale e divenne terra di rifugio per gli anacoreti in cerca di isolamento dal resto del mondo. Furono gli stessi monaci, pare chiamati Zenobiti, a portare i primi vitigni nell’isola. Eressero la chiesa di Santo Stefano protomartire e si occuparono prevalentemente di agricoltura. Ancora oggi si possono osservare i palmenti, recipienti scavati nella roccia utilizzati per la pigiatura dell’uva per la produzione del “Palmaziano” vino ormai scomparso.

Nell’800 iniziò un nuovo periodo per il Mediterraneo, che fu segnato dalla pirateria Saracena. Capraia si trasformò da isolato rifugio in oggetto di sanguinose scorribande saracene, venendo progressivamente abbandonata dagli abitanti e trasformandosi in base di partenza e strategico punto di appoggio per i pirati.

Nel 1100, la repubblica marinara di Pisa riuscì a relegare i Saraceni oltre le Baleari ristabilendo una certa regolarità nei traffici che attraversavano l’arcipelago. L’abitato si spostò più all’interno rispetto al porto (che allora non corrispondeva all’attuale), fu edificata la Chiesa dell’Assunta. Negli anni a seguire Capraia fu soggetta ad un continuo altalenarsi di domini genovesi e pisani. Si devono a quegli anni la costruzione delle torri difensive lungo la costa dell’isola e della Fortezza di San Giorgio che la fecero diventare, insieme alla naturale morfologia della costa occidentale, una delle isole più fortificate e sicure dell’Arcipelago.

L’antichissima chiesetta di S. Stefano

Dal 1562 anno in cui fu ceduta alla Repubblica di Genova fino alla metà del 1700, vi fu un periodo di pace durante il quale vennero edificati alcuni importanti edifici che dimostrano il ripopolamento dell’isola: il convento Francescano con l’annessa Chiesa di San Antonio e la Chiesa di San Nicola.

Nel periodo successivo si alternarono al governo Corsi, Francesi e Genovesi fino al 1815, quando, dopo la parentesi napoleonica, Capraia fu annessa al Regno di Sardegna.

Uno degli eventi più importanti che ha condizionato per più di un secolo lo sviluppo socio-economico dell’isola fu l’installazione nel 1873 della Colonia Penale Agricola, che fu smantellata nel 1986.

Già facente parte della rete Natura 2000 e riconosciuta Sito di Interesse Comunitario, Capraia e la zona a mare che la circonda è, fin dalla sua istituzione, quasi integralmente inclusa nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

verso la costa meridionale

Nonostante la sua storia sia così intensa e travagliata, la vera protagonista dell’isola è la Natura. L’ambiente nei secoli è stato profondamente alterato, sia dal disboscamento dell’originaria foresta di lecci che dalle attività agricole e dalla pastorizia, ma sia per la presenza della Colonia, o che per la sua maggiore distanza dalla costa rispetto alle altre isole, Capraia è stata risparmiata dalle speculazioni edilizie e dal turismo di massa. L’evoluzione attuale è quello di una lenta, ma progressiva rinaturalizzazione degli spazi. Nell’isola, si ritrovano gli ambienti caratteristici del clima mediterraneo arricchiti da endemismi specifici di Capraia o delle isole mediterranee dovuti a quello che viene definito il “fattore isola”.

La macchia alta è caratterizzata dal Corbezzolo e dall’Erica Arborea, spesso accompagnati da Fillirea, Lentisco, Alaterno e Mirto. La macchia bassa, impenetrabile, assume colori e profumi diversi, a seconda della specie dominante: Cisti, Euforbia, Ginestre. Nelle zone maggiormente esposte al vento, o a causa di incendi relativamente recenti, troviamo la gariga, anch’essa un arcobaleno di colori e un susseguirsi di aromi tipici del clima mediterraneo: piante di Elicriso, Rosmarino, Lavanda, accompagnati spesso dalla Scilla. Infine la steppa, a Brachipodio, a Giglio di mare (Pancratium illyricum – un endemismo sardo-corso), a Asfodelo.

Tra la vegetazione che occupa le rupi costiere, c’è da segnalare una particolare stazione relitta di palma nana, pochi individui visibili in corrispondenza della punta del dattero.

Sono inoltre da segnalare alcuni degli endemismi conosciuti: il fiordaliso di Capraia, la linaria di Capraia, la silene salzmannii.

Cisto fiorito

La fauna dell’isola è molto interessante, anche se depauperata dalla presenza umana. Tra le altre specie, vivono molti conigli selvatici e alcuni esemplari di mufloni, reintrodotti dall’uomo che adesso il parco sta meditando di eradicare, l’importante raganella sarda, la lucertola di Capraia, il tarantolino e il biacco.

Tra le estinzioni più gravi da segnalare, quella della foca monaca, un tempo cacciata e catturata dai pescatori, ormai scomparsa dall’isola e forse da tutta l’Italia insulare.

La tranquillità dell’isola garantisce un ambiente ideale per l’avifauna sia stanziale che migratoria: la macchia mediterranea offre rifugio fitto e impenetrabile, così come inavvicinabili agli intrusi sono le alte falesie.

Vi nidificano sia il Gabbiano Reale che il ben più raro Gabbiano Corso. Tra le due specie non esiste competizione alimentare, il Corso si nutre esclusivamente di pesce mentre il Reale è più opportunista, ma si contendono invece i luoghi di nidificazione.

Sulla costiera si possono osservare, tra gli altri, il Marangone dal Ciuffo, anch’esso nidificante in cavità di rocce inaccessibili all’uomo; le Berte (sia la maggiore che la minore), che approdano solo per nidificare; il falco pellegrino.

Più all’interno troviamo le silvie, la poiana, il gheppio, il passero solitario e non infrequenti numerosi uccelli di passo, Capraia ha infatti una posizione strategica per osservare la migrazione primaverile delle numerose specie di uccelli migratori, interessante il passo dei rapaci, dei gruccioni e dei limicoli.

Gabbiano reale in guardia dei nidi presso La Torre della Zenobito

Un’isola da scoprire e apprezzare proprio per le sue diversità e i suoi colori, che cambiano ogni stagione, grazie alle diverse fioriture. Percorrendo i sentieri dell’isola, circumnavigandola, gli ambienti che si susseguono di fronte ai nostri occhi regalano uno spettacolo selvaggio e quasi incontaminato dell’aspra bellezza dell’isola.

BOX

Capraia

Per superficie, è la terza isola, dopo Elba e Giglio, dell’Arcipelago Toscano.

distanza:

            65 km da Livorno

53 km dal promontorio di Piombino

31 km da Capo Corso

dimensioni:

lunghezza 8 km

larghezza 4 km

superficie 19,30 kmq

sviluppo costiero: circa 30 km

clima:   mediterraneo, temperato. La temperatura media risulta essere tra le più alte dell’Arcipelago.

Estati calde e aride, piogge abbondanti concentrate nei mesi autunnali e invernali.

comune: Capraia Isola (provincia di Livorno)

Lo “Stagnone”

Lo Stagnone o Laghetto, una delle aree più interessanti dal punto di vista naturalistico, costituisce un piccolo sistema lacustre. E’ situato a 318m, in una leggera depressione tra Monte Forcone e Monte Rucitello . Questo stagno, profondo fino ad un metro, rappresenta l’unico invaso naturale di tutto l’Arcipelago Toscano. Inizialmente era stato identificato come la bocca del vulcano, ma questa ipotesi è stata superata. La sua presenza è dovuta al riempimento delle fratture presenti nelle rocce massive vulcaniche, da parte di materiale, di tipo argilloso che lo rendono impermeabile, permettendogli di raccogliere e trattenere l’acqua piovana. Nel periodo di passo, vi sostano, attirati dallo specchio di acqua, i più svariati uccelli migratori.

In primavera è circondato da prati di asfodeli, da menta, e da giunchi; la superficie appare coperta dai ranuncoli acquatici in fiore.

La primavera con le fioriture della macchia mediterranea è anche il periodo più favorevole per visitare Capraia lungo la sua selvaggia rete di sentieri che la percorrono in tutta la sua lunghezza e raggiungono luoghi unici e suggestivi dove si può godere della quiete della natura spesso incontrando pochi escursionisti. Si possono scegliere itinerari lunghi e corti, entrambi soddisfacenti e sorprendenti, bisogna ricordarsi che Capraia è pur sempre un’isola selvaggia con vegetazione bassa e quindi si deve partire ben equipaggiati di acqua e protezioni adeguate: l’esperienza indimenticabile vi ripagherà della fatica.

 

Scoglio della Peraiola

Così chiamata per la sua forma, rappresenta l’unico vero isolotto satellite, presenta una densa vegetazione con alcune piante (Ginestra Inerme) e animali (Lumaca della Peraiola) endemici diversi da quelli che esistono sulla Capraia distante appena pochi metri.

Cala Rossa – Punta dello Zenobito

La bicromia delle rocce che si fondono insieme sovrastata dalla gariga di elicriso giallo, rappresenta una delle peculiarità del paesaggio dell’isola.

La Punta dello Zenobito, corrisponde al secondo vulcano che ha contribuito alla formazione l’isola. Le pendici, che formano la piana omonima, sono costituite da un trachibasalto di colore rosso, mentre di colore grigio appaiono i resti di scorie e lava solidificatisi nel cono interno.

Dall’alto, la torre dello Zenobito domina sullo spettacolo naturale.

Le torri

La presenza delle torri testimonia il travagliato passato storico. Ognuna ha una struttura diversa, legata al ruolo che avrebbero ricoperto. Furono tutte edificate intorno al 1516.

Torre del porto: ha un aspetto solido e massiccio: è stata costruita per sorvegliare e difendere l’ingresso al porto, attualmente restaurata.

Torretta del bagno: fu costruita non tanto come difesa, quanto come via di fuga dal Forte. Ha un aspetto singolare, vi si accede da un corridoio di collegamento al castello, si scende al mare tramite una scala a chiocciola.

Torre della regina: una torretta di avvistamento, bassa e a base quadrata, a guardia dell’estremità settentrionale dell’isola.

Torre dello Zenobito: dominava dall’estremità meridionale dell’isola, aveva il compito di controllare il traffico marino verso la Corsica. Essendo lontana dal Forte, fu costruita per resistere in caso di assedio: un vero e proprio avamposto di difesa.

Il mare

Capraia fa parte del Santuario Internazionale dei Cetacei, un’area marina protetta istituita nel 1999 grazie all’accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco che si impegnano a proteggere l’habitat dei mammiferi marini.

I suggestivi e quasi incontaminati fondali sono colonizzati da grandi praterie di posidonia , gli scogli e le pareti rocciose sottomarine sono popolati da alghe, spugne ed anemoni. Durante le immersioni, facilmente si possono incontrare il suggestivo pesce luna, il tonno, la palamita, le cernie, i saraghi, le orate.

Il fondale è inoltre molto ricco di relitti e reperti archeologici di varie epoche dovuti alla ricca storia dell’isola. Un unico monito: essendo parte del parco non tutte le zone sono balneabili, solo alcune, le altre godono di protezione anche al solo avvicinamento anche se di recente questa protezione è stata ridotta per facilitare le visite turistiche.

Claudia Papini: Guida storio-ambientale; Consigliere di Pro Natura Firenze

 

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Una vittoria per le api

a cura di Alberto Pestelli

Il 27 aprile mi è giunta una e-mail da Greenpeace sulla campagna per il divieto dell’uso di tre insetticidi neonicotinoidi dannosi per le a cui avevo partecipato con la mia firma on line. Purtroppo, come sempre accade quando ti arrivano decine e decine di mail una dietro l’altro, non l’ho letta subito. Fortuna ha voluto che me ne accorgessi prima di compiere la solita opera di pulizia della casella postale.

La campagna ha raccolto più di cinque milioni di firme on line, più che sufficienti per essere ascoltati dalla maggior parte dei paesi della Comunità Europea.

Il Parlamento Europeo ha quindi vietato per sempre l’uso dell’IMIDACLOPRID, CLOTHIANIDIN e del THIAMETHOXAM. I paesi che hanno votato a favore del divieto sono: ITALIA, FRANCIA, GERMANIA, SPAGNA, REGNO UNITO, PAESI BASSI, AUSTRIA, SVEZIA, GRECIA, PORTOGALLO, IRLANDA, SLOVENIA, ESTONIA, CIPRO, LUSSEMBURGO E MALTA che, messi insieme, costituiscono il 76% della popolazione dell’Unione Europea.

Contrari al divieto sono stati: ROMANIA, REPUBBLICA CECA, UNGHERIA e DANIMARCA mentre i paesi astenuti sono: POLONIA, BELGIO, SLOVACCHIA, FINLANDIA, BULGARIA, CROAZIA, LETTONIA E LITUANIA.

Questa vittoria costituisce un importante passo verso la completa proibizione di altri insetticidi che minacciano l’esistenza delle api e di altri insetti impollinatori e quindi importanti anche per la nostra stessa esistenza.

Come rivista culturale e ambientalista ci attendiamo che vengano messi al bando dall’Unione Europea anche altri quattro insetticidi neonicotinoidi: ACETAMIPRID, THIACLOPRID, SULFOXAFLOR e FLUPURADIFURONE. Oltre a questi ci sono altre sostanze altamente tossiche quali la CIMEPERMETRINA, DELTAMETRINA E CLORPIRIFOS.

Greenpeace avverte che è necessario continuare a combattere perché questi tre insetticidi che sono stati vietati sicuramente verranno sostituiti con altre sostanze chimiche non meno pericolose. L’Unione Europea dovrebbe quindi mettere al bando tutti gli insetticidi neonicotinoidi. La Francia già sta valutando di prendere in considerazione il suggerimento della famosa organizzazione ambientalista.

Riportando testualmente le parole del comunicato di Greenpeace, “…è inoltre necessario applicare gli stessi rigidi standard utilizzati per questo bando alla valutazione di tutti i pesticidi e, soprattutto, ridurre in modo drastico l’uso di pesticidi chimici di sintesi sostenendo la transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti.

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TEMPO DI CAMBIARE ARIA

A cura di Carlo Menzinger di Preussenthal

 

Trovo incredibile che i quotidiani dedichino sempre tante pagine a qualche fatto di cronaca che ha visto la morte di una singola persona e comunichino quasi di sfuggita notizie relative a drammi che hanno le dimensioni di genocidi. Persino i morti per terrorismo, da un punto di vista statistico sono un’inezia rispetto alle principali cause di morte. Persino i conflitti locali in atto sono piccola cosa rispetto ai danni ambientali.

Se alcune cause di morte sono naturali, altre sono causare dall’uomo e come tali rappresentano degli autentici delitti, di norma del tutto impuniti.

Mi riferisco ora a un nuovo studio dell’Health Effects Institute, secondo il quale, nel 2016 sono morte 6,1 milioni di persone per l’inquinamento atmosferico. Ovvero, se moltiplicassimo questo numero, vorrebbe dire che in dieci anni la cattiva qualità dell’aria che respiriamo fa più delle vittime della Seconda Guerra Mondiale (54 milioni). 6 milioni di morti all’anno che si aggiungono, quanto meno, al milione abbondante di morti per incidenti d’auto (1,3 milioni nel 2009).

60 milioni di morti in dieci anni. 600 milioni di morti in un secolo!

6,1 milioni di morti nel solo 2016. Non vi dice nulla questo numero? Non riuscite a vedere dietro questa cifra i volti di 6,1 milioni di uomini e donne, le mani di 6,1 milioni di vecchi, adulti, ragazzi e bambini? Non riuscite a vedere la sofferenza, il dolore, i sacrifici di 6,1 milioni di famiglie? Non riuscite a vedere 6,1 milioni di vite spezzate. Non riuscite a vedere i costi per la sanità, per la comunità, per il mondo? Questo è solo un numero e vi è già scivolato via?

Alla notizia di questi 6,1 milioni di morti sono aperti processi di dimensioni tali da far impallidire quello di Norimberga contro i crimini di guerra nazisti? Si sono cercati i colpevoli? Sono stati accusati coloro che hanno contribuito con atteggiamenti attivi e passivi a questo genocidio continuo, prolungato e ripetuto?

Le nazioni sono tutte in allarme e cercano soluzioni? Il problema è ai primi posti nei programmi elettorali dei partiti? La gente scende in piazza indignata reclamando il più basilare dei diritti, quello di respirare?

Respirare uccide. Lo scrivono sulle sigarette. Dovremo scriverlo sulle nuvole? Attenti a respirare! Non respirate. L’aria uccide. Siamo arrivati a questo?

Sempre secondo questo studio, il 95% della popolazione mondiale respira aria pericolosamente inquinata, ovvero i cui parametri eccedono quelli consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Salute.

Maggiore risulta l’esposizione nei paesi sottosviluppati, sia nelle case che fuori.

Pensate forse per questo di essere nel 5% che respira aria buona? Anche considerando i parametri del WHO, meno stringenti di quelli dell’Organizzazione Mondiale della Salute, il 60% della popolazione mondiale non respira aria buona.

Voi no. Voi respirate aria fresca di montagna tutti i giorni. È chiaro.

Pensiamo di poter far finta che questi 6 milioni di morti, che si ripetono e si ripetono e si ripetono, anno dopo anno, non ci riguardino?

Se il 95% della popolazione “respira male”, anche noi respiriamo male e anche noi potremmo essere nel prossimo gruppo di 6 milioni di persone spazzate via da un colpo di tosse. Tutti gli abitanti di Roma e Milano morti in un anno! Un’apocalisse!

Dei 6,1 milioni di morti, 4,1 milioni derivano da inquinamento all’esterno delle case. L’inquinamento domestico, peraltro, può arrivare a superare di venti volte le soglie minime consigliate. Il riscaldamento è la fonte principale di inquinamento domestico.

Non si tratta di dati statici. La situazione peggiora e la cosa non ci stupisce. La popolazione aumenta, i consumi pro capite aumentano, perché non dovrebbe aumentare anche l’inquinamento? Nel 1990 i morti da inquinamento erano 3,3 milioni. L’incremento è stato del 19,5%. Se si applicasse lo stesso tasso di incremento, nel 2034 i decessi sarebbero 7,3 milioni (in realtà, già un precedente studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità contava in circa 7 milioni le persone morte nel 2012 a causa dell’inquinamento atmosferico).

Il 51% dei decessi avviene in India e Cina. Del resto la Cina e l’India hanno 1,4 miliardi di abitanti ciascuno sui 7,6 miliardi di popolazione mondiale e hanno regole ambientali assai meno stringenti di quelle europee, ma questo non vuol dire che da noi vada tutto bene. Per nulla!

Una sostanza è inquinante quando è un “contaminante” responsabile di effetti nocivi sull’ambiente. Un “contaminante”, invece, è qualunque cosa che, aggiunta all’ambiente, causa una deviazione dalla composizione geochimica media.

Non tutto l’inquinamento è causato dall’uomo. L’aria può essere resa poco respirabile anche da fattori naturali quali le eruzioni vulcaniche, gli incendi, la presenza di amianto o processi biologici.

L’inquinamento antropico, invece, può essere provocato dalle industrie e dalle attività artigianali, dall’agricoltura, dal riscaldamento, dal traffico veicolare, dai veicoli fuori strada (treni, trattori e altro). L’uomo, si sa, sta dando un contributo consistente e devastante all’inquinamento atmosferico.

I principali colpevoli sono l’industrializzazione e il traffico. Gli elementi inquinanti provengono soprattutto dall’utilizzo dei combustibili fossili, ma anche dai gas CFC, presenti negli impianti di refrigerazione e nelle bombolette spray, che liberano nell’aria molecole di cloro, intaccando lo strato di ozono naturale dell’atmosfera. L’anidride carbonica, tra le principali cause di inquinamento atmosferico, prodotta dalla combustione di petrolio e derivati, di carbone e di gas, contribuisce a incrementare l’effetto serra, provocando un anomalo aumento della temperatura terrestre.

Se l’inquinamento incide direttamente sulla salute, lo fa anche indirettamente danneggiando l’ambiente, provocando l’effetto serra e le piogge acide, il buco dell’ozono e altri problemi su flora e fauna.

In Cina la maggior fonte di inquinamento è il carbone, mentre in India è la combustione di biomassa. Se in Cina l’inquinamento da carbone si sta riducendo, nel contempo aumenta in Pakistan, Bangladesh e India.

Da noi, le sostanze inquinanti più comuni sono:

– le polveri fini (Pm 10 e Pm 2,5), residuo della combustione proveniente dalle emissioni industriali, dagli scarichi dei veicoli, dall’usura dell’asfalto, dei freni, delle frizioni e degli pneumatici. Sono dannose per bambini, anziani, persone con problemi respiratori (asma, bronchite cronica, enfisema, allergia) o cardiovascolari;

– il monossido di carbonio (CO), che deriva da vari processi di combustione, principalmente dai veicoli a benzina e, in minore quantità, dalle raffinerie di petrolio e dalle combustioni con impianti a carbone o legno; è pericoloso per persone con malattie cardiache, feti, lattanti;

– il biossido di azoto (NO2) che si forma nei processi di combustione ad alte temperature, ed è prodotto dai veicoli, da industrie, dal riscaldamento domestico. È pericoloso per bambini e adulti in attività fisica intensa, persone con problemi respiratori. È un gas fortemente irritante e cancerogeno;

– il biossido di zolfo (SO2), un prodotto della combustione, proveniente da impianti di centrali termoelettriche, raffinerie, da impianti di riscaldamento e, in minima parte, dal traffico veicolare. Crea danni a persone con problemi respiratori, bambini.

– l’ozono (O3): l’inquinamento, atmosferico determina, da un lato, l’assottigliamento della fascia d’ozono nella stratosfera ad alta quota (fenomeno noto come “buco dell’ozono”), e dall’altro un aumento, in particolar modo nelle ore calde dei giorni d’estate, dell’ozono in prossimità del suolo. L’ozono ad alta quota è “benefico”: serve a proteggerci dalle radiazioni solari. Nelle città la molecola d’ozono deriva da un complesso meccanismo di reazioni (smog-fotochimico) che coinvolgono ossigeno, ossidi di azoto, idrocarburi insaturi, radiazione solare e calore. I valori massimi di questi 4 parametri si ottengono in città, d’estate e nelle ore più calde. L’ozono è irritante per l’uomo (vie respiratorie) e per alcuni materiali (es. gomma). È dannoso per persone con problemi respiratori (asma, enfisema, bronchite cronica), bambini, anziani.

Non essendo possibile definire un ambiente incontaminato di riferimento, poiché la composizione dell’aria è variabile nello spazio e nel tempo, si è reso necessario introdurre degli standard convenzionali per la qualità dell’aria. Si considera dunque inquinata l’aria la cui composizione ecceda limiti stabiliti per legge allo scopo di evitare effetti nocivi sull’uomo, sugli animali, sulla vegetazione, sui materiali o sugli ecosistemi in generale.

Come si legge sul sito dell’Ospedale Pediatrico del Bambin Gesù, i bambini sono particolarmente vulnerabili ai fattori inquinanti per svariati motivi:

– respirano volumi di aria proporzionalmente maggiori rispetto agli adulti e quindi inspirano una maggiore quantità di inquinanti;

– hanno processi di assorbimento e metabolici accelerati;

– respirano a una altezza più vicina al suolo, dove è presente una maggiore concentrazione di sostanze inquinanti prodotte dai veicoli stradali.

La correlazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e le patologie respiratorie è ben noto, invece è ancora da meglio definire l’associazione diretta con l’asma.

I genitori moderni si preoccupano tanto di quello che mangiano i propri figli, che non si prendano freddo o caldo, di che amici frequentano, ma pare si preoccupino poco di quello che respirano.

E in Italia come vanno le cose? Siamo forse quel 5% del mondo che respira, per ora, aria buona?

Si legge sul sito dell’Ansa che l’Italia ha l’aria più inquinata fra i grandi paesi europei, col maggior numero di morti per inquinamento atmosferico. Lo rivelerebbe il rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane” presentato lo scorso settembre 2017 al Senato dalla Fondazione sviluppo sostenibile.

L’Italia, secondo tale rapporto, ha circa 91.000 morti premature all’anno per inquinamento atmosferico, contro le 86.000 della Germania, 54.000 della Francia, 50.000 del Regno Unito, 30.000 della Spagna. Il nostro paese ha una media di 1.500 morti premature all’anno per inquinamento per milione di abitanti, contro una media europea di 1.000. La Germania è a 1.100, Francia e Regno Unito a circa 800, la Spagna a 600.

Dei 91.000 morti in Italia, 66.630 sono per le polveri sottili PM2,5, 21.040 per il disossido di azoto (NO2), 3.380 per l’ozono (O3).

Per le polveri sottili PM2,5 si contano nel nostro paese 1.116 morti premature all’anno per milione di abitanti, contro una media europea di 860. La zona dove il particolato fine uccide di più è l’area di Milano e dintorni, poi Napoli, Taranto, l’area industriale di Priolo in Sicilia, le zone industriali di Mantova, Modena, Ferrara, Venezia, Padova, Treviso, Monfalcone, Trieste e Roma.

Le quattro regioni del bacino padano (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto), secondo i recenti dati dell’European Environment Agency, sarebbero la zona più inquinata del continente con una concentrazione di Pm10 (polveri sottili) è schizzata ben oltre i 50 microgrammi al metro cubo, ovvero oltre il livello guardia, con valori pressoché doppi (fonte: Wired).

E non si creda che sia solo colpa delle automobili. Il 35% delle polveri sottili PM10 di Milano (la zona d’Italia più inquinata dal particolato) proviene dall’agricoltura, sostiene il rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane”. L’agricoltura emette nell’atmosfera ammoniaca (NH3), dai fertilizzanti e dalle deiezioni degli allevamenti. L’ammoniaca nell’aria reagisce con nitrati e solfati (prodotti dagli scappamenti delle auto) e forma particolato fine. Per il rapporto, l’agricoltura è responsabile del 96% delle emissioni italiane di ammoniaca.

E la città in cui vivo? Firenze è la 31^ area più inquinata d’Europa per la forte presenza, oltre i limiti di legge, del Biossido d’azoto (NO2).

Non sarebbe tempo di adeguarsi, almeno, alle medie europee?

Non sarà ora di cambiar aria?

Carlo Menzinger di Preussenthal

Firenze, 19/04/2018

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Dove la Sardegna accarezza il Tramonto

di Alberto Pestelli

Qualche tempo fa postai un articolo tratto dalla nuova edizione di una mia silloge (la prima edizione è stata pubblicata anni fa) dal titolo “L’Isola di mia madre”. Parlai della Roccia dell’Elefante nel territorio di Castelsardo, un bellissimo paese sul mare dell’Anglona (sub-regione a nord dell’isola).

Già al momento della pubblicazione on line del brano avevo già deciso di postarne un altro entro breve, ma tra una storia e l’altra, ho sempre rimandato la faccenda perché non sapevo quale capitolo scegliere. Avevo intenzione di parlare di un luogo della parte occidentale della Sardegna… ma quale? Dovevo scegliere se parlare della grotta di Su Mannau, delle vecchie Miniere abbandonate a nord di Iglesias e di Masua e Porto Flavia… Tre luoghi magici. Quale dei tre?

Mi sono detto alla fine: o tutti o niente. Ho quindi assemblato i tre piccoli capitoli cercando di fare un lavoro godibile e simpatico. Andiamo a cominciare…

Laveria_Brassey,_Naracauli,_Ingurtosu. Wikipedia by Ezioman CC BY 2.0

Facciamo finta di aver appena visitato l’est dell’Isola e con un balzo, dopo aver sorvolato l’Ogliastra con i suoi spettacolari “Tacchi” di roccia, la Barbagia di Seulo e il Medio Campidano, di arrivare dalle parti dell’Arcuentu verso le località minerarie di Ingortosu, Montevecchio e Naracauli…

Naracauli… già! Mi torna in mente una canzone dei Nomadi. Non una delle più famose ma quella, a parer mio, più vera, toccante…

Il testo racconta grosso modo che nelle poche case ci sono, quando cala il sole, poche luci in una terra dove la miniera non vive più ed a smesso di produrre. Il minatore vorrebbe urlare ma ha stanca la voce. La gola è infiammata e il petto è continuamente messo a dura prova dai colpi di tosse a causa della silicosi. Il male di chi vive e ha vissuto per tutta la vita in una galleria buia, umida dove il pericolo si cela dietro ogni pietra estratta.

Ma non è solo all’interno della terra che si soffre. C’è rabbia nei boschi, sulla sabbia che brucia il mare.

Nelle osterie si cerca far fronte all’improvvisa povertà e si beve e si cantano inni antichi gettando acqua su quel fuoco che incendia ogni buon proposito, ogni speranza… anche il pastore non dorme afflitto dal pensiero del lavoro perduto e dal fantasma della fame che lo terrorizzava da piccolo.

Naracauli è una piccola e grande storia questa raccontata dalla poesia dei Nomadi. Versi che tutti dovreste leggerli e ascoltarli. Non posso inserire il suo testo in queste pagine per ovvi motivi di copyright. Cercatela e vivetela fino allo sfumare dell’ultima nota. Sono sicuro che comprenderete che cosa poteva significare vivere nella zona mineraria più famosa di tutta Italia: L’Iglesiente e il Sulcis.

1280px-Piscinas,_mine_trolleys_on_the_beach. Wikipedia by ezioman CC BY 2.0

In questo angolo di Sardegna, un tempo considerato il più povero, si sono consumate vite, generazioni intere di uomini all’interno di uno stretto budello scavato nella roccia dell’Isola estraendo carbone, rame, piombo e tanti altri minerali. Tutte miniere che hanno chiuso i battenti anche se c’è ancora qualcosa da estrarre. Purtroppo pare che non sia conveniente per le imprese riaprire i cancelli e scavare sotto terra. Potrebbe essere, invece, un’occasione per dare lavoro a tanta gente… ma vorranno i disoccupati seppellirsi nel cuore della madre terra? Una domanda oserei dire scontata a cui molti potrebbero rispondere con parole altrettanto scontate…

Resteranno, quindi, chiuse le vecchie miniere non solo del Sulcis-Iglesiente, ma anche tutte le altre sparse per tutta la Sardegna.

Rimangono in piedi le vecchi strutture. Alcune cadono letteralmente a pezzi. Altre sono state recuperate per farci musei dove come guide ci sono anche i vecchi minatori che non sono mai andati via dalla zona.

Allora seguitemi e andiamo a percorrere le… Strade rosse

Tortuose strade rosse

fiumi di rame

dalle miniere al mare

Il cervo dell’Arcuentu

le attraversava per ascoltare

dei minatori il canto

Dell’uomo ricordano

le facce stanche

all’uscita del pozzo

Dei suoni son rimaste tracce

arrugginite, abbandonate

tra gli schiaffi del vento

Scendono le strade sulle dune

per godersi la malinconia

del tramonto del tempo.

Grotta di Su Mannau – © Alberto Pestelli

Il tempo… il tempo! Pare che sia… no, è proprio l’argomento portante di questo viaggio per i sentieri più intimi dell’isola. Forse perché è terra geologicamente più antica del continente stesso ed ha da raccontare tanta più storia di qualunque altro luogo.

Per questo motivo ho deciso di portarvi qui, in questa valle vicino a Fluminimaggiore dove c’è una spettacolare grotta che io considero una delle grotte più belle della Sardegna meridionale.

L’antro si trova in una zona molto particolare. In parole povere fa parte di un grande teatro carsico che si è formato nel Cambriano.

Il suo ingresso si trova in posizione più elevata rispetto al centro di accoglienza e alla struttura di ristorazione e biglietteria.

Grotta di Su Mannau © Alberto Pestelli

Pertanto dobbiamo salire il pendio servendoci di un sentiero abbastanza agibile. Sicuramente, una volta all’ingresso, attenderemo il proprio turno per entrare. Non è possibile affollare la grotta. Ma vi assicuro che non aspetteremo molto… adesso schiocco le mie dita. Eccoci dentro.

La grotta di Su Mannau è composta da due parti principali che si trovano in due livelli diversi.

Pare che la lunghezza di tutta la grotta sia di ben otto chilometri. I due tronchi hanno avuto origine da due fiumi sotterranei: il Placido e il Rapido che formano laghetti e cascatelle suggestive.

Non tutta la grotta è visitabile ma sono convinto che un giorno lo sarà. Sempre che vengano superate le difficoltà soprattutto economiche… eh sì, perché tutto sta nel trovare i fondi necessari!

Quel che è possibile visitare è composta da molte sale impreziosite da concrezioni, da cristalli di aragonite, da stalattiti e stalagmiti. Alcune si sono fuse dando origine a colonne alte fino ad una quindicina di metri.

Ogni passo all’interno di Su Mannau – che in lingua significa il buio, o l’uomo nero – ci riserva una sorpresa.

Una emozione dietro l’altra. Un brivido dietro l’altro… beh, è normale anche d’estate perché qui dentro c’è un tasso di umidità che sommato alla temperatura costante di 16°C non è che sia una cosa esattamente simpatica. Quindi è meglio mangiare dopo altrimenti c’è il rischio che si blocchi la digestione.

Ma adesso bando alle ciance ed entriamo… Nel tempio del Tempo a Su Mannau

Calarsi nel buio

del tempio di roccia.

Una goccia cade

dalla volta del tempo

nel silenzio d’un laghetto.

Nascono cerchi perfetti,

eterno tuffarsi in libertà,

magia di millenni

prima di scivolare

nel vuoto d’una cascata.

Un guizzo veloce

impercettibile, impaurito

al mio lento sognare.

Un proteo fugge…

cerca la luce

nel ventre della madre.

Grotta di su Mannau © Alberto Pestelli

La madre ha un grande ventre. Ne visiteremo un altro angolo tra qualche attimo. Il tempo di arrivare a Buggerru.

Ci fermeremo brevemente per ricordare l’eccidio avvenuto in questo paese che fu chiamato la La Petit Paris, ovvero la Piccola Parigi…

Buggerru © Alberto Pestelli

Ma perché fu chiamata proprio così? Perché la società mineraria era francese, ovvio, e i dirigenti si erano trasferiti a Buggerru creando un particolare ambiente culturale, appunto, transalpino.

Buggerru © Alberto Pestelli

Nel 1903 fu chiamato a dirigere il centro minerario un greco, Achille Georgiades. Costui inasprì le condizioni di lavoro dei minatori sardi che erano già molto critiche.

Gli incidenti sul lavoro erano molto frequenti. Le condizioni di lavoro erano disumane e i lavoratori mal pagati.

Nel 1904 Georgiades inasprì ulteriormente il trattamento disumano nei confronti dei minatori. Quest’ultimi, che aveva costituito una fattispecie di sindacato, si rifiutarono di lavorare presentando richieste per un trattamento più umano alla società francese.

Georgiades chiamò l’esercito. Il 4 settembre del 1904 i militari passarono subito alle vie di fatto facendo fuoco sugli operai. Tre minatori furono uccisi e molti altri rimasero feriti.

Per l’eccidio di Buggerru fu fatto il primo sciopero generale in Italia…

Vorrei aggiungere altro. Qualcosa di improvvisato mentre scrivo questa nuova edizione per ricordare un avvenimento che sicuramente pochissime persone ricordano.

Eppure è storia della nostra terra. Storia che serve per non dimenticare ciò che abbiamo subito.

Ma Antonio Gramsci ci insegna che la Storia purtroppo non ha allievi… tutto viene dimenticato. Allora ho scritto questi pochi versi…

Se bastasse un verso o due,

Come se fossero dei fiori,

da portare alla polvere dei ricordi

sul sagrato del nostro passato,

vorrei scriverne mille e mille ancora

ogni giorno, anno dopo anno…

Forse, la storia potrà insegnare

A questi studenti svogliati la verità!

Buggerru © Alberto Pestelli

Sono versi semplici, come fiori di campo che nessuno degna di uno sguardo. Che nessuno mai coglierà…

Ma credo che adesso sia il caso di andare ad incontrare un altro vecchio minatore che sta seduto su di un gradino nei pressi di un porto molto particolare.

“Ma tu conosci sul serio un minatore?”, mi state domandando.

“Sì, certo che lo conosco…”. È un mio personaggio. Frutto della mia e della vostra fantasia. Lo sento talmente vero che immagino pure i colpi di tosse causati da anni di esposizione al biossido di silicio.

Buggerru è alle spalle. Dopo aver transitato nei pressi di Cala Domestica, scenderemo a Masua.

Masua © Alberto Pestelli

È un vecchio centro minerario ormai abbandonato.

Mi domandate che cos’ha di caratteristico. Un porto. Ma non uno scalo marittimo come tutti conoscono. È qualcosa di molto particolare. Si trova sotto una falesia proprio di fronte al famoso Pan di Zucchero dove spunta una galleria della miniera.

Le navi si accostavano alla falesia e caricavano il materiale che veniva dalla galleria.

Masua © Alberto Pestelli

Questo scalo ha il nome di una donna… porto Flavia. Forza, seguitemi che proprio da lì vi farò ammirare uno spettacolare… Tramonto sul porto

 

Di quella scogliera

conosco i colori d’agosto

le onde lievi

che si rincorrono

e accarezzano i suoi piedi

Di Nebida conservo,

all’alba del mio scoprire il mondo,

le case colorate

di minatori smessi

sotto l’occhio di pietra

della montagna assorta

alla magia del mare

E poco più in la Masua

che del suo porto

è rimasto impresso

solo il nome d’una donna

ricordo d’un malinconico vecchio

che visse nel ventre

dell’antica madre

Siede sui gradini alla spiaggia

E osserva…

Dal Pan di Zucchero

sorge al tramonto il sole

Si colora in rosso

il cuore della roccia.

Galleria Fotografica

© Alberto Pestelli

Testo e galleria fotografica di Alberto Pestelli

L’Isola di mia Madre © Copyright 2008 Alberto Pestelli – Prima Edizione www.ilmiolibro.it

L’Isola di mia Madre © Tutti i diritti riservati all’autore – Prima Edizione digitale 2014 www.youcanprint.it – Codice ISBN: 9788891174468 – Qualsiasi tentativo di utilizzo senza l’approvazione dell’autore sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941

L’uso gratuito del testo in questo articolo e delle fotografie a favore della rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” è stato autorizzato dall’autore della Silloge sopra citata che è l’autore stesso del lavoro letterario in questione.

Alberto Pestelli

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Scrivere per l’ambiente…

Sabato 21 Aprile 2018, alle ore 17,30, il nostro direttore Gianni Marucelli sarà ad Anghiari

per la presentazione dei suoi libri “Toscana, donne e misteri” e “Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti”

in occasione dell’evento Scrivere per l’ambiente: quando narrare è anche agire. Il realismo magico nella letteratura ambientale

 

La locandina può essere anche scaricata tramite il link sottostante

 

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Vaghe stelle dell’Orsa

A cura di Gianni Marucelli

Chi ce le ha portate via?

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea

Tornare ancor per uso a contemplarvi

Sul paterno giardino scintillanti,

E ragionar con voi dalle finestre

Di questo albergo ove abitai fanciullo,

E delle gioie mie vidi la fine.

Orsa maggiore

Così cantava Giacomo Leopardi, ne “Le ricordanze”, quasi due secoli fa, ricordando il “paterno ostello” di Recanati e il cielo luminoso sulla sua testa, nelle notti di tarda primavera.

Adesso, al poeta sarebbe negata anche la consolazione di ammirare le costellazioni notturne, in quasi tutte le medie e grandi città italiane e nei loro pressi.

Se osservassi infatti le immagini della nostra penisola, prese dal satellite nelle ore in cui essa è immersa nell’oscurità, bisognerebbe che mi rimangiassi subito questa locuzione.

Infatti, più che a un lembo del pianeta, assomiglia a una vetrina natalizia, tanto i centri urbani e le grandi conurbazioni (Milano, Roma, Napoli e via dicendo) risplendono occultando ogni altro particolare.

D’altra parte, dal suolo non è più possibile assistere all’accendersi delle stelle nelle notti serene: è già tanto vederne qualcuna dalle campagne delle estreme periferie, se non si è troppo occupati a evitare aggressioni, cumuli di rifiuti o semplici ma micidiali buche nel manto stradale.

Per questo motivo, gli storici Osservatori astronomici ubicati nelle città hanno dovuto chiudere i battenti o riciclarsi in altre attività che non comportino l’uso dei telescopi.

Inquinamento luminoso in Italia

Se proprio uno vuol godersi le costellazioni, deve cercare luoghi abbastanza remoti, preferibilmente in zone montuose ove non giunga se non il riflesso delle illuminazioni urbane.

L’inquinamento luminoso, così si chiama, non ha solo ricadute, per così dire, “estetiche”.

Pensiamo al costo economico relativo alle illuminazioni notturne totalmente inutili, come quelle delle facciate degli edifici privati, dei campi e degli impianti sportivi inutilizzati ai lati delle strade, e così via. Il nostro paese spende, per illuminazione notturna, un totale di un miliardo di euro l’anno, con una spesa pro capite doppia rispetto alle altre nazioni europee.

Passiamo poi ai “danni collaterali”, che non sono affatto secondari: “difficoltà o perdita dell’orientamento per diverse specie animali, dagli uccelli migratori ai pipistrelli, alle tartarughe marine, alle falene; alterazione del fotoperiodo in alcune piante; alterazione di ritmi circadiani nella vegetazione, negli animali e nell’uomo.”

L’aumento dei disturbi relativi all’insonnia è sicuramente dovuto anche a questo fenomeno, così come la perdita di concentrazione per chi viaggia di notte sulle strade.

L’argomento della lotta all’inquinamento luminoso è sul tappeto delle questioni ambientali per le quali troppo poco si agisce; giunge però la notizia che, finalmente, sulla spinta delle richieste delle associazioni ambientaliste, il Consiglio regionale del Piemonte ha approvato, in data 9 febbraio 2018, una legge che cambia, in senso restrittivo, una precedente normativa in materia che risale all’anno 2000. In sintesi, la nuova legge prevede che non si può disperdere la luce nell’ambiente e indica gli strumenti per ridurre l’inquinamento luminoso. In particolare, provveder alla protezione delle zone sensibili (Parchi, Osservatori e simili).

Una norma, quindi, sacrosanta, che riduce gli sprechi di elettricità e, di conseguenza, anche l’inquinamento atmosferico.

Non vi è che da augurarsi che ogni Regione prenda al più presto provvedimenti di questo tipo, rinnovando e adeguando tecnicamente, in particolare, i sistemi di illuminazione pubblica.

Fonte: Obiettivo ambiente – Notiziario di Pro Natura Piemonte – Aprile 2018

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